[99] Münter, nel libro sulla religione de’ Cartaginesi, ha un’appendice

_Ueber Sardische Idole_. Polibio, nel libro i, ci mostra floridissima

l’isola di Sardegna allorchè i Romani vi afferrarono; invece

Aristotele, nel libro _De mirabilibus_, c. 105, dice che «i Cartaginesi

avevano distrutto in Sardegna tutti gli alberi fruttiferi, e vietato

agli abitanti, pena la vita, di darsi all’agricoltura». Beckmann,

nell’edizione di quest’opera, dimostrò che tale asserzione non si

appoggia che su qualche vaga tradizione, ed è smentita dall’accordo

delle cose.

[100] Seneca, ivi relegato, dice che in Corsica la popolazione è

iberica, ma la costoro lingua fu perduta per la ligure (_Consolatio ad

Helviam_, cap. 8). Forse non significa se non la fratellanza di Liguri

ed Iberi.

[101] Lib. v. § 13.

[102] Giano dovette essere il nome d’alcuno di quei primissimi savj, di

cui rimase memoria fra popoli diversi. Pei Fenicj _Jonn_ corrispondeva

a Baal; in gallese vuol dire signore, dio, causa prima; Bacco fu detto

_janna_, _jon_, _jona_, _jain_, _jaungoicoa_, dio, signore, padrone;

gli Scandinavi chiamano _jan_ il sole, che i Trojani pure adoravano

col nome di _jona_ (JAMESSON’S, _Hermes scyticus_, pag. 60); _javnaha_

chiamasi in persiano quell’astro, e _jannan_ vuol dire capo (PICTET,

_Culto dei Cabiri in Irlanda_, pag. 104). Raoul-Rochette in _Joan_,

_Jon_, _Janus_ vede il capo d’una colonia jonica, giunta in Italia 1431

anni avanti Cristo. In somma egli ci sembra il simbolo della gente

pelasga, e tiene molte somiglianze col Brama indiano, quadrifronte

anch’esso, qual faceasi a Falera, mentre a Ilo ma non conservò che due

facce.

Si disse che _Latium_ fu chiamato perchè cola _latuit_ Saturno:

_Is genus indocile, ac dispersum montibus altis

Composuit, legesque dedit, Latiumque vocari

Maluit, his quoniam latuisset tutus in oris._

VIRGILIO, _Æn._ VIII. 321.

In fenicio _saturn_ significa appunto _latens_ (POKOKE, _Specimen

historiæ Arabum_, pag. 120); mentre i deboli etimologisti latini lo

dissero _satur_ da _saturitate_, e Merkel lo deriva da _sarpere_. I

versi Saturnini, le feste Saturnali mostrano e l’antichità di questo

civilizzatore, e la rozzezza de’ suoi tempi. _Tot sæculis Saturnalia

præcedunt romanæ urbis ætatem_, dice Macrobio, _Saturn._ I.

[103] _Politic._ lib. VII, c. 9.

[104] DORN SEIFZEN, _Vestigia vitæ nomadicæ, tam in moribus quam in

legibus romanis conspicua_. Utrecht, 1819.

[105] Una tenue idea può aversene anche fra noi, ove la religione tiene

separati gli Ebrei, benchè vivano in mezzo a noi.

[106] D’uno di questi accordi è cenno in quel verso dell’Eneide:

_Sacra, deosque dabo: socer orma Latinus habeto_.

[107] MACROBIO, _~Saturn~._ IX: Saliorum quoque antiquissimis

carminibus deorum deus canitur_. Valerio Sorano appo Varrone canta:

_Jupiter omnipotens, rerum, regumque deûmque Progenitor, genitrixque

deûm, deus unus et omnis._

E Cicerone nelle _Tusculane_:—L’antichità quanto era men lontana

dall’origine divina, tanto meglio conoscea per avventura le verità.

Laonde a quegli antichi che Ennio chiama Casci era insito questo

solo, che dopo morte durasse il sentimento, nè coll’uscire di vita si

disfacesse l’uomo in modo da perire totalmente. Tanto si può raccorre,

come da molt’altre cose, così dal diritto pontificio e dalle cerimonie

funerali». Nei nomi di tre lettere, come _Ops_ e _Rea_ dei Latini,

_Dio_ dei Greci, _Tin_ degli Etruschi, ecc. può vedersi un simbolo

incompreso dell’unità e trinità.

