Il senato non potè abrogare la legge agraria, ma confidava sulle

difficoltà materiali, che all’atto comparvero inestricabili, intorno

alla misura, all’origine del possesso, alla stima dei fondi. I Socj

italici e latini che aveano ottenuto moltissima parte dell’agro

pubblico, nojati o sbigottiti da questo misurare e stimare, ricorsero

al senato, che fu ben contento di un pretesto per sospendere la

mal gradita legge: e Scipione Emiliano, benchè cognato di Gracco,

reduce allora dalla vinta Numanzia, postosi a capo degli scontenti, e

unanimemente scelto a patrono dai Socj latini, ottenne si cassassero i

tre a cui n’era affidato l’adempimento, questo commettendo a un console.

[OPPOSIZIONE DEGLI SCIPIONI]

[128]

La plebe, che prima idolatrava Scipione Emiliano e che gli aveva

attribuito due consolati e la censura in violazion della legge, se

l’era recato in contrario perchè, all’udire l’uccisione di Tiberio,

avea proferito quel verso d’Omero: _Così perisca chi opera come

lui_. Scipione da una parte rifuggiva da quanto avesse aspetto

rivoluzionario; dall’altra teneva in vilipendio cotesta plebe, di cui

Gracco avea sperato far eccellenti soldati, ma che realmente amava

l’ozio cittadino questuante più che il possesso faticoso, nè erasi

mostrata capace di difendere colui che per essa si sacrificava. Popolo

e grandi in quella lotta che cosa aveano mostrato, altro che intrighi

e codardia ed arroganza? Più dunque Scipione non mettea speranza

in cotesta città di liberti togati, repubblica in decadenza, che

doveva dar luogo all’Italia. Nè il disprezzo dissimulava, ed erane

ricambiato d’odio; qualora egli parlasse dalla ringhiera, la plebe lo

confondeva coi susurri, ne ridiceva i superbi motti, e l’accusò perfino

di aspirare alla dittatura. Esso sprezzò l’imputazione, vantando i

meriti suoi e del padre Paolo Emilio; e dalla campagna, ove coll’amico

Lelio vivea studiando e spassandosi, tornava a Roma ogniqualvolta

si trattasse d’opporsi a leggi popolari. Quando il minacciavano

rispondeva:—I nemici della patria han ragione di desiderare la mia

morte, perchè sanno che Roma non perirà finchè Scipione viva». Ma una

notte fu trovato morto in casa; egli distruttore dei _due terrori

di Roma_, fu sepolto senza esequie pubbliche; il popolo vietò ogni

procedura, temendo di compromettere Cajo Gracco. La morte del più

ostinato aristocratico annunziava che il conflitto si rinnoverebbe più

violento, più passionato e criminoso.

E in effetto i tribuni, avendo appreso da Tiberio quanto formidabile

potesse divenire la loro autorità, miravano a dilatarla. Il tribuno

Papirio Carbone, che non rimetteva dal rinfacciare l’assassinio di

Tiberio, propose che il tribunato si potesse prorogare quanto al popolo

piacesse; ma la mozione restò inesaudita. Il tribuno Cajo Atinio,

avendogli il censore Metello Macedonico voluto impedire l’entrata in

senato, afferrò questo, e lo trabalzava dalla rupe Tarpea come reo di

lesa maestà, se un altro tribuno non si fosse opposto: ma si profittò

del caso per far decretare che ai tribuni competesse voto deliberativo

in senato.

[CAJO GRACCO]

[126]

[125]

Cajo Gracco, alla morte del fratello, si era ritirato come spaurito,

dedicandosi all’eloquenza, in cui nessuno il superò; savio del resto,

alieno dall’ozio, dalla cupidigia, dalle beverie in cui sciupavasi

la gioventù. Molti il giudicavano un dappoco, e lo tassavano

disapprovasse Tiberio; ma nel fatto egli si maturava a vendicarlo,

risarcire la plebe, sgomentare i doviziosi, compire dopo resi più

grandiosi, i disegni del fratello, il quale gli era apparso in sogno

dicendogli:—Che cessi? la tua sorte sarà come la mia; combattere

e morire pel popolo». Questore in Sardegna, acquistò la stima e la

benevolenza del console e de’ soldati col valore e coll’esattezza;

ricusando le città somministrare vestimenti, esso ve le seppe indurre.

