Di tali diritti internazionali ci scarseggiano tanto i documenti, che

non bene accertiamo a quali condizioni stessero gli Etruschi; ma pare

non godessero del diritto latino, bensì di particolari capitolazioni,

abbastanza larghe, almeno in quanto concerne la classe dominante dei

lucumoni. Il loro ammollimento toglieva di temerli; faceali venerare

la conoscenza delle tradizioni religiose; e forse non andrebbe lungi

dal vero chi li paragonasse al clero cristiano sotto i Longobardi.

Loro legioni non troviamo negli eserciti romani; e i trentaquattromila

uomini che essi coi Sabini allestirono contro i Galli nel 528, erano

una difesa territoriale. Probabilmente erano privilegiati anche gli

Umbri, razza bellicosa, che però non sembra partecipasse alla legione

romana.

Fra le città italiche nessuno annoveri le greche, le quali non

ottennero mai que’ privilegi; pagavano tributo, non entravano nella

legione, bensì poteano servire come ausiliari, e somministravano galee

a Roma. Napoli alla greca restava divisa in _fratrie_, rispondenti alle

curie di Roma, e composte originariamente di trenta famiglie attorno

al sacello d’un dio o d’un eroe, da cui prendeva nome, onde v’era

quella degli Eumelidi, d’Ebone, di Castore, di Cerere, d’Artemisia, di

Aristeo. Ogni quinquennio vi si celebravano concorsi di musica e di

ginnastica, famosi quanto quelli della Grecia, della quale conservava i

costumi, mentre vi diventavano stranieri i vicini. Da federata si

mutò poi in colonia, e così Salerno e Nocera.

[COLONIE]

Il senato avocava a Roma gli Dei delle città vinte, o almeno

sottoponeva i loro sacerdoti a’ suoi, che arrogandosi il privilegio

della scienza augurale, quelli destituivano d’ogni influenza politica.

Ma non si dimenticava che un popolo soffre men dolorosamente la

perdita dell’indipendenza, che lo sprezzo delle costumanze; giacchè

quella attesta la maggior forza del vincitore, questa ne esprime il

vilipendio. Laonde Roma non aboliva le consuetudini particolari,

lasciava s’amministrassero nell’interno, conferissero la cittadinanza,

tumultuassero ne’ loro comizj, insomma si lusingassero delle apparenze

di libertà. Che se, per imitazione della rivoluzione romana, alla

nobiltà di razza era succeduta nel primato la nobiltà personale

(_optimates_) e ricca, il senato romano avrà facilmente potuto impedire

che la democrazia vi prevalesse all’oligarchia.

Le colonie erano tutt’altra cosa da quelle che vedemmo la Grecia

diffondere per tutto a prosperamento del commercio, e che rimanevano

indipendenti dalla madrepatria (pag. 205). Le colonie romane erano

istituzioni politiche, a tutto vantaggio della metropoli, quasi

sentinelle avanzate ne’ posti che si trovassero meglio opportuni,

non per prosperare il paese, ma per custodirlo dai nemici. Così allo

sbocco della foresta Ciminia si colonizzarono Sutrio e Nepete; Anzio

per vigilare la costa dei Volsci; Velletri, Norba, Sezia per tenere

in soggezione la montagna; Anxur per separare il Lazio dalla Campania

sul Liri; Fregelle, Sora, Interamna, Minturno per ischermire il Lazio

dai Sanniti; e più indentro Attina, Aquino, Casino; così dicasi delle

altre. Nella nessuna importanza che anticamente attribuivasi alla

campagna, possono tali città considerarsi come fortezze, piantate

in territorio nemico; e i coloni come guernigioni, che non poteano

cospirare co’ natìi.

