I Romani nella tumultuosa pienezza della loro vita riguardarono

gli studj meno come occupazione da uomo, che come distrazione e

abbellimento. «I più assennati (scrive Sallustio) attendeano agli

affari; nessuno esercitava l’ingegno senza il corpo; ogni uom grande

volea mentosto dire che fare, e lasciava ch’altri narrasse le imprese

di lui anzichè narrar esso le altrui». De’ libri aveasi sospetto,

quasi intaccassero le istituzioni e la religione patria; e consoli

Cetego e Bebbio, essendosene in un campo dissotterrati alcuni

antichi, il console Petilio li fece bruciare perchè trattavano di

filosofia[272]. E per filosofia forse intendeasi, come poco tempo fa da

noi, l’incredulità e l’epicureismo. A questi greci maestri guardavasi

dunque coll’ombra solita in chi si sente da meno; i caldi patrioti li

chiamavano scrocconi e ladri[273]; si rideva quando Plauto introduceva

sul teatro il parasito Curculione a dire:—Bada ch’io non sia arrestato

da questi Greci, che passeggiano con lunghi mantelli, e coperti la

testa: carichi di libri, portano nello stesso tempo i rilievi della

mensa; hanno l’aria di unirsi per conferire insieme, ma non sono che

birbi incomodi ed importuni; camminano sempre presidiati di sentenze,

ma bazzicano la taverna; quando hanno fatto qualche ribalderia,

s’inviluppano il capo, e trincano a josa, ed è bello vedere la loro

gravità barcollante».

[EDUCAZIONE]

Anzi più volte la legge interdisse retori e filosofi, «presso de’

quali i giovani perdono le giornate»; forse per tôrre a questi

la presunzione, facile compagna dello scarso sapere, e impedire

contraessero il vizio de’ Greci di prestare alle parole la cura,

che meglio è dovuta alle cose. Pure Catone a suo figlio colle leggi

e colla ginnastica, cioè l’equitazione, il volteggiare, la lotta,

il nuoto, l’armeggiare, insegnava anche gli elementi delle belle

lettere[274]: e già eransi introdotte scuole, tenute generalmente

da liberti, ove insegnavasi a leggere, scrivere, far di conto ai

maschi e alle fanciulle indistintamente; quelli che a maggiore

erudizione aspirassero, passavano a maestri di letteratura greca,

e si compiva l’educazione con un viaggio in Grecia e nelle città

dell’Asia anteriore, per ascoltarvi i rinomati precettori d’eloquenza

e filosofia. D’arti belle pochissimi apprendeano, e fu incolpato

Paolo Emilio perchè, alla greca, faceva istruire i suoi figliuoli

anche da pittori; pochissimi la musica; molti invece la danza, per

la quale si prese passione, disapprovata indarno dai più severi; e

Scipione Emiliano diceva:—S’insegna alle fanciulle ad acquistar

grazie indecenti; vanno accompagnate da arpe e da lire, coi giovani

scapestrati, nelle scuole degli istrioni, ove sono istruite a cantare.

Presso i nostri avi, siffatti esercizj disonoravano qualunque persona

libera: al giorno d’oggi, fanciulle, giovanetti di nobili famiglie

frequentano scuole di danza, e si mescolano a fanciulle prostitute.

Quando io udivo narrare tali disordini, non potevo persuadermi che

cittadini stimabili dessero siffatta educazione a’ loro figliuoli: fui

condotto in una di queste scuole, e colà io ne vidi, il credereste?

più di cinquecento dell’uno e dell’altro sesso. In quel numero, oh

obbrobrio per la repubblica! ve n’aveva uno adorno della bolla d’oro,

il figlio d’un candidato, di circa dodici anni; egli danzava col sistro

in mano; mentre non si permetterebbe che uno schiavo impudico si

atteggiasse a quella maniera»[275].

[COSTUMI ALTERATI]

Anche Plauto deplora questa mutata educazione:—Forse che a questo

modo eravate governato voi nella vostra giovinezza? Sino a vent’anni,

uscendo, non vi era permesso scostarvi d’un passo dal precettore.

