«Egli superava (dice Tito Livio) di gran lunga plebei e patrizj, anche

delle più illustri famiglie: di sì grand’animo e ingegno fornito,

che, in qualunque condizione nato egli fosse, formata avrebbe la

propria fortuna. Non vi ha arte veruna nel maneggio de’ pubblici e de’

privati affari che a lui fosse ignota: amministrava con egual senno

gli affari della città e que’ della campagna. Altri salgono a sommi

onori per lo studio delle leggi, altri per l’eloquenza, altri per la

gloria dell’armi: egli ebbe l’ingegno così ad ogni arte adatto, che

l’avresti creduto nato unicamente a quella, qualunque fosse, a cui

rivolgevasi. Coraggioso nelle battaglie, famoso per illustri vittorie,

fu generale supremo: nella pace peritissimo delle leggi, eloquentissimo

nell’arringare; e ne rimane tuttora in onore l’eloquenza, consacrata

ne’ libri d’ogni argomento da lui composti».

Dei quali Cicerone, giudice molto competente, diceva: «Qual uomo fu

egli mai Catone, Dei immortali! Lascio in disparte il cittadino, il

senatore, il generale d’eserciti; a questo luogo cerco sol l’oratore.

Chi più di lui grave in lodare? chi più ingegnoso ne’ sentimenti?

chi più sottile nella disputa e nell’esposizione della causa?

Le cencinquanta sue orazioni ridondano di cose e di espressioni

magnifiche...; tutte le virtù d’un oratore vi si trovano. Le sue

_Origini_ poi, qual bellezza e qual eloquenza non hanno esse? È vero

che antiquato n’è lo stile, e incolte alcune parole, chè così allora

parlavasi: ma svecchiale, aggiungivi l’armonia, adorna lo stile..., e

non troverai chi anteporre a Catone»[302]. Meglio d’ogni lode vale

quella sua definizione, che l’oratore è un galantuomo che sa ben

parlare. E noteremo questa particolarità che, avendo stesa la storia

di Roma fin ad Annibale, tacque i nomi, descrivendo le imprese; quasi

temendo che la gloria di Roma dovesse rimanere minorata dalla gloria

d’individui[303].

Voi comprendete come accanito dovesse costui combattere le novità

romane.—I ladri privati (intonava) arrivano ai ceppi ed alle sferze;

i pubblici nuotano nell’oro e nella porpora. Fremete sui mali che

l’avvenire ci prepara. Assaporammo le delizie di Grecia e d’Asia; le

nostre mani han preso i tesori dei re: padroni di tante ricchezze, a

poco andare ne saremo gli schiavi.... Gli antichi in giorno di festa

si contentavano di due piatti per desinare. Col recarci le statue di

Siracusa, Marcello introdusse fra noi pericolosi nemici: più non odo

se non gente che ammira il marmo e lo scalpello di Corinto e d’Atene,

cuculiando i nostri numi d’argilla»[304].

Mal soffriva le persone pingui «tutte ventre»; nè quelle dedite alla

gola, poco acconciandosi con chi avea più sentimento nel palato che nel

cuore. Stando censore, propose leggi suntuarie, con gravi imposizioni

sul lusso donnesco, e prescrizione pei conviti; ammonì molti uomini

consolari, a molti cavalieri tolse il cavallo, sette senatori fece

condannare, tra cui quel Flaminino infamemente crudele coi Galli (pag.

323), ed uno perchè si era lasciato scorgere dalla figlia a baciar la

moglie; impedì il trar le acque di pubblico uso ad abbellimento di case

e giardini privati, mentre egli raddrizzava strade, purgava cloache,

edificava portici e la basilica Porzia. Qual meraviglia se molti

malevoli si attirò? e fin quarantaquattro accuse dovette sostenere; ma

il popolo lo onorava, e nel tempio della Salute gli pose una statua per

avere risarcito la declinante repubblica[305].

[CATONE E GLI SCIPIONI]

Non si creda però che le massime lo garantissero dalle passioni;

esercitò l’usura allora più infamata, la marittima; talvolta

s’avvinazzava; in casa teneva tresche con una serva, e ad ottant’anni

sposò la figlia d’un suo cliente. Forse non meno del patriotismo aveva

parte il livor personale nella sua contrarietà verso gli Scipioni.

