Non mancano ragioni per sostenere che i monti del sistema detto delle

Ande emergessero dopo la creazione dell’uomo.

[7]

_Huic monstro Vulcanus erat pater: illius atros

Ore vomens ignes, vasta se mole ferebat...

Faucibus ingentem fumum, mirabile dictu!

Evomit, involvitque domum caligine cœca,

Prospectum eripiens oculis, glomeratque sub antro

Fumigeram noctem, commixtis igne tenebris._

Æneides, VIII, 198 e 252.

[8] _Mémoires sur les îles Ponces_, Parigi, 1788.

[9] Dopo i tanti che ne discussero, pare a tenere che il livello

del golfo di Pozzuoli nei primi secoli dell’era vulgare stava circa

tre metri più basso; nel medioevo, otto metri più alto; poi andò

dibassando fin a settant’anni fa, quando ripigliò il moto ascendente.

Si può dunque anche alle coste d’Italia applicare quel che Lucano alle

nordiche, _Phars._ I. 409:

_Jacet litus dubium, quod terra fretumque_

_Vindicat alternis vicibus._

[10] RAMAZZINI, _De fontibus Mutinæ_. VALLISNIERI, _Opusc._, pag. 56. È

noto che colà da antico sono praticati i pozzi, che ora si denominano

artesiani.

[11] Dopo Adria, al fondo d’una cala s’incontravano a mezzodì un ramo

dell’Adige e le Fosse Filistine, corrispondenti alla traccia che

seguirebbero il Mincio e il Tartaro se il Po fluisse ancora al sud

di Ferrara. Il delta veneto forse occupava la laguna di Comacchio,

e lo traversavano sette bocche dell’Eridano, che sulla sinistra,

ove esse diramavansi, aveva la città di Frigopoli nelle vicinanze

di Ferrara. _Septem Maria_ chiamavansi le acque stagnanti negli

intervalli. Risalendo la costa settentrionale, dopo Adria vedeasi la

foce principale dell’Adige, detta pur essa _Fossa Philistina_; poi

_Æstuarium Altini_, mare interno, separato dal grande per una schiera

di isolotti, in mezzo ai quali trovavasi un arcipelago chiamato Rialto,

futura Venezia. Al secolo XII, tutte le acque del Po scorrevano a

mezzogiorno di Ferrara nel Po di Voláno e nel Po di Primàro, dove

oggi è la laguna di Comacchio. La riva era diretta sensibilmente da

mezzodì a tramontana a dieci o undicimila metri dal meridiano di Adria,

passando là dove ora sporge l’angolo occidentale del recinto della

Mésola; e Lorco, al nord di questa, ne distava appena ducento metri.

Verso la metà di quel secolo le acque grosse del Po, sostenute da

dighe a sinistra, presso Ficarólo, diciannovemila metri a nord-ovest

di Ferrara, dilagarono sulla parte settentrionale del territorio di

Ferrara e sul Polésine di Rovigo, e buttaronsi nei due canali di

Mazorno e di Toi. Forse l’uomo tracciò questa strada, in cui più

sempre affluendo, spoverironsi le bocche di Volano e Primaro, e in

meno d’un secolo furono ridotte quali oggidì. Nuovi canali s’aperse il

fiume, e al cominciare del secolo XVII lo sbocco di tramontana, che

n’è il principale, trovavasi vicinissimo alla foce dell’Adige, donde i

Veneziani lo scostarono col taglio di Portoviro nel 1604. Dal secolo

XII al XVII le alluvioni s’inoltrarono assai entro mare. Il ramo di

tramontana nel 1600 sboccava a ventimila metri dal meridiano suddetto,

quello di Toi a diciassettemila; talchè la riva era proceduta nove

o diecimila metri al nord, e sei o settemila al sud; e fra le due

trovavasi una cala, detta Sacca di Goro. Più gli sbocchi a mare si

allungavano, più cresceano i depositi, sì pel scemato declivio delle

acque, sì perchè inarginate, sì per le maggiori materie trascinate dai

monti dissodati: la Sacca di Goro fu presto colmata; i due promontorj,

formati dalle due prime bocche, si unirono in uno, la cui punta ora è

da trentadue chilometri dal meridiano di Adria; sicchè in due secoli

le bocche del Po usurparono quasi quattordicimila metri di lunghezza

al mare. Dal 1200 al 1600 le alluvioni procedettero dunque venticinque

metri l’anno, e settanta ne’ due ultimi secoli.