Gli spediti in colonia erano più o meno; mille cinquecento a Lavico,

duemila cinquecento a Luceria, tremila ad Aquileja, e fin seimila

famiglie a Piacenza e Cremona: e variava la quantità di terreno ad

essi distribuita, or di due soli jugeri, or fino di cinquanta ai

fanti e cenquaranta ai cavalieri, come fu ad Aquileja. I prischi

abitanti vi rimanevano peregrini, in comunità distinta, e al modo

indigeno; i trapiantati possedevano il diritto romano o l’italico,

siccome rami staccati dal tronco, e un governo municipale conforme al

romano con decurioni, duumviri, censori. Le cinquanta colonie fondate

prima della guerra punica, tutte nell’Italia centrale eccetto tre, e

venti altre stabilite più lontano fra il 197 e il 177, godeano la

romana cittadinanza, ma non il suffragio[335]; o, a dir più giusto,

erano impedite dall’esercitarlo, cioè dal trasferirsi a Roma. Chi

nelle colonie potesse salire agli impieghi, diventava municipe,

e per conseguenza cittadino romano, ammissibile agli onori della

metropoli. I Latini che volessero divenir tali, lasciavano i figliuoli

a rappresentarli nella città nativa, ed essi trasferivansi a Roma in

qualche magistratura: o convinceano di prevaricazione alcun magistrato

romano; passo di molto rischio e d’incerta riuscita.

Le colonie dunque, non che aspirassero all’indipendenza come le

greche e le moderne, aveano per proprio l’interesse della metropoli.

Ecco perchè sì poco consenso trovò Annibale nella lunga sua guerra;

e allorchè si parla di rivolte delle colonie, non s’intenda che i

Romani stabiliti in quelle insorgessero contro la madrepatria, bensì i

prischi abitatori rivoltavansi contro gli avveniticci, e per la prima

cosa avranno trucidato i Romani che v’erano di casa, di bottega, di

guarnigione[336]. Dopo la guerra Sociale, la legge Giulia modificò

quelle condizioni, e tutti gli Italiani vennero considerati Romani;

onde in Italia non v’ebbe più nè federati nè municipi senza voto;

alle colonie fu accomunato il diritto di suffragio e d’eleggibilità;

ma al tempo stesso tutti dovettero adottare le romane leggi, a

queste acconciando le patrie costituzioni, in modo di ridurle non

al tipo di Roma, ma in armonia con quello. Una di tali costituzioni

ci è conservata nella tavola d’Eraclea, città nel seno di Taranto,

scritta dopo il 672 di Roma, scoperta nel 1732, e custodita nel museo

napolitano, dalla quale e da altri riscontri si raccoglie che ogni

municipio avea senati locali, a vita, e di numero prefisso; l’assemblea

popolare di ciascuna città nominava ai posti del senato vacanti;

sovra presentazione dei predecessori, i magistrati erano eletti ne’

comizj municipali come usavasi a Roma; ed erano responsali in denaro

de’ proprj falli. Esistevano inoltre borgate e mercati (_fora_,

_conciliabula_) non ancora elevati a municipj.

In somma i Romani, nati in piccola città, applicavano ai vinti gli

stessi loro regolamenti interni; il diritto pubblico imitava il diritto

civile; e come il padrefamiglia trattava da famuli o schiavi i suoi

sottoposti, ovvero li rendeva liberti o gli adottava, così Roma facea

de’ popoli. In essa città, dove lo straniero non godeva alcun diritto,

neppur quello della giustizia, importava di farsi ospiti di qualche

casa o persona. Se ne stendeva contratto, e alcuni ce ne rimangono

scolpiti in pietra o in bronzo, pei quali il patrono obbligavasi a

dare al cliente ospitalità, tutelarlo, procurarne il maggior utile

ed onore; e il cliente di rimpatto onorarlo qual padre, fargli

corteggio, somministrargli denaro, riscattarlo se cadesse prigione in

guerra. Al modo stesso popoli interi si posero sotto al patronato di

qualche famiglia, per esempio de’ Fabj gli Allobrogi, degli Antonj i

Bolognesi, de’ Marcelli i Siciliani, affine di avere chi ne sostenesse

le ragioni[337].

[PARTECIPAZIONE ALLA CITTADINANZA]

Roma stessa talvolta conveniva dell’ospitalità con privati o con

popoli; posizione non ben definita, che lasciava ai collegati

l’indipendenza, ma debole. Camillo, occupata Vejo, manda una tazza

d’oro al dio di Delfo; ma la nave tra via è presa dai Liparioti,

famosi corsari. Timasiteo, uno d’essi, per riverenza a Roma e al nume,

persuade i suoi a restituire il latrocinio; e il senato in benemerenza

gli decreta regali e il diritto d’ospitalità. Dopo un secolo e mezzo i

Romani conquistano Lipari, ma conservano liberi ed immuni da tributo i

discendenti di Timasiteo[338].