Per solo riguardo di lui, Micipsa re di Numidia mandò grano, con grave

dispetto del senato, che cacciò i messi di quel re, e diede lo scambio

alle guarnigioni. Il senato avea spedito lontano anche il violento

Fulvio Flacco, uno dei triumviri per la spartizione dei terreni, e

che giunto al consolato in onta dei nobili, moveva mari e monti per

accomunare la cittadinanza a tutti gl’Italiani, e promovere la legge

agraria; ma la città di Fregelle, che coll’armi avea voluto acquistare

quel diritto, fu vinta e distrutta; e il non averla sostenuta le

altre città italiche mostrava che il colpo non era maturo.

[123]

Ed ecco d’improvviso Cajo ricompare a Roma. I censori lo chiamano in

giudizio come disertore, ed egli così favella:—Dodici anni io militai,

benchè soli dieci ne esigano le leggi. Sortito questore, stetti

oltre due anni presso il mio generale, ancorchè la legge permetta

di ritirarsi dopo servito un anno. Vero è ch’essa m’ingiungeva di

tornare col mio generale; ma essa suppose che un console nel luogo

stesso campeggiasse solamente durante il consolato. Se piacque tenere

tre anni in Sardegna Aurelio Oreste, era io obbligato ad ordini non

diretti a me? Dolce riusciva al proconsole esercitar lungo ed assoluto

imperio sopra legioni obbedienti: duro riusciva ad un questore il

gettar nell’ozio un utile tempo. Me chiamano gl’interessi di tanti

infelici che implorano la distribuzione de’ terreni, alla quale io fui

deputato. Con quale intento io fossi tenuto sì lungamente discosto

dalla capitale, tocca al popolo romano indagarlo, tocca agl’Italiani

il lamentarsene; voi, censori, abbiate almeno riguardo al modo ond’io

mi comportai in un’isola, ove l’avarizia e la dissolutezza corruppero

gli uffiziali e i soldati del nuovo esercito speditovi. Pur un

asse io non accettai in dono dagli alleati, nè soffersi che alcuna

spesa sostenessero per me. Non ho fatto della mia tenda un luogo di

stravizzi, un ricovero alla crapula e alla prostituzione dei giovani

romani: apparecchiai banchetti, ma dove, sbandita la licenza, regnava

modestia di parole e di atti: nessuna femmina scostumata a me entrò:

non crebbi punto di ricchezze. Questo divario troverete fra me e i

vostri uffiziali di Sardegna, che io solo torno con la borsa vuota,

mentre gli altri tracannarono il vino ond’erano piene le anfore che

riportano colme d’argento e d’oro»[364].

[POPOLARITÀ DI CAJO GRACCO]

[122]

Cajo restò assolto ed acclamato dal popolo, che in esso credeva

rivedere il suo Tiberio; onde, allorchè egli chiese il tribunato,

non che occorressegli di far broglio, il campo Marzio non bastò alla

folla d’Italiani accorsi, che dai terrazzi e dai tetti gli davano il

suffragio per acclamazione; e mentre il voler prorogare l’annuale

dignità era costato la vita a suo fratello, a lui fu confermata l’anno

successivo, a grand’onta de’ patrizj, i quali soleano rimandare d’oggi

in domani le proposte de’ tribuni finchè il loro anno spirasse.

Fu sventura che Cajo Gracco non venisse insieme con Tiberio, e che la

fine di questo lo sgomentasse dal procedere con sicura risolutezza,

e lo facesse astioso contro del senato. Mentre prima l’oratore,

arringando nei comizj, volgevasi al senato, egli si piegò verso il

popolo; nel che imitato, venne a trasferire in questo l’importanza.

