i nemici meno valevano, l’astuzia e il tradimento, suscitando querele
da fratelli a fratelli; e indeboliti gli aggredivano. Licinio Lucullo
nella Celtiberia, Servio Galba nella Lusitania, in aspetto d’amicizia,
offersero pingui terreni agli indomiti Ispani, e come li videro
stanziati in sicurezza di pace, li scannarono, e Galba andò glorioso
del macello di trentamila difensori dell’indipendenza.
[188]
[179]
Gli Ispani ripagavano d’eguale moneta; onde la campagna della penisola
era sì temuta, che i tribuni della plebe domandavano l’esenzione
pei loro protetti; e non ottenendola, li sottraevano col chiuderli
prigioni. Fulvio Nobiliore console ebbe da loro una tal rotta, che
quel giorno restò nefasto nel calendario, come quello della battaglia
di Canne. Pure Catone e Sempronio Gracco, guerreggiando a lungo nella
Spagna citeriore (Castiglia ed Aragona), ed assalendo i Celtiberi
nel proprio nido, oppressero quanto è fra l’Ebro e i Pirenei, e
vantarono d’aver espugnato quegli quattrocento, questi trecento città.
Nella ulteriore Publio Cornelio Scipione, Postumio ed altri vinsero
i Lusitani, i Turditani, i Vaccei (Portogallo, Leon, Andalusia), e
poterono gloriarsi d’aver soggiogata tutta la penisola. I proconsoli,
spediti a tenere in freno queste belve indomite, vi satollavano la
propria avarizia coll’esercitare il monopolio delle biade, ed affamare
il paese.
[VIRIATO]
[149]
[141]
[140]
Vendicatore de’ compatrioti sorse il lusitano Viriato. Nella pastorizia
e nella caccia formatosi eccellente capo di bande, si propose di
collegare Lusitani e Celtiberi, onde reggersi a fronte di Roma. Di
trionfo in trionfo guidando i suoi, sconfisse cinque pretori, infine
circondò il proconsole Fabio Serviliano; e mentre avrebbe potuto passar
lui e l’esercito pel filo delle spade, propose pace al solo patto che
i Romani, tenendosi la restante Spagna, lui riconoscessero padrone
del paese che dominava. Il senato confermò l’accordo, e così Viriato
conseguì un regno indipendente a spese della repubblica romana, e
avrebbe potuto divenire il Romolo della Spagna, se non che Servilio
Cepione console sollecitò i Romani a permettergli di rompere la pace; e
senza ragione nè pretesto sperperò il paese, corruppe alcuni, i quali
scannarono il valoroso lusitano. Il senato ricusò l’onore del trionfo
all’infame Cepione.
[ASSEDIO DI NUMANZIA]
[143]
[137]
Cessato con quel gran capitano l’accordo delle due Spagne, la Lusitania
si rassegnò al giogo; ma più accannita divenne la resistenza di
Numanzia. Questa città aveva ricoverato le reliquie dei fazionieri di
Viriato, che sostennero una lotta generosissima, benchè sommassero
appena a ottomila guerrieri. Gli stessi formidabili legionarj tremavano
al nome dei Numantini, più che a quello di Annibale e di Filopemene.
Popilio Lena console fu costretto calar con essi ad accordi, violati
poi dal suo successore: Ostilio Mancino da quattromila di essi videsi
uccisi trentamila soldati, e preso in mezzo dovette consegnare a
discrezione se medesimo e l’esercito. Roma perfidiava i trattati,
respingeva gli ambasciadori numantini, e rinnovava le scene sabine,
facendo condurre alle porte di Numanzia Mancino incatenato, quasi
potesse riversare su lui solo la responsabilità del trattato. I
Numantini nol vollero ricevere se non fosse consegnato, secondo i
patti, con tutto l’esercito.
Rinfocatasi pertanto la guerra, Emilio Lepido fu per fame ridotto ad
allargare l’assedio di Numanzia; Fulvio Flacco e Calpurnio Pisone
poco profittarono: onde le tribù di Roma gridarono ad una voce che la
piccola città non potrebbe esser doma se non dal vincitore di Cartagine.
