La repubblica possedeva terreni sì in Italia, massime nella Campania,

sì nelle provincie, che Cicerone chiama patrimonio del popolo romano;

e li cedeva a lavoratori, esigendone un decimo del grano raccolto, un

quinto del legname, e una lieve retribuzione pel bestiame: la quale

rendita si dava in appalto di cinque in cinque anni. Ai porti ed al

confine si riscotevano dazj sulle merci che entravano ed uscivano, e

Roma e l’Italia ne furono esentate solo nel 694 per legge di Metello

Nepote: ne’ porti di Sicilia tale diritto saliva alla ventesima[347].

Sulla compra o la vendita degli schiavi il fisco percepiva un

ventesimo, serbato in apposito erario per le più stringenti necessità.

Sul declinare della prima guerra punica, il censore Livio, per ciò

soprannominato Salinatore, ridusse a monopolio il sale, onde impedire

che i privati lo mettessero a prezzo eccessivo. Finalmente era pagata

un’imposizione dai cavatori delle miniere, massime delle ricchissime

d’argento nella Spagna. Uniamovi le ammende imposte dai magistrati, e

il cui ricavo deponeasi nel tempio di Cerere.

Eppure sotto Silla dittatore, appena a quaranta milioni di franchi

sommava l’entrata totale; giacchè, oltre le contribuzioni e i consumi

in natura, un’infinità di spese erano lasciate ai singoli paesi, al

modo che fassi ora dagl’Inglesi e dagli Stati Uniti d’America. Nelle

strettezze ricorrevasi a prestiti; qualche volta si alterò anche la

moneta, come nella prima guerra punica riducendola d’un quinto del peso

e conservandone il valore; nella seconda s’acquetarono i creditori con

una doppia operazione, per cui quelli del pubblico perdettero la metà,

quelli dei privati un quinto, e si emisero viglietti del tesoro. Finite

le guerre, riparavano ai debiti il bottino e le contribuzioni dei

vinti, i quali ne restavano disanguati in modo da non poter rialzare

la testa, mentre Roma ne acquistava mezzi di far nuove guerre e trarre

nuovi guadagni.

Che veramente la scienza finanziaria dei Romani consisteva nella

conquista; ignorando del resto come ben si crei, si consumi, si cambii

e si diffonda la ricchezza. Cicerone nel trattato _Della repubblica_

investigando il principio e la miglior forma di governo, e i precipui

elementi della vita dei popoli, parla della famiglia, dell’educazione

pubblica, della giustizia, della religione; ma dell’economia tocca

appena per incidenza[348].

Vinte Cartagine, Corinto, Siracusa, la Macedonia, Pergamo, traboccarono

in Roma le ricchezze. A Taranto furono prese ottantamila libbre d’oro

e tremila talenti d’argento: i tesori di Perseo eccedevano il valore

di quarantacinque milioni: Scipione da Cartagine portò nel tesoro

cenventimila libbre d’argento: alla qual città fu imposto nella prima

guerra il tributo di duemila ducento talenti, di diecimila nella

seconda, ad Antioco quindicimila, mille a Filippo, cinquecento agli

Etolj, altrettanti a Nabide, trecento ad Ariarato; sicchè in dodici

anni cinque sole guerre arricchirono l’erario di trentamila talenti

(165 milioni di lire). Ben tosto le conquiste di Pompeo crebbero i

tributi dell’Asia a cento milioni: nei quattro suoi trionfi Cesare

pose in mostra il valore di sessantamila talenti, oltre duemila

ottocenventidue corone d’oro. Al rompersi della guerra civile, il

tesoro conteneva un milione novecenventimila ottocenventinove libbre

d’oro; poi sul finire della repubblica valutavasi da trecencinquanta a

quattrocencinquanta milioni la rendita generale delle provincie romane.

