homunculum a pulvere et radio excitabo_. Tusc. v. 33.
[239] Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento
mettea sulle sue monete il granchio, _acragas_ in greco; Ancona
un gomito, che in greco dicesi _ancon_; Turio, un toro, alludendo
all’aggettivo _tourios_ impetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra
pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete
battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio
Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio
Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce
della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per
Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio
Saturnino.
Vedansi: PARUTA, SICILIA NUMISMATICA.
PISANI, _Memorie sulle opere di scultura in Selinunte ultimamente
scoperte_.
PRINCIPE DI BISCARI, _Viaggi per le antichità della Sicilia_.
MARTELLI, _Le antichità dei Siculi_.
SERRADIFALCO, _Le antichità della Sicilia_.
CAPODIECI, _Antichi monumenti di Siracusa_.
HITTORFF e ZANTH, ARCHITECTURE ANTIQUE DE LA SICILE.
HARRIS e SANTANGELI, _Sculptured Metopes discovered amongst the
ruins of the temples of the ancient city of Selinus_. Harris,
nell’esplorare quelle ruine, contrasse una malattia che il portò a
morte giovanissimo.
[240] Ausonio, _Nob. urbes_, vers. 97. E Virgilio, _Æn_. III. 692:
_Sicanio prætenta sinu jacet insula contra
Plemmyrium undosum: nomen dixere priores
Ortygiam, Alpheum fama est huc Elidis amnem
Occultas egisse vias subter mare, qui nunc
Ore, Arethusa, tuo siculis confunditur undis._
E Cicerone: _In hac insula extrema Ortygia est fons aquæ dulcis, cui
nomem Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium,
qui fluctibus totus operiretur, nisi munimine ac mole lapidum a mari
disjunctus esset_.
[241] _Naturæ historia_, III. 9.
[242] Chiamavansi _latrones_, parola che acquistò trista
significazione, come avvenne del nostro _masnadiere_.
[243] _Hist._, lib. X. Si confronti con DIODORO, XX. 104.
[244] PLUTARCO in _Pirro_. Ad altra conchiusione arrivava uno di que’
semplici filosofi, che si chiamano santi. Filippo Neri andò incontro
ad un prete che veniva a Roma per mettersi in prelatura, e che
coll’enfasi della speranza gli narrava che potrebbe diventar cameriere,
poi segretario, poi protonotaro....—E poi?» chiedeva il santo—E poi
potrò entrar monsignore—E poi?—E poi il cappello verde potrà mutarsi
in rosso—E poi?—E poi, de’ casi se ne sono veduti tanti, e quel che
riesce ad uno può riuscire anche ad un altro—Volete dire la tiara, eh?
Ma e poi?» instava il santo; ed esitando l’altro a rispondere, gli
soggiungeva:—E poi morire».
[245] _Cicerone_, _Tuscul._ IV. 2.
[246] ELIANO, _Variæ hist._, I. 38, dice che, per ispaventare gli
elefanti, presentarono loro de’ majali. I narratori di questi fatti
perirono, non restandoci che gli argomenti delle decadi di Livio,
e qualche estratto di Dionigi, Diodoro, Appiano, oltre le vite di
Plutarco.
[247] TITO LIVIO, XXXVIII. 28.
[248] Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, conquistano la Sardegna, e
Asdrubale vi muore dopo stato generale undici volte; Amilcare si uccide
dopo vinto da Gelone. Da Amilcare nacquero Imilcone che gli succedette
nel comando dell’esercito in Sicilia, Annone e Giscone. Da Asdrubale
nacquero Annibale, Asdrubale, Saffo, generali fortunati contro Nùmidi e
Mauritani.
[249] Ignoti agli storici romani, ce li conservò Polibio greco. Il capo
Bello o Buono (τῷ καλῷ ἀκροτηρίῳ) è il promontorium _Hermœum_ al nord
di Cartagine. Τὸ προκείμενον αυτῆς τῆς Καρκήδονος ὠς ρπὸς τὰς άρκτους,
dice Polibio. S’ingiunge dunque ai Romani di non navigare lungo la
costa del territorio cartaginese, verso la piccola Sirte, ov’erano le
città e i distretti più fertili di Cartagine.
Per questi fatti principale autorità è questo Polibio, di cui abbiamo
il racconto fino al 216, e frammenti sino al 165 av. Cristo. Livio e
Appiano calcano le orme di lui. Si riferiscono a questi tempi le vite
di Fabio Massimo, Paolo Emilio, Marcello, Catone, Flaminio, scritte da
Plutarco. Quella d’Annibale, attribuita a Cornelio Nepote, parmi nulla
più che compilazione retorica.
