Chi potrebbe descrivere la gioja de’ Greci all’udirsi regalata la

libertà? Vollero sentir replicato il decreto, appena credendo ai

proprj orecchi, quasi editti e dichiarazioni bastassero a far libero

un popolo; fiori e ghirlande piovvero, acclamazioni empirono il circo;

si dedicarono fin tripodi a questo eroe, schiatta d’Enea, alla sua

gente da Enea fondata, e sacrifizj a Tito ed Ercole, a Tito ed Apollo

Delfico; e per molti secoli un sacerdote di Flaminino l’onorò di

libagioni, cantando un inno che diceva:—Veneriamo la fede candidissima

de’ Romani, giuriamo serbarne eterna memoria. Cantate, o Muse, il

sommo Giove, Roma, Tito e la romana fede. O sanatore Apollo, o Tito

salvatore!» Più gentile ricompensa fu l’avere gli Achei ricomprati a

cinque emine per testa, e donati a Flaminino mille ducento Romani che,

caduti prigionieri nella guerra d’Annibale e venduti schiavi, gemevano

sui terreni della Grecia, e che vie più si accoravano allora nello

scontrarsi coi proprj figli e coi fratelli, acclamati liberatori.

Questo scaltro fortunato levò le guarnigioni dalle fortezze di Corinto,

Calcide e Demetriade, e promise neppure un soldato romano lasciare in

Grecia. Ma il volere che ogni città conservasse gli statuti proprj,

era un tenerle disunite, per così facilmente e a voglia soggiogarle,

e impedire il crescere e consolidarsi della lega Achea. Quasi ad

agevolare l’impresa, in ciascuna città si formò un partito favorevole

ai Romani, uno contrario. Alla Grecia come a Cartagine, Roma tolse

la flotta, essendosi proposto di rimanere padrona dei mari senza

troppe navi, e conservandosi potenza terrestre. Sconnesse le leghe,

depressi i forti, gittati per tutto semi di zizzania, Flaminino menò

in Roma un fastoso trionfo di tre giorni, portandovi armi e statue di

bronzo e di marmo, e vasi di stupendo lavorìo, spoglie di Filippo, e

centoquattordici corone d’oro regalategli dalle città liberate. Tristo

il giorno in cui le nazioni si svegliano dal sogno plaudente! La

Grecia si accorse di non essere stata redenta, ma mutata dalla servitù

macedone alla romana; e dicea,—Ci furono levati i ceppi dai piedi per

metterceli al collo».

[195]

Gli Etolj, già per natura inquieti, allora adombrati al vedere come

Roma indugiasse a ritirare del tutto le truppe dalla libera Grecia,

tentarono prendere Sparta, Calcide e Demetriade; al tempo stesso che

Boj e Liguri resistevano tuttora a Roma fra le Alpi e gli Spagnuoli

insorgeano. Forse questi fuochi erano desti o almeno attizzati da

Annibale, che, intento a comunicare a tutti l’esecrazione sua contro

Roma, procurava stringere in lega Cartagine con Antioco il Grande di

Siria, e colla Macedonia, a cui si sarebbero certamente congiunti

gli Stati minori, disingannati delle promesse romane, e persuasi che

la libertà non si riceve in dono, ma conviene rapirla. L’indomito

avventuriere pensava ottenere da esso un nuovo esercito con cui

tornare in Italia; e all’uopo spedì a Cartagine un Tirio in aspetto

di negoziante, che agli amici di Annibale divisò quello che non

conveniva mettere in iscritto: ma scoperto, dovette fuggire, e i timidi

Cartaginesi rinnovarono proteste di sommessione alla superba loro

vincitrice.

[SPEDIZIONE CONTRO ANTIOCO IL GRANDE]

[193]

Antioco avea dispetto coi Romani perchè impacciavano le sue pretensioni

sopra l’Egitto e sopra le città greche dell’Asia Minore; e trovava

strano che si costituissero patroni della libertà dei Greci d’Asia,

essi che i Greci d’Italia e di Sicilia tenevano servi. Avea dunque

sostenuto Filippo di Macedonia; poi da Annibale fu incorato ad assalire

i Romani da terra, mentre egli da mare: ma per fortuna di Roma, egli

o non era capace d’intendere il genio d’Annibale, o ne invidiava la

grandezza, e mal soffriva i rimbrotti con cui quel severo interrompeva

le adulazioni ond’era assordato; e diede più volenteroso ascolto agli

Etolj, che desideravano trarre la guerra in Grecia per farne loro

pro.—Assicuratevi, che d’ogni parte i popoli si alzeranno a favor

vostro», dicevangli essi; e il re:—Assicuratevi, ch’io coprirò di mie

flotte tutti i mari». Gli uni e l’altro mentivano: Antioco menò appena

diecimila armati in Grecia; gli Etolj rimasero soli in ballo, sicchè i

Romani ebbero tempo di sopragiungere, e sconfiggerli separatamente.