Tante gradazioni di dipendenza riescono difficilissime a intendersi

da noi, avvezzi all’uniformità: ma è il capolavoro della politica di

Roma questo assimilare i vinti. Fin allora i popoli del mondo tenevansi

serrati fra gelose barriere, escludendo ogn’altro dai privilegi che

conferiva la cittadinanza; laonde i vinti restavano o servi o plebe _ex

lege_. Da qualche conquistatore erano unite sotto scettro di ferro più

comunità? non per questo si fondeano, e ben tosto ne erano sbrancate

novamente, senza conservare della dominatrice che odio e sgomento.

Anche le costituzioni de’ primitivi Itali trovammo tutte comunali;

un paese ostile all’altro, ed eliminando gli stranieri: pure faceano

confederazioni, che accomunavano i diritti dei varj. Ma Roma procede

con ben altra risolutezza, e gli aggrega. Da principio si popola col

ricoverare chiunque vuol entrarvi ai patti prescritti; ora i vinti

Albani, ora i vincitori Sabini costringe o alletta a trasferire i

loro penati presso i suoi: tribù, popolazioni, razze acquistano la

cittadinanza romana: poi si creano cittadini in altri paesi, e tutti

si ascrivono alle tribù della città, e tutti possono esercitarvi i

civili diritti[339]. Se lo spirito aristocratico del governo consolare

restrinse questo afflusso di forestieri, la plebe e i fautori di essa

da Spurio Cassio fino a Cesare caldeggiavano che gli Itali fossero

pareggiati di diritti ai Romani.

[CITTADINANZA]

Inoltre nelle provincie, eccetto la Sardegna, v’aveva alcune città

_libere_; ve n’aveva di immuni da tributo; come v’erano cittadini

e liberi e immuni o personalmente o con tutta la schiatta: anzi ai

Greci furono restituite perfino le assemblee pubbliche, e l’adoprar

giudici di propria nazione, e risolvere le liti colle leggi patrie.

Pertanto Roma, se si disanguava colle guerre, presto se ne rifaceva

coll’assimilarsi i vinti; questi esistevano per essa, mentre essa colle

colonie rifondeva la vita ne’ paesi assoggettati. Col concedere la

cittadinanza come liberalità ai più benemeriti e fedeli, preparavasi

partitanti nella lontana contrada, e traeva a sè quel che di meglio

fosse fuori. Questi aggregati talmente s’identificavano con Roma, che

parlando di essa dicevano «Noi, e i padri nostri, e il nostro fondatore

Romolo»; al modo che gli Svizzeri del canton Ticino o di Ginevra si

dicono figli di Tell. Così Roma compiva un gran passo sociale, qual

era il trarre il mondo ad un’unità non prima conosciuta; estendeva il

proprio Comune fino ad abbracciare tutto il mondo incivilito; e ne

sarebbe divenuta immortale, se l’eccesso delle conquiste non avesse

precipitato in lei tanti forestieri, che l’utile pasto riuscì a

micidiale replezione.

[TRISTA CONDIZIONE DEI VINTI]

Quanto all’esterno, mai non erasi più sapientemente applicato il

_Dividi e impera_; giacchè surrogando le città alle nazioni, e creando

tanti interessi diversi, s’impediva acquistassero la potenza che

deriva dall’unità d’intento; dappertutto rotti que’ vincoli con cui

le popolazioni si teneano fra loro, tolte le alleanze, le assemblee,

sino il far transazioni commerciali e matrimonj fra esse. La condizione

de’ possedimenti era differente anche fra gl’Italiani; e mentre il

cittadino poteva divenire proprietario assoluto d’un campo conquistato,

un Italiano non n’avea che il possesso precario. Que’ tanti Romani

sparsi nelle colonie poteano usurpare il possesso del vicino, e questo

non aveva diritto di citarlo ai tribunali di Roma se non per mezzo d’un

patrono, il quale troppo facilmente si conniveva al compatrioto.