L’Egitto ai Tolomei fruttava dodicimila talenti, ma molto più ai Romani

dopo che l’ebbero conquistato. L’esazione affidavasi ad appaltatori,

che per lo più erano cavalieri; o a compagnie, che divenivano un

flagello delle provincie e una corruttela per la capitale.

Del denaro versato dai pubblicani nell’erario, il senato regolava

l’erogazione, poco consultando il popolo per l’uscita come per

l’imposizione. Venti questori vegliavano al pubblico tesoro ed alle

rendite. Due sedevano in Roma, soprantendendo alla scossa delle

imposte d’ogni natura ed ai conti, reprimendo anche le concussioni de’

pubblicani, e custodivano pure le leggi e i decreti del senato. Gli

altri nelle provincie accompagnavano i consoli ed i pretori per fornire

di viveri e denari le truppe, riscuotere le imposte e i generi dovuti

alla repubblica, vendere le spoglie dei vinti; conservavano anche in

deposito il peculio dei soldati; erano il secondo magistrato della

provincia, e sostenevano le veci del pretore quando partisse. I conti

erano riscontrati dai governatori, poi deposti al tesoro generale di

Roma e negli archivj delle provincie.

Il tesoro serbavasi nel tempio di Saturno a Roma, diviso in tre

casse: nella prima le rendite per le spese correnti; nella seconda la

ventesima sulle emancipazioni legali e sulla vendita degli schiavi,

per le maggiori urgenze; nella terza l’oro coniato o no, proveniente

da conquiste. Gli scribi del tesoro, quantunque impiegati subalterni,

diventavano importantissimi, atteso che, essendo perpetui, acquistavano

una pratica che li rendeva indispensabili ai questori delle provincie,

eletti man mano.

Dopo l’assedio di Vejo si diè paga ai soldati ed agli ausiliari, il

che importava dispendio enorme. Di grave costo erano pure le flotte,

sebbene il costruire e l’attrezzar le navi fosse obbligo di alcune

provincie. Le costruzioni pubbliche e principalmente gli acquedotti e

le strade portavano grande spesa, sminuita, è vero, dall’adoprarvisi i

soldati o gli schiavi. Inoltre ai generali e ai soldati decretavansi

regali, collane, statue; e spesso durante le guerre si votava qualche

festa o tempio. Poco costava l’amministrazione delle provincie,

ricevendo gli impiegati provvigione dal paese. Gli ambasciadori esteri

venivano trattati suntuosamente coi vasi riservati pei banchetti

sacri. La maggiore uscita derivava dalle distribuzioni di grano che si

faceano ai cittadini bisognosi, dapprima soltanto nelle carestie, poi

annualmente; crescenti a misura che la popolazione affluiva a Roma.

[TERRITORIO ROMANO]