[250] DIODORO, XXII; POLIBIO, I.
[251] Zonara, scrittore dei bassi tempi, ci conservò memoria di tale
congiura di quattromila Sanniti (VIII. 11).
[252] Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli
s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano
della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe
dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne
fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico
abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così
circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea
trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo
narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso,
che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa
pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di
tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò
coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse
ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano».
Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro
frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece
ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto
marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati
in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati
come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare
per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi,
e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea
preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun
sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque
giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava
quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità.
Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero
effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno
in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona
opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse
misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli
recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo
lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della
casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta
crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli
Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per
avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima
pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso
custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il
cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare
poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».
L’argomento più concludente contro quell’eroismo potrebbesi trarre
dall’inutilità, se non anche peggio, del consiglio che si fa dare da
Regolo. Col cambio dei prigionieri Cartagine non avrebbe ricuperato
che mercenarj, de’ quali poteva rifarsi altrove con puro danaro; Roma
riacquistava cittadini e veterani, che avrebbero, come quelli resi
da Pirro, cancellata l’infamia con maggiori prodezze. Non poteano i
prigionieri essere altrettanti Regoli, gran capitani e gran cittadini?
forse che l’aver avuto le braccia incatenate avea prostrato l’animo
del console? La ragione più forte che Orazio esponga, è la paura del
cattivo esempio: ma non è ancora deciso che possa mandarsi a morte un
uomo per dare esempio ad altri. La pace poi che Regolo sconsigliava,
Roma l’accettò alcuni anni appresso, ond’egli persuadendola non avrebbe
fatto che risparmiare i guasti e il sangue del tempo interposto: ma
le vite non si contano nei calcoli dell’ambizione. Il far poi tante
meraviglie perchè Regolo mantenne la parola giurata di ritornare, non
fa troppo onore alla specie umana.
Fu Palmerio il primo che, nel secolo xvi, suppose quella morte una
favola della famiglia Regolo per iscusar le sevizie di essa sui
prigionieri. A lungo ne discusse Halthaus, _Gesch. Rom. in Zeitalter
der punischen Krieg_, Lipsia, 1866, e propende per l’opinione vulgata.
[253] PLINIO, _Nat. hist._, XVIII. 13.
[254] Vuolsi ricordare un singolarissimo tratto di Cajo Alimento,
conservatoci da A. Gellio, XVI. 4. Vi si legge che, quando levavansi
truppe, i tribuni militari faceano giurare ai soldati della loro
compagnia, che nè in campo nè nel contorno di dieci miglia non
ruberebbero più del valore d’una moneta d’argento al giorno; se
_trovassero_ alcun che di maggior prezzo, lo porterebbero ai capi loro:
potevano però appropriarsi una lancia, la legna, il foraggio, le rape,
un otre, un sacco, una fiaccola.
[255] In queste cifre, date da Polibio, II. 23. 69, convengono ad un
bel circa Fabio Pittore (ap. PAOLO OROSIO, IV. 15), Diodoro Siculo
(_framm._ 3 del lib. XXV), e Plinio (_Nat. hist._ III. 24). Si vede
che contavasi solo l’Italia fino al Rubicone e a Luni, al 44 grado di
latitudine, eccettuando sempre i Veneti e i Cenomani.
[256] TITO LIVIO, III. 3. Sì scarsa popolazione ci fa conchiudere, al
contrario del Durando (_Mem. dell’Accademia di Torino_, tom. IV, p.
617, 1811) e di Dureau de la Malle (_Mémoires de l’Académie française_,
tom. X, 1833), che grandissimo fosse il numero degli schiavi. Esso
Durando dà alla Gallia Cisalpina in quel tempo soli quattro milioni
d’abitatori, altrettanti al resto d’Italia.
[257] POLIBIO, III. 6; LIVIO, XXI. 2. 7.
[258] PLINIO, _Nat. hist._, XXXIII. 6.
[259] PLUTARCO, _Della virtù delle donne_.
[260] Tito Livio e Cornelio Nepote, per far drammatico il racconto,
lesero la verosimiglianza dei fatti e la prudenza del gran capitano.
Quelle Alpi, che Cornelio ci dà come inaccesse, e tali che appena un
uomo scarco potea passarvi, quante volte non erano state superate dai
Galli per venir a saccheggiare l’Italia o a collocarvisi? Popolatissime
appajono esse dal racconto medesimo, e certo i Galli servirono di guide
ad Annibale pei colli impraticati.
