La Grecia era in dipendenza di fatto ma non di nome, e Roma aspirava

ornai a ridurla provincia. Caldi d’ammirazione per sentimento

dell’armonica bellezza onde fu privilegiato quel paese, e mossi dalla

somiglianza di glorie e di sventure col nostro, siam côlti di pietà

meditabonda all’agonia sua, alle umiliazioni, agli oltraggi, traverso

ai quali arrivò all’ultima ora. Se qualche vigore restituì alla lega

Achea Filopemene, dopo di lui essa più non mostrossi che odiosa o

spregevole, alternando servile compiacenza al senato romano con

ridicole disperazioni, quasi volesse da sè privarsi della compassione

che la generosità attira su chi è destinato a perire. La vittoria dei

Romani aveva resi audaci ad ogni eccesso i fautori loro, gente avara

ed impertinente, come quella che si sentiva sostenuta in ogni caso

dai vincitori. Chi resistesse, chi generoso amasse la patria e ne

propugnasse i diritti, chi osasse contraddire ai commissarj stranieri,

veniva denunziato a Roma.

[CALLICRATE]

Tra questi venduti primeggiava di potenza e viltà Callicrate ateniese,

uno di quei demagoghi, la cui morale consiste nell’ottenere denaro

e gradi; e secondo lo stile de’ pari suoi, denigrava chiunque lo

superasse di merito; e sulle piazze non men che nelle arringhe, non

sapeva che gridare:—Costui ha dato favore a Perseo: quest’altro s’è

lasciato comprare dall’oro nemico». Due commissarj furono spediti alla

lega Achea, acciocchè istruissero il processo di questi accusati; e

uno di essi arrivò a tanto da proporre all’assemblea,—Condannate a

morte i fautori di Perseo, ed io dappoi li nominerò». Parve pazzamente

furibonda la domanda, e gli Achei si limitarono a promettere li

condannerebbero qualora non potessero giustificarsi.—Poichè il

promettete (ripigliò il commissario), dico che tutti i vostri capitani

e generali, e quanti sostennero cariche nella repubblica vostra, sono

macchiati di tale delitto».

A simili voci sorge Zenone, e,—Io comandai l’esercito e fui capo della

Lega, e protesto non aver nulla commesso contro gl’interessi di Roma.

V’è chi osa imputarmi di questo che chiamano delitto? eccomi pronto a

giustificarmene o nella dieta degli Achei o avanti al senato di Roma».

Colse al volo questa parola il commissario, e soggiunse, non potevano

appellarsi a tribunale più equo; indi recitando tutti quelli che

Callicrate aveva denunziati, intimò andassero a Roma a scagionarsi.

Erano oltre mille, fior del paese: e così con un solo colpo, quale

mai non avevano osato i più sfrontati tiranni, la Lega restò privata

dei suoi capi. Giunti in Italia, furono relegati in varie città,

senza tampoco udirli, nè badare ai loro richiami, o alle replicate

deputazioni dell’Acaja.

[167-150]

Callicrate, divenuto capo dell’avvilita Lega, udiva senza commoversi i

gemiti de’ loro parenti che li ridomandavano, e gli urli de’ fanciulli,

che, qualora uscisse in pubblico, gli gridavano dietro al traditore,

al nemico della patria. Diciassett’anni que’ deportati continuarono

a sollecitare un giudizio, e udire vanti della _romana equità_:

finalmente Catone, replicando che la questione trovavasi omai ridotta

a deliberare se dovessero esser sepolti da becchini romani o da greci,

ottenne fossero ascoltati, e restituiti alla patria i pochi ch’erano

sopravissuti alla fame, al carnefice, al crepacuore. Sozza tirannia

contro un paese indipendente qual era l’Acaja, contro persone di

merito, e che la più parte aveano combattuto per Roma.