Poi, invece di dimenticare, siccom’è necessario a chiunque vuol

riconciliazione e riforme, ogni tratto rammemorava Tiberio.—Dove

andrò io? dove troverò un asilo? In Campidoglio? ma è lordo ancora del

sangue di mio fratello. Nella casa paterna? ma vi troverò una madre

inconsolabile. Romani, i vostri padri chiarirono guerra ai Falisci

perchè aveano insultato il tribuno Genuzio; dannarono nel capo Veturio

perchè non avea ceduto il passo a un tribuno che traversava il fôro;

e costoro sotto i vostri occhi scannarono Tiberio, ne trascinarono il

cadavere nel Tevere, i suoi amici fecero morire senza giudizio: mentre

dapprima era costume che, quando uno fosse imputato di causa capitale,

il banditore di buon mattino andasse alla porta di esso e lo citasse a

suon di tromba, nè prima di ciò veruno votasse; tanto rispetto aveasi

alla vita de’ concittadini».

[SUOI PROVVEDIMENTI]

Per conseguenza propone che un magistrato, il quale abbia colpito

alcuno senza giudizio, venga tradotto avanti al popolo: legge diretta

contro Ottavio, la quale dava il mal esempio d’azione retroattiva.

Vôlto quindi agli interessi generali, propone che niuna condanna

capitale valga senza la conferma del popolo; poi ogni mese facciasi

una vendita di grano a buon patto, ogni anno una distribuzione di

terreni; si disponga a profitto del popolo l’eredità del re Attalo;

ai soldati si dia il vestire senza detrarre la paga, e non s’arrolino

avanti i diciassette anni, mentre prima i patrizj facendosi iscrivere

ancor fanciulli, si assicuravano dell’anzianità per ottenere i gradi:

insomma fa a ritaglio accettare la legge del fratello. Le distribuzioni

del grano erano necessarie per evitare i tumulti che la fame potea

causare; ma introdussero l’idea che il popolo avesse diritto di vivere

a spese dello Stato. Chi però avrebbe potuto opporvisi? e quanto non ne

ricrescea la popolarità di Gracco! Tanto più che avendo fatto decretare

grandiose opere pubbliche, vi dava impiego a migliaja di braccia; fece

abbattere i palchi donde i doviziosi guardavano gli spettacoli del

circo, acciocchè non rimanesse distinzione dai poveri. Doveva egli

talora recedere da una sua rogazione? mostrava piegarvisi per riguardo

a Cornelia, madre sua venerata e cara.

Col favore del popolo cresciuto d’ardire, volgesi a politiche

innovazioni contro i privilegiati, e propone s’aggiungano nel

senato seicento cavalieri: eccessiva domanda, ch’egli avventurò per

ottenerne una più moderata, qual era che i giudizj fossero tolti

ai senatori[365] e conferiti all’ordine equestre, che così fu

reso un corpo politico da equilibrare il senato. Per tal passo gli

amministratori delle provincie non si trovavano assicurata l’impunità

dalla condiscendenza del senato: ma i nuovi giudici poteano vendere

e vendettero la connivenza; e mentre umiliando i grandi credeva

istituire una classe media, Cajo non creò che un partito, e come gli

rinfacciavano i vecchi patrioti, diede alla repubblica due teste, che

presto verrebbero ai morsi. Egli però vantavasi d’aver fitto nel fianco

dell’aristocrazia il dardo mortale, compiacevasi d’avere consolidata

la costituzione in modo, che il senato colla nobiltà, i cavalieri coi

giudizj farebbero argine alle intemperanze della popolaglia.

[ROGAZIONI DI CAJO GRACCO]

Per sostenere l’opera sua e togliersi ogni limite, chiese agl’Italiani

tutti si comunicasse la piena cittadinanza. Voleva egli con ciò

amicarsi i Socj latini, perchè cessassero dall’opposizione; e sebbene

l’averli il senato sbanditi dalla città, e impedito che a migliaja

venissero dal Lazio ai comizj, eludesse la proposta, da quell’ora essi

fecero causa coi poveri di Roma contro de’ nobili e del senato.

