capite pœnas dabant: si plures forent quibus reus esset judicatus,
secare si vellent atque partiri corpus addicti sibi hominis
permiserunt. Tertiis nundinis, partes secanto: si plus minusve
secuerunt, se fraude esto_. Questa previsione del tagliar più o meno
impedisce d’intendervi soltanto divisione dei beni dell’oberato,
_sectio bonorum_: anzi se fra’ creditori un solo restava inesorabile,
eragli conservato il suo diritto, potendo egli uccidere o mutilare il
debitore. È a credere che di rado o non mai la legge fosse applicata,
poichè il debitore si sarà riscattato consentendo al _nexum_, o parenti
e amici avranno offerto ai creditori più di quello che potessero
ritrarre dal venderlo; i tribuni si saranno opposti al furioso che
ricusasse ogni patto al debitore.
Una legge del dittatore Petilio (o Petizio o Popilio) del 433 di Roma
abolì il nexo, vietando per l’avvenire l’ipoteca sulla persona, e
facendola cessare per qualunque debitore giurasse possedere abbastanza
per redimersi: _Omnes qui bonam copiam jurarent, ne essent nexi,
dissoluti_, dice Varrone. Gli _addicti_ erano garantiti contro i ferri,
eccetto il caso che fossero condannati per delitto. In Plauto, il modo
più terribile per farsi pagare da un cattivo debitore è l’_addizione_
o carcere privato. Anche durante la guerra d’Annibale vediamo in Tito
Livio i condannati a restituzione di danaro essere gettati in carcere
come criminali.
[183] Furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto. Ecco ricomparire Bruto,
cioè il servo ribelle della rivoluzione contro i Tarquinj: e un Bruto
ritornerà all’altro tentativo di rivoluzione contro l’impero iniziato.
[184] Al tempo di Annibale i Romani avevano cinquantatre colonia in
Italia. Vedi HEYNE, _De Romanorum prudentia in coloniis regendis_.—_De
veterum coloniarum jure, ejusque causis_. Opuscoli I e VIII.
[185] La voce italiana _podere_ per fondo accenna un’origine eguale nel
nostro medioevo: poteva chi possedeva.
[186] Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantemente espressa da
Floro, col dire che i plebei volevano acquistare _nunc libertatem, nunc
pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insignia_. Egli
stesso scrive: _Actus a Servio census quid effecit, nisi ut ipsa se
nosset respublica?_ È il _nosce te ipsum_, che il Vico dice aver Solone
insegnato al vulgo attico.
[187] Lib. vi. 4. Il Vico impugna la compilazione delle XII Tavole:
unica legge fatta dai decemviri fu, secondo lui, quella che accomunava
alla plebe il dominio quiritario dei campi; poi, come ai tipi ideali,
furono riportate ad essi tutte quelle che parteciparono grado a grado
la libertà alla plebe.
Le differenze dalle leggi greche sono avvertite dai giureconsulti.
In Atene il marito era protettore, qui padrone; non dava danaro al
suocero, anzi ne riceveva, sicchè la moglie portando una dote nella
nuova casa, vi conservava una corta indipendenza, e poteva accusare il
marito, come egli lei; facile era la separazione. In Atene il padre
non può uccidere il figlio, ma solo la figlia libertina; bensì può non
assumere il neonato, nel qual caso è venduto schiavo; anche adulto può
dichiararlo indegno: ripudio che in Roma non ha luogo, dove neppur
emancipandolo, il padre non abdicava ai proprj diritti. Questi per età
o per grado non cessavano, mentre in Atene il figlio a vent’anni era
iscritto nella fratria, cioè diventava indipendente e capocasa, ecc.
[188] È nota la baja che delle formole si prende Cicerone _pro Murena_.
Anche il diritto pubblico era sottoposto a formole; eccone esempj.
TITO LIVIO, lib. I: «Tale fu la forma della dedizione dei Collatini.
