Infelice! ed era chiesto a nuovi combattimenti. Noi riferimmo questo

discorso per mostrare a qual condizione si riducessero i popolani

che viveano di continuo negli accampamenti, e spesso, dopo servigi

di trent’anni, nè tampoco si trovavano un camperello onde pascere la

numerosa famiglia; denaro riceveano nelle distribuzioni de’ frequenti

trionfi, ma sciupavanlo coll’imprevidenza solita ne’ militari: talchè i

pochi che potevano riportare il mutilo corpo dall’Asia o dalla Spagna,

stentavano nella miseria gli ultimi giorni.

Da principio alla terra cercavasi il massimo prodotto lordo, cioè

grani da mangiare; di modo che la popolazione crebbe, e il villano

non soffri. Dappoi si aspirò al maggior prodotto netto, convertendo

in pascoli i campi a grano. Allora dunque che, conquistata Cartagine

e l’Asia, Roma ingrandiva, la popolazione libera e le produzioni

dell’Italia scemarono, quantunque si cessasse di pagare le taglie, meno

braccia dovessero darsi alla guerra, fossero migliorati gli utensili,

abbondanti i capitali, cresciuto il lusso: ai piccoli possessori erano

sottentrati i grossi, che l’eccedente dei frutti non riversavano sui

campi stessi, ma sprecavano in lusso nella città.

A coltivare gli ampj poderi basteranno gli schiavi, meglio convenienti

perchè non colpiti dalla leva militare come i liberi: e il patrizio,

beato di pingui ozj, applaudirà a Catone che insegna le possessioni

migliori essere i pascoli, dove un mandriano schiavo basta a condurre

un numeroso armento. All’antico libero agricola che resterà dunque?

Portare le inutili braccia a Roma, dove sa che tratto tratto si

largiscono viveri; dove i doviziosi ostentano generosità col gettargli

un po’ del loro superfluo; dove spera esser mandato in qualche colonia,

per divenire alla sua volta tiranno, e dire al possessore:—Vattene

morir di fame in altra terra»; dove se non altro venderà il suo voto ai

candidati, che del prezzo si rifaranno nelle lucrose magistrature.

[LA POVERAGLIA]

Ma ohimè! il senato, omai sicuro nella potenza ed ebbro

dell’umiliazione dei re, più non si briga di molcere il popolo; va

mezzo secolo senza che alcuna colonia sia fondata; fin l’immorale

guadagno del voto cessa di fruttare al popolo re, dacchè i ricchi,

eletti censori delle assemblee centuriate, ogni cinque anni stivano

nella tribù Esquilina tutti i poveri, de’ quali non occorrerà il

suffragio se non nei rari casi in cui a decidere non bastasse il voto

dei doviziosi, mantenutisi nelle tribù rustiche, molte in numero e

scarse di membri. Poc’a poco il senato, rinforzatosi come sempre

succede nelle lunghe guerre, si dispensa dal chiedere l’assenso delle

tribù a’ suoi consulti, e dopo trionfato dell’ultimo successore di

Alessandro, delibera a sua voglia della pace e della guerra, e non

prende cura del vulgo, perchè più non ne ha bisogno nè paura.

Rimanevano al popolo i giudizj; ma ad evitare i viluppi e accelerare le

decisioni, si costituiscono quattro tribunali permanenti, composti di

senatori che investigano i casi criminali cui non bastano i tribunali

pretorj[357], e principalmente le accuse di broglio, di concussione,

di peculato contro i senatori: così non occorrerà più pericolo che

la plebe venda i suoi giudizj, nè che i nobili li temano. Il popolo

campato alle guerre morrà dunque di fame. Che cale? la salute pubblica

non ne patisce, giacchè migliaja di schiavi affluendo dai paesi

conquistati, impingueranno le glebe di venale sudore, empiranno i

palagi e le città servendo al fasto e alla depravazione dei padroni;

nei quali uffizj ben meritando, acquisteranno di divenir liberi e

cittadini, ricolmando i vuoti lasciati dall’antica gente romana.

