PETIT-RADEL, _Voyage dans les principales villes d’Italie_. Parigi,
1815.—_Recherches sur les monumens cyclopéens, et description des
modèles en relief composant la galerie pélasgique de la bibliothèque
Mazarine_. Ivi 1841; e spessissime volte il _Bullettino_ e le _Memorie_
dell’Istituto di corrispondenza archeologica. Quivi nel 1832, pag.
77, Gerhard diede il catalogo di tutte le opere ciclopiche d’Italia.
Niebuhr nella _Storia romana_ dice:—«I Pelasgi non erano un’accozzaglia
di zingari, come alcuno li dipinge, ma nazioni stabilite su proprie
terre, fiorenti e gloriose in un tempo che precede la storia nota degli
Elleni; e forse costituivano la popolazione più estesa in Europa,
abitavano dall’Arno al Po e fin verso il Bosforo; se non che nella
Tracia la loro stanza era interrotta, e le isole settentrionali del
mar Egeo rannodavano la catena che congiungeva i Tirreni d’Asia coi
Pelasgi argivi... Sotto la denominazione di Pelasgi sembra in Italia
vadano compresi gli Enotrj, i Morgeti, i Siculi, i Tirreni, i Peucezj,
i Liburni, i Veneti; e circondavano di lor dimore l’Adriatico, non men
che l’Egeo. Quella parte di loro che lasciò il nome al mar Inferiore
(Tirreni), di cui occupava la costa molto innanzi nella Toscana, aveva
pure uno stabilimento in Sardegna: in Sicilia gli Elingi, al pari
dei Siculi, appartenevano a questo ceppo. Nelle contrade interiori
dell’Europa, i Pelasgi occupavano il pendìo settentrionale delle Alpi
Tirolesi, e li troviamo col nome di Peon o Pannonj fin sul Danubio, _se
pure_ Teucri e Dardani non erano popoli differenti».
[37] PAUSANIA, _Arcadia_, cap. III. v. 603.
[38] Lib. II, 52.
[39] _Hestia_, _Vesta_, dalla radice medesima di _esto_, _sto_. _Zeus
Herkeios_ era il dio della proprietà; e rimase tal radice nel latino
verbo _herciscere_, distribuire l’eredità d’un padrefamiglia.
[40] Scoliaste di Apollonio Rodio _ad Argonauticam_, I, 917.
[41] GIUSEPPE SANCHEZ, _La Campania sotterranea, o brevi notizie degli
edifizj scavati entro roccia nelle Sicilie e in altre regioni_. Napoli,
1833. A migliaja sepolcri ha l’isoletta di Sant’Antioco (Enosi) presso
a Sulci, or divenuti casolari; e così l’isola di Gozo.
[42] PETIT-RADEL, _Notices sur les Nuraghes de la Sardaigne considérées
dans leurs rapports avec les résultats des recherches sur les monumens
cyclopéens et pélasgiques_. Parigi, 1826. I molti altri che ne
trattarono sono sorpassati dal cav. La Marmora, che applicò tutta la
vita a studiare la Sardegna e i suoi monumenti. Egli crede i nuraghi
non siano edifizj ciclopici, nè trofei, nè vedette, ma probabilmente
pirei, cioè are del fuoco, somiglianti ai _telayot_ delle isole
Baleari; per ciò elevati sopra colline, e forse li sormontava un
terrazzo a cui salivasi per una scala interna. Più antichi e con minor
arte costruiti vi si trovano circoli e ammassi di smisurati pietroni,
simili alle pietre levate che presentano la Bretagna continentale e la
Caledonia.
[43] Δἐ μονίοις τισὶ χόλαις ἐλαστρηθέντες. DIONIGI, I.
[44] Così ύρσεις greco mutossi in _turris_ pei Latini. Agrezio ci dice
che _Tusci natura linguæ suæ S literam raro exprimunt: hæc res fecit
habere liquidam_ (ediz. Putsch., pag. 2269). Di fatto negli antichi
poeti latini la troviamo elisa.
[45] Su questo passo fanno grande assegnamento i sostenitori delle
origini greche. Si rifletta però che Lidia fu spesso sinonimo d’Asia;
Erodoto stesso dice che Asio fu re di Lidia, e diede il proprio nome a
questa terza parte del mondo (lib. IV e X); e gli scoliasti d’Apollonio
Rodio, al lib. I dell’_Argonautica_, confermano che la Lidia dapprima
si chiamava Asia.