Una biblioteca intera si scrisse intorno alla marcia d’Annibale dalla
Spagna in Italia; segno che i dati sono arbitrarj, quanto inutili le
conseguenze. Noi, senza entrare in discussione, rimandiamo a Polibio,
lib. iii. 42-56; ma neppure da lui si aspetti l’esattezza numerica,
insolita agli autori antichi. Egli misura il viaggio da Cartagena a
Taurino in novemila stadj: poi i viaggi parziali non riescono che di
ottomila seicento.
Fra altre favole, Livio racconta che Annibale ruppe le Alpi coll’aceto.
Baja ridicola; pure anch’oggi nelle famose miniere dell’Hartz
spaccasi la rocca coll’accendervi grandi fuochi, e quando sia ben
riscaldata, gettarvi acqua: operazione che doveva esser comune prima
dell’invenzione della polvere.
Vedasi ABBOTT, _History of Hannibal the cartaginian_, Londra 1849.
[261] Polibio dà cinquanta elefanti ai Cartaginesi che assediavano
Agrigento; cento alla battaglia di Rodi contro Regolo; ottanta a quella
di Zama. Secondo Diodoro Siculo, Asdrubale, fondatore di Cartagena,
ne avea ducento in Ispagna; cencinquanta erano alla battaglia di
Tapso, ultima d’Africa ove questo animale compaja. Li traevano non
dall’interna Africa, ma dal paese contiguo a Cartagine, sul piovente
meridionale dell’Atlante, ove da gran tempo più non se ne incontra.
Così nell’Africa meridionale in numero sterminato si trovavano al tempo
che primamente fu colonizzato il capo di Buona Speranza, poi furono
messi in fuga o distrutti dai coloni.
[262] _Lectisternium, ver sacrum._ LIVIO, XXVII. 39.—ARRIANO, _De bello
hispanico._—SILIO ITALICO, XV. 495.
[263] _Triumviri mensarii._ LIVIO, XXIV. 18.—Vedi ARNOLD, _Storia
romana._
[264] Anzi Appiano mette dieci, fornite solo da volontarie
contribuzioni: χρήματα οὐκ ἕδωκαν πλὴν εἴ τις ἤθελε τῷ Σκιπίονι κατὰ
φιλίαν συμφέρειν.
[265] Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio
ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la
Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.
[266] Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες: APPIANO.—_Galli proprio
atque insito in Romanos odio incenduntur_. LIVIO, XXX. 33.
[267] Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano,
Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani
dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa
il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.
[268]
_Ille triumphata Capitolia ad alta Corintho
Victor aget currum, cæsis insignis Achivis.
Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas,
Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei:
Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ._
VIRGILIO, _En._ VI. 836.
[269] VALERIO MASSIMO, lib. IV. cap. 4.
[270] Polibio, negli _Esempj di virtù e di vizj_, cap. 73, così
narra la sua entratura con Scipione:—La nostra corrispondenza avea
principiato da ragionamenti sui libri ch’egli mi prestava. Questa
unione di cuore erasi già stretta alquanto, quando i Greci chiamati a
Roma furono in varie città dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo
Emilio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore
ch’io potessi restare con loro, e l’ottennero. Mentr’io stava in Roma,
una singolare avventura giovò assai a stringere la nostra amicizia.
Un giorno, mentre Fabio andava verso il fôro, ed io e Scipione
passeggiavamo in altra parte, questo giovane romano in aria amorevole
e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa
col suo fratello e con lui, sempre a Fabio volgessi il discorso, non
mai a lui:—Ben conosco (soggiunse) che questa vostra freddezza nasce
dall’opinione in cui siete voi pure, come tutti i nostri concittadini,
ch’io sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente
fioriscono in Roma, perchè non mi vedono applicarmi agli esercizj del
fôro, nè volgermi alla eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei
io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni
non s’aspetta già un oratore, ma un generale. Vi confesso che la vostra
freddezza mi affligge.—Io restai meravigliato a un discorso, quale non
mi attendeva da un giovine di diciott’anni; e—Di grazia (gli dissi)
caro Scipione, non vogliate nè pensare nè dire che, se io comunemente
rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi.
Egli è primogenito, e perciò nelle conversazioni a lui mi volgo; e
ancora perchè mi è noto che amendue avete i medesimi sentimenti. Ma
io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a
uno Scipione mal si addice l’essere infingardo. E ben si vede come i
vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a me, io
tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno
a condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran nome, potete
di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali vi
vedo inclinato, voi troverete bastevoli ajuti in quel gran numero di
dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della
guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io esservi più
utile d’ogni altro.—Scipione allora, le mani mie stringendo tra le
sue,—E quando (disse) vedrò io quel dì felice in cui, libero da ogni
altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi
interamente a formarmi lo spirito ed il cuore? Allora mi crederò degno
de’ miei maggiori.—D’allora non più seppe staccarsi da me; il suo più
gran piacere era starsi meco; e i diversi affari nei quali ci trovammo
insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia; egli mi
rispettava come padre, io l’amava non altrimenti che figliuolo».