Queste sono a un bel presso le conclusioni del Prony, che sotto il

Regno d’Italia avea avuto l’incarico di sistemare le nostre acque; e

l’autorevole nome di lui, e l’esser francese fecero che l’asserzione

venisse accettata senza esame, anche in opere serie, e valesse perfino

a determinazioni pratiche. L’ingegnere Lombardini, colla storia e col

livello alla mano, temperò quelle esagerazioni: non che il fondo del

Po si trovi superiore ai tetti di Ferrara, la sua piena nè tampoco

arriverebbe al primo piano delle case; carreggia annualmente da

trenta in quaranta milioni di metri cubi di materie alla foce, sicchè

la superficie delle sue alluvioni in un anno cresce di centredici

ettare, nè progredisce in mare che un metro e mezzo; l’arginamento

poi, necessario per salvar le campagne, non che rialzi il letto, anzi

crescendo la rapidità lo farebbe sgombro, se altre circostanze non

valessero a mantenervi i pericolosi ingombri.

Nel 1856 il veneziano Paleocapa a proposito del taglio dell’istmo

di Suez ragionò del _protendimento delle spiaggie dell’Adriatico_.

Questo golfo ha l’imboccatura più stretta fra Otranto e l’Albanía,

larga appena settanta chilometri: di là fino a Trieste s’estende

novecento chilometri da sud-est a nord-ovest, colla larghezza media di

centottanta chilometri. Alle profondità maggiori, cioè di centottanta

in ducento metri, si trovano gran letti di crostacei, cetacei e

polipaj, misti con arena e terra; ma per lo più il fondo è fangoso:

verso l’Istria s’incontrano roccie; verso Italia sabbie o argille

tenaci. Forti le maree, che nelle sizigie a Venezia salgono fin ottanta

centimetri sopra le ordinarie; e talvolta, combinandosi coi venti

sciroccali, tino a due metri; ma verso Otranto rendonsi poco sensibili.

La corrente littorale si manifesta dappertutto, ma differisce secondo i

venti, il flusso e la conformazione delle coste. Dal sud elevandosi al

nord lungo le rive dalmate, giunta al canale di Zara si divide in due:

una prosegue lungo la Dalmazia, l’Istria, il littorale veneto; l’altra

si volge al largo, traversa l’Adriatico, e giunta alle acque d’Ancona,

raggiunge la prima corrente, accrescendole forza verso la Puglia, dove

corre fin tre o quattro chilometri all’ora, mentre superiormente non ne

fa che sette in otto al giorno. Pare cessi d’aver azione a sette o otto

metri sotto la superficie delle acque.

La costa orientale è tutta scaccata con seni e capi e isolotti e

scogli e brevi pianure o montagne a picco; anche allo sbocco de’ fiumi

pochissimo è il terreno d’alluvione; e ben poco fu alterata quella

costa; laonde le città indicatevi in antico si trovano press’a poco al

punto medesimo.

Tutt’altro avviene della costa settentrionale e occidentale dal capo

Sdobba a Venezia, e di là a Rimini. Non più scogli od isole o canali,

non montagne littorali, ma vaste pianure in cui cadono i fiumi alpini

per isboccar nel mare, tutti portando immense materie, che cambiarono

aspetto al lido. Aquileja, già sul mare, ha davanti una pianura

maremmana di undici chilometri: Portogruaro, già porto, or dista

quindici chilometri dal mare; Eraclea altrettanto; nove Altino: Brenta,

Bacchiglione, Musone interrirono porti e insenature. Principalmente

allo sbocco del Po si è formato un delta che sporge circa diciassette

chilometri dalla ordinaria linea della costa fra Chioggia e Rimini,

dove forse prima era una gran baja: poichè Adria doveva esser bagnata

dal mare, che or ne dista venticinque chilometri. Dai documenti, rari

in antico, abbondanti dal XVI secolo in poi, consta che i fiumi, e

principalmente il Po, traversavano stagni e paludi ove deponeano le

materie. Colmate queste, o protette da arginature, diboscati i monti,

crebbe la quantità delle alluvioni tanto, che il canal Bianco o Po di

Levante elevossi sopra le pianure del Polesine a segno di non riceverne

più gli scoli. Allora fu fatto il taglio di Portoviro, lungo sette

chilometri, invece dei diciassette del primiero; ma quello pure oggi è

lungo chilometri ventisei, atteso le nuove alluvioni, che però non gli

impediscono di ricever ancora le acque del Polesine.