[AFFLUENZA A ROMA]

Al tempo ove noi siamo col racconto, soli omai liberti empivano il

fôro; e un giorno che coi loro schiamazzi interrompevano Scipione

Emiliano, questi, coll’orgoglio d’un nobile di antica schiusa, gridò

loro:—Zitto, figliastri d’Italia. Forse vi temerò sciolti io che vi

menai qua incatenati?»[358]. Cicerone insultava alla _feccia della

città_, a questa plebaglia _nuda e digiuna_, a tanti servi introdotti

nel recinto di Roma come uno sciame d’animali malefici, contro il quale

sarebbero a invocare gli esorcismi degli aruspici[359]. Questa folla

copiosissima e sprovvista, non aspirando a diritti ma a possessi, potea

divenire arma terribile in mano d’un demagogo, il quale sorgesse a

combattere la tirannesca aristocrazia.

Altra folla accorreva a Roma dalle provincie e dai municipj per

sottrarsi alle angherie dei magistrati, per entrar membri d’una nazione

temuta e grande, per la speranza di salire fino ai sommi gradi, e

disporre della sorte dei regni. Più credevano meritarselo gl’Italiani,

dacchè colle loro braccia eransi compiute le conquiste. Alcuni

ottenevano la cittadinanza col darsi schiavi d’un Romano che poi li

manometteva; altri si facevano per frode iscrivere nelle rassegne dei

censori; ma poichè in modo legale non potevano ottenere la cittadinanza

se non i Latini, l’Italia affluiva nel Lazio, e il Lazio a Roma,

lasciando in patria il deserto. Sanniti e Peligni nel 177 protestarono

di non poter più somministrare agli eserciti il contingente che era

prestabilito, divenuto sproporzionato agli abitanti, atteso che

quattrocento famiglie loro s’erano mutate a Fregelle, città latina.

L’anno stesso i Latini dichiararono per la seconda volta che le città e

le campagne loro si spopolavano pel continuo sciamare a Roma.

Questa dunque assorbendo tutte le popolazioni italiche, riboccava

d’abitanti, sicchè nel censo di Cecilio Metello si numerarono 317,823

uomini atti alle armi, e cinque anni dappoi 390,736; nel 187 si

respinsero dodicimila famiglie latine, nel 172 altre sedicimila

persone. Ecco dunque come le immigrazioni, così opportune a

rigenerarla, pregiudicavano la nazione perchè esorbitanti. Il concedere

pienezza di diritto a tutti gl’Italici sarebbe stato l’unico spediente;

ma vi si opponeva la nobiltà romana per invidia contro le altre case

illustri del bel paese: dal che venne accorciata la giovinezza di Roma

e guasta l’Italia.

Per la quale s’era diffusa la poveraglia di Roma, spedita nelle

colonie, occupando i terreni migliori. Ma le colonie stesse andavano in

peggio, preda destinata ai cavalieri, che od usurpavano o compravano i

poderi, surrogandovi schiavi ai liberi coltivatori; e intesi come erano

al guadagno inesorabile, nè più temendo dei giudizj dopo che questi in

Roma furono affidati alla nobiltà, non conoscevano alcun freno nello

smungere i liberi e nell’opprimere i servi.

Che guadagno era dunque venuto a Roma e all’Italia da tante conquiste

e tanta gloria? il deperimento della moralità e dell’eguaglianza. Se

in mezzo a questa corruzione si fosse levato alcuno, col proposito

generoso di ridurre al meglio i costumi, di rinverdire nel popolo

l’amor dell’industria e dei campi, di sostituire ai faticanti schiavi

e alla plebe infingarda una classe laboriosa, come la moderna che

respinge la miseria colle proprie braccia; di reprimere il despotismo

del senato e l’avidità dei cavalieri, farsi eco ai lamenti delle

provincie e dei municipj, regolare l’affluenza degli avveniticci in

modo da impedire il rigurgito in Roma e lo spopolamento della restante

Italia, non avrebbe dovuto meritar gratitudine almeno per l’intenzione?

e se non la gratitudine dei contemporanei, i quali di rado perdonano

il merito o riconoscono le intenzioni, almeno quella dei posteri?

Ebbene, all’alta impresa di colmar l’abisso fra i pochi gaudenti e i

troppi soffrenti s’accinsero i Gracchi: i contemporanei li travolsero

nell’abisso; i posteri si contentarono di ripetere gl’insulti patrizj,

neppur degnandosi sceverarne i savj intenti dai mezzi improvvidi.