Se non eravate alla palestra prima del levar del sole, il maestro

vi puniva non leggermente. Là si faticava a correre, a lottare, a

lanciar giavellotti e il disco, a rimbalzare la palla, a saltare, a

combattere a pugni, e non a far all’amore con bagasce. Ritornato

dalla palestra e dall’ippodromo, voi andavate, in vestito semplice, a

sedere s’uno scannello a fianco del vostro precettore; leggevate, e se

aveste fallato una sillaba, la correzione rendeva la vostra pelle più

maculata che il mantello d’una nutrice».—Altre volte (ripiglia) uno

arrivava agli onori per suffragi del popolo mentre obbediva ancora al

precettore: al presente un garzoncello di sette anni, se è toccato,

rompe la testa al maestro colla sua tavoletta. Se ne fa richiamo ai

genitori? il padre risponde al furbacciuolo: _Bravo, figlio mio; io ti

rinnegherei, se tu ti lasciassi soperchiare_. Si chiama il precettore:

_Ah vecchio imbecille! guardati di maltrattare questo fanciullo perchè

ha mostrato aver cuore_. E il precettore se ne va colla testa involta

in un pannolino, inoliato come una lanterna».

Plauto e Terenzio non fecero quasi che mutare in latino le commedie

greche; e Terenzio respinge l’accusa di plagio col solo titolo di non

aver usato la traduzione di verun altro: pure le relazioni esterne,

il diverso modo di vedere e sentire, il grado differente di civiltà

delle due nazioni, e in conseguenza il differente gusto, obbligavano

questi traduttori a mutazioni importanti, e ad avvicinare sempre più

il costume a quel del paese, acciocchè meglio si prestasse al riso e

all’istruzione. Pertanto possiamo riscontrare alcune particolarità

romane, singolarmente in Plauto, il quale, men colto, ricorre alla

propria esperienza più spesso che alla memoria; e forse per questo,

comunque sgradito ai più schifiltosi, continuò a piacere al popolo,

che vi riconoscea ritratti gli originali a sè vicini: ai buoni invece,

cioè agli aristocratici, rimase caro Terenzio per soavità di verso,

dilicatezza di stile, urbanità di sali, tutti dedotti dal greco.

Benchè già il lusso s’introducesse, e sembrasse lesineria l’usare un

vaso d’argilla ne’ sagrifizj agli Dei[276], e gli addobbi comparissero

più vistosi, e i cocchi manifestassero il fasto, per quanto ancora

grossolani e da villa[277]; sentesi però ne’ cittadini suntuosità,

non eleganza; e al modo prisco, abitavano in Roma solo in tempo degli

affari, il resto dell’anno in villa, a gran rammarico dei parasiti[278].

Le donne singolarmente moltiplicavano in vanità, in servi ed

operaj[279], dedicati alle varie parti del loro assetto in casa;

s’impadronivano delle redini, massime se inorgoglite da pingue dote, e

dopo che la legge le autorizzò a contrar nozze senza spossessarsi dei

beni; e tiranneggiavano quelli che dalla legge erano destinati a loro

tiranni[280]. Dopo l’acquisto della Sicilia erano straordinariamente

cresciute le sciagurate che metteano a prezzo l’affetto e la voluttà:

i padri scontravansi rivali coi figli nelle case della disonestà[281],

ove i giovani o portavano le vesti e il denaro sottratto in casa, o

v’erano condotti non meno dal libertinaggio che dal desiderio di rubare

il bello e il buono, vizio che non deposero tampoco ai più floridi

giorni dell’Impero[282].

Anche dai frammenti de’ satirici, chi gli accetti con misura può

dedurre come fossero alterati i costumi. In Ennio troviamo le donne già

raffinate nell’arte di piacere e di tener a bada i diversi amanti[283].

Lucilio rimbrotta i Romani che portano miele in bocca e coltello a

cintola, e fingendosi probi, agevolano gl’inganni nella guerra di tutti

contro tutti[284]. Turno rinfaccia ai poeti gli osceni canti, con cui

mettono in postribolo le vergini muse[285].

[LUSSO]

Poi il lusso crebbe a segno che, avendo la legge Oppia cercato porvi

un freno nelle maggiori strettezze della guerra d’Annibale, le donne

levarono a rumore la città, correndo senza ritegno e senza pudore

a minacciare di non divenir più madri: le donne, che fin il molle

Scipione Africano si lagnava di vedere educate da mime e cinedi, a

sonare di cetra, a menar danze, e in mal onesti prestigi[286]. Nè il

lusso era avvivatore delle arti, come fra un popolo industre, giacchè

alimentavasi col rubare ai nemici e smungere i clienti: e sottentrata

la cupidigia del guadagno, i senatori costruivano navi con cui fare

trasporti.