A mezzo il secolo XVIII il progresso delle alluvioni rallentò, e viepiù

ai dì nostri. Perocchè la sporgenza del delta lo reca a profondi

abissi, ne’ quali si precipitano le sabbie accumulate; e sebbene

l’arginamento de’ torrenti secondarj e le piene maggiori, causate da’

diboscamenti, crescesser le materie portate nel letto, le burrasche e

la corrente servono a lavarle via.

Le valli di Comacchio, già profondissime, furono esse pure interrite

dal Po di Primaro e di Volano, e restano separate affatto dal mare. La

spiaggia di Ravenna si è prolungata otto chilometri.

Anche dove non isboccano fiumi la spiaggia s’avanza, benchè realmente

il livello del mare si alzi, o, a dir più giusto, si deprima il

continente. Ciò è dovuto alla corrente littorale, che le sabbie portate

dai fiumi strascina alla sinistra delle loro foci; tutti i fiumi han

banchi di sabbia più estesi ed elevati a destra, ove la corrente

littorale è rotta dall’urto del fiume. Ecco perchè i porti bisognò

salvarli mediante dighe, molto sporgenti in mare, affinchè le sabbie

accumulantisi alla loro estremità cadessero negli abissi.

Il tornare navigabile il Po, e così resuscitare le città, di cui non

vediam quasi che i grandiosi cadaveri, potrà sulle sorti italiane ancor

più efficacemente che le strade ferrate.

[12] Oggi i passaggi principali sono,

Nelle alpi Cozie, il Monginevra, alto metri 1865

» — il Cenisio » 2065

» Graje, il piccolo San Bernardo » 2192

» Pennine, il gran San Bernardo » 2491

» Leponzie, il Sempione » 2005

» — il San Gotardo » 2075

» Retiche, la Spluga » 2118

» — lo Stelvio » 2814

» — Maloja » 2700

» — Bernina » 2121

» Carniche, Tarvis » 869

» Giulie, la Ponteba » 1430

[13] Il primo a sostenerla con ispeciso corredo d’argomenti fu

monsignor Guarnacci, _Origini italiche_. 1767. Se ne valse poi

Melchiorre Delfico nelle _Antichità di Adria Picena_; e testè il

Mazzoldi col vantaggio della moderna erudizione.

[14] Vedi _Istoria delle origini della città di Milano_, 1529; _De

antiquitate Patavii_, 1560; _De Gallorum Cisalpinorum antiquitate et

origine_....

[15] Appartengono a questo ciclo Diomede fondatore di Napoli, Criso

trojano di Parma, Antenore di Padova, Aquilino d’Aquileja. altri

Trojani di Treviso, Troilo di Alba in Piemonte, Piacentulo di Piacenza,

Cremone di Cremona, Venere e suo figlio Elicio di Vercelli.... Salgono

più alto Mantova, fondata dalla divina Manto, Genova da Genuino

compagno di Fetonte, Torino da Fetonte stesso ai tempi di Mosè.

[16] Il signor Matranga (_La città di Lamo_, Roma 1853) sostiene che

il paese de’ Lestrigoni è propriamente Terracina, anzichè Formia, cioè

Mola di Gaeta, ove lo collocava Cicerone.

Non mancò chi volle dimostrare che Omero fosse italiano, e che non

nella Grecia propria ma nella italica raccogliesse le tradizioni

immortalate ne’ suoi canti. Vedi COCO, _Platone in Italia_.

[17] _Odissea_, canti IX e X.

[18]

_Is genus indocile ac dispersum montibus altis

Composuit, legesque dedit._

Æn. VIII. 321; MACROB. I, 7.

[19]

_Nec signare quidem, aut partiri limite campum

Fas erat; in medium quærebant._

Georg. I. 126.

_Queis neque mos, neque cultus erat; nec jungere tauros

Aut componere opes norant, aut parcere parto:

Sed rami: atque asper victu venatus alebat._

Æn. VIII. 316.