[46] In Virgilio _passim_.
[47] Mecenate è lodato da Orazio e da Properzio come discendente da re
tirreni:
_Mæcenas, atavis edite regibus._
OR., lib. I, od. 1.
_Mæcenas eques, etrusco de sanguine regum._
PROP., lib. III, el. 7.
Persio (III. 27) domanda a un vanitoso
_an deceat pulmonem rumpere ventis_
_Stemmate quod tusco ramum millesime ducis._
[48] PLINIO, _Nat. hist._, III, 14.
[49] Tavole Eugubine. Tito Livio, IX. 30, dice che Umbri e Tusci
parlavano la stessa lingua.
[50] Le altre potrebbero essere Rusella, Capena o Cosa: Müller aggiunge
Pisa, Fesule, Falerj, Aurinia e Caletra, Salpino, Saturnia. Forse
alcune dipendevano da altre, restando dodici le rappresentate. Pare
in fatto che sotto a Vejo stesse Sabate, del cui territorio i Romani
formarono poi la tribù Sabatina; Gravisca dipendeva da Tarquinj,
Aurinia da Caletra; Populonia era colonia di Volterra. Ma le relazioni
fra le principali e le dipendenti ci sono ignote, come quelle fra le
tre Etrurie.
[51] _Sed Roma tam rudis erat, cum, relictis libris et disciplinis
etruscis, græcas fabulas rerum et disciplinarum erroribus ligaret, quas
ipsi Hetrusci semper horruerunt._ CATONE, Origines.—_Deum demagorgona,
cujus nomen scire non licet... principem et maximum deum: ceterorum
numinum ordinatorem._ PIAC. LUTATIO, ex _Tages_, Schol. ad Thebaidem
Statii. IV. 516.
[52] _Rituales nominantur Etruscorum libri, in quibus præscriptum
est quo ritu condantur urbes, aræ, ædes sacrentur, qua sanctitate
muri, quo jure portæ, quo modo tribus, curiæ, centuriæ distribuantur,
exercitus constituantur, ordinentur, cæteraque ejusmodi ad bellum, ad
pacem pertinentia._ FESTO.—_In agro Tarquinensi puer dicitur divinitus
exaratus, nomine Tages, qui disciplinam cecinerit extispicii, quam
lucumones, tum Etruriæ potentes, exscripserunt._ CENSORINO, De die
natali, IV.
[53] Vedi CREUZER, _Simbolica_.
[54] _Etruria erumpere quoque terra fulmina arbitratur._ PLINIO, _Nat.
hist._, II, 55.
[55] _Pict. Etr. in vasis_, vol. II, p. 11.
[56] Goes ne’ _Geomatici o Agrimensori_, pag. 258, riferisce questo
_~Fragmentum Vegoiæ Arrunti Voltumno~_:—_Scias mare ex æthere remotum.
Cum autem Jupiter terram Hetruriæ sibi vindicavit, constituit jussitque
metiri campos, signarique agros; sciens hominum avaritiam vel terrenam
cupidinem, terminis omnia scita esse voluit, quos quandoque ob
avaritiam prope novissimi (octavi) sæculi datos sibi homines malo dolo
violabunt, contingentque atque movebunt. Sed qui contigerit moveritque,
possessionem promovendo suam, alterius minuendo, ob hoc scelus
damnabitur a diis. Si servi faciant, dominio mutabuntur in deterius.
Sed si conscientia domestica fiet, celerius domus extirpabitur, gensque
ejus omnis interiet: motores autem pessimis morbis et vulneribus
afficientur, membrisque suis debilitabuntur. Tunc etiam terra a
tempestatibus vel turbinibus plerumque late movebitur; fructus sæpe
lædentur decutienturque imbribus atque grandine, caniculis interient,
robigine occidentur; multæ dissensiones in populo fient. Hæc scitote,
cum talia scelera committuntur: propterea neque fallax neque bilinguis
sis, disciplinam pone in corde tuo._
[57] ARNOBIO, III, 40; MUELLER, _Etruschi_, II, 87; GERHARD, _Memoria
sul Panteon etrusco_, letta all’Accademia di Berlino l’aprile 1845.
[58] Dionigi d’Alicarnasso (I. 67) reca le varie qualificazioni dei
Penati, ιεοὶ πατρῶι, γενέθμιοι, κτήσιοι, μυχιοι, ἕρχιοι.