Conosciuta la Grecia Magna e la propria, arricchirono subitamente

delle dovizie d’Antioco, di Perseo, di Corinto, avendo ricevuto in

contribuzioni di guerra da censessanta milioni ne’ soli dodici anni

fra il ritorno di Scipione a Roma e il fine della guerra d’Antioco;

altrettanto in preziosità portate ne’ trionfi; e non minori somme

aveansi carpite uffiziali e soldati. Lucio Scipione mostrava in

trionfo mille ducentrentuno dente d’elefanti; Flaminio e Fulvio più di

cinquecento statue, e scudi d’oro e d’argento, e vasi cesellati; Acilio

fin gli abiti d’Antioco; Paolo Emilio un valore di quarantacinque

milioni.

[RICCHEZZE]

A che stentare nell’agricoltura quando così facilmente poteasi

arricchire colla guerra e col rubare? Quella dunque si neglesse; e i

poveri divennero miseri, mentre gli altri guazzavano nell’opulenza. Più

non si sofferse la parsimonia avita; il superfluo sembrò necessario,

rustichezza la temperanza; case splendide, banchetti fra suoni e

canti, e codazzo di servi, e costose compre d’oggetti di lusso furono

l’aspirazione universale. Uno schiavo bello fu pagato più che un

fertile campo; più alcuni pesci che un par di bovi: la gola, il sonno,

le oziose piume, i profumi, le meretrici e i bardassi sbandivano

l’antica morigeratezza. Già si additavano con maraviglia quegli Elj,

quel Tuberone che ancor viveano sobrj e pudichi; e avendo esso Tuberone

ne’ funerali di Scipione Emiliano apparecchiato il banchetto pubblico

in vasi di terra e su tappeti di lana caprina, stomacò il popolo a

segno che gli negò la pretura[287].

[NEVIO]

[202]

Il campano poeta Gneo Nevio, per contrastare all’aristocrazia ed ai

grecizzanti, preferì ai metri jonici usati da Ennio i rozzi versi

saturnini, indigeni del Lazio; agli eroi greci nella tragedia surrogava

caratteri e vesti nazionali; e bersagliava cotesti superbi Claudj,

Metelli, ed altre famiglie potenti, che tenaci del gius patrio, con cui

i loro avi dirigevano le famiglie dei clienti e di schiavi, e favorite

anche dalla vittoria e da meriti personali, ponevano l’orgoglio

al posto della ragione, il diritto eroico al posto dell’equità,

impedendo la plebe di attuare l’acquistata eguaglianza. Egli dunque

faceva esclamare a’ suoi personaggi:—Soffri, giacchè anche il popolo

soffre»; e al popolo:—Cotesti re non ardiranno saettare ciò che io in

teatro sanzionai co’ miei applausi. Quanto la tirannia qui soverchia

la libertà!» Avendo messo in un verso,—I Metelli nascono consoli

in Roma», questi gli risposero sull’egual tono:—I Metelli daranno

male a Nevio poeta»[288]. E lo fecero cacciar prigione: ma di là

pure bersagliò gli Scipioni; e questi invocarono contro di lui le XII

Tavole, che pronunziavano morte contro i libelli infami: i tribuni

però s’interposero, e parve bastasse la pubblica esposizione e il

bandirlo in Africa. Andandosene, egli compose il proprio epitafio «pien

di superbia campana», invitando mortali ed immortali a compiangere

che l’originalità italiana fosse con lui perita[289]. Il popolo nol

dimenticò, dedicò una porta al nome di esso, e tutti, ancora ai tempi

d’Orazio, il sapevano a memoria[290].

[ARROGANZA DE’ NOBILI]

Re chiamava Nevio que’ magistrati, perchè, connessi fra loro in

parentela, opponevano la comune forza e quella dei clienti alla legge

ed alla giustizia. Cajo Flaminio console cozzava non solo col senato,

ma cogli Dei immortali; sprezzava la maestà dei padri e delle leggi, e

gli auspizj divini[291].

La fantasia si compiace di certi tratti di costume eroico, che

appajono ancora in questi tempi. Fabio Massimo, accusato dal tribuno,

risponde:—Fabio non può essere sospetto a’ suoi cittadini»; ed

essendo un suo genero imputato di tradimento, egli si presenta e

dice:—Se fosse reo, non sarebbe rimasto mio genero», e basta per

farlo assolvere. Emilio Scauro, incolpato d’avere per oro tradito la

repubblica, dichiara falsa l’accusa, e basta. Un Metello è fatto reo

di concussione, ed il senato storna gli occhi dai registri addotti in

prova[292]. Allettano, io dico, la fantasia; ma come doveva stare

la plebe colà dove ai nobili valevano siffatte discolpe per farsi

indipendenti dalla legge? Scipione Africano ricusò il consolato in

vita, ma ritenne sempre un’autorità dittatoria; ed esitando un giorno

i questori ad aprire il tesoro perchè le leggi lo vietavano, egli,

quantunque privato, tolse le chiavi ed aprì. La statua di lui sorgeva

nel santuario di Giove; in Campidoglio quella di Lucio Scipione, con

mantello e coturni alla greca[293].