Gli Italiani (salvo i pochi ch’ebbero lo jus _commercii et connubii_)

non possono ereditare nè comprare da un cittadino romano, nè vendergli

se non a rischio e pericolo, e senza che la legge lo sussidii se il

cittadino neghi il prezzo, o frodi i patti, o manchi alle scadenze.

Altrettanto avviene dal creditore al debitore. Il cittadino, protetto

sempre dalla legge e dai tribuni, non potrà essere incarcerato, non

battuto, non crocifisso; l’Italiano sì: questo non fruirà d’eguale

condizione nell’esercito, ov’è escluso dalla legione, e ammesso solo

nella coorte; nelle retribuzioni riceverà quel poco che si vorrà

concedergli; il generale può, anche per colpe leggiere, decapitare un

prefetto degl’Italiani, e aggiungervi l’ignominia; la bastonatura di

questi si fa con altro legno che quel di vite, riservato ai Romani. Nè

calza male il paragone di quello stato colle colonie d’America: gli

uomini bianchi, gli Europei, vi rappresentano il cittadino romano;

i bianchi, non mescolati di sangue africano ma d’altra razza che

l’europea, equivalgono al greco, all’italioto, all’etrusco; il mulatto

e il negro sono nella degradazione in cui erano tenuti gli stranieri, i

Barbari.

La giustizia degli antichi non si fondava sopra basi eterne, quali

l’eguaglianza di tutti gli uomini e la paternità dello stesso Dio, ma

sui patti reciproci. I membri d’una società aveano franchezza, diritti,

onori; gli estranei rimanevano nemici da trattarsi col diritto del

più forte; i vinti erano una genìa abbandonata dagli Dei, e perciò

inferiore, e destinata a servizio ed utile del vincitore. E ragione e

coscienza vedemmo ammutolirsi nelle conquiste; e dacchè non si trattava

più di cittadini, anche i magistrati si permettevano ogni abuso ne’

paesi conquistati, anzi talvolta contro gli stessi socj, pei quali la

libertà conceduta riusciva di mero nome[340].

Date questi diritti a gente sobria, casalinga, agricola, osservatrice,

quantunque cavillosa, della promessa e della stretta parola, e farà

sentire una dominazione severa, inumana se volete, pure coscienziata,

quando anche la coscienza possa essere erronea. Ma se sottentri un

popolo corrotto da improvvise ricchezze, che non farà soffrire a questi

medesimi Italiani, che pur godono il titolo di socj, di alleati, fin

di liberi? L’anno della sconfitta di Perseo, dalla quale comincia a

irrompere la prepotenza pubblica e privata, il console per la prima

volta ordinò che gli alleati di Preneste gli uscissero incontro, ed

allestissero alloggi e cavalli. Un altro fece sferzare i magistrati

d’una città alleata, che non gli aveva apparecchiato abbondanza di

viveri. Un mandriano di Venosa, vedendo gli schiavi portare in lettiga

un cittadino romano, domanda—Che? è egli morto?» e l’arguzia gli costa

la vita sotto le bastonate. Un censore, per adornare un tempio da lui

costruito, leva il tetto a quello di Giunone Lucina, il più venerato

d’Italia. Venuto il console a Teano, sua moglie desidera lavarsi

nel bagno degli uomini; e non essendo questo sgombrato abbastanza

sollecitamente, il primario cittadino è fatto snudare e flagellare

in pubblica piazza: atterriti quei di Caleno decretano che veruno si

accosti ai bagni finchè un magistrato romano si trovi nella città. Per

consimile titolo a Ferentino il pretore fece arrestare i questori,

uno dei quali fu battuto a verghe, l’altro si sottrasse all’obbrobrio

dandosi a precipizio da un’altura[341]. Le api d’un villano molestavano

un potente vicino, il quale gliele distrusse; il villano risolse di

trasferire altrove i poveri penati,—Ma (diceva) non ho potuto trovare

un angolo che non fosse accostato da ricchi e poderosi; non un ricovero

contro l’arbitrio e l’oppressione».