Colla legge frumentaria affezionatesi le tribù urbane, i cittadini

coll’agraria, i cavalieri colla giudiziaria, l’Italia colla lusinga

della cittadinanza, tutte le forze della repubblica e della penisola

opponeva al senato, che si vide costretto a cedere. Ma la distribuzione

dei grani smungeva l’erario; l’affidare i giudizj ai cavalieri

spartiva in due la repubblica, e sottoponeva i senatori ai pubblicani;

poi ai cavalieri rimaneva il dispetto delle scemate proprietà, e il

popolo vedeva mal volentieri che Cajo intendesse accomunare a tutti

gl’Italiani i suoi privilegi ed il suffragio.

Null’ostante egli godeva di grandissima autorità, circondato da

magistrati, militari, artisti greci, ambasciadori come un re: ma

conoscendola esosa al senato, badava di non dargli che consigli utili

e decorosi. Avendo il propretore Fabio mandato frumento dalla Spagna,

Cajo persuase il senato a venderlo, e il denaro ritrattone spedirlo

agl’Iberi, affinchè non sentissero eccessivamente grave il giogo di

Roma: autorizzò i provinciali a prendere essi medesimi l’appalto

delle imposte: fece fabbricare granaj, e mentre andava coi triumviri

a misurar l’Italia, vi procurò belle e dritte strade con ponti e

colonnette miliari, e pietre per salire a cavallo, com’era duopo prima

d’inventare le staffe, soprantendendo egli stesso ai lavori: propose

di collocare colonie ove Roma possedeva maggiori territorj, e di

rassettare le antiche emule di Roma, Capua, Tàranto e Cartagine.

I senatori mostravano assecondarlo, ed offersero a lui stesso

andasse a rimettere in essere quest’ultima, e piantarvi la colonia

Giunonia, che fu la prima fuori d’Italia. Egli il fece: ma sottratto

che fu dagli occhi della moltitudine, i senatori giocarono a due

mani per diroccarlo, e con un artifizio spesso imitato subornarono

Druso collega di lui, acciocchè lo sorpassasse con proposizioni

esorbitantemente popolari. Cajo diceva di mandare due colonie? ed egli

dodici; di distribuire i terreni con un tenue canone? ed egli di darli

gratuitamente; fece che i generali non potessero sferzare i soldati

latini; davasi premura di esprimere che tali consigli moveano dal

senato, tutto viscere per la plebe; nè mai cercava posti ed onori per

sè, quasi a raffaccio di Gracco che assumevasi tutte le commissioni,

abile a tutte per la sua operosità meravigliosa.

[FINE DI CAJO GRACCO]

[121]

Con queste lustre e coi paroloni a vuoto che fan colpo sul vulgo,

venne a diminuirsi l’animosità concepita contro il senato; e quando

tornò dalla rifabbricata Cartagine, Gracco trovò che in quei tre mesi

la plebe avealo quasi dimentico. Domandando il terzo tribunato, ebbe

i voti contrarj: un suo ospite sotto gli occhi suoi fu trascinato in

prigione: ai Latini dato il bando da Roma: e per colmo, vide eletto

console Opimio Nepote distruttore di Fregelle, e suo ereditario nemico;