[20] Æn. VIII. 315.

[21]

_Paterque Sabinus,_

_Vitisator, curvam servans sub imagine falcem._

Æn. VII. 79.

[22] Æn. VII. 629. 678. 742. 749; IX. 590, 668; X. 139.

[23] Ivi, VIII. 178. 369. 460. 552; IX. 304.

[24]

_Rex Anius, rex idem hominum, Phœbique sacerdos._

Æn. III. 80.

[25] Ivi, VII. 82; VIII. 75; IX. 3. 24.

[26] Ai frammenti di Dionigi d’Alicarnasso, scoperti nella biblioteca

Ambrosiana, il cardinale Maj antepose una dissertazione elaborata a

sostenerne i meriti. Anche Petit-Radel vuole mostrarlo e informato e

veridico, almeno riguardo ai Pelasgi e alle città italiane; chè del

resto è troppo sistematicamente parziale per Roma.

[27] _Historia varia_, lib. IX, c. 16.

[28] L’Arcadia non ha coste, eppure alla guerra di Troja mandò sessanta

navi, cioè quante la Laconia, e un terzo più che l’Elade.

[29] _Tusci_, _Tirol_, _Tir_, _Tusis_, _Retzuns_, son nomi di paesi

retici che sentono d’origine tirrena. TSCHUDI, _De prisca et vera

Alpina Rhætiæ_; QUADRIO, _Dissertazioni critico-storiche sulla Rezia

di qua dall’Alpi_; HORMAYR, _Gesch. von Tirol_, I. 127; GIOVANELLI,

_Dell’origine dei popoli d’Italia_. Trento 1844; STEUB, _Die Urbewohner

Rätiens_. Monaco 1843. Presso Dos di Trento fu scoperta un’iscrizione

etrusca. Il barone di Crazannes asserisce che a Rheinzallern nella

Baviera Renana si trovano molti frammenti di stoviglie con caratteri

etruschi; e vuol provare che questo carattere appartiene al celtico

del pari che al celtibero, all’euganeo, all’osco, al sannita, al greco

antico, onde è facile confonderli un coll’altro. Vedi _Journal des

artistes_. Parigi 1832, dicembre. Un’iscrizione etrusca fu trovata in

Valtellina.

[30] Da _ops_ terra; donde _opes_ ricchezza, e anche _opus_: Οπικοὶ καὶ

πρότερον καὶ νῦν καλούμενοι τὴν ἐπωνομίαν αὕσονες. ARISTOTELE, Πολιτ.

VII. Così Antioco siracusano ap. STRABONE, lib. V. Degenerarono poi in

modo, che il nome loro equivaleva a zotico e scostumato.

Testè l’Accademia delle iscrizioni e belle lettere di Parigi ha messo a

concorso la _Storia degli Oschi avanti e durante la dominazione romana;

esporre quel che si sa della loro lingua, religione, leggi ed usi_.

[31] Vedi PETIT-RADEL, _Origines hystoriques des villes d’Espagne_;

HUMBOLDT, _Prüfung der Untersuchungen über die Urbewohner Hispaniens,

vermittelst der vasckischen Sprache_; e con più novità PRICHARD, _The

natural history of man_. Invece dunque di credere che Iberi di Spagna

abbiano abitato l’Italia, noi teniamo che d’Italia sieno passati colà.

Humboldt fa la migrazione degli Iberi anteriore ai Celti. Da questa

origine verrebbe l’omofonia di tanti paesi nostri e di Spagna, di cui

ecco un saggio:

IN ITALIA IN SPAGNA

_Cortona_ negli Umbri _Cortonenses_ nella Celtiberia

_Vettonenses_ _Vettones_ sul Tago

_Spoletium_ _Spoletinum_

_Turda_ in Umbria _Turditani_

_Osa_, fiume che sbocca sulla costa _Ausa_, _Ausetani_

di Telamone

_Cosa_ _Cosetani_

_Visentium_ sul lago di Bolsena _Visentio_ de’ Pelendoni

_Vulci_ _Veluca_ degli stessi, Volca

_Tarcunia_, e vicino _Contenebra_ _Taraco_, e vicino _Tenebrium_,

e _Portus tenebra_

_Graviscæ_, nominata dal figlio di _Gravii_ sulla costa occidentale,

Telamone ove sbarcò Teucro figlio di

Telamone; vicino era _Antium_.