[134]
[133]
Scipione Africano Minore fu rieletto console, malgrado la recente
legge che il vietava; e non essendogli concesso di levar nuove truppe,
armò da cinquecento volontarj a cavallo ch’e’ chiamava lo squadrone
de’ suoi amici, e forse cinquemila uomini somministratigli dalle
varie città italiche. Con questi, colla fiducia ispiratagli dalle
vittorie precedenti, con una disciplina oltremodo severa ed operosa,
e colla tattica più raffinata pervenne a circonvallare Numanzia;
ricusò la battaglia, provocata in disperate sortite, ricusò ogni
patto di dedizione. I Numantini, logorati gli animali e le cose più
schife, divoravansi l’un l’altro; da ultimo posero fuoco alla città, e
s’uccisero fra loro, sicchè cinquanta soli potè serbarne il vincitore
per ornare il trionfo che condusse senza spoglie. La piccola città
cadde più gloriosamente che non Cartagine e Corinto; e la memoria della
sua resistenza visse in cuore degli Ispani, i quali anche dopo vinti
s’accorsero d’avere braccia e petti.
LIBRO TERZO
CAPITOLO XVII.
Costituzione di Roma repubblicana.
Il piccolo Comune di Roma è dunque ingrandito a segno, da avere
sottomessa tutta Italia non solo e le due penisole meridionali, ma
molte altre parti dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Donde traeva
le forze a tante conquiste, e alle ben maggiori che racconteremo?
Dall’assimilarsi sempre nuovi cittadini.
La costituzione di Roma (già tanto il ripetemmo) da principio fu
patriarcale, regolata dai seniori delle tre primitive tribù, aventi a
capo il re, giudice supremo, sacerdote e capitano. I patrizj tendevano
a limitare il potere di lui, egli ad emanciparsi col consentire diritti
politici al Comune plebeo; al sollevarsi del quale, l’antica gente
patrizia si trovò ridotta a non più che classe privilegiata. Quando
Tarquinio Superbo volle esercitare il dominio senza consultare il
senato, i patrizj insorsero, ed abolita la monarchia, costituirono un
governo aristocratico. La plebe si trovò al fondo dell’oppressura sotto
quella che intitolossi liberazione di Bruto: ma in quella irrequieta
operosità che, propostosi un fine, non si stanca finchè non l’abbia
raggiunto, da prima si riscosse da certi pesi, poi volle alcuni
diritti, indi aver parte nell’amministrazione della repubblica. Questo
è il senso della lunga lotta fra gli ottimati e la plebe, la quale
ottenne magistrati comunali, acquistò vigor di legge alle decisioni
prese dal Comune a pluralità di voti, e divenne partecipe di tutte le
cariche dello Stato una dopo l’altra; onde uscì una repubblica, dove i
veri cittadini erano legalmente più liberi che mai non sieno stati in
verun governo.
Al modo che il vulgo nella nobiltà, così gli stranieri penetravano
nella città, e per quest’atto appunto Roma si discerne dagli altri
Stati antichi, il cui angusto patriotismo respingeva gelosamente ogni
elemento straniero. Cartagine, Atene, Sparta rimasero sempre una città,
e presto perirono: Roma divenne un gran popolo senza cessare d’esser
città, e non solo assorbendo ma assimilando idee, costumanze, persone
d’ogni parte, a tutte infondendo la vita, e alla forza del numero
accoppiando la forza dell’unità.
[PATRIZJ E PLEBEI]
La disuguaglianza fra i cittadini è carattere di tutte le società
antiche: nè pari diritto godevano quelli che Roma abbracciava. La
cittadinanza romana portava alcuni diritti privati o civili (_jus
quiritium_), ed alcuni politici (_jus civitatis_). I primi assicuravano
il matrimonio colle forme e cogli effetti legali, la podestà patria,
il liberamente godere e trasmettere la proprietà, far testamento ed
ereditare, oltre la inviolabilità della persona: erano diritti politici
il censo e suffragio nelle elezioni e nelle leggi, la capacità a qual
si fosse magistratura, l’iniziazione ai riti religiosi, e l’essere
coscritto nella legione[311].
Di pieno diritto (_optimo jure cives_) erano i patrizj, discendenti
dai primi Quiriti, ovvero aggregati fra essi per merito particolare,
o perchè i loro padri avessero sostenuto cariche curuli, com’erano la
dittatura, il consolato, la pretura, la censura, la grande edilità. Di
tale pienezza di diritto era segno il portar le armi; laonde i giovani
restavano in tutela sino all’età in cui solennemente deponeano la
pretesta e la bulla, abiti e insegne giovanili, onde assumere la toga.