[ANTIOCO VINTO]

[191]

[190]

Antioco si governava nel modo più sciagurato, cioè tentennando: ora

restituiva tutta la confidenza ad Annibale, che predicava i Romani

non potersi vincere altrove che in Italia; ora se ne insospettiva,

e cercava altrove alleati; intanto, quando più gli era mestieri di

conciliarselo, si alienò Filippo di Macedonia, il quale, non abbastanza

risoluto per valersi di quelle dissensioni a vantaggio della Grecia ed

incremento del proprio regno, concedette ai Romani il passo traverso

alle sue difficili montagne; per mare l’agevolarono i vascelli del

re di Pergamo e de’ Rodj. Gli adulatori seguitavano ad accertare

Antioco che i Romani non penetrerebbero mai in Grecia; ed eccoveli

comparire minacciosi: ed egli, sconfitto alle Termopile dal console

Acilio Glabrione, e nel mar Jonio da Emilio Regillo, finalmente fu

snidato di Grecia. Ridotto a guerra difensiva, e vedendo, siccome

Annibale gli avea predetto, che i Romani lo cercherebbero in Asia, mal

difeso da loro l’Ellesponto, radunò tutte le sue forze a Magnesia alle

falde del Sipilo. Sedicimila armati alla macedone, millecinquecento

Galati, cavalieri e corazzieri di Media, argiraspidi, arcieri sciti e

misj, Cirtei, Elimei, Traci, Cappadoci, Cretesi, dromedarj di Arabi,

cinquantadue elefanti d’India, moltissimi carri falcati, componevano

l’esercito d’Antioco; supremo sforzo di tutto l’Oriente contro la

prevalenza occidentale. Ma i Romani, guidati da Lucio Cornelio Scipione

e da Eumene II re di Pergamo, col valore e coll’accorgimento superarono

il numero, e sconfissero il gran re, uccidendogli cinquantamila uomini,

prendendone centonovantamila.

[188]

Fu l’ultimo crollo alla potenza della Siria. Roma, nella pace che in

Apamea accordò ad Antioco, non intese a cacciarlo di là del Tauro,

ma a tagliargli i nervi e tenerselo in assoluta dipendenza, massime

col ripartire sopra dodici anni i dodicimila talenti che doveva

pagarle, e i trecencinquanta che doveva a re Eumene; cedesse tutti

gli elefanti e i vascelli, che furono bruciati; desse venti ostaggi

e il proprio figliuolo; consegnasse l’etolio Toante ed Annibale;

condizione che forse non istette da lui il non adempire, e che deturpa

la diplomazia di coloro che poco prima avevano denunziato a Pirro il

medico avvelenatore. Vuolsi che in quell’occasione Scipione ed Annibale

avessero in Efeso un colloquio, ed il primo chiedesse ad Annibale qual

giudicasse il maggior capitano.—Alessandro, che con sì pochi sconfisse

innumerevoli eserciti» rispose Annibale.—Quale il secondo?—Pirro,

che primo insegnò l’arte degli accampamenti.—E quale il terzo?—Me

stesso». Di che Scipione punto nel vivo soggiunse:—Or che diresti, se

tu avessi vinto me?»—In tal caso (ripigliò Annibale) mi porrei sopra

ad Alessandro, a Pirro, a qualunque capitano».