_Metaurus_, fiume degli Umbri _Metarus_, fiume de’ Callaici

_Cære_, _Cærites_ _Cerretani_, _Serræ_

_Indigetes_ _Indigetes_ fra i Cerretani e i

Cosetani

_Castellani_, abitanti di Castro _Castellani_

_Corbia_ } _Corbio_

_Setia_ } de’ Volsci _Setia_ de’ Vasconi

_Norba_ } _Norbia_ de’ Lusitani

_Aurunci_ di Campania _Arrucci_ nella Betica

_Osci_ _Osca_

_Vescia_ campana _Vescitani_, presso i Guasconi,

_Vescis_ dei Turdeli, _Vescia_

dei Turdetani

_Astur_ fiume _Asturia_

_Tutia_, _Orcia_ _Tutia_, _Orcia_ in Celtiberia

_Auximum_, _Osca_ _Auxima_ e _Osca_, vicino a Tutia

_Suessetani_ _Suessa_, Sanguessa

_Trebula_ di Campania e _Tribola_ _Tribola_ de’ Turdetani, con

dei Sabini vicino

_Aurunci_ _Arrucci vetus_ e _Arrucci novum_

_Bathia_ della Sabina _Bathia_ sul fiume Ara

_Pallantia_ _Pallantia_ ne’ Vaccæi

Senza poter accertarne il tempo nè la precedenza, d’altri paesi

troviamo nei Baschi l’etimologia o gli omonimi coi nostri. _Iria_

presso Torino, in basco vuol dire città, e ha radice comune cogli

Ilienses di Sardegna. _Uria_ in Apulia, viene da _ura_ acqua; e vi

corrispondono _Urba Salova_ de’ Picentini, _Urbinum_, _Urcinium_ di

Corsica, come _Urce Bastetanorum_. V’è _Urgo_ isola fra la Corsica

e la Toscana, ed _Urgao_ nella Betica; gli _Ursentini_ in Lucania,

e _Urso Ursao_ nella Betica; _Argurium_ in Sicilia, e _Argiria_ in

Ispagna; _Astura_ è fiume ed isola presso Anzio, come provincia di

Spagna; da _Asta_, rôcca, si ha Asti in Italia, e _Asta Turdetanorum_

in Spagna; Ausonj è analogo allo spagnuolo _Ausa_ e _Ausetani_; v’è

_Arsa in Istria_ e _Arsa_ in Beturia; _Basta_ in Calabria e _Basti_

ne’ Bastetani; _Biturgia_ in Etruria, e _Bituris_ presso i Baschi;

il nome di _Basterbini_ fra i Salentini viene da _basoa_ montagna

ed _erbestatu_ migrare. Abbiamo in Lombardia il fiume _Lambro_, e

_Lambriaca_ e _Flavia Lambris Callaicorum_ è nelle Spagne; _Murgantia_

in Sicilia, e _Murgis_ in Spagna; _Suessa_ e _Suessula_ nel Lazio, e

i Suessetani negli Ilergeti; _Curenses_ ne’ Sabini, e _Gurulis_ in

Sardegna; _Litus corense_ in Betica, e il promontorio _Corianum_ in

Aquitania, ecc.

Humboldt dai nomi de’ paesi induce la presenza degli Iberi in Corsica,

in Sardegna, in Sicilia ed in Italia. Dei nomi dedotti dai Celti pensa

incerti gl’indizj nella Gallia e nella Gran Bretagna, mentre invece

li riconosce evidenti in Italia. Di fatto li troviamo moltiplicati,

singolarmente ne’ paesi di qua dal Po. Eccone qualche esempio:

_Alb_ bianco e alto.

_All_ alto; da cui _Allobrogi_.

_Ar_ è l’articolo, e indica anche _su_; sillaba iniziale molto

comune.

_Ara_, terminazione che indica rapporto di seguito, conseguenza.

_As_ in celtico è principio, sorgente, primo (_Asso_ in Lombardia,

_val d’Asso_ in Toscana, _Ascona_, ecc.).

_Av_, acqua, fiume; contratto da _avainn_. Da _cenn_ punta e _av_

si ha _Genua_.