Le donne rimanevano sempre sottoposte al padre o al marito o al tutore.
I patrizj potevano conservare in casa e portare alle pompe funebri le
effigie degli avi, di cera con iscrizioni (_jus imaginum_), privilegio
equivalente al nostro nobiliare degli stemmi; essi soli possedevano
l’agro romano o pubblico, cioè quello attorno alla città, al cui
possedimento era affisso l’esercizio della sovranità; essi adunavansi
nei comizj per curie; essi soli giudici o pontefici; soli potevano
prendere gli auspizj, senza de’ quali le decisioni non consideravansi
autorate.
Distinta di culto, di diritti pubblici e privati, come se avesse
abitato di là dai mari, inferiore in tutto al vero popolo era la
plebe, abitante fuor del Pomerio, e che era venuta in città o per
trovare asilo, o come vinta; senza auspizj, senz’avi, senza famiglia,
come disse Appio. Pure essa aveva e ricchi e capi e adunanze proprie
e decisioni; anzi, dopo presa Roma da Brenno, avea deliberato migrar
tutta a Vejo, e piantarvi una città nuova: e fu essa che, lottando coi
patrizj, poc’a poco formò un ordine, colla libertà civile dei beni e
delle persone, cioè l’autorità di adottare, di testare, di aver il
matrimonio e la paternità legale; indi a passo a passo penetrò nella
città politica.
[TRIBÙ]
Delle tribù discutemmo altrove l’origine (pag. 159 e seg.): ognuna
dividevasi in dieci curie, da dieci genti ciascuna con un curione[312].
Trenta erano le tribù sotto Servio Tullio: espulsi i Tarquinj, si
ridussero a venti: dopo che dai vinti Sabini vi migrò tutta la gente
Claudia, s’aggiunse la tribù Crustumina. All’aumento della popolazione
non si potè badare nel tempo che i due Ordini lottavano per la libertà
interna; ma respinti i Galli, si riparò al danno recato da questi col
concedere la cittadinanza a Vejo, Capena, Faleria, formando le tribù
Stellatina, Tromentina, Sabatina, Arniese, che tanto giovarono nella
guerra contro i Latini. Profligati questi, Roma li mutò in cittadini
nelle tribù Mezia e Scapzia, e poscia i Volsci nella Pontina e
Publilia, gli Ausonj nella Oufentina e Falerina, gli Equi nell’Aniese e
Terentina, i Sabini nella Velina e Quirina; restando così il numero di
trentacinque, che più non fu oltrepassato[313]. Quattro erano urbane,
cioè la Collina, l’Esquilina, la Palatina, la Suburrana; le altre
rustiche: e poichè alle prime vennero aggregati quelli destituiti di
patrimonio sodo, le rustiche rimasero sempre in maggiore onoranza.
Possedeano esse quel che chiamavasi agro romano, che però non era
uniforme e compatto in giro a Roma, attesochè fin presso alle porte
di questa v’avea città _straniere_, come Tivoli e Preneste, sul cui
circondario poteva da sè esigliarsi chi volesse prevenire una condanna.
Il popolo romano originario sommava appena alla metà; ma diviso in
ventuna tribù, contava ventun voti, sicchè, quantunque la sovranità
sembrasse comunicata, ne rimaneva pur sempre l’esercizio ai veri Romani.
[CLASSI]
Oltre questa divisione d’origine e locale, un’altra ne fu introdotta
quando si ruppero le barriere aristocratiche, onde aggregare le
case nobili col Comune plebeo in modo, da proteggere le franchigie
di questo, pur lasciando ai patrizj il governo. Il popolo fu dunque
partito in sei classi[314], a proporzione delle facoltà: nella
prima, chi possedesse più di centomila assi di beni tassabili; nella
seconda, chi settantacinquemila; nella terza, chi cinquantamila; nella
quarta, quelli di venticinquemila; nella quinta, quelli di dodicimila
cinquecento; gli altri erano accumulati nella sesta; e di sotto a tutti
rimaneano gli _erarj_, che allo Stato contribuivano denaro, ma non
servizio militare, nè davano suffragio. Il censo o catasto, dov’erano
registrati tutti i cittadini e l’avere di ciascuno, rinnovavasi ogni
cinque anni.