Fin quando stava questore in Sicilia, avendo accusato l’Africano di

soverchia suntuosità e d’imitare troppo i Greci, questi il rimandò

dicendo:—Non so che farne d’un questore così appuntino; delle imprese

devo io render conto, non delle spese». Catone legossela al dito, e

citò gli Scipioni a dar preciso conto delle entrate e spese nella

guerra d’Antioco. Si potea dire veramente ch’essi l’avessero condotta

a senno e conto proprio, guerreggiando anche dove il popolo non avea

decretato, regolando a talento le paci; e chi saprebbe quali somme

avessero smunte dall’Asia e dai successori d’Alessandro, impinguati

dalle spoglie del mondo?

Scipione Africano, suntuoso in tutto, cinto di poeti, i quali cantavano

che dal Levante e dalla palude Meotide non v’era uom pari a lui[306],

operava da principe, rifuggendo dall’eguaglianza repubblicana a segno

che ai giuochi pubblici fece stabilire posti distinti pei senatori.

Questo contrapposto di Catone, sentendosi citato, salì la tribuna,

e—Romani, in questo giorno medesimo, auspici gli Dei, vinsi in Africa

Annibale e i Cartaginesi. Ascendiamo in Campidoglio a ringraziare i

numi, e pregarli vi diano sempre dei capi a me somiglianti». E tutti,

popolo, tribuni, giudici, accusatori, il seguirono in Campidoglio con

un trionfo ancor più segnalato dei primi, ma dove il vinto non era

Annibale, non Siface, bensì la integrità delle leggi repubblicane. E

avendo dappoi i tribuni messo in accusa il fratello di lui, esso il

tolse loro di mano, e lacerò i registri, dicendo:—Renderò ragione di

quattro milioni di sesterzj io, che ne feci entrare nel tesoro ducento

milioni, senza conservare per me altro che il titolo d’Africano?»

[183]

Qui respira ancora l’eroismo patrizio: ma se alcuni esclamavano contro

l’ingratitudine di chiamare in giudizio sì alti personaggi, altri

sosteneano che, in buona repubblica, nessuno deve elevarsi di sopra

delle leggi; e prevalse la voce popolare, che tende ad uguagliar tutto,

fin la vera superiorità del merito, e che perciò sì spesso è tolta

per maschera dall’invidia. E poichè s’insisteva nell’accusa, Scipione

andò esule volontario a Linterno nella Campania, dove i tribuni nol

molestarono, ma neppure lo richiamarono; ed egli eludeva la noja cogli

studj, cogli esercizj ginnastici, coll’amicizia di Lelio e del poeta

Lucilio[307], e morendo fece scrivere sulla sua tomba:—Ingrata patria,

non avrai le mie ossa».

L’inquisizione fu continuata contro suo fratello; e sovra proposta dei

tribuni Petilio e Nevio, fiancheggiata da Catone e passata per voto

unanime delle trentacinque tribù, si sentenziò che Scipione Asiatico,

per fare più larghi patti ad Antioco, ne avea ricevuto seimila

libbre d’oro e quattrocentottanta d’argento più di quelle riposte

nell’erario; Aulo Ostilio suo legato, ottanta d’oro e quattrocento

d’argento; Cajo Furio questore, centrenta d’oro e ducento d’argento.

Tanto erano lontani i tempi di Fabrizio e di Cincinnato! La povertà

di Scipione, il quale non trovossi in grado di soddisfare la multa,

parve argomento di sua incolpabilità; non si soffrì che gli Scipioni

andassero nel carcere ov’essi aveano condotto i re stranieri: ma

l’aristocrazia era ferita nel cuore; Catone fu inanimato a proseguire

le indagini, alle quali chi poteva omai sottrarsi se gli Scipioni

avevano soccombuto?

[DEPRAVAZIONE]

Però quando una repubblica stia in mano d’un corpo qual era il senato

romano, poco importa si cambino i personaggi; chè la loro scomparsa

è immantinenti da altri riparata. E per verità, come sperare il

miglioramento privato, e quel disinteresse che pospone se medesimo

alla patria, quando dal pubblico venivano esempj di corruzione; quando

a Catone la censoria severità non toglieva di procedere con astuta ed

immorale politica; quando la cabala, il raggiro, e subdole astuzie,

e aperte violenze calpestavano o eludevano il diritto delle nazioni;

quando i censori stessi davano l’esempio della prevaricazione; e

Lepido, principe del senato e pontefice massimo, adoprò il denaro

pubblico a costruire una diga per preservare i proprj fondi a

Terracina; e un messo del senato in Illiria ricevette denaro per fare

un ragguaglio favorevole; e un Metello, richiamato di Spagna ove

sperava gloria e potenza, disordinò l’esercito; quando si ricusava

il governare provincie non ricche, e vendeansi congedi ai soldati;