[ORIGINE DEI GRACCHI]

Le famiglie bennate degli Scipioni e degli Appj avevano sentito la

necessità d’imparentarsi colla equestre de’ Sempronj; e Tiberio

Gracco, che nel suo tribunato avea protetto l’Asiatico e l’Africano,

e impedito che venissero giudicati con invidiosa severità, dopo la

morte del vincitore d’Annibale fu reputato meritevole di sposarne la

figlia Cornelia, ricusata a un Tolomeo re d’Egitto[360]. Di molti

figli che generò, soli le rimasero Tiberio, Cajo e Sempronia, e ne

formava sua cura e sua delizia, sicchè ad una dama che le ostentava

monili e collane, ella mostrò que’ figliuoli dicendo:—I miei giojelli

sono cotesti». Ambendo di esser detta non tanto la figlia di Scipione,

quanto la madre dei Gracchi, gli allevò colla squisitezza necessaria

perchè potessero disputare agli Scipioni il primato. Tiberio, appena

uscito dall’adolescenza, fu creduto degno di venir aggregato fra gli

auguri, poi fu sposato colla figlia di Appio Claudio Pulcro principe

del senato, mentre Sempronia con Scipione Emiliano.

[137]

I Gracchi, entrati negli affari, non fallirono l’aspettazione materna.

Nell’eloquenza non aveano i pari: Tiberio, composto e mansueto in

pubblico, parlava soave, elaborato, contegnoso; Cajo, vivace e focoso,

splendido nel dire e passionato, fu il primo a passeggiare sulla

tribuna, e tenevasi dietro un flautista che gli desse l’intonazione

ogniqualvolta esagerasse. Nell’armi si addestrarono sotto al prode

cognato, e Tiberio salì primo sulla breccia di Cartagine: alla

corruzione eransi resi superiori mediante la severa dottrina degli

Stoici, donde aveano attinto, forse esagerate, ma generose idee sulla

dignità dell’uomo e sull’eguaglianza dei diritti.

[TIBERIO GRACCO]

Facendo Tiberio da questore a Numanzia sotto Ostilio Mancino, il

campo fu sorpreso, e ventimila uomini sarebbero stati trucidati se il

console non accettava la capitolazione. I Numantini però ricusarono di

credere se non alla parola di Gracco, al quale di fatto concessero di

ricondurre salvo l’esercito, lasciando ai vincitori gli accampamenti.

Nel saccheggio essendo stati presi i suoi registri, egli tornò a

ridomandarli: e i Numantini non solo glieli resero, ma il tennero a

pubblico banchetto, e gli permisero di scegliere quel che volesse delle

spoglie, donde egli non prese che l’incenso destinato agli Dei. La

capitolazione che salvò ventimila cittadini, parve indecorosa a Roma;

e proponendosi di consegnare tutti gli uffiziali come dopo le Forche

Caudine, Tiberio insistette perchè il patto fosse mantenuto nella

sua integrità; e non ottenendolo, impetrò che il solo Mancino fosse

consegnato. I parenti dei risparmiati ne vollero bene al Gracco, che

sempre più fastidì i patrizj, consigliatori di quell’iniqua legalità.

Tornando da Numanzia, quale spettacolo gli offerse l’Italia! Scomparse

le piccole proprietà, disfatte le cascine, estesa la malaria,

sottentrata alle biade la pastorizia, greggi e mandre sbrucavano

l’erba dove erano fiorite città, e l’Etruria ormai vuota di liberi,

nè coltivata che da schiavi. Ma se il deperimento appariva quivi più

compassionevole, eragli evidente anche a Roma, dove accumulati gli

averi in mano di pochi, mentre i più stentavano nella miseria; e

se i Galli ripassassero i monti, o se gli schiavi si sollevassero,

qual forza opporvi? Propostosi di rendere all’Italia la popolazione

libera ed energica[361], che dispariva quanto più dimenticavansi le

provvisioni di Licinio Stolone, Tiberio non dissimulava il dispetto,

e—Quel ch’è del popolo, perchè non s’ha a dare al popolo? un cittadino

non è egli di maggior vantaggio alla patria che non uno schiavo, un

bravo legionario più che non un imbelle, un caldo patriota che non uno

straniero? Cedete, o ricchi, porzione de’ vostri averi, se non volete

vederveli un giorno togliere tutti. Che! le fiere hanno un covile,

e quei che versano il sangue per la patria null’altro possedono che

l’aria che respirano; senza tetto nè letto, si strascinano colla misera

prole e colla nuda consorte. Mentiscono i capitani quando incorano i

soldati a difendere i tempj de’ loro Dei, i sepolcri dei loro avi.

Dov’è un solo fra tanti Romani che abbia una tomba, un’ara domestica?