[TRIONFI]

[189]

Glabrione menò trionfo per la vittoria delle Termopile; Regillo per

quella sulla flotta sira; Scipione per quella di Magnesia, traendosi

dietro al carro i vinti capitani, centrenta simulacri di città,

trecentrentaquattro corone d’oro, e inestimabili tesori; gloriato

del titolo di Asiatico. Anche l’Etolia, prolungata la lotta, in fine

accettò la pace, pagando cinquecento talenti; e con essa Cefalonia

e Samo; e il console Fulvio Nobiliore ne trionfò con cento corone,

ducentottantacinque statue di bronzo, ducentotrenta di marmo, gran

quantità di argento, d’armi, di spoglie. L’altro console Manlio Vulsone

vinse i Galli che, col nome di Gàlati, molestavano la Grecia e le città

della Troade, dell’Eolide, della Jonia, le quali perciò gli offersero

corone. Roma, fedele all’assunto, non conservava per se neppure un

palmo di terra, distribuite le conquiste ai due più efficaci alleati

suoi in questa guerra, la repubblica di Rodi ed Eumene di Pergamo.

Così Roma con veste di liberatrice in dieci anni era divenuta non

la signora, ma l’arbitra di quanto è dall’Eufrate all’Atlantico,

sicchè non vi si spiegava una bandiera senza assenso di essa. Gli

Stati principali erano sgagliarditi; i minori ne ambivano l’amicizia

od invocavano la protezione; essa, presente dappertutto mediante

ambasciatori che erano spie e sommovitori, fomentava le reciproche

gelosie, le fazioni interne e le esterne guerre anche nei più piccoli

paesi; si facea carico di tutte le lamentanze che si portassero contro

Filippo o Antioco o gli Etolj, dando sempre ragione ai deboli contro i

forti. Quel ch’è maraviglioso, tante guerre non l’aveano spossata, anzi

spediva sempre nuove colonie; tanto operava efficace il suo sistema

di risarcirsi incessantemente colle genti italiane e coi liberti

assimilandoli.

[FINE DI ANNIBALE]

[184]

[183]

Due nemici però continuavano a darle ombra, Annibale e Filippo, vivi

i quali, doveva temere una lega generale. Perciò blandiva Antioco,

Rodi, l’Acaja, Eumene, e spiava ogni passo d’Annibale, che pareva non

prolungare la robusta vecchiaja se non per cercarle nemici. A lui diede

ascolto Prusia II re di Bitinia, e mercè sua riportò vittoria sopra

Eumene. Ma ecco arrivare a quel re Flaminino, il liberatore della

Grecia, e ingiungergli di consegnare Annibale. Questi n’ebbe sentore,

e disse:—Liberiamo Roma da sì grave apprensione, poichè le tarda la

morte di questo vecchio odiato. Ma il costoro trionfo sopra un vecchio

inerme gl’infamerà presso gli avvenire». E col veleno si diè morte,

l’anno stesso che a Linterno moriva Scipione suo vincitore.

Scarchi di questo timore, i Romani s’applicarono a fomentare la Licia

contro Rodi, Sparta contro gli Achei. Fra questi ripullulavano le

dissensioni, eterno retaggio delle repubbliche greche; e i Romani

se ne giovarono por ingagliardire la loro ingerenza; e una fazione

a loro venduta tra gli Achei, preparava la rovina della patria col

corromperla. Filippo di Macedonia s’avvide che i Romani gli usavano

riguardi sol quando il temevano, ma di fatto non miravano ad altro

che a renderlo fiacco ed esoso; onde agognava ad una riscossa, e

a rintegrare la mutilata potenza. Satollo di umiliazioni, facea

rileggersi ogni giorno il suo vergognoso trattato con Roma; lasciavasi

sfuggire parole minacciose, che sono ridicole o pericolose quando non

sostenute da buone armi; esigeva nuove gabelle sulle merci dei Romani,

escludendoli dai privilegi degli altri forestieri; in loro odio fece

sterminare gli abitanti di Maronea; ruminava i grandi divisamenti di

Annibale; al figlio Demetrio, il quale nel tempo che rimase ostaggio a

Roma, avea di questa meritato la benevolenza e forse sposato la causa,

diè morte col veleno; allora tra il rimorso e il sentimento della

propria impotenza, invaso da umor negro morì.