[59] _Manus per bonus_ dovettero dire i Latini; e Servio e Macrobio
traducono quello in questo; e resta il contrario _immanis_.
[60] MARCIANO CAPELLA (_De nuptiis philologiæ et Mercurii_, II, 9)
scrive, conforme agli antichi: _Verum illi (Hetrusci) manes, quoniam
corporibus illo tempore tribuuntur quo fit prima conceptio, etiam
iisdem corporibus delectantur, atque cum iis manentes, appellantur
Lemures. Qui si vitæ primoris adjuti fuerint honestate, in Lares
domorum urbiumque vertuntur; si autem depravantur ex corpore, Larvœ
perhibentur ac Maniæ._
Sulla religione degli Etruschi il Creuzer è scarso assai, nè molto vi
aggiunse Guignaud negli ampissimi supplementi: più largheggia il Müller
nei cap. 4, 5 e 6 del lib. III.
[61] _Templum_, donde _contemplare_, che si trae da τέμενος intersecato.
[62] I Romani dissero re Porsena per mala intelligenza, seppure egli
non fosse re di qualche Stato particolare, e, posto a capo della
federazione, conservasse quel titolo. A tal modo si spiegherebbe anche
quel passo di Dionigi, III. 61: Τυῤῥηνον ἔθος ἐδόκει, ἑκάστῳ τῶν κατὰ
πόλιν βασιλέων ἕνα προηγεϊσθαι ῤαβδοφόρον, ἄμα τῇ δέσμῃ τῶν ῥαβδων
πέλεκυν φέροντα· εἰ δὲ κπινὴ γίνοιτο τῶν δώδεκα πόλεων στρατεία, τοὺς
δώδεκα πελέκεις ἐνὶ καραδίδοσθαι τῶ λαγόντι τὴν αὐτοκράτορα ἀρχὴν.
Altri pretese trovarvi una serie di re, discendenti da Giano; e il
Dempstero fa in duemila e cinquecento anni regnare quattro dinastie,
i Gianizeni, i Coriti, i Larti, i Lucumoni. Müller argomenta le
istituzioni civili dell’Etruria da quelle di Roma antica, partendo dal
supposto che questa le traesse dalla prima.
[63] Pare che, nell’intenzione degl’Italiani, questa magnificenza
esteriore avesse del simbolico, e ravvicinasse gli uomini ai numi;
perciò il trionfante in Roma compariva vestito da Giove e colla faccia
tinta di minio, come l’effigie di questo in Campidoglio. _Enumerat
auctores Verrius, quibus credere sit necesse. Jovis ipsius simulacri
faciem diebus festis minio illini solitum, triumphantumque corpora._
PLINIO.
[64] La salsiccia _lucanica_ conservò il nome nei nostri vulgari.
_Obesus Hetruscus_; CATULLO, XXXVII. 11. _Pinguis Tyrrhenus_; VIRGILIO,
_Georg._, II. 193. E nell’_Æn._ XI. 735:
_At non in Venerem segnes, nocturnaque bella,
Aut ubi curva choros indixit tibia Bacchi,
Expectare dapes et plenæ pocula mensæ._
Vedi Teopompo presso ATENEO, XII. 3. E DIONIGI, IX, 16: Αβροδίαιτον γὰρ
δη καὶ πολυτελές τὸ τῶν Τυῤῥηνῶν ἔθνος ἦν, οἴκοι τε καὶ ἐπὶ στρατοπέδου
ὑπεραγάμενον ἔξω τῶν ἀναγκαίων πλούτου τε καὶ τέχνες ἔργα παντοῖα πρὸς
ἡδονὰς μεμηχανημένα καὶ τρυφὰς.
Anche delle belle donne loro, che Teopompo chiamò τὰς ὄψεις καλὰς, poco
felice concetto ci dà quel d’Orazio, III. od. 10:
_Non te Penelopen difficilem procis
Tyrrhenus genuit parens;_
e peggio Plauto, _Cistellaria_, II. 3:
.... _Non enim hic, ubi ex tusco modo
Tute tibi indigne dotem quæras corpore._
[65] Tutte le loro misure e divisioni sono multiple e submultiple del
12 e del 10. La misura agraria (_vorsus_), come il _plectron_ greco, è
un quadrato di cento piedi.
[66] ERODOTO, VI. 17.