Con ciò all’aristocrazia di origine sottentrava l’aristocrazia di
ricchezza; le quistioni interne di Roma si dibatterono fra ricchi
e poveri, fra possidenti e no; e l’arte con che un tempo i nobili
rimoveano dal dominio i plebei, l’esercitarono i ricchi per escludere i
poveri.
[CENTURIE]
Le sei classi comprendevano diverso numero di centurie; cioè la prima
novantotto, venti la seconda, terza e quarta; la quinta trenta;
l’ultima una sola; non contando tre centurie di fabbri militari. Ogni
centuria esprimeva un voto complessivo; sicchè di quante più centurie
era composta una classe, maggior denaro contribuiva all’erario ed
uomini agli eserciti, e maggiori voci avea ne’ comizj. Pertanto la
prima classe bastava da sola a preponderare a tutte le altre insieme;
e qualora le sue novantotto centurie concordassero nel voto, non
occorreva interrogare le altre. I cittadini godevano dunque autorità
differente secondo la classe; tanto maggiore quanto più ricchi, e
quanto minori di numero nella propria centuria.
Il potere supremo repubblicanamente risedeva nell’assemblea dei
cittadini. Da prima convocavansi secondo le curie, cioè le famiglie
dei Quiriti unite da un culto, e votavano i capicasa, costituendo
una compatta aristocrazia: poi i comizj _curiati_ si ridussero a
mera formalità, conservata soltanto per rispetto agli auspizj onde
convalidare i testamenti e le leggi delle tribù, ma il popolo più non
v’interveniva, e le trenta curie non erano rappresentate che dai trenta
littori, i quali solevano un tempo adunarle.
[COMIZI]
La plebe vi aveva sostituito i comizj _tributi_. Le tribù, che erano
da principio divisioni locali e religiose, presto si convertirono in
politiche attorno ai tribuni, ed ebbero assemblee proprie con diritto
d’eleggersi i tribuni e gli edili, e nelle quali non era mestieri
degli auspizj, privilegio dell’aristocrazia. Estesero poi le proprie
attribuzioni, sino a rendere obbligatorie anche ai patrizj le loro
risoluzioni; vi eleggeano le cariche inferiori di Roma e tutte quelle
delle provincie, il pontefice romano ed altri sacerdoti; conferivano la
cittadinanza; giudicavano di alcune trasgressioni, passibili di ammende.
Maggiori di tutti erano i comizj _centuriati_, dove ogni Romano
della città o della campagna che pagasse tassa e servisse in campo,
conveniva per nominare i maggiori magistrati, approvare le leggi,
discutere dei delitti di Stato, della pace e guerra, avendo così il
potere legislativo, eleggendo l’esecutivo, giudicandolo, accettando o
ricusando le leggi proposte[315].
Ma nell’intervallo fra la prima e la seconda guerra punica un
sostanziale cambiamento si operò, fondendo queste due sorta di comizj,
ossia riducendo democratici anche i centuriati, e così ovviando gli
eccessi dell’oligarchia in quelli, e della democrazia nei tributi.
[SENATO]
Il senato[316], composto in parte di capicasa antichi (_patres_),
in parte di aggregati (_conscripti_), non avea la sovranità, ma la
dirigeva; dava l’approvazione alle decisioni de’ comizj e alle nomine
de’ magistrati; esaminava se convenisse far guerra o pace, e ne
redigeva il decreto; riceveva gli ambasciatori, dettava le condizioni
dei trattati, che il popolo per mera formalità riconosceva. A lui
solo la soprintendenza delle cose religiose, l’interrogare i libri
Sibillini, l’introdurre divinità o riti nuovi; a lui l’amministrazione
del tesoro, il rivedere i conti, il levare e congedar truppe,
l’istruire i più gravi processi criminali, come quelli di Stato e di
assassinj ed avvelenamenti commessi in Italia; il nominar il dittatore,
e decretare il trionfo od altre ricompense ai generali vittoriosi. In
appresso fu arbitro delle provincie, le quali assegnava ai magistrati,
come conferiva il titolo di re o d’alleato del popolo romano, e
decideva le quistioni fra città federate e suddite.