Al momento ove siamo col nostro racconto, cioè centrent’anni avanti

Cristo e seicenventiquattro dopo la fondazione di Roma, questa

possedeva tutta quasi l’Italia, la Spagna, la Grecia; l’Adriatico le

dava sicure comunicazioni dopo sottomessi gli Istrioti, i Giapodi, i

Dalmati, gli Illirici; il passo fra l’Italia e la Spagna ben presto

le fu assicurato dalle colonie d’Aix e di Narbona; nell’Asia Minore

stendeva il dominio fin al Tauro; in Africa, sull’antico territorio

di Cartagine; teneva l’Egitto in tutela, gli Ebrei alleati, ligi i re

dell’Asia Minore; sicchè la città che dianzi si limitava fra Preneste e

Tivoli, or sentivasi chiamare signora dall’oceano Atlantico alle rive

dell’Eufrate e dall’Alpi all’Atlante. Questo territorio costituiva

due grandi divisioni: l’Italia fin al Rubicone e alla Marca; e le

provincie, che allora erano nove, cioè Sicilia, Corsica e Sardegna, la

Cisalpina, la Macedonia colla Tessaglia, l’Illirio e l’Epiro, l’Acaja,

vale a dire il Peloponneso, l’Ellade e le isole, l’Asia, l’Africa, la

Spagna ulteriore e la citeriore. Affine di meglio sopravedere l’Italia,

il senato la spartì fra quattro questori provinciali: uno risedeva

ad Ostia, avendo sotto di sè l’Etruria, la Sabina, il Lazio fino al

Liri; l’altro a Cales, regolando la Campania, il Sannio, la Lucania,

i Bruzj; il terzo reggeva l’Umbria, il Piceno, i Ferentini, e via fin

al lembo dell’Apulia; il quarto l’Apulia colla Calabria, nel qual nome

erano congiunti i Salentini, i Messapi, i Tarantini.

Allorchè Scipione Emiliano, in qualità di censore, chiudeva il lustro,

nel sagrifizio consueto il cancelliere lesse la formola solenne delle

preghiere, in cui si cercava agli Dei l’ampliamento dell’impero. Egli,

invece di ripeterla, esclamò:—Grande e potente è abbastanza: supplico

i Celesti di conservarlo eternamente intatto»[349].

CAPITOLO XVIII.

Condizione economica. Leggi agrarie. I Gracchi.

Storici e critici, occupati principalmente della politica, poco

avvisano che da questa dipende solo la minor parte del benessere delle

popolazioni; e che l’aver pane, indipendenza e giustizia sono i supremi

bisogni del popolo, il miglior frutto come la maggiore salvaguardia

della libertà. Quanto n’erano soddisfatti gli Italiani sotto quella

gloriosa repubblica, in tanta sapienza di leggi?

Troppo ristretto vede chi in Roma avvisa soltanto le anguste

combinazioni d’una repubblica militare: mentre porzione delle vicende

e dello svolgimento di essa concerne l’intero genere umano, ch’ella

si assimilava, e al quale dovea poi dettar leggi, durature più di

qualunque impero. Chi sappia tradurre il linguaggio antico in moderno,

l’accidentale in perpetuo, non v’incontra soltanto baruffe di patrizj

con plebei, siccome si fa nelle scuole, nè l’immortale nimicizia di

chi non ha contro chi ha, ma le quistioni oggi più dibattute, come

sono la legge elettorale e l’estensione del diritto di suffragio,

i provvedimenti sui poveri e sul colonizzare, il governo dei paesi

tributarj, la connessione delle amministrazioni locali colla centrale;

e come nell’odierna Inghilterra, ad un’aristocrazia patrizia, radicata

nei possessi, opporre una timocrazia, poi una democrazia, potente per

numero, per opinione, per istituti.

[DEI POSSESSI]

Il vero patriziato, quel che non riconosceva alla plebe matrimonj

legali e famiglia, che riduceva schiavo il debitore, e fin lo tagliava

a pezzi, da tempo era soccombuto ai lenti sforzi de’ plebei; e i

nati nobili (_ingenui_) restavano distinti soltanto pel vantaggio

che assicurano l’illustre casato e la tradizione di avite clientele.

D’abolire questa nobiltà non fu mai discorso; e a che pro tentarlo,

quando non reggevasi che sopra l’opinione? La differenza di stato

derivava dalla proprietà; e il plebeo, pari in diritti al nobile,

soccombeva a questo perchè sfornito dei mezzi onde farli valere,

e ridotto a vivere delle limosine di quello o delle pubbliche

largizioni. I prischi Romani aveano cerca la libertà col tener

pareggiate le condizioni, di modo che la povertà era decorosa, laureato

l’aratro[350]; con leggi suntuarie repressero il lusso, quantunque

allora pure le arti, come sordide, s’abbandonassero agli schiavi,

il commercio si restringesse a tenere approvvigionata la città, e

l’economia fosse quella d’un popolo guerresco ed agricola. Sminuzzate

le proprietà; poche affittavansi a coloni per una quota parte de’