[LE PROVINCIE]

A quanto peggior condizione doveano trovarsi le provincie! Acquistato

un paese, Roma lo lasciava alcun tempo governare da principi nazionali

od impostigli, finchè lo avesse indocilito al giogo; allora li

sbalzava, e riducevalo a provincia: al che pure riusciva l’alleanza

contratta con qualche città o Stato libero. La prima sua cura

consisteva nel torgli ogni pubblica forza o costituzionale libertà, e

singolarmente scomporre quelle confederazioni, che cara le aveano fatto

costar la vittoria sopra l’Etruria, la Gallia e la Grecia. Del suolo

della provincia l’alto dominio supponeasi spettare al popolo romano;

gli abitanti non aveano che l’usufrutto, pagandone tributo, oltre

l’imposta personale, e non erano ammessi alla milizia. Un consulto

del senato determinava l’ordinamento delle provincie, vario l’una

dall’altra, ma tutte in sudditanza assoluta. Il prisco diritto pubblico

e civile dovea dar luogo alla legislazione nuova, il potere sovrano

ridursi in un magistrato di Roma, cui competevano la giurisdizione,

l’amministrazione, e spesso anco il comando militare. Alle città

lasciavasi un’amministrazione propria, modellata sugli statuti antichi,

ma alle forme democratiche cercavasi surrogare l’aristocrazia.

Conquistata la Sicilia, nè trovando bisogno o convenienza d’unirla alla

fortuna di Roma, fu ridotta a provincia, e la prima ordinanza fu data

da Marcello dopo l’insurrezione degli schiavi: Rupilio la riformò,

e da Cicerone possiamo raccorne l’essenza. Comprendeva diciassette

città o popoli tributarj, di cui cioè eransi confiscate le terre, poi

restituite ai prischi possessori col peso d’un’annua retribuzione. Ma

fedele al sistema di non render eguale a tutti il giogo, il senato

lasciò a Messina, Taormina, Noto il diritto d’alleate; altre cinque

godeano l’immunità; la restante isola pagava la decima de’ frutti.

Le terre del dominio pubblico doveano una tassa, che ciascun lustro

prefiggevasi dai censori: quelle soggette a decima la pagavano quale

Gerone aveala stabilita: le immuni erano obbligate a vendere e

portare a proprie spese a Roma ottocentomila moggia di frumento per

quattro sesterzj il moggio (_frumentum imperatum_), che servisse alle

distribuzioni. Le liti fra una città e un cittadino giudicavansi dal

senato d’un’altra città, beneviso alle parti: quelle fra membri d’una

città stessa si risolveano secondo gli statuti d’essa città: quelle

fra individui di città diverse, secondo le ordinanze di Rupilio.

Se il Romano richiedesse in giudizio un Siciliano, era competente

il tribunale siciliano; il romano se al contrario. Le dispute fra

coltivatori e decimatori decidevansi secondo la legge di Gerone sui

cereali; altre erano risolte da una specie di corte d’assise, formata

di cittadini romani[342].

A reggere le provincie, il senato spediva consoli usciti di carica e

pretori, i quali, ad imitazione dei pretori urbano e peregrino (pag.

411), in un _editto di giurisdizione_ esponevano le norme con cui

governerebbero, confermando gl’istituti anteriori e introducendone

di nuovi, o trasferendovi quelli della metropoli che paressero

opportuni[343]. L’accompagnavano ordinariamente un questore per esigere

l’imposta, e un intendente per regolare le finanze.

Fosse pur liberale la data costituzione, ledevasi il sentimento

nazionale coll’introdurre le usanze romane, ed anche la lingua dovunque

non si parlasse la greca, e fin la religione; o se tolleravasi

l’antica, come nell’Egitto e in Giudea, se ne proibivano le adunanze.

Per fiscalità vietavansi talora le coltivazioni meglio confacenti,

e la vigna e gli ulivi erano proibiti nei paesi transalpini[344]. I

governatori poi, oltre avere immensi mezzi di guadagno legale, dalla

illimitata potenza e dall’appoggio delle truppe accantonate venivano

strascinati al tiranneggiare; e cambiandosi ogni anno, non aveano alle

vessazioni neppur il limite della sazietà. Sallustio chiama spietata

e intollerabile la dominazione romana[345]: Livio, liricamente e

ingenuamente abbagliato dalla patria grandezza, tanto che di vero cuore

s’indispettisce allorchè qualche popolo osa difendere contr’essa la

vita e la libertà, Livio confessa che, dovunque è un pubblicano, ivi il

diritto svanisce, la libertà non esiste più[346].