Il re interrogò: _Siete voi i legati ed oratori mandati dal popolo di
Collazia, per consegnar voi e il popolo?_—_Siamo._—_Il popolo collatino
è di propria balìa?_—_È._—_Deste voi medesimi, il popolo collatino,
la città, i campi, l’acqua, i termini, i tempj, gli utensili, le cose
tutte umane e divine in poter mio e del popolo romano?_—_Demmo._—_Ed
io accetto_». E nel libro stesso: «Allora udimmo che così si fece,
nè v’ha memoria d’altro patto più antico. Il feciale interrogò il re
Tullo così: _Vuoi, o re, ch’io stringa patto col padre patrato del
popolo albano?_ E comandando il re, il feciale disse: _Ti domando
erbe sacre_. Il re rispose: _Prendine pure_. Poscia al re stesso
chiese: _O re, mi fai tu regio nunzio del popolo romano de’ Quiriti?
approvi i mallevadori e i compagni miei?_ Il re rispose: _Sì, salvo il
diritto mio e del popolo romano dei Quiriti_. Feciale era M. Valerio;
fece padre patrato Sp. Fuscio toccandogli il capo e i capelli colla
verbena. Il padre patrato si elegge per _patrare_ il giuramento, cioè
per sancire il patto; lo che egli fa con una lunga formola, che qui
non occorre riferire. Poscia recitate le condizioni, _Odi_, disse, _o
Giove; odi, o padre patrato del popolo romano; odi tu, popolo albano:
il popolo romano non mancherà primo a quelle leggi, che da capo a fondo
furono lette su quelle tavole cerate, senza frode, siccome furono
oggi benissimo intese. Se pel primo mancherà per pubblico consiglio e
frodolentemente, in quel giorno, o Giove, ferisci il popolo romano,
siccome io oggi ferirò questo porco; e tanto più lo ferisci, quanto più
sei poderoso._ Ciò detto, percosse il porco con un ciottolo di selce.
Anche gli Albani recitarono la loro formola e il giuramento, per mezzo
del dittatore e de’ sacerdoti proprj».
Essendo gli uomini naturalmente poeti (ragiona il Vico nella _Scienza
nuova_, lib. IV), tutta poetica fu l’antica giurisprudenza, la quale
fingeva i fatti non fatti, nati li non nati ancora, morti i viventi,
i morti vivere nelle loro giacenti eredità; introdusse tante maschere
vane senza subjetti, che si dissero _jura imaginaria_, ragioni
favoleggiate da fantasia; e riponeva tutta la sua riputazione in
trovare sì fatte favole, che alle leggi serbassero la gravita ed ai
fatti ministrassero la ragione: talchè tutte le finzioni dell’antica
giurisprudenza furono verità mascherate; e le formole con le quali
parlavano le leggi, per le loro circoscritte misure di tante e tali
parole nè più nè meno, nè altre, si dissero _carmina_. Talchè tutto
il diritto antico romano fu un serio poema, che si rappresentava dai
Romani nel fôro; e l’antica giurisprudenza fu una severa poesia.
Vedi CHASSAN, _Essai sur la symbolique du droit, précédé d’une
introduction sur la poésie du droit primitif_. Parigi 1847.
[189] DIONIGI, lib. 1; FESTO, ad V. _Prætor ad portam_.
[190] LIVIO, lib. IV.
[191] _Mei-land_, mio paese; _Mayland_, paese di maggio; _Medellam_,
città della vergine; _Mittelawn_, in mezzo ai piani; _Medio-amnium_;
_Medo_ e _Olano_, due condottieri; _Medio-lana_, per una scrofa lanosa
trovatavi: differenti etimologie di Milano. Questo nome è comunissimo
nella Gallia transalpina e designa il paese medio (_mitta-land_); la
terra per antonomasia, la terra santa, la legale.
[192] _Ele-dore_, il turbine.
[193] Prima chiamavasi _Bodincos_, cioè senza fondo, poi fu detto Pado
da _pades_, che in gallico suona abete.
[194] Adotto la vulgata denominazione latina, desunta dalla situazione
di Roma.
Edwards pretese riconoscere ancora in Italia il tipo delle due stirpi
gallica e cimra: quelli, testa lunga, profilo sporgente, fronte alta
e sviluppata, mento prominente, naso aquilino; questi, faccia piatta
e corta, pomelle larghe, naso rincagnato, poco sporgente. I moderni
ripudiano la dottrina di Thierry, e fanno consanguinei i Cimri e i
Galli.
[195] _Saluberrimos colles, flumen opportunum, quo ex mediterraneis
locis fruges devehantur, quo maritimi commeatus accipiantur; mare
vicinum ad commoditates, non expositum nimia propinquitate ad pericula
classium externarum; regionum Italiæ medium, ad incrementum urbis natum
unice locum._ LIVIO, v. 54.