frutti; nelle più la terra, il capitale e gl’istromenti per lavorarla,

spesso il coltivatore medesimo erano proprietà d’un solo; il padrone

manteneva i villani come i bovi. In tal condizione non presentasi

differenza d’interessi fra il proprietario, il fittajuolo, il villano;

nè gli economisti d’allora aveano a sottigliare su tutti quegli

spedienti, mediante i quali dai nostri cercasi la miglior distribuzione

della ricchezza nazionale, come gli accordi fra il padrone e il

bracciante, la misura dei salarj, il profitto de’ capitali, l’influenza

del prezzo delle sussistenze sul valore degli oggetti, le norme

dell’imposta e del suo riparto sovra le varie entrate.

[NATURA DEI POSSESSI]

Ma chi aspiri a giusta intelligenza delle leggi agrarie, duopo

è che ben comprenda la natura della proprietà fra gli antichi e

specialmente fra i Romani. L’indipendenza personale era data dal

possesso stabile; la cittadinanza, dal possesso entro al territorio

auspicato, corrispondente a quel che oggi direbbesi territorio legale.

Da principio non l’aveano posseduto che i patrizj; i tribuni poco a

poco ne resero partecipe anche la plebe: ma sebbene il possesso, da

religioso, poi aristocratico, infine divenisse individuale e privato,

il concetto di proprietà nazionale si conservò sempre, almeno come

finzione, talchè Gajo, giureconsulto dell’età degli Antonini, ancora

diceva appartener essa allo Stato, e l’uomo non averne che il possesso

e l’usufrutto[351]. I sacerdoti prima, poi gli agrimensori e il

magistrato davano solennità alla trasmissione de’ possessi, che lo

Stato lasciava godere ai privati, ma che poteva richiamare a sè col

terribile diritto della proscrizione o colla confisca, quando un membro

fosse cancellato dal ruolo de’ cittadini. Sacro perciò il termine;

sacro, o almeno di pubblica autorità l’uffizio dell’agrimensore[352].

Il territorio primitivo di Roma, che stendeasi appena otto chilometri

fuor della città, fu distribuito a ciascun capofamiglia in porzioni sì

scarse, che a Quinzio Cincinnato per coltivare la propria di quattro

jugeri bastava uno schiavo. Altrettanto era nelle altre città che

coronano le alture del Lazio, perciò popolose e colte; e fra’ Sanniti

e Sabini, e fra gli altri alle falde dell’Appennino, che adopravano

come schiavi le genti primitive soggiogate, quali erano i Pelasgi per

gli Etruschi. Alla lor volta soggiogati, gli abitanti di questi paesi

dovettero cedere il posto a colonie romane, e il territorio o in tutto

o in parte si confiscava a pro dello Stato.

Restavano dunque distinti i possessi privati e i pubblici. La gente

antica di Roma continuava a vivere sui campi aviti, e il possedimento

di questi consideravasi come condizione dell’indipendenza, cittadino

di pien diritto essendo chi teneva una parte di quel terreno: ond’è

che, dopo la cacciata dei Galli, essendosi formate quattro nuove

tribù, furono assegnati a ciascuna famiglia sette jugeri; quantità

probabilmente desunta dall’ordinario possesso delle famiglie

preesistenti.

[CONCENTRAZIONE DE’ POSSESSI]

L’eredità intestata distribuivasi a parti eguali tra i figli: eppure

il suolo, non che andare eccessivamente suddiviso, anzi si concentrò

in poche mani, per violenza, o per artifizio legale, o per compra.

I terreni conquistati, oltre quelli distribuiti come ricompense

militari, divenivano in parte proprietà pubblica (_ager publicus_), e

se ne facevano tre classi: i coltivati erano venduti o affittati dai

censori, od assegnavansi a coloni che vi si stabilivano; gl’incolti

abbandonavansi a chi volesse utilizzarli, retribuendo il decimo dei

grani e il quinto delle frutte; i pascoli restavano comunali, potendo

ciascuno mandarvi il bestiame, pagando una tenue tassa (_scriptura_).