Muojono perchè pochi impinguino e lussureggino: son detti signori del

mondo, e non possedono una zolla».

[LEGGE AGRARIA]

Lelio, l’amico di Scipione, già avea tentato la riforma agraria; ma

vedendo repugnante l’aristocrazia e conoscendo i tempi, si tolse dal

nobile divisamento, ed ebbe il titolo di prudente, spesso sinonimo

di pusillanime. Ora Tiberio, venuto tribuno della plebe, d’intesa

col suocero Appio Claudio Pulcro, con Licinio Grasso sommo pontefice

e oratore applaudissimo, e con Muzio Scevola il più destro fra’

giureconsulti, rinnovò la proposta di Stolone, che nessuno possieda,

o piuttosto tenga in appalto più di cinquecento jugeri di terreno

pubblico; nessuno mandi ai pascoli comuni più di cento teste di

bestiame grosso, cinquecento di piccolo; ognuno tenga sulle terre un

numero di coltivatori liberi. Ai detentori di beni pubblici che ne

soffrissero scapito, benchè avessero violata la legge Licinia, si

darà un’indennità pei fatti miglioramenti. Le terre così acquistate

non sarebbero più revocabili, ma proprietà assoluta, scarca da

livello, però non vendibile. De’ terreni che sopravanzassero, si

costituerebbe un fondo da spartire fra i poveri e restare inalienabile:

era l’unico modo d’impedire che ricadesse in man de’ ricchi, e forse

per ciò Tiberio pensava dar loro i terreni più prossimi alla città.

S’aggiungevano da cencinquanta jugeri per ogni figlio emancipato

dal proprietario: primo esempio di rimunerazioni assegnate per

favorire i matrimonj. Insomma, vedendo la difficoltà di riconoscere

i titoli e la misura di ciascun possesso, ordinavasi un rimpasto

generale, dove spropriati tutti, distribuivasi ancora a sorte tutto il

terreno pubblico. Il quale sovvertimento di tutti gl’interessi e le

abitudini ripugna dalle idee presenti, non così dalle antiche, ove il

proprietario supremo era sempre lo Stato, siccome oggi in Turchia.

Tiberio non era mosso da manìa d’illustrarsi, e ancor meno dalla

universale benevolenza che in ogni uomo ci fa riconoscere un fratello;

bensì dal patriotismo alla romana, dal voler cioè assicurare a Roma la

sovranità del mondo col non lasciar perire la robusta razza italica

che le avea procacciato già tante provincie. Non trattavasi dunque

di elevare la seconda classe al grado della prima, come al tempo

di Stolone, ma di dar incremento alla popolazione libera, la sola

che empisse l’esercito. Era legge aristocratica, se la misuriamo ai

concetti di oggi; nè fa meraviglia se da aristocratici venne sostenuta.

Ma sebbene Tiberio fosse uomo di teorie, alle quali sagrificava i

fatti e i patimenti della generazione presente, al torto si apporrebbe

chi alle follie del comunismo annettesse quelle leggi che tendevano a

costituire una proprietà e creare proprietarj; ledevano la proprietà

attuale, non già il possedere; anzi volevano estenderla, impedendo

l’accumularsi de’ possessi, all’uopo di moltiplicare i piccoli

coltivatori, cioè i soldati.

La plebe confermò lietamente la proposizione di lui: v’ha però abusi

tanto radicati[362] (l’intendano i novatori), che mettervi la scure

non si può senza che lo Stato intero se ne risenta. I nobili poteano

allegare il diuturno godimento, durante il quale aveano piantato,

migliorato, fabbricato; ivi le memorie della fanciullezza, le tombe

degli avi, le doti delle mogli: il cessare dal rendere il livello avea

fatto dimenticare quali fondi fossero pubblici, quali allodj: coloro

che per lungo ordine di avi o per retaggio o per dote possedevanli

allora, erano di buona fede, e v’aveano fatto assegnamento. Il rimpasto

dell’agro pubblico adunque traeva interminabili difficoltà per

riconoscerlo, la necessità di dare compensi, e l’opposizione di quanti

vedeansi sturbati da’ loro poderi. Questi esasperati comparvero per le

vie e le piazze vestiti a bruno, supplicando la plebe contro il tribuno

di essa: ma Tiberio persiste; valendosi del pien potere tribunizio,

suggella il tesoro, sospende i giudizj e l’esercizio delle magistrature

finchè la legge non sia votata.