[159]

I reduci non poterono che piangere l’avvilimento cui trovarono

ridotta la patria. Ma la perfidia e la crudeltà v’aveano procacciato

molti nemici a Roma, i quali, in onta del partito avverso, osavano o

mormorare, o protestare contro i raggiri e le concussioni; e parevano

disporsi ad aperta rottura. Ve li spingeva l’esempio della Macedonia,

la quale avendo poc’anzi dominato il mondo sotto Alessandro, fremeva

nel trovarsi tolto fin il più sacro diritto, quel di disporre di se

medesima. Alcuni ricoverati a Roma non risparmiavano preghiere, non

denaro per comprarsi amici nel senato, acciocchè non fosse fatta

violenza ai loro compatrioti; coltivavano Paolo Emilio finchè visse,

poi suo figlio Scipione Emiliano, il quale, se non fossero stati i

movimenti di Spagna, sarebbe ito in Macedonia a far ragione delle

querele: ma il senato, intento a raggiri politici e a profittare degli

errori de’ principi, nè pensando che lo scontento dei Macedoni potesse

recare a conseguenze, lasciava che i suoi uffiziali li trattassero un

dì peggio che l’altro, e conferiva i primi gradi a chi più ligio.

[PSEUDO-FILIPPO]

[152]

[148]

Raccolse quei sospiri sdegnosi un tale Andrisco, persona bassissima

dicono i Romani, unici narratori di questi eventi; dodici anni vissuto

presso un povero, che poi gli rivelò come fosse nato da una concubina

di Perseo; allora egli tentò farsi seguaci, ma non ascoltato, ricoverò

presso Demetrio Sotero, ch’ebbe la viltà di consegnarlo ai Romani.

Questi, non temendo del pseudo-Filippo, come e’ lo chiamarono,

il lasciavano con sì mala guardia, ch’egli fuggì, e ricoveratosi

nella Tracia, girò fra i signorotti, esponendo i suoi diritti, le

soperchierie de’ Romani, e quanto facile sarebbe una insurrezione.

Al suo appello i Traci si sollevano, egli ha Corte, esercito, alcune

piazze forti; bentosto tutta Macedonia, credendo o no, ma volonterosa

di turbare lo stagno, si dà a questo rampollo degli antichi suoi re, il

quale, sapendo che il miglior modo di difendersi è l’assalire, invade

le provincie vicine. Roma non avea eserciti in quelle parti, sapeva

che Cartagine aveva mandato ambasciatori ad Andrisco per allearselo

nell’imminente guerra, e potea temere che la Grecia cogliesse il destro

di vendicare gli affronti; ma questa affrettò proteste e prove di

divozione alla sua tiranna. Scipione Nasica, uomo affabile e giusto,

servì la patria meglio che colle armi girando per le città della Lega;

col render ragione de’ pianti e de’ gravami loro, le saldava nella

fede; e traendo da ciascuna qualche truppe, raccozzò un esercito. Le

armi romane andarono più d’una volta sconfitte; sinchè Andrisco fu

novamente tradito ai Romani, che ne ornarono i loro trionfi.

[DECIO GIULIO SILLANO]

[147]

Anche altri pretesi figliuoli di Perseo tentarono dar valore ai diritti

colla forza, ma tutti furono vinti. Finalmente il pretore Cecilio

Metello sottomise interamente la Macedonia, e vi piantò un governo

d’arbitraria severità. Singolarmente iniquo tra i governanti parve

Decio Giulio Sillano, contro cui i Macedoni mandarono querela. Suo

padre Tito Manlio Torquato ottiene di giudicarlo in casa, secondo

l’antica consuetudine patrizia; e udite le parti, convinto il figlio,

lo condanna a più non comparirgli davanti. Sillano se ne trova così

disonorato, che s’appicca; e Manlio nè chiude la casa, nè veste il

bruno, dichiarando non più appartenere alla sua famiglia chi avea

perduto la virtù.

Si sarà levata a cielo l’equità romana, e continuata l’oppressione

della Macedonia.

[GRECIA RIDOTTA A PROVINCIA]

[147]

Le sommosse di questa erano parse alla lega Achea un’opportunità

per riscuotersi dal giogo; e poichè Sparta se n’era separata onde

tenersi coi Romani, vollero ridurla a soggezione: ma essa ricorse a

Roma. I commissarj romani, convocata la dieta a Corinto, esposero

quanto la loro città si affliggesse del vederli straziarsi a vicenda;