[108] Prudenzio, poeta de’ primi tempi cristiani, deplorava questa

profusione di genj:

_Quamquam, cur genium Romæ mihi fingitis unum, Cum portis, domibus,

thermis, stabulis soleatis Assignare suos genios, perque omnia membra

Urbis, perque locos geniorum millia multa Fingere, ne propria vacet

angulus ullus ab umbra?_

[109] BRISSON, _De formulis_; SERVIO, ad. I GEORG. 21, citando Fabio

Pittore.

[110] Della durata de’ sagrifizj umani a Roma ci abbonderanno prove;

ma che continuassero oltre l’età d’Augusto, a pena si crederebbe ai

Cristiani se non fossero così concordi e precisi, a fronte di gente

che poteva smentirli. Porfirio pretende che _ogn’anno_ vittime umane

s’immolassero a Giove Laziale fin nel iv secolo dell’era vulgare Ἀλλ̓

ἔτι καὶ νῦν τὶς ἀγνοεῖ κατὰ τὴν μεγάλην πόλιν τῇ τοῦ λατιαρίου Διὸς

ἑορτῆ σφαξόμενον ἄνθρωπον. Tertulliano: _Et Latio in hodiernum Jovi

media in urbe humanus sanguis ingustatur_. Minucio Felice: _Hodieque ab

ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur_. Lattanzio: _Latiaris Jupiter

etiam nunc sanguine colitur humano_.

[111] Oggi ancora dal lago di Celano vanno in volta ciurmadori

maneggiando serpi, e i terrazzani confidano in san Domenico di Crellino

per le morsicature.

[112] In osco il Comune chiamavasi _viria_, da cui il latino _curia_

(_co-viria_) e _decuria_, _centuria_.

[113] ORAZIO, III. od. 6.

[114] _Peut-on trouver une plus noble institution?_ esclama

Montesquieu, _Esprit des lois_, VI. 17. Eppure in questo costume

la donna è ridotta all’ultima degradazione, d’essere scelta senza

scegliere nè poter rifiutare.

[115] Ὄμβρικοι ὅταν πρὸς ἀλλήλους ἔχωσιν ἀμφισβήτησιν, κατοπλισθέντες

ὡς ἐν πολέμῳ μάχονται, καὶ δοκοῦσι δικαιότερα λέγειν οἱ τοὺς ἐναντίους

ἀποσφάξαντες. _Gli Umbri, quand’abbiano litigio fra loro, armati come

in guerra combattono, e pensano abbia ragione chi l’altro uccide_.

Nicolò Damasceno, ap. STOBEO, _Serm._ XIII.

[116]

_Positosque vernas, ditis examen domus,_

_Circum renidentes lares._

ORAZIO, Epod. II.

[117] CICERONE, _Pro Milone_, 50; GIOVENALE, III.

[118] _Æn._ XII; STRABONE, IV.

[119] Lib. I. c. 8.

[120] PLINIO, _Nat. hist._, XV. 39; STRABONE, IV. V; VITRUVIO II, 10.

[121] _De re rustica_, I.

[122] _De re rustica_, I. 21; PLINIO, XVIII, 31.

[123] Lib. II. 4.

[124] Ad Augusto fu mandato d’Africa un cespo con quattrocento gambi:

Nerone n’ebbe uno da cui sorgevano trecensessanta cauli spigati.

[125] _Olim ex Italiæ regionibus longinquas in provincias commeatus

portabant_. TACITO, Ann. XII.

[126] PLINIO, _Nat. hist._, XVIII. 10.

[127] _Italus_, _vitulus_.

[128] POLIBIO, II.

[129] STRABONE, V; PLINIO, VIII. 48.

[130] VARRONE, _De lingua lat._

[131] STRABONE, V.

[132] _Plinio_, NAT. HIST. XVIII. 6.

[133] COLUMELLA, I. 3: XI. 2.

[134] CATONE, V. 34; PLINIO, XVIII. 21.

[135] PLINIO, XVIII. 13, 7.

[136] COLUMELLA, VI. prefaz.; PLINIO, XVIII. 5.

[137] Janelli (_Veterum Oscorum inscript._, 1841) in un’iscrizione

umbra trovò un custode dell’annona.

[138] LIVIO, XXXIII. 4.

[139] STRABONE, IV e V.

[140] _Scienza nuova_, cap. X.

[141] Lo dimostra Janelli, _Op. cit._

[142] Vedi l’Appendice I e FABRETTI, _Osservazioni grammaticali sulle

antiche lingue italiche_. Atti dell’acc. di Torino, 1874.

[143] La persona si definisce _homo cum statu quodam consideratus_;

e per istato s’intende _qualitas cujus ratione homines diverso jure

utuntur_.

[144] _Dionigi d’Alicarnasso_, I.