Si disputa fra i dotti se i Fenicj o gli Etruschi introducessero la
civiltà nella Scandinavia, dove ora si trovano monete antichissime
greche e fino d’Egina per ornamenti. Le vie per cui gli Etruschi vi
andavano erano probabilmente, una per le Alpi Pennine, l’Elvezia, il
Reno, l’Annover fin verso il Weser e l’imboccatura dell’Elba: l’altra
per la Stiria, Vienna, la Slesia verso le bocche della Vistola o il
Brandeburgo riuscendo nella Pomerania a sinistra dell’Oder e a Rugen,
ove dovea confluire un’altra strada che da Val di Po e dall’Adige
pel Brennero e la Baviera veniva da Halle. Erodoto pone l’Eridano
verso il Baltico, e forse lo confonde col Po, dove non si raccoglieva
l’elettro, ma si deponeva quello recato dalla Vistola, dall’Eider, dal
Giutland. Però l’ambra si trova non solo in Sicilia, ma nella pineta
di Ravenna, negli strati subappennini dei Bolognese e nelle sabbie del
Po, donde poteano esser tratti i pezzi che ora si cavano dalle tombe
etrusche e dalle terramare, per quanto lo neghi Virchow nel _Ragguaglio
sulla cosmologia ed etnologia italiane (Berlin Gesellschaft für
Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte)_.
[67] Ναυτικαῖς δυνάμεσιν ἰσχύσαντες, καὶ πολλοὺς θάλαττα κρατήσαντες.
DIODORO, V. L’antica navigazione nel Mediterraneo durava da maggio sino
al cominciar di novembre, cioè dal levare eliaco sin al tramonto eliaco
delle Plejadi. Questa costellazione potrebbe trarre il nome, non già da
πλείοι _più_, _molti_, ma da πλεῖν _navigare_.
[68] _Etrusci campi..... frumenti ac pecoris et omnium copia rerum
opulenti._ LIVIO, XXII. 3. _Etruscos.... gentem Italiæ opulentissimam
armis, viris, pecunia esse._ Lo stesso, X. 16.
[69] NIEBUHR. _Dell’anno dei Romani antichissimi e degli altri
Italiani._ Vedi l’~Appendice~ II.
[70] Τυῤῥήνων γενεὰν φαρμακοποιὸν ἔθνος, _I Tirreni genìa da farmachi_.
Eschilo presso TEOFRASTO, IX. 15; se pure non intendeva di farmachi
magici.
[71] Aristotele, presso POLLUCE, IV. 56; PLUTARCO, _Del frenar l’ira_;
ATENEO, XII. 5.
[72] CICERONE, Brut. 10; Tuscul. IV. 2. _Romuli autem ætatem jam
inveteratis literis atque doctrinis.... fuisse cernimus._ De rep. II.
10. E presso AGOSTINO, _De civ. Dei_, XVIII. 24, dice esser Romolo
venuto _non rudibus atque indoctis temporibus, sed jam eruditis et
expolitis_.
[73] _Genesi_ X. 22. Vedi l’~Appendice~ I.
[74] Διεσώζοντο... παρὰ τοῐς ἐπιχωρίοις μνῇμαι κατὰ ἔθνη τε καὶ κατὰ
πόλεις, εἲτ̓ ἐν βεβηλοῖς ἀποκειμέναι γραφαὶ. DIONIGI.
[75] Thiersch (_Ueber das Grabmal des Aliattes_, Monaco 1833) sostiene
la somiglianza del sepolcro di Aliatte descritto da Erodoto, lib. I.
c. 95, con questo di Porsena, descritto da Plinio, e ne induce la
parentela dell’Etruria colla Lidia.
[76] Nel 1852 vi fu scoperto l’ipogeo della famiglia Vibia, sul quale
l’anno appresso stampò una memoria Gian Carlo Conestabile, rivelando
molti sbagli presi dall’illustre Vermiglioli nel leggere le iscrizioni
etrusche. In questo solo ipogeo ve n’ha venti, ma che non ci ajutano a
conoscere quella lingua.
Altri scavi fecero Noël de Vergers e Alessandro François alla Cucumella
di Vulci. Vi si trovarono due torri, una quadrata e una conica. Sulle
rive della Fiora si trovò un ipogeo colla camera sepolcrale, ricca di
pitture, di cui la principale è il sacrifizio umano offerto da Achille
a’ mani di Patroclo; e di fronte un altro sacrifizio di schiavi, con
nomi etruschi, che indicano un fatto della storia nazionale.