Chi acquistasse terreni colti, non n’era proprietario assoluto,

ma precario, e pagava un canone (_vectigal_). Però il riparto dei

conquistati terreni si faceva dai patrizj; talchè essi tenevansi il

bello e il meglio, poi accordandosi cogli appaltatori, loro consorti,

lasciavano cadere in disuso il livello, e li confondevano coi beni

patrimoniali, che perciò ingrossavansi in quella sproporzione che ruina

le repubbliche.

[LEGGE LICINIA]

[366]

Quindi i liberali proponevano di dividere tra’ plebei l’agro pubblico,

dai grandi usurpato; e poichè questo era revocabile, il senato

non ricusò mai la proposta, solo armeggiò per eludere questa, che

chiamavasi _legge agraria_[353]. Ma se Cassio Icilio, Manlio Capitolino

ed altri non aveano proposto che di dar terre come retribuzione ai

soldati della repubblica, il tribuno Cajo Licinio Stolone improntò

alla legge agraria un carattere politico, chiedendo pel popolo non

soltanto la terra onde vivere, ma anche la potestà civile che le va

annessa (pag. 184). Pertanto, oltre sminuir le usure e rimettere in

circolazione una quantità di terreno, a lunghi stenti ottenne che

uno dei consoli potesse esser plebeo, ed a’ plebei si comunicasse il

diritto degli auspizj. La sua legge portava che nessuno possedesse

oltre cinquecento jugeri (125 ettare) di suolo e cento teste di

bestiame grosso, e vi mantenesse un certo numero di villici, cioè

coltivatori liberi. Tali provvedimenti riferivansi unicamente ai campi

pubblici[354]; e non pare chiedesse tampoco che venissero legalmente

spropriati quei che già possedevano di più, contentandosi di multarli.

Con ciò arrestando alcun tempo la agglomerazione dei poderi e lo

squilibrio delle fortune, grandemente giovò la cosa romana. Ma la sua

legge non tardò ad essere elusa; i figli de’ Fabrizj e de’ Cincinnati

ambirono sempre maggiore opulenza; e gente senza industria, con quali

arti doveva acquistarla? col valersi della potenza, loro attribuita

dalla costituzione, per trarre a sè il buono e il meglio della

conquista.

In ciò da ogni cosa si trovavano ajutati. Le materie preziose

introdotte per via de’ trionfi, diminuirono il valore del denaro, per

modo che poterono facilmente spegnersi i debiti; il canone dai patrizj

dovuto restò ridotto a un nulla, e pochissimo bastava a comprare gli

schiavi che lavorassero i campi. A questi schiavi permettono di fare

qualche risparmio sopra il necessario, o di esercitare un traffico

minuto, con cui si creano un peculio che depongono a mutuo in mano

del padrone medesimo, il quale di tal passo si trova ad un tempo

proprietario, agricolo e banchiere.

I minuti possessori, ascritti alla quarta e alla quinta classe, alcun

guadagno ritraevano dal militare, dall’assistere come patroni ai

forestieri od ai plebei che chiedessero giustizia[355]; talora anche

ottenevano qualche brano del territorio conquistato. Ma i grandi

possessi, sostenuti da capitale abbondante, tendono a dilatarsi, ogni

giorno tirano a sè qualche patrimonio modesto, e i nobili, vale a

dire quelli entrati nel senato e nelle cariche maggiori, colle arti e

coi cavilli della legalità assorbono i piccoli appezzamenti toccati

al plebeo. I censori stessi potevano torli a questo, e darli a tenue

fitto ai ricchi, che poi, per connivenza d’essi censori, desistevano di

pagarne il canone, e ne divenivano proprietarj diretti.