esserne cagione la forma loro di governo federale, ove i deputati

non potendo intendersi, erano costretti venire alle armi; nella sua

sapienza il senato romano s’era accorto che, meno uniti, sarebbero

più felici; e però dichiarava escluse dalla Lega le città che non

v’aveano partecipato sin dal principio, Corinto, Sparta, Argo,

Eraclea, Orcomene. Con indegnazione fu accolta la micidiale proposta,

il popolo accannito trucidò quanti Spartani colse in Corinto, e a

stento gl’inviati romani poterono salvarsi. Roma, in guerra ancora

con Cartagine e coi pretesi figli di Perseo, non potendo far seguire

tosto la vendetta, spedì nuovi messi con moderate querele: ma le città

tutte, prese da una vertigine d’eroismo e di libertà, gridavano

esser più decoroso il perire combattendo che il cedere vilmente; e

giunsero a far dichiarare guerra contro Roma e Sparta. Però mancava

il concerto di salde volontà, onde Metello il Macedonico li vinse

facilmente presso Scarfia; e alcuni invocarono la clemenza del

vincitore, altri s’uccidevano, chi ritiravasi vilmente, al tempo stesso

che si ricusavano le proposizioni di pace. L’impresa fu terminata da

Lucio Mummio console, che espugnò ed arse Corinto, la ricchissima

del mondo, come centro del commercio d’Asia e d’Europa; vendette il

popolo, e fece immenso bottino. I capolavori di scoltura, di pittura,

di fusione, che la rendevano insigne, andarono preda d’ignoranti

soldati; sopra un quadro d’Aristide, meraviglia degli intelligenti,

giuocasi ai dadi; si mettono all’incanto tavole d’Apelle e statue di

Fidia. Attalo re di Pergamo esibì seicentomila sesterzj d’un quadro;

onde Mummio maravigliato,—Convien dire queste tele posseggano qualche

magica virtù»: e toltele dall’incanto, le inviò a Roma, intimando ai

portatori,—Se le guasterete, sarete condannati a rifarle».

Sbigottita dall’incendio di Corinto, la Lega più non pensò nè a

resistere al vincitore, nè a placarlo. I collegati furono raccolti in

vasta spianata, cinti dalle legioni romane; e dopo rimasti alcun tempo

in terribile aspettazione, udironsi intimare che i Corintj e i servi

sarebbero venduti schiavi, gli altri Achei andassero prosciolti. Nè le

città che aveano sostenuto gli stranieri, salvarono le mura: il governo

popolare fu abolito, e tutta Grecia ridotta a provincia, benchè alcune

città staccate, come Atene, mantenessero alcuna ombra di libertà.

[LA SIRIA]

[174]

[170]

Era omai decisa anche la sorte degli altri regni usciti da quello

d’Alessandro. La Siria fioriva ancora delle belle provincie della

Comagene, della Cirrestica, della Seleucide, della Palmirene; nelle

ricche valli tra l’Antilibano e il Mediterraneo cresceano Antiochia,

Seleucia, Laodicea, Apamea; e nel deserto Palmira, emporio alle

carovane fra l’India e l’Europa. Antioco Epifane, figlio d’Antioco

il Grande, era stato allevato a Roma come ostaggio; e venuto re,

cercò combinare il fasto patrio colla repubblicana famigliarità de’

Romani, ma non riusci che a rendersi oggetto d’odio e di sprezzo.

Carezzò i Romani pur odiandoli; guerreggiò prosperamente l’Egitto,

che gli disputava la Palestina e la Celesiria; prese Pelusio, e

invece di sterminarne gli abitanti, perdonò, col che indusse molte

città a soggettarglisi: avuto in mano Tolomeo Filometore, lo trattò

cortesemente; poi giovandosi delle costui inimicizie col fratello

Fiscone, stava per unire alla Siria l’Egitto, quando Popilio Lena,

ambasciadore romano, gl’intimò:—Devi abbandonare le conquiste». E

chiedendo egli tempo a deliberare, Lena colla mazza gli descrisse un

cerchio attorno, e—Non uscirai di questo prima di risolvere». Antioco

dovette cedere, e agli ambasciadori ch’egli spedì, il senato rispose si

congratulava che avesse obbedito; e per patto di pace gl’ingiunse di

cedere Cipro e Pelusio.

[ANTIOCO EPIFANE]

Il tributo che la Siria doveva a Roma, era un nulla a petto ai regali

con cui era costretta adescarsi fautori nella gran metropoli, ove

tutto diveniva venale. Tiberio Gracco, spedito dal senato a sindacare

i re e gli Stati d’Oriente, dovette concepire d’Antioco tanto maggiore

disprezzo, quanto più questi s’umiliava per ingrazianirlo, portandosi

seco più da schiavo che da re, cedendogli la reggia, esibendogli fin la

propria corona: onde potè assicurare il senato che nulla aveva a temere

dal re di Siria.