quando i messaggieri in pien senato faceano vanto ai generali d’avere

ingannato con finte tregue Perseo; quando alle strida de’ popoli

spogliati, venduti, uccisi, il senato si contentava di rispondere che

non fu per suo decreto; quando istituito un tribunale permanente

(_quæstio perpetua_) onde punire le concussioni, i senatori che lo

componevano facevansi indulgenti per denaro ricevuto, per connivenza

di corpo; quando generali portavano guerre senza averne ordine,

eppure n’ottenevano onori trionfali perchè sostenuti da parentela e

da clienti; quando tutto si valutava a denaro, e stima ottenevasi in

proporzione dell’avere[308]; quando non si cercava che corrompere

per acquistare il diritto di estorcere, estorcere per aver mezzi di

corrompere, e il prosperamento della repubblica non guardavasi che come

un mezzo d’ingrandire se stessi, e ricompensare i proprj aderenti?

CAPITOLO XVI.

Terza guerra punica.—La Spagna vinta.

Insuperbita di tanti vinti nemici, non contenta d’aver domato l’emula

Cartagine, Roma aspirava a distruggerla. Gravandola della maledizione

del _væ victis_, sempre nuove umiliazioni ne esigeva; offendevala

e si lamentava: stile dei prepotenti. Cartagine, ridotta inerme e

disanguata, vacillava come i popoli in agonia, ora tramando con altri

deboli, ora cercando giustizia da un popolo che non ascoltava più se

non l’interesse.

[PARALLELO FRA ROMA E CARTAGINE]

[181]

Massinissa re di Numidia, padre di quarantaquattro figliuoli, fiero

ed irrequieto vecchione che la morte pareva rispettare per sciagura

di Cartagine, denunziava questa or di dare ascolto ad Annibale, or

d’avere nottetempo nel santuario d’Esculapio ricevuto emissarj del re

Perseo; poi ne invase città e provincie. Cartagine, che per patto non

potea muover guerra senza assenso di Roma, a questa ne portò querela;

e Scipione Africano, mandato a farne ragione, non volle disgustare sì

prezioso alleato: pure Roma, temendo che quella repubblica si unisse a

Perseo, le assicurò l’integrità del territorio; ma che? poco stante il

Numida occupa un’altra provincia e settanta città o villaggi, e Roma

il lascia fare. Lo stesso Catone censore, spedito a conciliare questi

dissidj, mostrossi così parziale ed inflessibile, che i Cartaginesi ne

ricusarono l’arbitramento. Quel severo ed orgoglioso più non dimenticò

l’affronto, e non rifiniva di consigliare,—Distruggete Cartagine».

Gli Scipioni, o godessero di lasciar sussistere quel vivo trofeo della

gloria loro, o temessero che Roma s’infiacchisse quando fosse cessato

l’instante pericolo, sconsigliavano dall’annichilare l’emula città:

il censore, al contrario, anche per l’irreconciliabile sua avversione

ad essi, ne andava rammentando la gran vicinanza e la popolazione

crescente; e qualunque mozione facesse in senato, conchiudeva

sempre,—Opino inoltre si deva distruggere Cartagine».

Bastava conoscer Roma per prevedere che il partito più violento

prevarrebbe; e la città fenice, colla fatalità solita alle cause

soccombenti, scavavasi di propria mano la fossa. Oltre la fiacchezza

naturale d’un’aristocrazia di ricchezze, nella quale anche le cariche

più elevate si conferivano per denaro, vedemmo sorgervi e crescervi

le fazioni, guidate dalla famiglia dei Barca, ricchissima ed incline

alla guerra, e da Annone che, per contrariarli, consigliava la pace ad

ogni costo. I disastri di Spagna e d’Italia, e infine la rotta di Zama

scassinarono la potenza dei Barca, ma non li tolsero d’avere principale

autorità nel senato. Finchè si dilatò col commercio e colle colonie,

Cartagine venne in fiore, ed in quattro secoli si era resa donna dei

mari, capitale dell’Africa, rispettata, quieta: innestatale dai Barca

l’ambizione delle conquiste, quei che le importava di tenere amici pel

commercio avversava come guerriera; i vascelli, convertiti in uso di

battaglie, cessavano dal portar merci lucrose; le spese sottigliavano

l’erario quanto il commercio l’aveva impinguato; i cittadini non

bastavano a guerre grosse; le città suddite maltrattate vi si

prestavano con ripugnanza; di modo che bisognava soldare stranieri,

i quali non combattendo per la patria, potevano o dettarle legge, o

disertare al nemico, o divenire un’arma pel generale che aspirasse ad

abbattere la libertà.