Benchè sovrano vero fosse il popolo, il senato potea guardarsi come
un altro capo della repubblica; i limiti del potere giudiziario e
del legislativo non erano ben distinti; e il senato, più cauto ed
accorto, sovente arrogavasi molti dei diritti del popolo, senza che
questo abbia mai con un provvedimento generale assicurata l’inferiorità
del senato. Le determinazioni di esso (_senatusconsulta_) si aveano
per obbligatorie, nè poteano abrogarsi che dal senato stesso, onde
Cicerone trova _potestas in populo, auctoritas in senatu_; oltrechè
coll’interpretare o sospendere modificava di fatto la legislazione.
Al senato ebbero presto accesso anche plebei[317], e non tardarono
ad esservi in maggiorità; e fu allora che si formò una nobiltà, ben
distinta dal patriziato. I patrizj discendeano dalle primitive
famiglie; i nobili erano figli di magistrati o di persone benemerite
della repubblica: sicchè il senato fu il rappresentante non più de’
patrizj, ma della nobiltà, e perdette sempre maggior parte delle
sue attribuzioni legislative, riducendosi a corpo consultivo. V’era
ascritto il meglio del paese, antichi magistrati curuli, prodi
capitani, benemeriti della repubblica; ma non ci consta per quali
condizioni di meriti, d’età[318], di censo, e ci ha del probabile
che n’avesse uno ciascuna delle dieci decurie. Erano a vita, ma
potevano esser rimossi. I censori sceglievano un presidente (_princeps
senatus_), il maggior onore a cui un Romano potesse aspirare.
[CAVALIERI]
Agli Ordini patrizio e plebeo si suole aggiungere l’equestre; ma come
Ordine distinto mai non figura, almeno nei cinque primi secoli di
Roma: d’altra parte v’avea cavalieri plebei e cavalieri nobili, talchè
forse non significava che distinzione accidentale di persone o di
famiglia; una funzione militare, che portava ingerenza politica perchè
attribuita a persone e famiglie distinte.—Voi (diceva Perseo a’ suoi
soldati) avete vinto la parte più considerevole de’ Romani, la loro
cavalleria, nella quale si vantano insuperabili. I cavalieri sono il
fiore della loro gioventù, il semenzajo del loro consiglio pubblico, da
cui si traggono i senatori per farne poi consoli e generali». Plinio
maggiore, tardo testimonio sì, ma pur cavaliere, asserisce che solo i
Gracchi interposero quest’Ordine fra la plebe e i padri, attribuendogli
i giudizj; poi Cicerone li consolidò all’occasione del tumulto di
Catilina, dopo il qual tempo l’Ordine equestre fu aggiunto al senato
e alla plebe[319]. Forse dunque non dinotava a principio se non i
cittadini delle diciotto prime centurie della prima classe, cioè i più
ricchi, patrizj fossero o plebei, i quali poteano militare a cavallo,
e da questo trassero il nome, come dalla lancia (_quir_) eransi detti
quiriti i nobili della prima costituzione. L’onore guerresco diede
loro importanza anche in città, dove poi ottennero privilegi, tanto da
formare una specie di terz’Ordine, forse da prima non molto differenti
dagli _squires_ d’Inghilterra. Per entrarvi bisognava esser nato libero
e onestamente, possedere un dato censo, o aver meritato per azioni e
virtù personali: pure non può tenersi in conto di corpo stabile nè
politico, giacchè ciascuno continuava ad appartenere alla plebe o al
patriziato[320], nè godeva speciale attribuzione legislativa; e uno
poteva esservi ascritto ed escluso può dirsi a capriccio dei censori,
che ogni cinque anni ne faceano la cerna.
Neppure gli altri due Ordini erano esclusivi: e qualche patrizio
faceasi adottare da un plebeo per conseguire le cariche alla plebe
riservate; e il plebeo mediante l’adozione o coll’entrar nel senato
potea sorgere fra’ nobili.
Perseverava dunque l’originario ordinamento per genti e per famiglie;
ma Roma non tenevasi immobile, anzi progrediva con misura, accettando
i vinti nella propria comunità, e di ciascun Ordine ascrivendo il
fiore nell’Ordine superiore. Il soldato, il giureconsulto, l’oratore
si sentiva spinto ad elevarsi; e nel nuovo grado portava non l’accidia
d’un potere incontrastato ed ereditario, ma l’operosità di chi ha
dovuto acquistarselo. Quella serie poi di magistrature che erano
un annuale esame, dava stimolo a ben sostenerle per meritarne di
maggiori, e per trasmettere alla propria famiglia la dignità che ne
conseguiva.