[169]

Per quante ricchezze Antioco avesse acquistate nell’Egitto, e gliene

procacciassero gli amici e le provincie d’Oriente, volgevano però

sempre in peggio le sue finanze, onde per risanguarle avea ricorso ai

tesori dei tempj, spediente sempre pericoloso. Erasi anche avversato i

sudditi colla smania di alterarne i costumi nazionali, e d’introdurre

il culto greco, non per zelo religioso, ma perchè più adatto alle

pompe, dietro cui egli andava pazzo. Per ciò gli si ribellarono molte

provincie, e massime gli Ebrei, popolo custode della intemerata

tradizione, che all’invasore prepotente oppose la devota magnanimità

de’ Macabei.

[DEMETRIO]

[164]

Morto Antioco, la discordia sevì, e Roma si diede aria di togliere in

protezione il fanciullo Demetrio Solero, figlio di Seleuco IV, e nominò

tre tutori al re di Siria, come avea fatto a quel d’Egitto. Se lo scopo

del senato non fosse già manifesto, lo rese evidente l’ordinare a que’

tutori bruciassero tutte le navi d’una certa portata, e tagliassero i

garetti a tutti gli elefanti. A Demetrio poi, quando chiese di passare

da Roma in Siria, il senato disdisse la domanda; ma egli fuggì sopra

una nave cartaginese, e fece proclamarsi re. Sebbene protestasse

non operare che in nome della repubblica romana, questa ne stava in

apprensione, e spediva agenti a vigilarlo: ma, o soddisfatta de’ suoi

portamenti, o piuttosto perchè non le convenisse romperla seco, il

riconobbe re.

Demetrio, anelante a battaglie, inimicossi i re d’Egitto e di Pergamo,

dispiacque a’ proprj sudditi per gli stravizzi a cui si sfrenò: onde

formossi una vasta congiura, alla quale egli soccombette. I suoi

successori precipitarono di mal in peggio: intanto i Parti avevano

occupata l’Asia Superiore fino all’Eufrate, gli Ebrei si erano riscossi

dalla dipendenza, talchè il gran regno si limitava alla Siria propria

ed alla Fenicia: e da questo momento la storia dei Seleucidi più non

presenta che uno sciagurato intrecciarsi di guerre civili, dissensioni

domestiche, enormi crudeltà, che ai Romani avvicinavano l’istante di

stendere la mano anche su quel regno, e farsene una nuova provincia.

CAPITOLO XV.

Interno di Roma. I costumi eroici si mutano.

Innesto greco.

[INTERNO DI ROMA]

Ma Roma perdeva il carattere originale, e il vinto Oriente si vendicava

collo spargere le idee ed i costumi suoi fra i vincitori.

Ad una gente che coll’arti e colle scienze lotta ogni giorno onde

signoreggiare la natura, gli effetti del lusso non riescono micidiali

quanto là dove l’industria è sconosciuta, sicchè la comune povertà è

testimonio di costumatezza e assicuramento di libertà. E di fatto,

come persone allevate alla campagna, lontano dallo spettacolo della

depravazione, eransi conservati i Romani semplici e forti in quei che

diconsi buoni costumi vecchi, piuttosto per ignoranza del vizio che

per dottrine discusse nè per austere credenze. Il ricco non men che

il povero attendeva ai campi; le illustri famiglie Asinia, Vitellia,

Suillia, Porcia, Ovinia trassero il nome dalla cura che ponevano ad

allevare somari, vitelli, majali, pecore; come i Fabj, i Pisoni, i

Ciceroni dalle fave, dai piselli, dai ceci coltivati. I senatori

viveano alla campagna, se non quando fossero convocati; i possessori

non tornavano in città che al mercato ogni nove giorni, nella quale

occasione leggevano le ordinanze esposte, o udivano le proposizioni dei

tribuni.