[145] Vedi la nota 1 al Capo precedente.

[146] Evandro era venerato in molte città dell’Arcadia e dell’Acaja.

Manca d’ogni autenticità questa lista di antichi re del Lazio:

Giano verso il 1451 Alba Silvio verso il 1018

Saturno » 1415 Episto Silvio » 979

Pico » 1382 Capi Silvio » 953

Fauno » 1335 Carpento Silvio » 925

Latino » 1301 Tiberio Silvio » 912

Enea » 1250 Archippo Silvio » 904

Ascanio » 1175 Aremulo Silvio » 863

Silvio Postumo » 1136 Aventino Silvio » 844

Enea Silvio » 1107 Proca Silvio » 817

Latino Silvio » 1068 Amulio Silvio » 796

[147] Non c’illuda Virgilio, che fa Pelasgi i nemici di Troja, mentre

Troja per certo era pelasga, e quella guerra rappresenta la lotta dei

Greci uniti contro i Pelasgi.

[148] TITO LIVIO, I. 4. Dionigi dubita che Romolo abbia ripopolato una

città antica abbandonata, detta Palanzia, e di cui sussisteano ancora

cloache ed altre opere pubbliche.

[149] TACITO, IV. 65; DIONIGI, II. 6; III. 14, ecc.

[150] Dissero che il nome arcano fosse _Amor_, anagramma di Roma, per

esprimere l’unione santa che doveva regnare fra’ cittadini. Sichel

pretende fosse Angerona, che, secondo Plinio, rappresentavasi con una

benda alla bocca e suggellata (_Revue archéol._ 15 gennajo 1846). Solo

ai pontefici era dato proferirlo ne’ sagrifizj, e guaj se l’avessero

rivelato al popolo! Sacerdotale era il nome di _Flora_; donde le feste

Floreali, e il nome della nuova città di Florenzia. Il civile e vulgare

di _Roma_ veniva fors’anche da _Ruma_, che in prisco latino vale

mammella, e che appella al _fico ruminale_, sotto cui furono allattati

Romolo e Remo. Guglielmo Schlegel, ricordandosi dell’οὖθαρ ἀρούρης

di Omero, accetta quest’ultima etimologia, applicandola alle colline

sorgenti dalla campagna romana.

L’êra della fondazione di Roma è posta da Varrone nel terzo anno della

vi olimpiade; da Valerio Flacco nell’anno seguente, cioè nel 754 avanti

Cristo; da Catone nel 752. L’opinione di Varrone del 21 aprile 753 è

seguita da Dione Cassio, Plinio Maggiore, Vellejo Patercolo, Claudio

imperatore: Dionigi d’Alicarnasso e Tito Livio stanno con Catone. Gli

anni notavansi _ab urbe condita_, ma più comunemente col nome dei

due consoli che reggevano. Le êre degli altri popoli italiani, cui

Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell’unità romana, e caddero

in dimenticanza. Al 21 aprile dicemmo come già si celebrassero le

Palilie, talchè avremmo qui un effetto del costume antico di associare

geroglifici agrarj, astronomici e storici.

[151] Solo, vuol dire con tutti i suoi clienti e famuli. Nel linguaggio

eroico non si conta che il capo; gli altri sono cose. La formola è

rimasta relativamente ai principi, come quando diciamo che Carlo VIII

conquistò l’Italia, Napoleone vinse a Wagram, ecc.

[152] Cicerone nel _Bruto_: _Utinam extaret illa carmina, quæ multis

sæculis ante suam ætatem in epulis esse cantitata a singulis convivis

in Originibus scriptum reliquit Cato_.—Vedi l’Appendice III.

[153] Servio, ad _Æneid._ I, 267; IV. 620; IX. 745.

[154] Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia

d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.

L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu

Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja.

Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’

Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con

tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede,

si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento.

Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la

scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone

non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i

costumi, nè il nome o le vesti:

_Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt,

Utque est, nomen erit; commixti corpore tantum

Subsident Teucri; morem ritusque sacrorum

Adjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos._

Æn. XII. 834.

[155] Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata

da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi.

DIONIGI, II. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.

[156] Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib. II. c. 12) avverte che Tazio

eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in

greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime

città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche,

Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno

etimologia greca.

[157] Il notissimo monogramma _S. P. Q. R._, invece del vulgato

_Senatus populusque romanus_, è dal Niebuhr interpretato _Senatus_,

_Populus_, _Quirites Romani_.

[158] Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente

vietato (DIONIGI, IX), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano

affidate agli schiavi.