[CENSORI]
Affinchè il passaggio da un Ordine all’altro e nella cittadinanza si
compisse regolatamente, furono istituiti i censori, che vigilassero
a classificare i Romani secondo il grado di cavalieri, cittadini
od erarj. Di tale carica, spoglia di potestà diretta e di volontà
imperativa, eppure onnipotente nel movimento della pubblica vita,
veniva onorato chi avesse ben sostenuto altri uffizj. Ogni cinque
anni, per fare il _lustro_ o diremmo lo spurgo, il censore chiamava
il popolo a rassegna nel campo Marzio, e senz’altra forza che de’
suoi uffiziali e de’ suoi registri, esaminava e depurava gli ordini,
le tribù, le centurie. All’appello dell’araldo, ogni Romano compariva
a render conto delle facoltà sue; ed i censori, a norma dei bisogni
dello Stato e delle variate sostanze, riformavano la distribuzione
delle classi e delle centurie, e quali faceano ascendere, quali calare,
quali confinavano tra gli erarj. Grande autorità ne derivava ad essi;
e il senato acquistava con ciò l’arbitrio di comporre l’assemblea
legislativa come meglio trovasse, e così dominarla. Ma poi anche la
censura cessò d’essere privilegio aristocratico, e fu comunicata a’
plebei.
I censori trovavansi dal proprio uffizio recati ad erigersi guardiani
del buon costume. V’era fra’ senatori chi si fosse o impoverito o
disonorato? lo radiavano dall’_album_, surrogando un più degno. Ogni
cavaliere presentavasi alla rassegna col cavallo, che a ciascuno
era somministrato dal pubblico; e se questo si trovasse mal tenuto,
o lui povero oppure incriminato, gli si intimava _Vende equum_, e
questa privazione equivaleva a degradarlo. L’_animadversio censoria_
infliggevasi ad azioni disonoranti, contro delle quali nessuna
pena sancisse la legge; come l’ingratitudine del cliente verso
il patrono, l’eccesso di durezza o d’indulgenza coi figliuoli,
l’inutile maltrattamento degli schiavi, la negligenza verso i parenti,
l’ubriachezza, la trascuranza dei doveri religiosi o delle esequie,
il sedurre la gioventù; e così al tutore infedele, al socio mancator
di parola, al celibato capriccioso, al concubinato, all’esposizione
dell’infante legittimo, a chi oltraggiasse alla decenza ed alla salute
pubblica[321].
Ammonivano pure il plebeo che da agricola si mutasse in mercante o
artiere; il contadino che lasciasse deperire la sua vigna, o il cui
campo fosse men coltivato che i vicini. Ad Emilio Lepido console si
fece appunto dell’aver preso a pigione una casa per seimila sesterzj e
innalzata una villa oltre misura; Lucio Antonio fu espunto dal senato
perchè ripudiò la moglie senza raccorre un consiglio di amici[322];
Cornelio Runfio, antenato di Silla, degradato perchè gli trovarono più
di dieci libbre d’argento in vasellame; i censori Domizio Enobarbo e
Licinio Crasso fecero chiuder le scuole, dove i retori insegnavano
una sfacciataggine di parole ignota ai grandi oratori. Esso Enobarbo
pose querela al collega, oratore famoso, d’aver amato soverchiamente
una murena, fin ad ornarla di giojelli, e morta onorarla di pianti
e d’un monumento: ma Crasso sventò il giudizio volgendolo in riso,
e confessando,—Io son troppo lontano dalla saggezza di Domizio, il
quale non ha pur pianto alla perdita di tre mogli». Sovrattutto la
legge circondava di cautele i senatori per farli rispettati; non
doveano impoverirsi, non arricchire con appalti, non prestare di là da
quattrocento lire, non far da gladiatori, non isposare ballerine, non
brogliare; a chi ne convincesse uno di delitto, promettevasi il grado
tolto al colpevole.
Ne’ giudizj censorj non bastava il produrre molti testimonj di buona
condotta, come usavasi per gli altri, ma si chiedeano discolpe dirette.
Se la condanna fosse data per convinzione individuale, un altro
censore poteva cassarla: tutte poi poteano essere abolite dai censori
successivi.
Altri censori praticavano il medesimo scandaglio nelle colonie e ne’
municipj, trasmettendone gli atti all’uffizio di Roma, che deponeva nel
tempio delle Ninfe questo periodico sindacato.
[LEGGI]