_Briga_ città o sito forte (_Brixia_, _Briga_, _Apriga_, ecc.).

_Bru_, _bro_ luogo, e _bruig_ villaggio: donde la terminazione

in _brugo_.

_Com_ seno, girone, guardia, protezione (_Como_, _Comacchio_).

_Den_, _don_ profondo.

_Dun_ collina (terminazione frequente).

_Is_, _ios_ basso, inferiore (_Isombria_, _Isso_).

_Mag_ pianura (_Magenta_, ecc. e molte terminazioni).

_Taur_ o _Tor_ alto, montagna (Torino).

_Veran_ terra, contrada (_Verano_, _Verona_, ecc.).

Abbondano i paesi nell’alta Italia, simili di nome a quei della Gallia:

come, a dirne pochi, Missaglia (_Massalia_), Arluno (_Arlun_), Olona

(_Olonne_), Moncucco, Montbar, Pallanza, Nogarete, Arlate, Asso, Lecco

e _Leucate_, Gessate e _Gesates_, Adda e _Abduatici_, Canturio e

_Cantuaria_, Brivio e _Brives_, Canzo e _Kent_, ecc. Molti più sono i

nomi di radice celtici: Piacenza da _plac_ ed _ent_ bella abitazione;

Felsina da _fel_ grassa e _zin_ abitazione; Crema e Cremona da _crem_

grasso e _mon_ luogo; Marignano da _mar_ sopra e _nan_ riviera; Bologna

da _boun_ estremità e _on_ montagna; Canossa da _can_ rupe e _oc_ alto;

Modena da _mot_ fortezza; Reno da _ren_ acqua corrente; Monteveglio a’

confini bolognesi e Montevecchio in Brianza da _mon_ monte e _vell_

fortificazione; Almeno da _al_ vicino e _man_ monte; Lugano da _logh_

e _an_ acqua tranquilla; e le tante terminazioni in _ago_, in _ate_,

in _duno_, comuni all’Italia e alla Gallia. Potremmo aggiungere alcuni

numerali, estranj al greco, e conformi al celtico: _viginti_, che in

bretone dicesi _ugent_; _centum_, che in bretone _hant_; _mille_, che

_mil_ in gallico.

Il signor Lombardini adunò un copiosissimo parallelo di fiumi

dell’Italia settentrionale con omofoni della Francia. Fin qui

potrebbero attribuirsi ai Galli, dominatori dei due pendii delle

Alpi: ma proseguendo, e’ ne rinvenne altrettanti nella Lunigiana e in

tutta l’Etruria, non abitata mai da’ Galli (Vedi _Mem. dell’Istituto

lombardo_, vol. III); poi altri nell’Asia centrale, e dal Caucaso al

mar Giallo. Il che convince che bisogna ampliare assai quell’assunto.

Nel secolo passato entrò la smania del celtico, giacchè accade agli

uomini, la prima volta che imparano una cosa, di volerla applicare a

tutto, e non vedere se non le somiglianze. L’eccesso screditò que’

sistemi, i quali presumevano da un ignoto spiegare il noto, e nella

lingua e nelle arti celtiche, di cui sono scarsissimi e disputabili

gli elementi, trovare l’origine e la spiegazione di monumenti e di

parlari positivi: ma forse anche lo sprezzo eccedette. Le ricerche

sul celtico furono ripigliate da A. Pictet, in una dissertazione

coronata dall’Istituto di Francia il 1837. Ivi egli prova che le radici

dell’idioma celtico sono la più parte identiche colle sanscrite; che

il sistema delle consonanti è corrispondente nelle due lingue, e così

le leggi eufoniche; che le derivazioni e composizioni di parole e le

forme grammaticali del celtico si connettono a quelle del sanscrito, e

trovano in queste la ragione delle anomalie. Ne conchiude che le due

lingue, da sì gran tempo distinte, hanno però origine comune, e anche

il celtico appartiene al ramo indo-europeo.

La linguistica infirma le induzioni troppo precise, dedotte da

somiglianze verbali o lessiche, insegnando che le lingue del medesimo

ceppo hanno radici comuni, e perciò facilmente si confondono una

coll’altra le nazioni semitiche o le nazioni indo-germaniche. (Vedi la

nota 15 del c. XXV).