il quale domandò fosse disfatta la colonia cartaginese, tanto aborrita

dagli Dei di Roma, che i lupi ne aveano portato via i termini. Ricevuto

dal senato l’arbitrio dittatorio, occupò il Campidoglio, dichiarò Cajo

nemico della patria, bandì una taglia sulla testa di esso, indi a capo

delle truppe investì Fulvio Flacco. Questo ribaldo intrigante, imputato

non forse a torto dell’assassinio di Scipione Emiliano, disonorava

la causa di Gracco col farla assomigliare ad una sommossa, e armava

i proprj partigiani colle armi tolte da esso ai Galli, e che come

trofeo conservava in casa. Assalito, aspettò da valoroso e manesco qual

era, ma nella zuffa perdè la vita. Gracco, cui mancava l’audacia d’un

rivoluzionario o la freddezza d’un generale, ricoveratosi nel bosco

delle Furie, si fece uccidere da uno schiavo, unico fedele alla sua

sventura. Tremila furono morti quel giorno sull’Aventino e gettati nel

Tevere, persino un fanciullo di Fulvio che s’avanzava col caduceo in

segno di pace; ad altri tortura e supplizio; confiscate le facoltà,

proibito il lutto alle mogli, a quella di Gracco tolta perfino la dote;

e Opimio, vincitore della prima guerra o strage civile, fondò il tempio

della Concordia.

La plebe, che aveva fiaccamente abbandonato il suo protettore, appena

si riebbe dall’abbattimento, palesò l’indignazione sua come potè,

prima scrivacchiando sui muri[366], poi ergendo statue ai Gracchi,

consacrando i luoghi dove furono uccisi, e offrendovi le primizie

d’ogni stagione. Cornelia portò decorosamente quella perdita, dicendo

che i suoi figli aveano sepolcri degni di loro in luoghi consacrati;

e lungamente visse a Miseno, ospitando letterati e Greci, ricevendo

messi dai re, piacendosi di raccontare le virtù di Scipione Africano

e la tragedia de’ suoi figliuoli. Le fu poi dedicata una statua

coll’iscrizione: _Cornelia madre dei Gracchi_.

[108]

La partizione dei terreni era cominciata, nè il senato osò sospenderla,

ma con proposizioni accorte si eluse quel che contenevano di meglio

le rogazioni dei Gracchi. I nobili indussero uno de’ commissarj a

dire che, difficilissima essendo quella ripartizione secondo la legge

agraria, meglio tornerebbe l’obbligare i possessori a pagarne un canone

perpetuo, da ripartirsi fra i poveri; dato il quale, i possessori

non fossero più sturbati. Talentò la speciosa proposta al popolo, e

adottandola riconobbe inalienabile proprietà di privati i terreni già

pubblici: ma poco andò che un altro tribuno fece cessare quel livello,

dicendo che i nobili già contribuivano abbastanza col sostenere le

dignità; e la plebe, senza nè terreni nè rendite, trovossi rituffata

nella primitiva miseria. La legge Thoria poi abolì tutti gli effetti di

quelle de’ Gracchi.

[LORO LEGGI ABOLITE]

Ben dicemmo dunque che le leggi agrarie toccavano ai problemi che

oggi stesso agitiamo, del pauperismo, de’ soccorsi pubblici alla

mendicità, dell’arresto personale, della libera usura del denaro,

dello smembramento delle proprietà. Quelle portate da Stolone aveano

stabilito lo sminuzzamento de’ possessi e l’equilibrio dei poteri,

dando stabilità e potenza alla repubblica: abrogate, ne sminuirono la

popolazione libera e i prodotti. Tiberio Gracco volle ristabilirle

quando, le usurpazioni dei ricchi essendo ancora recenti ed illegali,

non ne veniva profondo sovvertimento alla società, onde sarebbonsi

rimessi in equilibrio i possessi e le ricchezze fra i tre Ordini.

L’oligarchia vi si oppose, e diede il primo esempio di quelle guerre

civili, in cui essa dovea perire. La nimicizia fra plebe e nobiltà

s’invelenì; i cavalieri, fatti arbitri dei tribunali e appaltatori

delle gabelle, poteano imporne al senato e sviare qualunque riforma:

onde invano l’eloquenza di Marc’Antonio, di Lucio Crasso e d’altri

tonava contro i dilapidatori delle provincie; invano altri tentavano

ridurre queste a migliore amministrazione. Però fra i Socj latini del

popolo romano sopravivea il pensiero di poter anch’essi entrare a parte

della dominazione; e a mutar il fremito in insurrezione non mancava se

non un capo, il quale all’ardimento accoppiasse l’abilità.