Importantissimi scavi furono fatti in questi ultimi tempi, formati
nuovi musei: del che tutto informa il _Bullettino dell’Istituto di
corrispondenza archeologica_.
[77]
_Aut porcus Umber, aut obesus Etruscus._
CATULLO, XXXVII. 11.
[78] Dai sepolcri volle conoscere la vita etrusca Giorgio Dennis, _The
cities and cemeteries of Etruria_. Londra 1848. Hamilton Grey, _Tour
to sepulchr. of Etruria_, 1840, dice che la necropoli di Tarquinia, di
quattromila centoquarantasei ettari di superficie, giudicandone dalle
duemila tombe aperte finora, può contenere due milioni di sepolti;
sicchè dovette servire per sei secoli a una popolazione di centomila
abitanti.
[79] Marziale, lib. XIV, come se si trattasse di scodelle di Biella,
dice:
_Aretina nimis ne spernas vasa monemus,
Lautus erat tuscis Porsena fictilibus._
Persio, II. 60:
_Aurum, vasa Numæ, saturniaque impulit æra,
Vestalesque urnas, et tuscum fictile mutat._
Giovenale, XI, 108:
_Ponebant igitur tusco ferrata catino._
Plinio, XL. 45, scrive che l’arte delle stoviglie è _elaborata Italiæ,
et maxime Etruriæ_. Però Seneca racconta che i coloni piantati da
Giulio Cesare a Capua, per fabbricare case rustiche disfaceano gli
antichi sepolcri, tanto più che _aliquantulum vasculorum operis antiqui
reperiebant_. E mille anni dopo, Giovan Villani (_Cronache_, lib. I.
47) sapeva che «in Arezzo anticamente furono fatti per sottilissimi
maestri vasi rossi con diversi _intagli_, che veggendoli pareano
impossibili esser opera umana, e ancora se ne trovano».
[80] _Relazioni d’alcuni viaggi nella Toscana_, tom. I. p. 47. Anche
descrivendo la spiaggia di Cecina, riparla di grandi ammassi di rottami
d’anfore, tubi, embrici e altri lavori di terra cotta, con anfore
intiere, e misti a ossa umane. Sembra però si tratti di figuline de’
tempi romani, giacchè egli porta molte iscrizioni latine che v’erano
impresse.
[81] PLINIO, XXV. 43.
[82] Crizia presso ATENEO, I. 28: Τυρσήνη δὲ κρατεῖ κρυσότυπος φιάλη,
καὶ πᾶς χαλκὸς ὅτις κοσμεῖ δόμον ἔν τινι χρείᾳ. —Ferecrate, ivi XV.
700: Τὶς τῶν λυχνείων ἡ ἐργασία; τυῤῥθνικὴ ποικίλαι γὰρ ἦσαν αἱ παρὰ
τοῖς Τυῤῥενοῖς ἐργασίαι.
[83] La priorità delle arti belle in Italia fu sostenuta dal Guarnacci
(_Origini italiche_), dal padre Paoli (_Antichità pestane_), dal conte
d’Arco (_Patria primitiva del disegno_), e da molti moderni, massime
dopo le ultime scoperte, cominciando da Luciano Buonaparte.
Sulle arti etrusche possono vedersi pel secolo passato: TH. DEMPSTER,
1619, coi paralipomeni del Passeri; A. F. GORI, _Musæum etruscum_,
1737-43, colle dissertazioni del Passeri: _Musæi Guarnacci ant.
mon. etrusca_, 1744. Erano mal distribuiti, raccolti senza critica,
classificati a capriccio, per modo che il Müller credette non poter
farne verun conto per chiarire la storia e le credenze degli Etruschi.