[271] _Nil patrium, nisi nomen, habet Romanus alumnus:
Sanguinis altricem nunc pudet esse lupam._
PROPERZIO, IV. 1.
[272] _Combustos, quia philosophiæ scripta essent._ PLINIO, _Nat.
hist._, XIII. 13.
[273] _Poeticæ artis honos non erat; si quis in ea re studebat, aut
se se ad convivia applicabat, is grassator vocabatur_. CATONE ap. A.
Gellio.
[274] PLUTARCO in _Catone_. Marco Tullio notò, in un discorso di
Scipione, la via di mezzo che tenevano allora i Romani; illuminati
e insieme osservatori degli antichi costumi, non volevano parere
ignoranti, nè troppo istrutti in letteratura: _Quamobrem peto a vobis,
ut me sic audiatis, neque ut omnino expertem græcarum rerum, neque ut
eas nostris... anteponentem; sed ut unum e togatis, patris diligentia
non illiberaliter institutum, studioseque discendi a pueritia incensum,
usu tamen et domesticis præceptis multo magis eruditum quam litteris.
~De repub~._, _i_. 22.
[275] Macrobio, che riferisce quest’invettiva, cita nel medesimo
capitolo tre bei danzatori della fine di questo secolo: erano Gabinio
consolare, Cejo cavaliere, e Licinio Crasso, quello che perì col padre
sotto i colpi dei Parti. Il gusto della danza non fece che accrescersi
col tempo.
[276]
_...Tenax ne pater ejus est?—Immo ædepol pertinax:_
_Quin etiam, ut magis noscas, genio suo ubi quando sacrificat,
Ad rem divinam quibus est opus, samiis vasis utitur._
Captiv., II. 2.
[277]
_Nunc, quoque venias, plus plaustrorum in ædibus
Videas, quam ruri quando ad villam veneris._
Aulul., III. 5.
[278]
_Ubi res prolatæ sunt, quum rus homines eunt,
Simul prolatæ res sunt nostris dentibus...
Dum ruri rurant homines quos liguriant,
Prolatis rebus, parasiti venatici
Sumus: quando rure redierunt, molossici._
Captiv., i. 1.
[279] _Aulul._, III. 5.
[280]
_Dotatæ mactant et malo et damno viros._
Aulul., III, 5.
_Dotibus deliniti, ultro etiam uxoribus ancillantur._
TURPILIO.
[281]
_Ut apud lenones rivales filiis fierent patres._
Bacch., in fine.
I costoro artifizj sono descritti nell’atto I, scena 1 del
_Truculentus_.
[282]
_Quippe_
_Ut semel adveniunt ad scorta congerrones...
Unus eorum aliquis osculum amicæ usque oggerit,
Dum illi agunt quod agunt, sunt cæteri cleptæ._
Trucul., I. 2.
Ovidio, nell’Arte, III. 441, ammonisce le donne di guardarsi da
costoro, che fanno da galante per amore delle loro gioje.
Fin d’allora si molestavano i passeggieri alle dogane, e
dissuggellavansi le lettere ai confini:
_Rogitas quo ego eam, quam rem agam, quid negotii geram, Quid petam,
quid feram, quid foris egerim? Portitorem domum duxi; ita omnem mihi
Rem necesse loqui est, quicquid egi atque ago._
Menæch., I. 2.
_Jam si obsignatas non feret, dici hoc potest, Apud portitorem eas
resignatas sibi Inspectasque esse._
Trinum., III. 3. 64.
[283]
_Quasi in choro pila ludens,
Datatim dat se se, et communem faciet;
Alium tenet, alii nutat, alibi manus
Est occupata, alii pervellit pedem,
Alii dat annulum spectandum, a labris
Alium invocat, cum alio cantat, et tamen
Alii dat digito literas._
[284]
_Verba dare ut caute possint, pugnare dolose,
Blanditia certare, bonum simulare virum se,
Insidias facere, ut si hostes sint in omnibus omnes._
[285]
_Sæva canent, obscæna canent, fœdosque hymenæos,
Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ.
Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olim
Virginei, famæque juvat meminisse prioris.
Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ,
Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summo
Res hominum supra erectæ, et nullius egente
Esse merens vili sancto se corpore fœdant._
[286] _Docentur præstigias inhonestas, eunt in ludum histrionum, in
ludum saltatorium inter cinædos virgines._ Ap. MACROBIO, II. 10.