FINE DEL TOMO PRIMO

INDICE

LIBRO PRIMO

CAPITOLO I. Dell’Italia e della sua storia _pag._ 9

» II. Dei primitivi italiani » 34

» III. Gli Etruschi » 64

» IV. Popoli minori » 103

» V. Istituzioni italiche » 113

» VI. Primordj di Roma. I re » 137

» VII. Governo patrizio e sue trasformazioni

fino alla democrazia » 158

» VIII. Politica esterna. I Galli. Il Lazio e

l’Etruria soggiogati. Fine dell’età

eroica » 187

LIBRO SECONDO

» IX. Magna Grecia.—Pitagora.—I legislatori » 205

» X. Sicilia » 229

» XI. I Romani nella Magna Grecia.—I

Venturieri.—Pirro » 266

» XII. Cartagine. Prima guerra punica. Sistema

militare de’ Romani. Conquista

dell’Insubria » 280

» XIII. Seconda guerra punica. Annibale.

Sommessione della Gallia Cisalpina e di

tutta Italia » 303

» XIV. I Romani in Grecia e in Oriente.—I

trionfi » 325

» XV. Interno di Roma. I costumi eroici si

mutano. Innesto greco » 355

» XVI. Terza guerra punica. La Spagna vinta » 382

LIBRO TERZO

» XVII. Costituzione di Roma repubblicana » 395

» XVIII. Condizione economica. Leggi agrarie.

I Gracchi » 439

FOOTNOTES:

[1] Ἰταλὸς significa vitello; e _vitalia_, _vitlu_, _italia_ nelle

iscrizioni umbriche ed osche esprimono ora il vitello, ora il

paese: onde gli etimologi dedussero il nome della patria nostra

dall’abbondarvi i bovi. Altri la denominano da un Italo immaginato re

de’ Siculi. Alcuno pensò ad _Atlas_, e ne argomentò l’origine africana

della civiltà italica, appoggiandosi al _Quæ docuit maximus Atlas_

di Virgilio. Altri con Bochart (_Geografia sacra_, lib. I, c. 30)

riscontra una derivazione fenicia; poichè _Itaria_ in parlare arameo

dinota terra della pece, come terra dei metalli _Ilipa_, corrotto poi

in Ilba ed Elba. A chi s’appaga di tali prove potrebbero dar appoggio i

nomi locali, consoni in Italia e nella Cananea: popoli Sabini e Raseni

sedevano presso alla Mesopotamia; Phik di Siria ricorda il Piceno;

Marsi Elojon era città del littorale di Siria, presso alla quale il

fiume Macra, fiume che abbiamo noi pure tra i Marsi; in Armenia è

Ameria; in Mesopotamia è Alba; Aulon è paese di Palestina presso al

Giordano, e colle presso a Tàranto; a Caparbio di Italia corrisponde

Capharabis d’Idumea; a Colle in Toscana, Cholle della Palmirene; Tamar

è in Campania e in Siria, Tebe in Siria e ne’ Sabini, ecc. Vedi una

memoria letta dal Fabbroni all’Accademia toscana nel 1803. Queste

etimologie di paesi meritano studio serio, e per fini più elevati che

non sieno i trastulli dei così detti eruditi.

[2] Polibio, lib. II, c. 16, dice già che il Po ἄγει πλῆθος ὔδατος

ὀυδενὸς ἔλαττον τῶν κατὰ τὴν Ίταλίαν ποταμῶν.

[3] Per dire solo d’alcune delle moderne, a Cassano (1259, 1705,

1799), a Vaprio (1324), a Fornovo (1495), ad Agnadello (1509, 1705),

a Melegnano (1515, 1859), alla Bicocca (1522), a Romagnano (1524), a

Pavia (1525), a Chiari (1701), a Torino (1706), a Roveredo, ad Arcole,

a Lonato, a Castiglione, a Lodi (1796), a Rivoli (1797), a Caldiero

(1796, 1805, 1813), a San Giorgio e alla Favorita (1797), a Magnano

(1799), a Marengo e Pozzuoli (1800), a Custoza (1848, 1866), a Novara

(1500, 1849), a Solferino (1859), ecc.