[NUOVE DIVINITÀ]

L’irruzione delle idee forestiere veniva viepiù funesta a Roma perchè

il suo genio pratico la traeva subitamente alle applicazioni. E già nel

fôro e sul Campidoglio si adorava con altri riti che i patrj; il latino

Saturno venne ammogliato con la greca Rea; il sabino Marte, privato

dell’antica sposa Neriena, fu confuso con l’Arete omerico; l’etrusco

Giano con Diana, o fu posto accanto allo Zeus dei Greci, benchè gli

andasse sempre innanzi nelle invocazioni; agli agricoli e pastorali

sottentrò una generazione di Dei guerreschi, fra’ quali primeggiava

Remolo. Nel 534 di Roma, il senato decretava si demolissero i tempj

degli egizj numi Iside e Serapide; e poichè nessun cittadino l’osava,

Emilio Paolo pel primo diè della scure nelle imposte di quelli.

Ottant’anni appresso, il pretore Cornelio Ispallo cacciò di Roma e

d’Italia i Caldei astrologi e gli adoratori del Giove Sebazio: ma era

egli possibile escludere gli Dei dalla città che tutti gli stranieri

accoglieva? Nella seconda guerra punica, per avvivare il coraggio,

si consultarono i libri Sibillini, e d’ordine di quelli si trasportò

dalla Frigia la Madre Idea, fomento di nuove superstizioni fra oscene e

spietate.

Queste raddoppiavano ne’ pericoli, e più che mai negli spaventi

della guerra cartaginese: un fanciullo di sei mesi gridò _Trionfo_

nel fôro Olitorio; figure di navi rosseggiarono in cielo; il tempio

della Speranza venne fulminato; Giunone brandì l’asta; nel Piceno

piovvero sassi; altrove scaturì sangue; s’apersero i cieli, i simulacri

sudarono, galline mutaronsi in galli, nacquero capre lanose, la luna

cozzava col sole, e compariva doppia e tripla.

In Grecia la varietà dei numi e l’introduzione di culti forestieri non

faceva che aprire nuove fonti di bello; ma negl’Italiani, portati ad

applicare le idee, alterava la vita e la condotta, e porgeva alimento

alla ferocia ed alla sensualità. E lascivie e sangue parvero dunque

religione; il popolo accorse ai giuochi gladiatorj, recati allora dalla

Campania, inebbriandosi allo spettacolo dell’uccisione, e ad eccessi di

voluttà proruppe ne’ Baccanali.

[BACCANALI]

Antico era presso gli Etruschi il culto di Bacco[294], simbolo

della vita e della distruzione; e tre dì ogni anno si facevano le

iniziazioni, di giorno e da sole donne. Paola Minia, sacerdotessa

di Capua, e un sacerdote greco li pervertirono accomunandoli a

uomini e donne, e crescendo a cinque per mese le adunanze notturne,

ove s’insegnava e praticava il dogma _Ciò che piace, lice_. Di là

segretamente quei riti si erano traforati in Roma; e Tito Sempronio

Rutilo propose a suo genero d’iniziarvelo. Costui ne fa cenno ad una

sua amasia, la quale gl’insinua il sospetto non sia un’astuzia del

suocero per trarlo alla perdizione, onde non rendergli conto dei beni

per esso amministrati. Il genero crede, e rifugge presso una zia;

questa denunzia il fatto ai consoli, laonde vengono a pubblica notizia

que’ misteri. E si diceva che in essi gl’iniziati mescolavansi alla

rinfusa nel bujo, indi da furiosi correvano al Tevere, tuffandovi delle

fiaccole; chi ricusasse partecipare alle infamie, era ghermito da una

macchina e precipitato in cupe voragini. Difficile è sapere quanto

il vero fosse alterato dal terror volgare, dall’astuzia signorile,

dall’abitudine di giudicare scellerato tutto ciò che è arcano: sappiamo

però che la notte si posero scolte, si fecero indagini, settemila

iniziati si scopersero nella sola Roma; moltissime donne chiarite ree

furono consegnate ai parenti che ne prendessero domestico supplizio;

poi di città in città si estese l’indagine, trovandone una folla

dappertutto.