[DISINTERESSE]

Il disinteresse di Fabrizio, la laboriosa povertà di Cincinnato ci sono

conosciuti. Il console Regolo chiede di ritornare dall’Africa perchè,

essendo fuggito l’unico suo schiavo, rimarrebbe incolto il suo podere;

e il senato non gli assente la domanda, ma fa lavorare la terra di lui

a pubbliche spese[269]. Curio Dentato dai messi de’ vinti Sanniti fu

trovato seduto sopra un trespolo a mangiare fagiuoli da una scodella di

legno; e avendogli offerto grossa somma, n’ebbero in risposta:—Dite ai

Sanniti che Curio non vuole oro, ma comandare a chi l’oro possiede»; e

avendo il senato fatto distribuire il territorio da lui conquistato a

sette jugeri per testa, e a lui cinquanta, egli ricusò questa misura

superiore, dicendo essere pericoloso alla repubblica chi non si

contenta di porzione eguale ai concittadini. Fra tutti i senatori non

aveano che un servizio d’argento, e sel prestavano a vicenda. Chi ne

argomentasse la pubblica povertà, si ricordi come si profondesse l’oro

nei pericoli della patria; Annibale il seppe.

[FAMIGLIA]

Per cenventi anni non accadde divorzio, e la città si scandolezzò

quando Carvilio ne diede il primo esempio. Guardavasi in sinistro la

vedova che con nuove nozze si togliesse quella corona di pudicizia

che le prime le avevano data. Al banchetto annuale delle caristie non

doveano convitarsi che parenti, affine di tor via se qualche ruggine

si fosse formata. Coriolano sagrificava i suoi dispetti alla riverenza

materna. Cajo Flaminio sosteneva sui rostri una legge respinta dal

senato, quand’ecco suo padre viene a prenderlo e trarlo di là. Fabio

Massimo è mandato luogotenente del proprio figlio console; questo gli

esce incontro, e vedendolo restare a cavallo, gl’intima di scendere per

rispetto alla magistratura; e Fabio lo ammira di aver fatto ammutolire

l’affezione privata a fronte del pubblico dovere.

[ZOTICHEZZA]

Con questa naturale onestà accoppiavano molta zotichezza. La medicina,

sacerdotale o magica, era abbandonata a empiriche superstizioni, fin

quando non venne qualche Greco ad esercitarla. Orologi non si ebbero

prima che il console Valerio Messala recasse di Sicilia un quadrante

solare, 263 anni avanti Cristo; e sì poco se ne conosceva la teoria,

che si pensò potesse valere per Roma, benchè fatto per tutt’altra

latitudine: un secolo ancora si tardò prima di piantarne uno esatto:

nè avanti il 159 Scipione Nasica Corculo introdusse le clepsidre od

oriuoli a acqua. Di questo tempo, un altro Scipione pel primo si rase

la barba.

[CIVILTÀ GRECA]

Fra una gente siffatta buttate d’improvviso cumuli di ricchezze,

mostrate gli esempj d’una corruzione raffinata, d’un lusso degenerato

in mollezza, e qual non deve seguirne funesto cambiamento! Così fu,

appena che i Romani conobbero i Greci, e ammirandone i modi, le arti,

il sapere, se ne posero imitatori a scapito dell’indole e della coltura

nazionale. E di là vennero ben presto persone che, mettendo a lucro

le cognizioni e traendo profitto dall’ignoranza, vendicavansi dei

vincitori della loro patria.

[GRECI FAMILIARI]

Alla famiglia degli Scipioni va il merito delle prime sollecitudini

date al dirozzamento de’ Romani, e dell’aver protetto i letterali della

Magna Grecia, fossero condotti prigionieri, o attaccatisi a qualche

famiglia. Fin allora i giovani di famiglie ricche si mandavano a scuola

in Etruria per impararvi que’ riti augurali, senza cui non acquistavano

efficienza i pubblici atti; e in quel tanto vi conosceano alcuna

amenità di lettere. Ben presto ogni casa grande volle alimentare,

come il cuoco e il celliere, così uno schiavo greco che insegnasse ai

fanciulli la lingua d’Omero e la generosità: uno schiavo! E tosto il

greco divenne la lingua del bel mondo; greco parlavasi nelle sale,

greco scrivea chi volesse lode d’uomo educato. Dafni Lutazio, maestro

di greco, fu compro per ducentomila sesterzj da Quinto Catulo. Livio

Salinatore, così severo che nella sua censura ammonì ventiquattro delle

trentacinque tribù, teneva per ajo de’ suoi figliuoli il tarentino

Livio Andronico, il quale voltò in latino l’_Odissea_, e primo espose

sulla scena imitazioni di drammi greci. Di Paolo Emilio la casa era

piena di pedagoghi, sofisti, grammatici, retori, scultori, pittori,

scudieri, cacciatori, tutta merce greca. Plauto e Terenzio, scrittori

di commedie, furono protetti da Scipione Africano e dal suo amico

Lelio, e forse Terenzio ne fu coadjuvato nel comporre le sue, perciò di

graziosa ed elegantissima dicitura: il filosofo Panezio e lo storico

Polibio accompagnavano que’ due prodi nelle loro spedizioni[270].