Allora i patrizj ricorsero agli spedienti legali; e poichè

l’opposizione d’un tribuno impediva l’azione dell’altro, essi

guadagnarono Ottavio Cecina collega di Tiberio, giovane ricco e di

costumi austeri, affinchè interrompesse col suo voto la deliberazione.

Tiberio non lasciò via per trarlo dal suo parere; generoso e tenero,

irremovibile di volontà quanto dolce di indole, esibì pagargli del suo

i fondi ch’egli perdeva, lo supplicò, baciollo perfino in pubblico;

ma trovandolo ostinato, propose fosse deposto, malgrado il sacro

carattere tribunizio.—Il tribuno (diceva egli) è inviolabile, anche

se incendiasse l’arsenale, se smantellasse il Campidoglio: ma non se

minacci il popolo stesso. Sacra era la regia dignità, eppure gli avi

nostri espulsero Tarquinio: sacre eminentemente le Vestali, eppure

peccando sono sepolte vive. Così il tribuno che offende il popolo, non

deve in prerogativa trascendere il popolo stesso, poichè egli medesimo

scassina la potenza, da cui trae sua forza».

[DEPOSIZIONE D’UN TRIBUNO]

Già le tribù aveano cominciato a dare il voto per la destituzione di

Ottavio, quando Gracco tornò alle preghiere, agli scongiuri: il collega

s’intenerì fino alle lagrime; ma fosse ostinazione od onoratezza,

persistette, e il suffragio della decimottava tribù decise che Ottavio

venisse degradato. Primo colpo recato alla sacra autorità tribunizia;

ed era recato da un tribuno.

Ora qual è l’uomo, quale principalmente il demagogo, che, preso il

pendìo delle novità, possa fermarsi ove gli talenta? che per la

quistione presente non sacrifichi o dimentichi l’avvenire? Tiberio,

ch’era veramente il miglior uomo della fazione plebea, come della

nobile gli Scipioni, coll’abilità, col buon senso, coll’amor

dell’ordine disacerbava un’impresa tanto risoluta; ma alfine, stomacato

dalle tergiversazioni del senato e dalla perfidia degli oligarchi che

attentavano alla sua vita e persino alla sua fama, ripropose la legge

Licinia nell’antica rigidezza, non facendo più cenno di risarcimento

per l’eccedente dei cinquecento jugeri; senza por tempo in mezzo, gli

usurpatori abbandonassero l’agro pubblico, al quale uopo si attribuiva

potere grandissimo a triumviri, eletti per verificare i possessi e

spartirli. A questa carica fa scegliere se stesso con Appio e col

fratello Cajo.

[132]

Tra i regni che si formarono dal rompersi della signoria di Alessandro

Magno accennammo quello di Pergamo nella Misia (pag. 326). Lo ingrandì

il re Eumene II favorendo i Romani contro di Antioco e di Perseo; poi

Attalo III suo figlio, abjetto e crudele tiranno, testando chiamò

_erede de’ suoi beni_ il popolo romano; e questo interpretò che

per beni s’intendesse anche il regno ed occupollo, riducendo così

provincia, col nome di Asia, la più bella e più grande porzione

dell’Asia Minore.

Eredità di genere così nuovo dovea costare carissima a Roma. Intanto

Tiberio Gracco, trasferendo nel popolo quel disporre degli affari

esterni ch’era privilegio del senato, propone che la nuova provincia

non venga amministrata dal senato, ma profitti pei cittadini poveri,

onde abbiano di che comprare gli attrezzi e le scorte pei nuovi campi:

aggiunge che si abbrevii alla plebe il tempo del servizio militare;

i cavalieri possano entrar a parte de’ giudizj coi senatori; si

ristabilisca l’antica _provocatio_, cioè l’appello dai giudizj al

popolo congregato. Poi comprendendo che su tropp’angusta base poggiava

la mole immensa dell’impero romano, uscì dallo stretto patriotismo per

elevarsi fin alla nobile idea dell’unità italica, proponendo che a

tutta la penisola si estendesse il diritto della cittadinanza romana.

[ROGAZIONE SEMPRONIA]

Queste ultime rogazioni avrebbero dovuto amicargli l’ordine equestre

e gl’Italici: ma i cavalieri, se odiavano i patrizj che ne limitavano

l’autorità e gli escludevano dalle cariche, più temevano la legge

agraria che gli avrebbe spogli dei poderi usurpati, e a pari con

essi ammetterebbe al suffragio i Socj latini o gl’Itali antichi.