Atrocità o nel delitto o nel processo; ed altri se ne moltiplicarono, e

in un anno solo censettanta donne furono convinte d’avere avvelenato i

mariti per passare a nuovi. Che dirò delle cerimonie onde s’invocava la

vittoria o si celebrava, come il sepellire uomini vivi, o scannarli a

torme ne’ trionfi?

[DEPRAVAMENTO DELL’OPINIONE]

In quel tempo la filosofia greca era caduta in mano de’ Sofisti,

i quali, per esercizio di argomentazione, sosteneano il vero e

il falso, l’identità della virtù e del vizio; Panezio, amico di

Scipione Emiliano, sillogizzava che tutto finisce colla morte[295];

Diogene, Critolao, Carneade venivano a spargere il dubbio su tutto, e

dipingere la giustizia e la morale come un trovato dei legislatori;

Ennio cantava che gli Dei vi sono, ma non si brigano di ciò che gli

uomini facciano[296]; nè mancava chi fin il culto verso la patria

conculcasse, dicendo che patria è dove si sta bene[297]. Fin d’allora i

letterati non gareggiavano di ben dire, ma di dir male, palleggiandosi

quelle contumelie, in cui ancora s’imbragano i loro imitatori[298]:

Plauto, dopo aperta una commedia coll’elevarsi al cielo dove risiede

la giustizia che tutto vede e governa, la chiude colle lodi del

tornaconto, esser onore la ricchezza, e sanzione del dovere l’utilità:

Lucilio fa che gli Dei Consenti si burlino degli uomini che li chiamano

padri, e che Nettuno si trovi imbarazzato da un’argomentazione da cui,

dice, Carneade stesso mal saprebbe tirarsi.

Tante esterne guerre e lotte interne erano riuscite a distruggere

la classe media che è nerbo degli Stati, e collocare una nobiltà

orgogliosa e precocemente depravata sopra una plebaglia scioperata,

misera, pretensiva. Que’ ricchi e magistrati che lavoravano di propria

mano e attendevano ai campi, divenivano rari ogni dì più; e volgeansi

piuttosto ai guadagni, con arte qual si fosse[299].

[CATONE CENSORE]

[234-143]

Terribile alla novità e all’aristocrazia fu la censura di Marco Porcio

Catone. Questo plebeo, sagace come dinotava il suo nome (_catus_),

coraggioso in atti, eloquente e mordace in parole, di diciassette anni

militò contro Annibale; indi abitando in Tusculo sua patria, la mattina

girava le città del contorno, facendo gratuitamente da patrocinatore;

poi reduce, mettevasi a lavorare i campi co’ suoi schiavi, com’essi

ignudo, mangiando con essi, al par di essi bevendo vinello. Pure

agli occhi suoi quegli schiavi non erano che bestiame; li comprava,

istruiva e rivendeva; e diceva che un buon capocasa dee vendere le

carrette vecchie, le vecchie sferre e i vecchi servi. Avea fissato

una tassa agli schiavi che volessero abbracciare una schiava; dopo

ciascun convito facea frustare quelli che si erano mostri negligenti

nel servizio; alimentava fra loro continue dissensioni, per impedire i

pericolosi accordi.

Il suo podere stava presso a quello ove Curio Dentato, dopo ottenuti

tre trionfi, avea passato gli ultimi anni ripastinando la terra e

congegnando macerie; e sulla propria esperienza dettò censessantadue

precetti _De re rustica_, nel tono imperioso d’un padrone a schiavi,

senza connessione o varietà, nè anco forbitezza di stile, della quale

pure mostravasi geloso nelle altre opere. Abbonda di formole magiche e

superstiziose osservazioni. Alla pitagorica, considera i cavoli come

una panacea, vieta di dar nulla alle bestie malate per man di donne,

regola secondo il numero ternario gl’ingredienti dei rimedj per le

giovenche, e pretende guarire le lussazioni con carmi magici[300].