Profittarono delle scoperte recenti il cavaliere Francesco Inghirami,
_Monumenti etruschi o di etrusco nome_, sette volumi di testo, sei
di tavole, 1821-56; e _Pitture di vasi fittili_, 1832; le moltissime
memorie delle Accademie di Cortona, di Parigi, dell’Istituto di
corrispondenza archeologica di Roma, ecc.; e libri e opuscoli senza
numero di Vermiglioli, Cardinali, Orioli, Teani, Arditi, Gerhard,
Raoul-Rochette, Visconti, Grifi, Bunsen, Campanari, Micali, Gargallo,
Candelori, Feoli, Stackelberg, Dorow, Bröndstedt, Lewezow, Böck,
Luynes, Svelcker, Panofka.... De Witte e Lenormant pubblicarono una
scelta di vasi ceramografici a Parigi, 1840. Vedansi pure _Musæi
etrusci, quod Gregorius XVI in ædibus vaticanis constituit, monumenta_;
Roma, 1842. I musei che più se ne arricchirono, son quelli di Londra,
cui fu venduta la raccolta del principe di Canino; di Monaco, di Leida,
di Berlino, del re d’Olanda; e in Italia il Gregoriano e il Campana a
Roma, il Borbonico a Napoli, le collezioni Buccelli a Montepulciano,
Ruggeri a Viterbo, Venuti a Cortona, Ansidei, Oddi ed altri a Perugia,
Guarnacci e Franceschini a Volterra, Jatta e Santangelo a Napoli.
[84] _Eversosque focos antiquæ gentis hetruscæ._
PROPERZIO, II. 28.
[85] Quanto era stato scritto intorno agli Etruschi prima del 1828,
fu riassunto da Ottofredo Müller nei quattro libri intitolati _Die
Etrusker_, editi a Breslavia in quell’anno. A quest’opera, buon tratto
inferiore alla sua sui Dori, e pubblicata prima che s’aprissero i
sepolcreti di Vulci, antepose una _Vorerinnerung über die Quellen
der etruskischen Alterthumskunde_, ove ragiona le autorità greche,
romane e tradizionali, e volge spesso la beffa contro la boria nostra
del rifiutare l’origine greca della civiltà etrusca, assunto da lui
sostenuto; eppure io non so se possa trovarsi un più pregiudicato
ammiratore dei Greci che il nostro Luigi Lanzi. Questo trae molte
etimologie dal greco, staccandone l’articolo _t_: così Turms si riduce
a ὁ ὑρνῆς, Turan, ὁ ἄραν, Marte, Thalina, θ΄ἄλινα nata dal mare;
Tarconte sarebbe ἄρχω coll’articolo; Tages, ταγὸς; capo; Tarquinia o
Trachinia e Tarrachina, da τραχὺς; aspro, erto; Corneto da Corinthio;
Faleria, Falisci da Ἁλοὼς; così Agylla, Pyrgos, Alsium Ἄλσος, Gravisca
γραῖα, Volcium ἱόλκος o ὄλκος, Veji ἡρμῆον ecc. Argomentano pure dalle
relazioni che l’Etruria mantenne continuamente colla Grecia; onde da
Corinto venne una colonia con Damarato, quei di Cere tenevano il tesoro
a Delfo, ecc.
Il Micali nell’_Italia avanti il dominio dei Romani_, 1810, suppone
continuamente una gente di nascita e credenza indigena, cui
sopravvennero altre con diversi riti; ma nella _Storia degli antichi
popoli italiani_, 1832, mostrossi men risoluto nel negare l’influenza
asiatica ed egizia sulla civiltà etrusca; e meno ancora nei _Monumenti
inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani_,
1844.
Niebuhr fa identici i Pelasgi e i Tirreni, provenuti d’Occidente,
dimorati in Etruria, e affatto diversi dagli Etruschi e dai Raseni.
Millingen invece contende la parità di questi due nomi, come fa
sempre Erodoto: da Τυῤῥηνοὶ o Τυρσηνοὶ egli trae Τυρησκοὶ, desinenza
pelasgica che occorre in Drabesco, Bromisco, Dorisco, Mirgisco e altre
città di Tracia; e qui in Volsci, Falisci, Gravisca. Da Τυρησκοὶ i
Latini trassero Truschi, e prefiggendo l’e, Etruschi, poi Thusci,
Tusci; al modo stesso Όπικοι fu cangiato in Opisci e Osci, Ποσειδονία
in _Pestunum_ e _Pestum_, Πομυδεύκης in _Polluces_ e _Pollux_. Ma
poichè nulla prova che in questi ultimi nomi la forma greca sia stata
la primitiva, potendo anzi essere un’alterazione della pelasgica,
l’analogia non soccorre a quella difficile etimologia.
Lepsius introdusse i Pelasgi-Tirreni. Giambattista Bruni, nelle
_Ricerche intorno all’origine dei Pelasgi-Tirreni_, sostiene sieno
Fenicj, al pari di Bochart, Mazzocchi, Dumont e altri.