Tiberio dunque favorendoli non ne acquistò la grazia, e ingelosì la

plebe: la quale, sebbene avesse tanto a lodarsi d’un sì favorevole

magistrato, non ponea così immediato interesse alle leggi politiche,

di cui non intendeva bene il vantaggio, e vana com’è e disunita, non

sapeva sostenerlo nell’effettuare i suoi concetti, anzi dava ascolto

alle suggestioni de’ nobili che denigravano il tribuno, e dicevano

affettasse il regno.

Quanto agli Italioti, un nuovo riparto del territorio pubblico dava

a temere che i magistrati ne profittassero per intaccare o molestare

le possessioni confinanti, non ben delimitate ne’ contratti, essi

pure ambigui o inintelligibili[363]; e pareva sovrastasse una nuova

confisca in piena pace. Fors’anche i nobili di Roma aveano saputo

spargervi il fermento, e il senato lasciatovi intendere che ai

lamenti si darebbe ascolto, si farebbe larghezza di diritti, purchè

resistessero ai triumviri o li tergiversassero. Fatto è che dappertutto

la rogazione Sempronia parve aborrita.

[FINE DI TIBERIO]

Sentiva dunque Tiberio a qual pericolo resterebbe esposto appena

uscisse di magistratura; onde gittatosi a farsi (contro la

costituzione) prorogare il tribunato, ripeteva le patrizie minaccie,

compariva in bruno, mostrava alla plebe i suoi bambini, pregandola a

conservare ad essi il padre. Venuto il tempo de’ comizj per l’elezione,

nuovo timore l’invase perchè due serpi aveano fatto le uova nel suo

elmo, e quella mattina i polli non vollero sbucare dalla stia; egli

stesso uscendo di casa inciampò alla soglia, e due corvi combattenti

a sinistra fecero dal tetto cadere un sasso ai piedi di lui. Così

Plutarco: ma più seria apprensione dovea cagionargli il vedersi

incontro l’aristocrazia concorde e disposta a tutto, mentre in suo

favore null’altro restava che il vulgo mutabile e le tribù rustiche, a

cui l’opera della mietitura impediva di accorrere ai comizj.

[OPPOSIZIONE DEGLI SCHIAVI]

[133 xbre]

Radunati questi, i possessori alzano la voce contro il violator

della legge; i senatori compajono armati, e cinti di clienti e di

schiavi; gli amici di Tiberio s’accingono a tener testa; il tumulto

s’incalorisce; la plebaglia quanto pronta alle grida, tanto è alla fuga

e allo scoraggiamento. Egli, non potendo più farsi udire, ponsi la mano

sul capo per indicare il pericolo; i nemici gridano ch’egli chiede la

corona, cominciano a far macello degl’inermi, e trucidano lui stesso

co’ suoi fautori, che senza onore d’esequie, gettati nel Tevere,

scontano i brevi ed infausti amori della plebe.

Tra i fautori del Gracco alcuni furono processati, altri assassinati;

Cajo Billio, senz’altro giudizio, chiuso in una botte piena di serpi;

Blossio filosofo di Cuma, citato in giudizio, sostenne d’avere amato

Gracco, ed essersi mostrato pronto ad ogni volere di esso.—E se egli

avesse comandato di metter fuoco al Campidoglio?» domandò Scipione

Nasica.—Non l’avrebbe mai fatto (rispose il Cumano): ma se me l’avesse

imposto, l’avrei bruciato, persuaso ch’egli non potea volere se non

cosa utile al popolo».

Questo Nasica, cugino dei Gracchi, erasi mostrato accanitissimo loro

avversario; persuase di dar addosso alla plebe disarmata; tiratasi in

capo la toga come solea ne’ sagrifizj, essendo sommo pontefice, e col

bastone in pugno si pose a capo di quei che _amavano la repubblica_,

cioè l’usufruttavano; poi osò con un decreto far giustificare

quant’erasi commesso contro i Gracchi e i suoi. Sprezzatore della

plebe, prendendo la mano d’un agricoltore per sollecitarne il voto, e

sentendola callosa, gli chiese:—Che? cammini tu forse colle mani?»

Perciò i popolani gli gridavano improperj, lo imputavano d’aver ucciso

una sacra persona in luogo sacro; talchè il senato, volendo dare

qualche soddisfazione e sciogliere se stesso da un impaccio, l’inviò

con onorevole incarico in Asia, donde più non tornò.

[132]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 30 / 37 段