[287] PLUTARCO, in _Catone_.
[288]
_Fato Metelli Romæ fiunt consules.
Dabunt malum Metelli Nævio poetæ._
_Metellus_ volea dire facchino.
[289]
_Mortaleis immortaleis flere si foret fas,
Flerent divæ Camenæ Nævium poetam.
Itaque postquam est orcino traditus thesauro
Oblitei sunt Romæ loquier latina lingua._
Ap. GELLIO, _i_. 24.
[290] VARRONE, _De lingua lat._, IV. 45.
[291] TITO LIVIO, _xxi_. 27; XXII. 4.
[292] VALERIO MASS. II. 10; III. 8; IV. 1. 3; VIII. 1.
[293] Lo stesso, III. 7. 6; VIII. 15.
[294] Varrone descrive le pompe bacchiche a Lavinio, dove l’osceno
Fallo era portato in giro sopra un carretto, e la più casta matrona lo
incoronava. Ap. SANT’AGOSTINO, _De civ. Dei_, VII. 21.
[295] CICERONE, _De amicitia_.
[296]
_Ego Deûm genus esse semper dixi et dicam cœlitum,
Sed eos non curare opinor quod agat humanum genus._
Ap. CICER. _De divin._ II. 5.
[297] _Patria est ubicumque est bene._
PACUVIO, ap. CIC. _Tuscul._, V. 37.
[298]
_Haud docti dictis certantes, sed male dictis
Miscent inter se se inimicitias agitantes._ ENNIO.
[299] Orazio per lodare l’antico Romano (_Ep._ II, 1. 105) canta:
_Romæ dulce diu fuit_
_Cautos nominibus certis expendere nummos,
Majores audire, minori dicere per quæ
Crescere res posset._
[300] _Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet. Harundinem
prende.... incipe cantare in malo: S. F. motas væta daries dardaries
astutaries, die una paries usque dum coeant...; vel hoc modo: ~Huat
hanat huat ista pista sista domiabo domnaustra et luxato~..; vel hoc
modo: ~Huat huat huat ista sis tar sis ardanuabon domnaustra~_ (S. F.
vuol dire _Sanctos fracta_). De re rustica, cap. 160.
[301] Θαυμαστὸν ἄνδρα καὶ θεῖον εἰπεῖν ἐτόλμησε πρὸς δόξαν, ὃς
ἀπολείπει πλέον ἐν τοῖς λόγοις ὅ ρποσέθηκεν οὖ παρέλαϐεν. PLUTARCO,
cap. 21.
[302] _De oratore_, n. 17. In Plutarco la vita di Catone rappresenta
il confine tra l’antico vivere italiano e il nuovo alla forestiera.
Ai prudenti non isfugga che sorta di virtù siano quelle che si
raccomandano ai giovanetti colla lettura di Plutarco.
[303] _Imperatorum nomina annalibus detraxit._ PLINIO, VIII. 5.—_Duces
non nominavit, sed sine nominibus res notavit._ CORN. NEPOTE, in
_Catone_.
[304] A. GELLIO, XI. 48.
[305] FRONTONE, _ad L. Verum epist._ II.
[306]
_A sole exoriente supra Meoti paludes Nemo est qui factis me æquiparare
queat._
Ap. CICER. Tuscul., V. 17.
[307]
_Quin ubi se a vulgo et scena in secreta remorant
Virtus Scipiadæ et mitis sapientia Læli
Nugari cum illo_ (Lucilio) _et discincti ludere, donec
Decoqueretur olus, soliti._ ORAZIO, Sat. II. 1.
[308]
_Aurum atque ambitio specimen virtutis utrique est:
Quantum habeas, tanti ipsi sies, tantique habueris._
LUCILIO, Fragm.
[309] Ecco il carme, con cui si evocavano da una città gli Dei:
_Si deus, si dea est, cui populus civitasque carthaginensis est
in tutela, teque maxime, ille qui urbis hujus populique tutelam
recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto, ut vos populum
civitatemque carthaginensem deseratis, loca, templa, sacra, urbemque
eorum relinquatis, absque his abeatis, eique populo civitatique
metum, formidinem, oblivionem injiciatis; proditique Romam, ad me
meosque veniatis, nostraque vobis loca, templa, sacra, urbs acceptior
probatiorque sit, mihique populoque romano, militibusque meis præpositi
sitis, ut sciamus intelligamusque. Si ita feceritis, voveo vobis templa
ludosque facturum_. MACROBIO, _Saturn._, III. 9.—Cf. PLINIO, _Nat.
hist._, XXVIII. 4; SERVIO, _ad Æn._ II, 344.