[MISERIA DE’ PICCOLI POSSIDENTI]

La condizione de’ prischi agricoli era tutt’altro che felice. Una

siccità, un turbine potea sperdere il ricolto, e la difficoltà delle

comunicazioni rendeva impossibile il supplirvi. La vicinanza alle

frontiere esponeva alle correrie de’ nemici: e devastati i campi,

perduti i bovi, era forza ricorrere per imprestiti al ricco, le cui

terre, più vicine alla città, erano più fruttuose e meglio difese. Il

minuto possidente come poteva reggere ai grossi interessi, con cui

procurarsi gli stromenti del lavoro? come sopportare la concorrenza

delle operazioni in grande, intraprese dai padroni di schiavi?

Lasciatosi prima ipotecare, poi oppignorare il possesso, lo spropriato

diveniva schiavo del ricco. Molti già erano a tal condizione nel 340

avanti Cristo, quando alcune legioni ammutinate liberarono grandissimo

numero di siffatti debitori. Pertanto il territorio romano pigliò

presto l’apparenza d’una federazione di principotti; e non è guari si

scoprì presso Viterbo l’iscrizione d’un acquedotto, lungo 8776 metri,

che traversava soli undici poderi di nove proprietarj.

I piccoli possessori dovevano sulle terre, sulle case, sugli schiavi,

sulle bestie, sul bronzo coniato (_res mancipi_) una tassa, variabile

ogni lustro: i grandi invece, pei fondi acquistati al modo che dicemmo

e senza titolo, non pagavano imposizione, come neppure sui mobili di

lusso (_res nec mancipi_) che costituivano la loro principale opulenza.

Lautissimi lucri poi trovavansi schiusi dall’appalto delle gabelle,

che ogni cinque anni i censori metteano all’incanto. Qui come altrove

il delitto grosso otteneva onore, il piccolo infamia; perocchè i

pubblicani erano cittadini autorevoli per impieghi e per aderenze, cui

gli oppressi non osavano accusare, sfogandosi contro i subappaltatori

che operavano per loro conto. Queste insaziabili sanguisughe colle

vessazioni raddoppiavano il debito delle provincie, e ne assorbivano

le rendite dell’anno successivo colle enormi usure, a moderar le quali

tutti i provvedimenti furono o conculcati o elusi.

[POTENZA DEI RICCHI]

[193]

Trarricchiti pei doni affluenti nel senato e per gl’immensi profitti

delle magistrature e delle missioni nelle provincie, i nobili

rinunziarono a guadagnare coll’usura, e allora tentarono reprimerla

ne’ cavalieri, ai quali per compenso si attribuirono l’appalto delle

entrate e i pubblici poderi tolti ai poveri; in tal modo crescevansi i

latifondi a misura che il grosso della popolazione impoveriva. Quando

i grandi più non avessero modo a rubare, vendevano il nome con indegne

adozioni; vendevano la propria libertà anelandosi nelle legioni, i cui

capi connivevano alle loro rapine per tenerseli amici.

Così lo Stato cadeva nelle branche d’un’aristocrazia pecuniaria: unica

potenza verace, la ricchezza decide del voto nelle assemblee, porta a

capo dello Stato, padroneggia i comizj, riempie il senato e le cariche,

dà a consoli e pretori le provincie da espilare, commette ai censori

l’arbitrio delle terre d’Italia. Sì: erano aperte a tutti le dignità,

ma che? le elezioni cadevano sempre sui nomi stessi, e negli ottantasei

anni fra il 219 e il 133, nove famiglie ottennero ottantatre volte

il consolato, e lentavasi quel movimento, per cui l’aristocrazia si

risanguava continuamente colla eletta de’ plebei.

La sproporzione di ricchezze nelle antiche repubbliche trova

spiegazione dal mancarvi l’industria, il commercio, ogni altr’arte,

fuor la guerra e l’agricoltura. Fra i larghi possidenti e i miserabili

non era interposta la classe media di negozianti e artieri, i quali

vivono e arricchiscono coll’industria e coll’accumularne i frutti.