Quando già s’era imparato a disobbedire al senato, Marcantonio senza

riti mena una colonia a Casilino per soppiantare quella che prima vi

sedeva; invade l’eredità di molti; altri poderi finge aver compri

all’asta, che nessuno udì bandita; dall’ora terza fin a tarda notte

dura in cene ubriache, giocando, bevendo, vomitando e ribevendo, tra

bardassi e meretrici. Altrove il pretore, accolto ospitalmente a

cena da uno spettabile cittadino, sopra mangiare gl’insinua di far

condurre in mezzo l’unica figliuola; e resistendo questo, si passa

alla violenza, nasce un battibuglio, si uccide; e i cittadini non osano

far giustizia dell’insultatore. Costui chiamavasi Verre; nome che

impareremo a conoscere come compendio di tante scelleraggini.

Anche dopo che l’interesse insegnò ad amicarsi le provincie,

piuttosto che disanguarle e inasprirle con un giogo tanto grave

quanto ingiurioso, si ebbero sempre in conto di dipendenze, non come

parti integranti della repubblica: s’apriva la cittadinanza a molti

individui, cioè s’interessavano i migliori all’incremento di Roma. il

che equivaleva a formarvisi un partito; ma non furono mai chiamate,

per via di rappresentanza, a costituire un’unità politica, quale

ora l’intendiamo. Eccettuate le trentacinque tribù del territorio

primitivo, l’amministrazione e la legislazione erano meramente locali:

nè si sapeva estendere l’azione d’un governo centrale a tutte le parti

del vasto dominio e ad ogni particolarità de’ pubblici ministeri. La

vigilanza precisa, la regolata gerarchia di dipendenze, le rapide

comunicazioni che a ciò son necessarie, mancavano agli antichi imperj;

onde Roma dovea limitare la sua ingerenza agli oggetti generali,

abbandonando la più parte dei parziali interessi o ad agenti spediti

dalla metropoli, o a magistrati indigeni.

Vigevano dunque ne’ paesi sudditi a Roma due poteri: uno supremo che

ordinava, eseguiva, giudicava come ben gli paresse, non propenso per

natura ad estendere l’intervenzione sua di là da quel che credesse

opportuno alla pubblica ragione; l’altro ordinario, lasciandosi alle

città, oltre l’interna amministrazione e il decidere d’alcune cause

civili e criminali, anche molti atti veramente legislativi, esercitati

dall’assemblea dei cittadini, ed eseguiti da magistrati municipali.

Se si rallenti l’oppressiva direzione suprema, quei corpi aspireranno

all’indipendenza invocando diritti, o ampliando le attribuzioni,

spesso collegandosi in una specie di reggimento federativo: il che

noi vedremo succedere al decader dell’Impero, preparando il primario

elemento della moderna civiltà europea.

Per le terre soggette diffondeansi in folla gl’Italiani, trattivi

dagl’impieghi, dall’agricoltura, dall’appalto delle gabelle,

principalmente dal traffico, che fu sempre la vita del nostro paese.

In folla erano stanziati nella Numidia; Mitradate ne fece d’un colpo

trucidare ottantamila nell’Asia, quaranta soli anni da che ridotta

a provincia; aggiungansi i veterani cui circondavano i terreni dei

vinti e i coloni: tutti modi di propagare la lingua, la civiltà e la

riverenza del nome romano.

[FINANZE]

Le conquiste crebbero le rendite della repubblica. Essa traeva denaro

dalla taglia fondiaria che i cittadini pagavano, determinata dal senato

a proporzione dell’occorrente, e della quale più non fu mestieri dopo

la terza guerra macedonica; o dagli alleati d’Italia, che contribuivano

diversi generi, secondo i luoghi; o dalle provincie, alcune delle quali

pagavano tassa agraria e capitazioni gravose, oltre somministrare

derrate in natura per emolumento de’ governanti, o per approvvigionare

la capitale, o per emergenti straordinarj.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 28 / 37 段