[159] «Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città

coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli

Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico

e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso

vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo

nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamarono _lituo_; e

poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli

Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie

le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente

un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora,

trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa,

così pregò: _Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io

tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini

ch’io prefinii_. Allora con parole specificò quali auspizj voleva

si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal

tempio». Livio, lib. i.

[160] È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un

cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno

scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era

colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coi

_suovetaurilia_?

[161] «Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta

anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo,

differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca,

dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il

sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla

facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’

Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche,

e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro

un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti

molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere

delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto

in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale

era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile

sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo

sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello

splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai

l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra

l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono

mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un

sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica

non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano

collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano

fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e

degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità,

di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli

ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione,

semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono

gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (PLUTARCO, in _Numa_, c.

VIII.—SANT’AGOSTINO, _De civ. Dei_, IV. 31): e quando gl’idoli ebbero

preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la

memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo

e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè

rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere

delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il

suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto

più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e

conosciuto (A. GELLIO, _Notti attiche_, ii. 28.—DIONIGI, _Excerpt_.

XVI. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza

nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo

sacro, sì convenientemente chiamato _religione_, amò meglio correr

dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non

togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla

indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi

Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei

costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di

grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in

ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica».

CREUZER, _Simbolica_.

[162] _Principes Dei Cælum et Terra._ VARRONE, _De lingua lat._, v. 57.

[163] _Ex Ope Junonem memorant Cereremque creatas_

_Semine Saturni: tertia Vesta fuit._

OVIDIO, Fast., VI. 270.

[164] Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome

greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen

(_Transactions of the royal Society of literature of the united

kingdom_, vol. II. p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non

alterazioni dal greco. È inutile accennare _Bacchus, Hercules, Latona,

Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ,

Gratiæ, Nimphæ, Luna_ (apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei

maggiori, facile è la derivazione di _Jovis_ da Ζεὺς, o Δὶς Διὸς,

per trasposizione: di _Juno_ da Ζήνω, Αιώνη; di _Apollo_ o _Phœbus_

dall’identico; di _Diana_ da ϐεα o διὰ ἀνὰ; di _Vesta_ da Ἑστια; di

_Ceres_ da ᾽Έρα colla gutturale. Quanto a _Mars_, sarebbe da Ἄρες

col prefisso M; _Neptunus_ da νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si

commutano ττ, σσ, e la terminazione _unus_ è comune a _Portunus,

Vertunus, Tribunus_, ecc. _Consus_, altro suo nome, verrebbe da Πόντος,

cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντε _quinque_, da ἕπομαι

_sequor_, da ἵππος equus. _Venus_ deriva non da _venire_ o da _feo_

(radice di _fetus, femina_), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους: _Vulcanus_

da φλέγω e φλὸξ, radice di _fulgeo, fulgo, fulmen_: _Mercurius_ non da

_merx_, ma da Ἐρμ, trasponendolo come _forma_ da μορφὴ e colla finale

κοῦρο o κήρυξ. _Minerva_ poi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα,

relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e

il digamma Ϝ.

[165] CANCELLIERI, _Le sette cose fatali di Roma antica_.

[166] Secondo la tradizione vulgare: ma Dionigi lesse nel tempio del

dio Fidio il trattato conchiuso con Gabio, come alleanza tra eguali,

e coll’isopolizia: talchè al suo territorio fu conservato il nome

speciale di _ager gabinus_.

[167] Ai tempi di Cicerone, Tarquinio non passava pel mostro che

Dionigi ci dipinge: _Atque ille Tarquinius, quem majores nostri non

tulerunt, non credulus, non impius, sed superbus habitus est et

dictus_. _~Philippica~_ III. 4. Ma ~_pro Rabirio_~, 4, gli dà taccia

_superbissimi et crudelissimi regis_.

[168] Vedi l’~Appendice~ IV.

[169] Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito: _Nec

Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent_; e da

Plinio (_Nat. hist._ XXXIV. 39): _In fœdere quod, expulsis regibus,

populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro

nisi in agri cultura uterentur_.

[170] Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser

condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi

meriti, lo assolse.

[171] DIONIGI D’ALICARNASSO, III, 67, più attendibile che non Plutarco

in _Numa_.

[172] Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio,

come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di

Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.

[173] PLUTARCO, in Romolo.

[174] Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun

antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la

maggioranza del numero; _ne plurimum valeant plurimi_.

[175] Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo

ribelle.

[176] Affare della statua d’Orazio Coclite.

[177] _Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent

potestatem, qualem nos habemus._ GAJO, _Instit._ I. 55. Del despotismo

paterno ritrae il nostro nome di padrone.