[32] _Aqua_, _mare_, _pisces_, _vejæ_, _rota_.... da _ach_, _mor_,

_fische_, _wagen_, _räder_. Noi non ne dedurremmo se non che il latino

è una delle lingue indo-germaniche, non venuta attraverso al greco.

[33] ERODOTO, II, 23; IV. 4; DIONE, XXXIX; Arriano, 1; APPIANO,

_Illirio_, § II; PLINIO, _Nat. hist._, lib. III.

[34] A Gubio, loro città ch’essi chiamano _Ikuveina_, furono trovate

nel 1444 le famose Tavole Eugubine, cinque in caratteri etruschi, due

in latino e in lingua umbra, sulle quali si esercitò la pazienza e

l’immaginazione di moltissimi eruditi. Vedi la nostra ~Appendice I~.

[35] PLINIO, _Nat. hist._ III. 19: _Umbrorum gens antiquissima

Italiæ existimatur_.—DIONIGI, I. 18: ἕθνος ἐν τοῖς πάνυ μέγα τε

καὶ ὰρχαῖον—PLINIO, ivi: _Tercenta eorum oppida Thusci debellasse

reperiuntur_. Il far celti gli Umbri oggi è contraddetto affatto,

massime che la loro lingua è affine colla latina, e viepiù colla osca.

Vedi AUFRECT e KIRKHOFF, _Die Umbrischen Sprachdenkmäler_; e per tutto

GROTEFEND, _Sulla geografia e storia dell’antica Italia_. Annover 1840.

Le città degli Umbri sono noverate da Plinio e corrette nell’edizione

del Sellig (Amburgo 1851) così: Ameria, Acerra, Attidiate, Asisinate,

Arnate, Æsinate, Camerte, Casuentillana, Carsulana, Camellia, Dolata,

Fulginate, Fonenpiense, Frentana, Iguvio, Interamna, Mevanate,

Mevaniolense, Matilicata, Mergentina, Narti, Narniense, Nequino,

Nuceria, Ocricolo, Ostrano, Pitulana, Pisuerta, Plestina, Salentina,

Sarsina, Spoleto, Suasana, Sestinate, Suillata, Tadinata, Trebia,

Tuderto, Tuficana, Vesinisicata, Vettonense, Vindinata, Viventana,

Vafria, Usidicana.

[36] I grecanici traggono il nome dei Pelasgi πελαργὸς gru, quasi

somigliandone le migrazioni a quelle di quest’animale. Ottofredo Müller

lo deriva da _ἀργὸς pianura_, voce arcaica conservatasi ne’ dialetti

di Tessaglia e di Macedonia, e da πελέω o πέλω _abito_ (_Gesch.

hellenischer Stämme und Städte_. Breslavia 1820). Potrebbe anche venire

da πέλλας γῆ _vecchia terra_; espressione conforme a γρικὸς. La Croix

fa pelasgi tutti gl’Italiani e gli Etruschi: altri vuole pelasgi gli

Umbri. Per quarant’anni Petit-Radel seguitò a raccogliere notizie o

monumentali o scritte o di tradizione intorno a questo popolo, in tutti

i paesi ove ne sia traccia. Più di quattrocentocinquanta città antiche

furono esplorate dal 1810 in poi da ottanta viaggiatori, e massime

nella spedizione scientifica della Morea dopo il 1829; e a Parigi nella

biblioteca Mazarina furono collocati sessanta monumenti a rilievo in

gesso colorato, che rappresentano le varie costruzioni dei Pelasgi

storici e del favolosi Ciclopi. Quasi al modo con cui si stimò l’età

della terra dagli strati sovrapposti, si valutarono le epoche della

fondazione delle città dai diversi metodi di costruzione delle mura.

Sui monumenti pelasgi vedansi principalmente:

RAOUL-ROCHETTE, _Histoire de l’établissement des colonies

grecques.—Notices sur les Nuraghes_.

HOUEL, _Voyage pittoresque_. 1787, tom. I.

MAZZERA, _Temple antédiluvien_, 1829.

DODWEL, _Classical tour, ecc.—Veduta e descrizione delle rovine

ciclopee in Grecia e in Italia_. Londra, 1834.

MARIANNA DIONIGI, _Viaggi in alcune città del Lazio che diconsi fondate

da Saturno_. Roma, 1809.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 32 / 37 段