Al rompersi delle ostilità con Roma pareva tutte le contingenze

andassero propizie alla città africana; essa ricca, essa potente in

mare, essa padrona di mezza Sicilia e d’altre isole del Mediterraneo,

da cui poteva sbarcare minacciosa nei porti dell’indifesa rivale. Ma

Roma a forza di guerre s’invigorisce; cresce coll’assimilarsi i vicini

e dilatare i proprj dominj; ha cittadini guerrieri dall’infanzia,

o formati negli utili travagli dei campi e nella robusta povertà;

mentre i Cartaginesi crebbero al banco e nei traffici, ed ogni via di

guadagno tengono per buona e ambita perchè reca al potere. Cartagine

fidava negli alleati e nel denaro, Roma soltanto in sè: e mentre questa

immobile stava sulla sua rupe, l’altra scivolava sopra arene d’oro.

Quel coraggio disperato che crea le vittorie o ripara le sconfitte,

mancava ai Cartaginesi; vinti, temono di perder tutto e piegano: mentre

i Romani nella peggiore estremità mettono all’incanto il terreno su cui

è accampato il nemico; e se questo propone la pace, gli rispondono:—Va

fuori d’Italia, e tratteremo».

[TERZA GUERRA PUNICA]

Le sconfitte di Roma non ne alterarono la costituzione; Cartagine

dopo la rotta di Zama restringeva l’autorità dei magistrati in modo,

che prevalse il popolo; e questo fluttuava per impeti, mentre a

Roma decideva un senato accorto e calcolatore. Fu merito dei sommi

generali di cui fu fortunata, se Cartagine talvolta pose in dubbio la

decisione della fortuna: ma l’educazione non dirigeva essenzialmente a

formare eroi; non serbava ai vincitori la solennità dei trionfi; nel

mezzo delle vittorie i capitani si vedevano incagliati dalla gelosia

o dal sottilizzare finanziero; doveano paventare la sconfitta che li

sottoponeva ad un processo; e il pericolo della croce stava sugli

occhi del generale allorchè meditasse una battaglia. Roma invece esce

incontro al console vinto a Canne, lo ringrazia di non avere disperato

della patria, e dà ogni aver suo, spoglia i tempj e le donne per

fornire un nuovo esercito.

E il nuovo esercito vinse, e obbligò Cartagine a vergognosa pace. Il

dispetto dell’umiliazione tornò in favore Annibale; e poichè seimila

cinquecento mercenarj, avvezzi con lui a vincere e predare, lo rendeano

arbitro della disarmata patria, e’ si fece nominar sufeto e cominciò

riforme: la perpetua magistratura de’ gerusj ridusse annuale; migliorò

le finanze esigendo crediti antiquati, richiamando al fisco il mal

tolto, e convincendo che il reprimere i concussori frutta meglio che

un tributo nuovo; i soldati oziosi occupò a piantare ulivi, sperando

coll’agricoltura e col commercio risanguare la svenata città, cui

destinava far centro d’una gran lega contro Roma. Ma guaj alle riforme

troppo tarde! Annibale soccombette e dovè esulare, lasciando la patria

in quella debolezza che proviene dall’essere abbattute le istituzioni

vecchie, non istabilite le nuove.

[153]

[150]

Se ne incalorirono le fazioni, e la patriotica cacciò in bando quaranta

dei fautori dello straniero, i quali ricoveratisi a Massinissa, lo

istigarono contro la repubblica. Egli estese le sue usurpazioni,

e tuttochè ottagenario menò in persona la guerra; preso in mezzo

l’esercito punico, lo affamò, e ne uccise cinquantottomila. Roma

avea mandato ambasciadori, i quali, se l’evento uscisse prospero per

Cartagine, le intimassero di deporre le armi ed osservar la pace.

Vedendola invece colla peggio, inanimarono il Numida, del quale

Cartagine comprava la pietà con nuove cessioni, e condannando come rei

di Stato i consigliatori di quella guerra. Ed ecco Catone comparire nel

senato di Roma, e traendo di sotto la toga dei fichi che pareano appena

côlti,—Questi (dice) tre giorni fa erano attaccati al loro ramo ne’

giardini di Cartagine. E voi tollererete così prossima una tale città?»