[178] Roma aveva promesso rispettare _civitatem_ di Cartagine; onde

risparmia i cittadini, ma distrugge _urbem_, la città. Così dopo il

fatto delle Forche Caudine; così nelle tregue, conchiuse pei giorni e

violate la notte.

[179] DIONIGI, IV. 1. Cicerone (_De legibus_, III. 3) dice tenevansi

registri del preciso numero de’ cittadini, de’ loro figli, degli

schiavi, degli armenti, e l’enumerazione dei beni, e l’età delle

persone. Il numero degli abitanti lo argomento dai centrentamila capaci

dell’armi, noverati nel censo di Publicola nel 245. Che l’ammissione

de’ forestieri si rallentasse al principio del governo consolare, lo

prova il censo del 279, che dà solo centremila cittadini puberi, e

il triplo di donne, fanciulli, schiavi, mercanti, stranieri, operaj,

«giacchè a Roma non è lecito sostentarsi col traffico e coll’industria

manuale», dice Dionigi, ix. 383.

Censimento della popolazione romana in varj tempi:

_Anno_ _Famiglie_ _Cittadini_

185 Sotto Servio Tullo 84,000 420,000

245 Allo stabilirsi della repubblica 130,000 650,000

261 Dopo istituiti i tribuni 110,000 550,000

279 Dopo le turbolenze della legge agraria 103,000 515,000

288 Durante la guerra cogli Equi e Volsci 124,215 621,000

294 Sotto la dittatura di Cincinnato 132,409 662,000

361 Al bando di Camillo 152,573 762,000

410 Durante la guerra dei Sanniti 160,000 800,000

460 Al consolato di Fabio Massimo 270,000 1,350,000

464 All’istituzione dei triumviri capitali 273,000 1,365,000

478 All’invasione di Pirro 271,224 1,356,000

489 Al rompersi della prima guerra punica 292,224 1,460,000

501 Durante la guerra di Sicilia 297,797 1,485,000

532 Al fine della prima guerra punica 260,000 1,300,000

533 Quando i liberti furono compresi nelle

tribù urbane 270,213 1,350,000

545 Durante la seconda guerra punica 237,108 1,185,000

549 Alla spedizione di Scipione in Africa 214,000 1,070,000

559 Prima della guerra contro Antioco 243,704 1,218,000

564 Nella guerra colla lega Etolia 258,328 1,291,000

574 Prima della guerra di Perseo 273,224 1,366,000

579 Nella guerra illirica 269,015 1,345,000

584 Nella guerra macedonica 312,805 1,564,000

589 Dopo conquistata la Macedonia 337,552 1,687,000

594 Dopo la terza guerra punica 328,314 1,641,000

599 All’alleanza con Massinissa 324,000 1,620,000

606 Alla distruzione di Cartagine 322,200 1,611,000

611 —— di Corinto 328,342 1,641,000

617 Alla spedizione di Scipione in Ispagna 323,000 1,615,000

622 Alla morte di Tiberio Gracco 313,823 1,569,000

629 —— di Scipione l’Africano 390,736 1,953,000

639 Dopo la rotta degli Allobrogi 394,336 1,971,000

664 Dopo la guerra Sociale e l’ammissione

degli Alleati 463,000 2,315,000

683 Dopo la guerra civile di Mario 450,000 2,250,000

703 —— —— di Cesare e Pompeo 420,000 2,100,000

725 Dopo stabilito l’impero 4,164,000 20,820,000

IIª numerazione di Augusto 4,233,000 21,165,000

IIIª numerazione 4,630,000 23,150,000

800 Sotto Claudio 6,944,000 34,720,000

Sotto Vespasiano ? ?

[180] Cioè cinquanta are; sicchè tutto il territorio legale era di

millecinquecento ettare.

[181] _Nexa_ chiamavansi (secondo il Niebuhr) quelli che al plebeo,

debitore d’un patrizio, stavano garanti colla propria roba, il che

s’intende anche colla famiglia, promettendo soddisfare con fatiche

personali; inoltre il plebeo che, non pagando, veniva fatto schiavo

del patrizio creditore. Se alla scadenza il debito non si spegneva,

accumulavasi il frutto al capitale.

Forse con più ragione il Vico crede che da principio i patrizj dessero

in feudo ai plebei le terre per un annuo canone: non pagandolo, poteano

questi ripeterlo col braccio governativo e farsi aggiudicare schiavi

i debitori morosi. I prepotenti facilmente allargarono questa feudale

prerogativa ad ogni altro debito.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 34 / 37 段