Orioli, negli _Opuscoli letterarj di Bologna_ (De_’ popoli Raseni o
Etruschi_), fiancheggia l’origine lidia. Poletti, _Dei popoli e delle
arti primitive in Italia_, ripudia le immigrazioni, e vuol anzi che i
nostri, col nome di Pelasgi, portassero altrove la civiltà.
Fra i moltissimi che ne discussero in questi ultimi anni, citiamo:
G. J. GROTEFEND, _Della geografia e storia dell’antica Italia fino alla
dominazione romana_. Annover, 1840.
W. ABEKEN, _Mittelitalien vor den Zeiten römischer Herrschaft_.
Stuttgard, 1843. Riconosce egli nella prisca Italia quattro razze
principali:
1º I Tirreni, forse Pelasgi, di cui sono i Siculi, i Sabini, i Latini;
2º I Raseni o Reti, che fondendosi coi vinti, formarono gli Etruschi;
per lo che i Tirreni fra l’Arno e il Tevere si distinguono dagli altri;
3º Gli Aborigeni, Baschi, Ausonj, Aurunci:
4º Gli Ellenici.
[86] _Erna_ in sabino diceasi la quercia e la rupe; ὄρος e βιῶν,
vivente nei monti. Mannert (_Geogr. der Griechen und der Römer_, tom.
III. p. 187) prova che Taurisci è denominazione celtica degli abitatori
dei monti, e che fu applicata a gran parte dei popoli alpini.
[87] Può trarsene il nome da κώμη, villaggio; ma anche da _com_, che in
celtico significa seno.
[88] _Berg-hom_ o _heim_ esprime in parlare germanico quel che Orobio
in greco.
[89] È però nome latino, non etrusco, e vuol dire _mercato di Licino_.
Nel Pian d’Erba v’ha un villaggio detto _Mercato di Incino_; e il
cercare altrove Liciniforo sarebbe come voler trovare Mediolano in
Toscana o Agrigento in Piemonte.
[90] V’è chi trae da Bara il nome di Brianza, che però è recentissimo.
Parmi che gli eruditi, massime gli storici municipali, facciano troppa
fondamento su quel passo di Plinio.
[91] TITO LIVIO, vi. 21. Quando costui entra a narrare le guerre de’
Romani coi Sabini, mette una protasi tutta poetica: _Majora jam hinc
bella, et viribus hostium, et longinquitate vel regionum vel temporum
spatio, quibus bellatum est, dicentur. Quanta rerum moles! quoties
in extrema periculorum ventum, ut in hanc magnitudinem, quæ vix
sustinetur, erigi imperium posset!_ VII. 29.
Orazio, lib. III. od. 6, cantava:
_...rusticorum mascula militum
Proles, Sabellis docta ligonibus_
_Versare glebas, et severæ_
_Matris ad arbtrium recisos_
_Portare fustes._
[92] PLINIO, _Nat. hist._ XXX. 12. MAXIMILIEN DE RING, _Hist. des
peuples opiques_. Parigi, 1859: oltre gli _Oskischen Studien_ di TH.
MOMMSEN. Berlino, 1845.
[93] ARNOBIO, III. pag. 122.
[94] La vorrebbero denominata dai profondi suoi seni, κάμπη; mentre
Apulia vorrebbe dire _senza porti_.
[95] Heine (_Opusc. acad._, tom. v. p. 345) vuole Capua detta da
_capis_, che in etrusco significa avoltojo, perchè gli Etruschi abbiano
veduto ivi l’augurio d’un avoltojo. _Vultur_ non ne sarebbe che la
traduzione latina. La storia di Capua è tuttora piena d’incertezze, per
quanto cercasse schiarirla Giulio Stein, _De Capuæ gentisque Campanorum
historia antiquissima_. Breslavia, 1838.
[96] GALANTI, _Descrizione del contado di Molise._
[97] _Lucanus an Appulus, anceps,_
_Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus
Missus ad hoc, pulsis_ (_vetus est ut fama_) _Sabellis._
Satir. Lib. II. I. 35.
[98] Pausania dice: Ὑπὸ δὲ Λιβύων τῶν ἐνοικούντων καλουμνη Κορσικὴ:
_Dai libici abitanti chiamata Corsica_. Ottofredo Müller vorrebbe
leggere Λιγύων, ma senza darne ragioni. Quanto propriamente alla
Sardegna, la favola dice Sardo figlio del libico Ercole.