[ULTIMI SFORZI DI CARTAGINE]

[149]

Strana ragione per distruggere un popolo! eppure gli è menata buona,

e Roma intima a Cartagine che, avendo violata la pace, s’aspetti il

castigo. I consoli Manilio Nepote e Marcio Censorino partono con

ottantamila fanti, quattromila cavalli, cinquanta galee da cinque

file di remi, oltre innumerevoli navi di trasporto, e l’ordine di

non cessare finchè Cartagine non sia diroccata. I Cartaginesi non

trovandosi pari all’attacco, spediscono nuovi ambasciadori con piena

autorità d’accettare qualsiasi condizione, e perfino di rimettersi

alla discrezione de’ Romani, _purchè si risparmii la città_. Questi,

inorgogliendo a misura che vedevano abbassarsi la rivale, chiedono fra

trenta giorni trecento ostaggi delle primarie famiglie. Parve enorme la

condizione, eppure si sottomisero; e fra il pianto de’ genitori e il

fremito de’ generosi, i trecento partirono. I consoli si riservarono

di far conoscere la volontà del senato quando giungessero ad Utica;

ed affinchè l’eccesso non portasse i Cartaginesi alla disperazione,

proposero una ad una le condizioni: prima di fornire l’esercito di

grani, poi di consegnare tutte le triremi, poi tutti i tormenti

da guerra, da ultimo tutte le armi, giacchè non n’aveano bisogno

se veramente deliberati alla pace. Duemila macchine e ducentomila

armadure compite furono consegnate: ben perdute veramente se non si

sapeva usarle all’ultima difesa della patria.

Come li vedono sguerniti e incapaci di sostenere un assedio, i consoli

intimano che la città sia demolita, gli abitatori prendano stanza

a tre miglia dal mare, cioè dove non possano più attendere a navi

nè a commerci nè a pericolose speranze. S’erano i Romani obbligati

a risparmiare la città; ma in loro lingua _civitas_ significa gli

abitanti, non le abitazioni!

Storditi a tal colpo, per alcun tempo i Cartaginesi non seppero che

piangere, desolarsi, e quali lamentando i figli dati in ostaggio, quali

imprecando agli avi che non avessero preferito una morte gloriosa

ai turpi patti subìti; poi vergognandosi di se stessi, mutano lo

sgomento nella disperata risoluzione di non soggiacere all’infame

sentenza. Subito son chiuse le porte, uccisi tutti gli Italiani;

qualunque metallo rimane è convertito in armi, qualunque officina

in armeria; ogni dì si fabbricarono cento scudi, trecento spade,

cinquecento lancie, mille dardi; le donne si recidono le trecce per

farne le cocche; gli schiavi sono chiamati a libertà. Asdrubale, capo

della fazione nazionale, che maltrattato da’ suoi, era fuoruscito, e

menava ventimila uomini contro della patria, si riconcilia, riduce ad

obbedienza la campagna, ed ajuta a respingere i consoli e incendiare la

flotta; e Cartagine si conforta di almeno soccombere con onore. Benchè

i Romani adoprassero contro di essa ogni arte murale, e la percotessero

con un ariete mosso da seimila fanti, e con un altro spinto da

innumerevoli rematori (APPIANO), l’accortezza d’Asdrubale e il valore

de’ Cartaginesi eludeva gli assedianti.

[147]

Pareva che la vittoria nelle guerre puniche fosse fatata al nome degli

Scipioni. Emiliano, figlio di quel Paolo Emilio che vinse Perseo,

adottato da Scipione Africano, portato console innanzi l’età, è

spedito in Africa; salva l’esercito da gravissime strette, raccoglie

l’eredità dell’estinto Massinissa, prende un quartiere di Cartagine,

circonvalla l’istmo con un muro turrito da cui padroneggiare la città,

e le interdice i viveri; poi aggiungendo i riti sacri, proferisce

contro Cartagine la rituale imprecazione per inimicarle gli Dei e per

consacrare alla vendetta delle Furie chiunque resista a Roma[309].