[196] Quand’anche una finzione legale potesse mai tramutare in
giustizia l’iniquità, nel caso presente mancava sin l’apparenza a
favore de’ Romani. Fra questi e i Sanniti vigeva lo _jus exulandi_;
onde Postumio, estradetto dalla patria sua, poteva acquistare la
cittadinanza presso quegli altri.
[197] LIVIO, X. 42.
[198] VALERIO MASSIMO, VI, 3, 2.
[199] Che tutte le pesti ricordate a Roma fossero epidemie, fino a
quella di Lucio Vero nel II secolo dopo Cristo, è sostenuto da Heyne,
_Opusc._ III.
[200] Al Pireo si trovò, non è guari, un decreto, per cui stabilivasi
mandare ad Adria una colonia sotto Milziade, successore dell’omonimo
vincitor di Maratona, circa l’olimpiade CXIII; e ciò per avere
emporj di frumento e formare barriera a’ Tirreni. _Bullettino di
corrispondenza archeologica_, 1836, pag. 135.
Vedi SAINTE-CROIX, RAOUL-ROCHETTE, HEYNE, _Prolusiones XV de civitatum
græcarum per Magnam Græciam et Siciliam institutis et legibus_ nel
vol. II de’ suoi _Opuscula academica_, Gottinga 1787. Al vii vol.
dell’Heeren, traduzione francese, è soggiunta la bibliografia compiuta
delle colonie.
_Metaponte, par le duc de_ LUYNES _et_ F. J. DEBACO; Parigi, 1833, in
fol., non è una compiuta monografia, ma un’elegante esposizione delle
antichità di quel luogo in disegno e scrittura.
DOMEN. MARINCOLA PISTOJA, _Delle cose di Sibari_. Napoli 1845.
[201] Il nome di Magna Grecia non ricorre in Erodoto nè in Tucidide,
ma primamente in Polibio, lib. II. c. 12. Strabone lo attribuisce
all’esservisi i Greci molto allargati; Festo e Servio (_ad Æn._, i.
573) alle molte città greche fondate in quel paese; altri ad altro;
Delisle, d’Anville, Micali, all’essere più estesa che non la Grecia
propria; taluni ne fanno onore alla filosofia di Pitagora, colà nata
e diffusa; altri all’aver precorso la Grecia orientale in civiltà e
filosofia. Quel nome complessivo pare durasse fino allo scorcio del iii
secolo di Roma, quando ciascuna contrada si denominò dal popolo che la
occupava.
Neppure si conviene sull’estensione indicata da questo nome; e Sinesio
vescovo del v secolo (_ep. ad Pœonium_) lo dice accomunato a tutti i
paesi ove si praticavano gli arcani riti pitagorici. Suole dividersi in
otto regioni: Locrese, Caulonite, Scilletica, Crotoniate, Sibaritica,
Eracleese, Metapontina, Tarantina; sicchè in digrosso abbracciava
l’Apulia, la Lucania, il Bruzio.
_Cronologia delle colonie greche in Italia._
1300, o 1050, Cuma, fondata dai Calcidesi d’Eubea: generò Napoli e
Zancle, dalla quale derivarono Iméra e Mile.
1260, o 900, Metaponto posta dai Pilj reduci da Troja, poi ripopolata
d’Achei e Sibariti.
756 Nasso, dai Calcidesi.
753 Crotone, dagli Achei.
750 Leontini, dai Nassani, e poco dopo Catania.
732 Siracusa, dai Corintj; donde Acra, Casmena, Camarina.
725 Sibari, dagli Achei: nel 444 le succede Turio.
723 Reggio, ripopolata da Messenj.
707 Taranto, ripopolata da Lacedemoni.
683 Locri, fondata dai Locresi Ozolj. Dicono vi precedesse un’altra
loro colonia nel 757.
667 Zancle, ripopolata da Messenj, e detta Messina.
645 Selinunte, posta dai Megaresi.
605 Gela, dai Rodj.
582 Agrigento, dai Gelani.
536 Elea o Velia, dai Focesi.
510 Posidonia, dai Sibariti.
444 Turio, dagli Ateniesi.
433 Eraclea di Lucania, dai Tarantini.
[202] STRABONE, lib. VI.
[203] Ode 6 del lib. II.