Predicava meraviglioso l’uomo che acquista maggiori beni che non

glien’abbiano lasciato i suoi antenati[301]; ed al vero lo riconosciamo

nel _Carmen de moribus_, ove dice:—Potrebbe tornar conto il

procacciare lucro dal commercio, se pericoloso non fosse, od esercitare

l’usura se fosse onesto. Ma gli avi nostri stanziarono che il ladro

pagasse il doppio della somma involata, l’usuriere il quadruplo,

mostrando così tenere l’usurajo peggiore del ladro. Quando poi voleano

dare a un cittadino l’elogio maggiore, sì lo chiamavano buon agricolo

e savio massajo. Il mercadante sottiglia a guadagnar denaro, ma lo

stato suo l’espone ad ogni sorta pericoli e calamità. L’agricoltura in

quella vece produce uomini robusti ed eccellenti soldati; presenta il

vantaggio più onesto e sicuro, nè da altri invidiato; a chi v’attende,

non rimane tempo di pensare il male».

[178]

E Catone è il modello dell’antica austerità, il flagello della irruente

depravazione; il nome suo dinota fin ad oggi proverbialmente un severo

incontaminato. Valerio Flacco ammirandone l’austerità, lo chiamò a

Roma, dove, spalleggiato dai Fabj, diventò colonnello, questore,

console, poi censore insieme coll’antico suo patrono. Ito nella Spagna

pretore, congedò gli abbondanzieri dicendo che la guerra nutrirebbe

se stessa: in trecento giorni prese quattrocento città o borgate,

che all’istess’ora fece tutte smantellare: immenso bottino riportò

all’erario, ma nell’atto d’imbarcarsi vendette il proprio cavallo di

battaglia onde risparmiare, diceva, al fisco la spesa del tragitto.

Aveva fatto tutte le marcie a piedi, recando le proprie armi, con solo

uno schiavo che gli portasse quel poco da vivere: ottenne il trionfo,

ma non appena deposto il paludamento solenne, andò come semplice

colonnello contro Antioco il Grande; e il generale lo abbracciò al

cospetto dell’esercito, e confessò dovere a lui solo la vittoria

delle Termopile, e lo spedì a recarne la nuova a Roma. Amministrando

la provincia di Sardegna, cacciò gli usurieri, e abolì le spese che

i sudditi doveano fare per onorare i pretori. Vestiva poveramente,

marciava pedestre a capo d’eserciti; nè il pranzo gli costava più di

trenta soldi; e diceva che non è mai buon mercato una merce superflua,

costasse pure tre quattrini.

Per moda ammiravasi la Grecia? ed egli a vilipenderla; non volle

conoscerne la letteratura, e rimbrottava suo figlio di porvi studio; e

se più tardi guardò in Tucidide e Demostene, severamente li giudicava;

Socrate gli pareva un ciarliere che con novità pericolose turbasse la

patria; appuntava Isocrate di lasciar incanutire i discepoli nella

scuola, talchè ormai non potevano andar a perorare che agli Elisi:

aveva in orrore i medici di quella nazione, dando voce ch’e’ si

fossero assunto di tôrre dal mondo tutti i Barbari, compresi i Romani;

soprattutto esecrò l’eloquenza loro, massime dopo che udì i sofismi di

Carneade.

Non risparmiandola a popolani nè a ricchi,—Come mai (esclamava)

salvare una città, dove un pesce si vende più caro d’un bue? O Romani,

voi siete simili alle pecore, che tutti insieme vi lasciate menar da

persone, cui niuno vorrebbe affidarsi... Se diveniste grandi mercè

delle virtù, non volgetevi in peggio: se per l’intemperanza e i vizj,

cambiatevi, giacchè per queste vie cresceste abbastanza». Di quei

che brigavano per aver cariche,—E’ mi somigliano a persone ignare

della strada, che han bisogno del littore che li preceda». E perchè

spesso si nominavano a magistrati gli stessi,—Convien dire che le

cariche consideriate di ben poca importanza, o troviate ben pochi che

le meritino». Vedendo far la corte a re Eumene perchè lo dicevano

buono,—Sarà; ma un re è per natura una bestia vorace: e nessun re de’

più vantati pareggia Epaminonda, Pericle, Temistocle, Curio Dentato».

Diceva pure che i savj imparano dai matti più che questi da quelli,

giacchè essi evitano gli errori in cui vedono cadere i matti,

mentre i matti non imitano i buoni esempj de’ savj. Ingiuriato da

un libertino,—Troppo è disuguale la contesa fra te e me; tu odi

volentieri le scempiaggini e volentieri le dici; io m’annojo a

intenderle, e non uso a dirne». E ad un vecchio vizioso,—La vecchiaja

ha tante deformità, che non conviene unirvi anche quella de’ vizj».

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 24 / 37 段