[CARTAGINE DISTRUTTA]

[146]

I Cartaginesi ridotti all’estremo, osano un ultimo sforzo; e lavorando

uomini, donne, fanciulli, scavano traverso alla rupe una nuova uscita

al loro porto, ed avventano contro dei Romani un’altra flotta,

compaginata col legname delle demolite abitazioni. Alcuni a nuoto

s’avanzano fin presso le macchine, e di repente emergendo accendono

fiaccole, e vi gettano fuoco. Scipione Emiliano d’assalto entra in

Cartagine, eppure i cittadini difendono ancora via per via, casa per

casa, durante sei giorni e sei notti; ed empiono de’ loro cadaveri la

patria perita. Novecento disertori ricoverati nel tempio d’Esculapio,

prevedendo qual sorte gli attendesse, posero fuoco a quell’asilo e

perirono tutti. Il generale Asdrubale, che avea sempre intrepidamente

diretto gli sforzi de’ suoi cittadini, negli estremi perdette il

coraggio, e si prostrò al vincitore; ma sua moglie, rimasta cogli

ultimi difensori, non volendo sopravvivere alla patria, sale sul

fastigio del tempio vestita d’abiti sfarzosi, ed imprecato ogni male al

marito disertore, si precipita coi figli nelle fiamme.

De’ superstiti Cartaginesi parte fu dispersa per Italia e per le

provincie; 4,470,000 libbre d’argento ornarono il trionfo di Scipione

Emiliano, nel quale si riprodusse il soprannome di Africano. Molti

preziosi capi d’arte, fra cui il toro di Falaride, furono restituiti

alla depredata Sicilia; donate ai re di Numidia le biblioteche,

eccetto i libri di Magone sull’agricoltura, che furono portati a Roma

e tradotti; smantellate tutte le città favorevoli a Cartagine, le

contrarie ingrandite di territorio; attribuito agli Uticesi quant’è

fra Cartagine ed Ippona; gli Africani sottomessi pagassero un annuo

tributo, e lo Stato cartaginese fosse ridotto a provincia col titolo di

Africa. D’ordine del senato, Emiliano condusse l’aratro attorno alle

mura, ripetè le rituali imprecazioni che doveano rendere gli Dei nemici

alla causa vinta; poi le fiamme in diciassette giorni consumarono la

città, dopo sette secoli d’esistenza, e uno e mezzo di lotte con Roma.

[COMPIANTI SU CARTAGINE]

Questo sterminio senza scopo e senza ragione formò la gloria della

colta famiglia de’ Scipioni che sempre vi s’era opposta, la gloria

d’Emiliano, personaggio lodatissimo per dolce natura, e di cui fu

proferito «non aver mai operato o detto cosa che non fosse degna di

lode». Ma Roma nell’idea di lode non comprendeva mai quella di umanità,

e a tutto ciò che non fosse romano mancava per lei ogni valore, ogni

motivo di rispetto. Emiliano, vedendo lo strazio di tanta città, stette

assorto in mesto silenzio, poi sospirando esclamò coll’Ettore di

Omero:—Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua

gente cada». Chiesto da Polibio che intendesse per Troja e per gente di

Priamo, egli, senza nominar Roma, rispose che meditava come gli Stati

più poderosi alla loro volta dibassino e rovinino, secondo piace alla

fortuna[310].

[197]

Seduta trionfalmente sulle macerie di Cartagine e di Corinto, Roma

poteva proclamare il trionfo della forza sopra l’industria; nessun

nuovo nemico si presentava, sufficiente al tremendo duello; ai vinti

non rimaneva vigore d’agitarsi sotto al pilo dei soldati d’Italia.

Solo contro il gran furto delle aquile latine protestarono gli

Spagnuoli, tremendi sempre nel difendere la patria indipendenza.

Insorti, e sterminato il pretore Sempronio Tuditano coll’esercito suo,

cominciarono una guerra micidialissima sì per la popolazione colà

raffittita, sì per la natura de’ luoghi montuosi e degli abitanti.

[INSURREZIONE DELLA SPAGNA]

Si univano gl’Ispani in numerose fratellanze, congiurate per la vita e

per la morte; nè uno mai falliva o sopravviveva agli altri consorti.

Spirando in croce, i prigionieri con belliche canzoni insultavano ai

loro carnefici; una madre cantabra scannò il figlio anzichè lasciarlo

in balìa de’ nemici; un altro, per ordine del padre, rese la libertà

ai genitori incatenati uccidendoli. Battuti più volte, non vinti mai,

portavano allato il veleno pel caso d’una sconfitta: trovavansi ridotti

schiavi? assassinavano i padroni, o mandavano a picco i bastimenti

su cui erano caricati. Rilevata una rotta, fecero dire ai Romani

vincitori:—Vi lasceremo uscire di Spagna, se ci diate un abito, un

cavallo, una spada per ciascuno».

[151]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 25 / 37 段