[204] DIONIGI, lib. XII. 9; STRABONE, lib. VI.
[205] Laerzio e Giamblico danno il primo numero; l’altro Valerio
Massimo, lib. VIII. Vedi anche Tito Livio, lib. IV.
[206] STRABONE, lib. V.
[207] Vedi la l. cit. nel _Timeo_ di Platone, ed in Plutarco.
Su Pitagora, e sul governo de’ Pitagorici, si paragonino HEYNE, _Opusc.
acad._, tom. II; MEINERS, _Gesch. der Wissenschaft in Gr. und_ ecc.,
I. 401, 464, 469; MUELLER, _Dorici_, II. p. 178: WELBKER, _Proleg.
ad Theogn._ p. XLII; ma principalmente KRISCHE, _De societatiis a
Pythagora in urbe Crotone conditæ scopo politico_, Gottinga 1830;
TERPSTRE, _De sodalitii pythagoræi origine, conditione, consilio_,
Utrecht, 1824; CRAMER, _De Pythagora, quomodo educaverit et
instituerit_, Stralsunda, 1833.
[208] Ἀληθεύειν καὶ εὐεργετεῖν. ELIANO, _Variæ historiæ_, XII. 59.
Εὐεργεσία καὶ ἀλήθεια. LONGINO, _Del sublime_.
[209] GIAMBLICO, _Protrept._ 21; SUIDA, in Πυθάγορας. La dottrina
pitagorica si raccoglie principalmente da Filolao di Crotone.
[210] Ap. PLATONE, _Della repubblica_, lib. III.
[211] DIOGENE LAERZIO, lib. VIII
[212] «Nulla esiste; esistesse anche, è impossibile conoscerlo». Tale
era il suo teorema, e lo provava così: «Se esiste qualche cosa, essa
è l’_essere_ o il _non essere_, o le due cose insieme. Il non essere
non è possibile perchè non può esser nato, nè non esser nato, nè
esser uno nè multiplo. Ciò poi che è, non è possibile che sia essere
e non essere; imperocchè se questi fossero nel medesimo tempo, quanto
all’esistenza sarebbero una cosa sola; ma se una sola cosa fossero,
l’essere sarebbe il non essere. Siccome però il non essere non è,
neppure l’essere sarebbe. Se poi tutti e due fossero la medesima cosa,
non sarebbero due cose, ma una sola». Eppure Platone credette dover
confutare questa argomentazione ne’ suoi dialoghi; segno che allora non
parea frivola e ridicola, quanto oggi la giudichiamo.
[213] Anche nelle XII Tavole il principio era _Deos caste adeunto_;
e Giustiniano mise a capo del suo codice _De summa Trinitate et fide
catholica_.
[214] Questa clausola fu introdotta posteriormente. DIODORO SICULO,
lib. XII.
[215] Esempio di piena e meravigliosa concisione potrebb’essere
questo: χρὴ δὲ ἐμμένειν τοῖς εἰρημένοις, τὸν δὲ παραβαίνοντα ἕνοχον τῇ
πολιτικῇ ἀρᾷ. Vedi DIODORO, lib. XII. 11 e seg.; STOBEO, _Serm._ XLIV;
ARISTOTELE, _Politic._, lib. II. 9.
[216] Vedi BENTLEJO, _Opusc._, pag. 340; HEYNE, _Opusc. acad._, tom.
II, p. 273; SAINTE-CROIX, _Sur la législation de la grande Grèce_ negli
atti dell’Accademia delle Iscrizioni, lib. XLII; RICHTER, _De veteribus
legum latoribus_, Lipsia 1791.—NITZOL, _De historia Homeri_, negò
che Zaleuco sia il più antico legislatore; ma lo confutò Müller nel
giornale di Gottinga 1831, pag. 292.
Eliano riferisce una sua legge:—Se un malato, senz’ordine del medico,
beva vino, quantunque guarisca, sia condannato a morte». Pastoret
s’affatica invano a cercar la ragione di sì pazzo ordine; ma Eliano,
come spesso, s’inganna, giacchè Ateneo, da cui esso la trae, dice: εἵ
τις ἃκρατον ἐπίῃ, μὴ προστάξαντος ἱατροῦ, θεραπείας ἒνεκα, θάνατος ἦν
ἡ ζεμία. _Se alcuno beva vino senz’ordine del medico per ragion di
salute, sia reo di morte_.