[TRADIZIONI]

Un popolo, del quale i cruenti trionfi crescono continuamente la gloria

e la potenza, dovea desiderare di conservarne ricordanza. Ma l’incendio

al tempo dei Galli avea distrutto gli antichi documenti; e le memorie

de’ primi secoli rimanevano privilegio delle famiglie o de’ sacerdoti,

che a loro senno le alteravano; il vulgo non sapea de’ fatti antichi

se non quel che avea serbato nelle canzoni popolari, alterandoli,

ingrandendoli, abbellendoli, mescolandovi prodigi e divinità, come

sogliono la tradizione e la poesia.

Però i deboli cominciamenti di Roma, creata da un branco di fuorusciti,

sollevatasi dal nulla a grado a grado, non lusingava abbastanza

la boria della gente che si vedeva arbitra omai di tutta Italia e

sgomento degli stranieri. Forse, fedeli alla nazionale tradizione, poco

l’avranno blandita quegli Italioti, che primi scrissero intorno alle

origini italiche, come Teagene da Reggio contemporaneo di Cambise,

Ippi suo compatrioto vissuto al tempo della guerra Medica, Antioco di

Senofane siracusano coetaneo di Erodoto. Ma ad appagare la vanità,

ecco i vinti Greci, e primo Diocle di Pepareto, cercando nella storia

non tanto il vero, quanto il bello, e di blandire la loro propria

nazione e i patrizj romani. La tradizione di Trojani e Greci venuti in

Italia dopo la impresa iliaca, forse avea fondamento di vero, certo

correva da un pezzo, e quegli autori v’annestarono tutte le cronache

municipali, le genealogie, le etimologie: ogni paese deduceva il nome

dalla nave, dal figlio, dal compagno, dal piloto, dalla nutrice d’Enea;

ogni casato ascendeva dirittamente fino a questo, e in conseguenza

agli Dei; i Mamilj derivarono da Ulisse, i Sergj da Sergeste compagno

d’Enea, i Nauzj da un suo seguace, i Lamj da Lamo re de’ Lestrigoni, i

Fabj da un figliuolo d’Ercole; e nessuno dubitava di queste genealogie,

come nel nostro Cinquecento non chiamavasi in disputa la derivazione

dei Visconti dai re d’Angera, e degli Estensi da Ruggero paladino o da

Rinaldo crociato.

[PRIMI STORICI E POETI]

Piacevano alla boria aristocratica queste propagini semidivine;

piaceva alla politica del Tevere il mostrarsi in parentela colla

vantata Grecia, che abbracciando come sorella, voleva incatenare come

serva; piaceva alla Grecia consolarsi della perduta indipendenza

col riguardare la vincitrice qual sua creatura. In questo consenso

d’interessi non è meraviglia se le origini greche prevalsero nelle

credenze, e fatti e nomi nuovi o alterati mescolarono ed elisero le

indigene tradizioni[271].

[210-169]

Di Scipione Africano fu cliente, compagno nelle spedizioni, e

inesauribile panegirista Quinto Ennio, di Rudia in Calabria, centurione

in Sicilia e nella Spagna, e donato della cittadinanza per cura di

Fulvio Nobiliore, Ennio studiava Omero di giorno, lo sognava la notte,

e credeva l’anima di quello fosse in lui trasmigrata; poi vantava

d’avere tre anime perchè sapeva osco, greco e romano; e volendo

all’Italia aggiunger la gloria de’ carmi, scelse per tema di un’epopea

la prima guerra punica; imitando però i Greci, de’ quali introdusse il

verso eroico. Da’ suoi frammenti egli trapela austero repubblicano e

buon amico. Diceva che Roma durava perchè conservatrice degli antichi

costumi, _Moribus antiquis res stat romana, viresque_: eppure questi

da’ suoi Scipioni più che da altri erano inforestieriti; ed egli stesso

contribuì alla corruttela latinizzando l’opera di Archestrato sulla

cucina, e quella dove Eveemero combatteva la religione, dimostrando che

gli Dei erano uomini vissuti e morti.

[PRIMI STORICI E POETI]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 23 / 37 段