La gente di campagna era tratta alla città, ma non per applicarsi

ai mestieri; onde vi si sviluppavano i morbi che adesso pure ci

rodono col nome di pauperismo e di carità legale. Oggi al pitocco

noi diciamo:—Va, e lavora»; a un cittadino romano sarebbe stato

un’ingiuria, un trattarlo da schiavo, al quale erano serbate le arti

sordide, cioè le utili. Le bottegaje si confondevano con le infime

serve fino ai tempi di Costantino; e Cicerone dice che il negoziare è

un aumento di servitù, e che i mercanti non possono profittare se non

col mentire[356].

[PLEBE SOFFRENTE]

Senz’arti, senza possessi, che far dunque della romana plebe? Menarla

alla guerra; la quale perciò si perpetuava, come giovevole sì allo

Stato che con essa riparava al pubblico debito, sì ai nobili che

si rifaceano colle spoglie dei vinti, sì ai poveri che o vi erano

mantenuti o morivano gloriosamente. Per disgrazia mancavano nemici da

combattere? il vulgo doveva accattar pane o dai candidati cui vendeva

il voto, o dalla pubblica limosina, onestata col nome di largizioni,

ricevendo gratuiti o a buon mercato i grani e il sale che sovente

era l’unico suo companatico. Dopo i trionfi, aveva bronzo coniato o

terre lontane, come si fece di quelle tolte agli Italiani che avevano

favorito Annibale, preferendosi il largheggiare possessi nelle colonie

al concedere terreni legittimi. E voi soldati, terror de’ nemici in

campo, che l’affezione per gli Dei penati posponete alla venerazione

delle aquile legionarie, voi sarete altre vittime de’ ricchi ambiziosi:

strascinati a combattere oltre i mari, non potrete più coltivare il

campo avito, spesso lo perderete o per guerra o per debiti: voi che

ergete trofei, o fabbricate catene ai popoli superbi, o spianate strade

indistruttibili per congiungere i vinti alla vincitrice, non potrete

che lasciare a straniera gleba le ossa affaticate ed incompiante.

Allorchè si propose la guerra contro Perseo, un centurione si fece

avanti ai tribuni e al senato; e—Quiriti, io sono Spurio Ligustico,

della tribù Crustumina, nato in terre de’ Sabini. Mio padre mi lasciò

un jugero di terra e una casetta, nella quale io nacqui e fui allevato

ed abito ancora: mi diede in moglie la figliuola di suo fratello,

la quale null’altro recò che la libertà, la pudicizia, e per giunta

una fecondità qual basterebbe per ogni casa ricca. Ho sei maschi e

due fanciulle; queste accasate; di quelli, quattro hanno la toga

virile, due sono in pretesta. Arrolato nell’esercito di Macedonia, due

anni io militai come gregario contro Filippo; il terz’anno, Quinzio

Flaminino in benemerenza mi assegnò il decimo ordine degli astati.

Vinto Filippo, ricondotti in Italia i congedati, volontario passai

in Ispagna; e Catone console, tanto operoso, diligente esaminatore e

giudice della virtù del soldato, mi reputò degno d’affidarmi il primo

ordine degli astati della prima centuria. Una terza volta militai

volontario nell’esercito contro gli Etolj e il re Antioco, ove da Marco

Acilio mi fu dato il primo grado tra i principi nella prima centuria.

Cacciato Antioco e soggiogati gli Etolj, in Italia militai due volte

nelle legioni che servivano annualmente; poi una volta in Ispagna. Da

Fulvio Flacco fui menato al trionfo fra quelli di cui volle onorare la

virtù. Richiesto da Sempronio Gracco, feci con esso una campagna. In

pochi anni quattro volte stetti centurione principale, trentaquattro

volte fui onorato di doni da’ miei capitani, ricevetti sei corone

civiche, negli eserciti compii ventidue stipendj annuali; ed ora passo

i cinquantanni».

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 29 / 37 段