[217] Mangiatori di loto; il _rhamnus lotus_ di Linneo, del cui frutto
gli Africani si nutrono anche oggi, e ne preparano un vino o idromele,
che regge pochi giorni.
[218] Diodoro attribuirebbe questa migrazione verso occidente a
un’eruzione dell’Etna. È notevole che Omero non fa verun cenno di
questo vulcano, così acconcio a fantasie poetiche. Tucidide riferisce
che ricordavansi tre eruzioni di esso, ai tempi di Pitagora, di
Gerone, e a’ suoi. Di due sotto ai Dionisj ci è testimonio Platone,
che fu invitato ad osservarne i fenomeni. Ne ricorsero spesso sotto
la dominazione romana, e particolarmente nel 662 di Roma, e due volte
durante le guerre civili; poi negli anni di Cristo 225, 420, 812, 1163,
1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614,
1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766, 1781, 1819, a tacere le
recenti.
[219] BRUNET DE PRESLE, _Recherches sur les établissements des Grecs en
Sicile_, Parigi 1845.
[220] ELIANO, II. 4; ATENEO, XIII. 8. È apocrifa la raccolta di lettere
di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a
Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel
e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.
[221] Timeo, ap. DIODORO, lib. XIII.
[222] Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a
Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli
disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle
città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a
me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia
come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era
eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò:
_Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur_. Si rise, e i Francesi
danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.
[223] DIODORO, XI. 72.
[224] POLIBIO, lib. XII. 22.
[225] Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico
Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi
verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.
[226] La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone,
importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello
Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano
il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque
custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini,
doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di
carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e
della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone.
Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e
scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nel
IV _Delle leggi_, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo
nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria,
bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la
buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi.
Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon
legislatore!».
Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si
trova pure nella quarta parte della _Storia greca_ di Mitford, ove
Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori
originali.
[227] Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai
Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il
moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque
milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della
Sicilia ch’era sottoposto alla decima. DUREAU DE LA MALLE, _Économie
politique des Romains_, tom. II. p. 376.
Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla
Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il
tonno marinato e i solfi, suo oro.
[228] TEOFRASTO, IV. 17; PLINIO, XII. V.
[229] Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.
[230] SUIDA, _Lexicon ad vocem_.
[231] Nel _Busiride_ descriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare
a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di
dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono,
i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie
ciondolando si movono». Ap. ATENEO, DEIPNOSOFISTES, X. c. I. Così
dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè
cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e
movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette
tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben
bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per
la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo,
m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver
fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle
busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore
finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente». _Ivi_ VI. c. 28.
[232] Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.
[233] Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non
saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I
primi versi
_Te maris et terræ, ~numeroque carentis arenæ~ Mensorem cohibent,
Archita,_
io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a
qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’_arenaria_, su
cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.
[234] Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.
[235] Il numero calcolato nell’_arenaria_ di Archimede oggi si
scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo
parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negli
_Eclaircissements sur le traité ~De numero arenæ~_) che i Greci
conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano
un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei
logaritmi. Teone d’Alessandria nel _Commento_ fa merito ad Archimede
d’avere, nella _Catoptrica_, scoperto la rifrazione, per cui i raggi
passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel
commento sulla _Meteorologia_ d’Aristotele, radunò i passi relativi
alla _Catoptrica_ d’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi
indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing,
e stampato nel giornale _Zur Geschichte und Litteratur_, Brunswick
1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli
rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del
libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità
di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente:
( a² - 1 )² ( a² + 1 )²
a² + ( ————————) = ( ————————)
( 2 ) ( 2 )
Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della
trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in
fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede.
Parigi 1808.
[236] _Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo_. Se è suo questo
motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per
ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che,
quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva
a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj
quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la
terra. Vedi NEIL-ARNOTT, _Mécanique des solides_, pag. 155.
[237] Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio,
Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che
alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.
Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso
gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon
coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto
specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una
superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole
vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una
tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il
10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino
a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero
fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi
si fece passar un bue, che cadde colpito.
Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni
istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi
del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare
una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio
d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al
tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei
quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di
costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una
materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile
il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè
ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani
esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy nei _Mém. de
l’Académie_, ecc. vol. XLII. Parigi 1774.
Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione
ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando
che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si
potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma
dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero
nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?