[4] Ῥήγνυμι, _svelgo_. Dolomieu, nella _Memoria sui tremuoti della

Sicilia_, credè dimostrare geologicamente il fatto. Cluverio raccolse i

passi di antichi che lo attestano:

_... Zancle quoque juncta fuisse

Dicitur Italiæ, donec confinia pontus

Abstulit, et media tellurem repulit unda._

OVIDIO, Metam. XV. 290.

_Hæc loca, vi quondam et vasta convulsa ruina

(Tantum ævi longinqua valet mutare vetustas)

Dissiluisse ferunt; cum protinus utraque tellus

Una foret, venit medio vi pontus, et undis

Hesperium Siculo latus abscidit, arvaque et urbes

Litore diductas angusto interluit æstu._

VIRGILIO, Æn. III. 414.

Ma De Buch, confrontando i monti Peloritani col gruppo dell’Aspromonte

in Calabria, nega che la Sicilia sia mai stata unita al continente,

lo che avevano già sostenuto Brocchi nella _Biblioteca italiana_, e

Gemellaro nelle _Effemeridi scientifiche e letterarie della Sicilia_,

1840, n. 78.

Vedi pure TENORE, _Essai sur la géographie physique et botanique du

royaume de Naples_, pag. 23.—BROCCHI, _Dello stato fisico del suolo

di Roma_, 1820; _Conchigliologia fossile subappennina_—BREISLAC,

_Observations lithologiques sur la ville de Rome_;—NIBBY, _Analisi

della carta dei contorni di Roma_;—CRAMER, _Descript. of ancient

Italy_;—poi Nesti, Collegno, Sismonda, Pareto, Marmocchi, Pilla, ecc.

In questo momento essi son caduti di grado, prevalendo le teoriche

dello Stoppani, _Corso di geologia_.

I cambiamenti della superficie terrestre non passarono inosservati

dagli Italiani antichi, quantunque ne sconoscessero l’estensione e le

cause. Ovidio, nel XV, 254-273 delle _Metamorfosi_, canta:

_Non perit in tanto quidquam, mihi credite, mundo;

Sed variat, faciemque novat...._

(Ecco la dottrina recente della inalterabile quantità non solo di

materia ma di forza.)

_Vidi ego quod fuerat quondam solidissima tellus

Esse fretum; vidi factas ex æquore terras;

Et procul a pelago conchæ jacuere marinæ,

Et vetus inventa est in montibus anchora summis;

Quodque fuit campus, vallem decursus aquarum

Fecit, et elurie mons est deductus in æquor:

Eque paludosa siccis humus aret arenis,

Quæque sitim tulerant, stagnata paludibus hument.

Hic fontes natura novos emisit, et illic

Clausit, et antiqui tam multa tremoribus orbis

Flumina prosiliunt, aut excœcata residunt etc._

[5] PILLA, _Annali civili di Napoli_, quad. XL;—PHILIPPI, _Cenni

geognostici sulla Calabria_.

A Carlo III erasi proposto di riaprirvi quel canale, idea già brillata

a Dionigi di Siracusa. PLINIO, _Naturæ historia_, III, 15: _Nusquam

angustior Italia; vigintimilia passuum latitudo est: itaque Dionysius

Major intercisam eo loco adjicere Siciliæ voluit._

[6] Nel lago sacro presso Reate, in quelli di Vadimone, di Statone,

di Bolsena e di Modena, Dionigi d’Alicarnasso, i due Plinj e Seneca

vedevano isolette galleggianti; _quædam insulæ semper fluctuant_.

Naturæ historia, XI. 96.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 31 / 37 段