[PERSEO]

[178]

Perseo, succeduto al padre con capacità poco minore, si trovò a mano

i mezzi che questo da gran tempo allestiva per osteggiare i Romani,

pingue erario, popolazione cresciuta, devota la più parte della Tracia,

vivajo di prodi, e molti mercenarj pronti a seguirlo in Italia. Qui lo

invitavano le guerre, non grosse ma continue, che Roma dovea menare

contro la Spagna e la Liguria, e nell’Istria, nella Corsica, nella

Sardegna, repugnanti al giogo; ma egli conoscea quanto poco si potesse

fidare de’ mercenarj, e quanto Roma giganteggiasse nell’opinione e nel

fatto. Sulle prime dunque dissimulò l’avarizia e l’ambizione, e pose

il proprio diadema a piè del senato, dichiarando non voler riceverlo

che da esso. Allora colle frequenti udienze, colla generosità, colla

giustizia, fa credere ai Macedoni risorto il tempo degli antecessori

di Alessandro; alletta i Greci tenendo dai poveri contro i ricchi,

parziali per Roma; lega amicizia coi Rodj e con Genzio re degl’Illirj;

dà sua sorella a Prusia re di Bitinia, e sposa Laodice figlia di

Seleuco Filopatore re di Siria, tutti appoggi contro i Romani; manda

emissarj ai popoli confinanti coll’Italia, e ambasciadori a Cartagine;

s’accorda coi Traci per averne truppe ad ogni uopo; raccoglie ingenti

somme da nutrire per molti anni l’esercito, che crebbe a trentamila

pedoni e cinquemila cavalli.

[TERZA GUERRA COLLA MACEDONIA]

[173]

I popoli oppressi sogliono crearsi un fantasma di liberatore, e

adorarlo; salvo a sputacchiarlo quand’egli appaja qual era, non

quale l’aveano essi fantasticato. Così i Greci vedeano in Perseo il

rappresentante della causa nazionale, bene checchè egli facesse, in

lui ogni fiducia: ma la vigilanza e gl’intrighi degli agenti di Roma

tenevano in soggezione gli Achei, massime dacchè ebber perduto il loro

capo Filopemene, detto l’ultimo dei Greci; gli Etolj, ritorcendo le

armi contro se stessi, eransi tolta la capacità di più tentare nulla

di efficace; altrettanto gli Acarnani; la lega dei Comuni beoti era

stata annichilata da Roma. Questa occhieggiava ogni passo di Perseo

per côrgli addosso cagione; e l’accusò d’aver cercato a morte Eumene,

re fedele a Roma, e tentato avvelenare i primarj cittadini di questa.

Egli, invece di scendere a giustificarsi, nè di estradire le persone

richiestegli, rinfacciò a Roma il superbo governo che faceva dei re e

delle repubbliche, disdisse la paterna alleanza, e accettò la guerra

prima che Roma vi fosse ben preparata.

Ma al primo comparire dell’esercito, guidato dal console Publio Licinio

Grasso, chiaritosi che poco potea promettersi dalle città sbranate

in fazioni, egli gittò proposte di pace; Roma mostrò accoglierle, e

con una subdola tregua lasciò svampare il primo bollore, e acquistò

tempo per procurarsi amici, sudditi, ostaggi. Come fu lesta di tutto,

cacciò a strapazzo i commissarj di Perseo: pure, quando si venne

all’esperimento dell’armi presso il monte Ossa, Perseo diede ai

Romani la più fiera sconfitta che da quarantanni avessero tocca. Se

egli allora incalzava la vittoria, e colla falange assaliva il campo

romano, forse la guerra era finita, massime che i Greci d’ogni parte

scotevano le catene, e la democrazia patriotica prevaleva alla servile

aristocrazia. Perseo invece si limitava a piccoli vantaggi, e per

più anni combattè utilmente, ma tenendosi alla difensiva, troppo mal

acconcia ai casi supremi; in tal modo lasciò sfuggirsi il destro; poi

supplichevole chiese e richiese al console la pace, togliendo l’onore

a se stesso, il coraggio a’ suoi fedeli. Ma nella pace intrigava e

faceva armi; onde risoluti di venirne ad un fine, i Romani allestiscono

centomila uomini, e ne affidano il comando a Paolo Emilio.

[PAOLO EMILIO]

Nasceva egli da quel console che perì generosamente alla battaglia di

Canne; si era formato nelle tremende guerre di Spagna e di Liguria,

e a sessantanni conservava giovanile robustezza. Ma poichè egli

erasi educato nell’alterigia della prisca aristocrazia, il popolo

indispettito gli negò il consolato, e da gran tempo lo lasciava nella

solitudine privata a badare all’educazione dei proprj figliuoli.

Vedendosi allora eletto console, disse in pubblico:—Comprendo che la

sola necessità vi ha determinati; adunque il popolo non s’impacci del

modo ond’io guiderò la guerra, i soldati tengano pronta la mano, aguzze

le spade; del resto nè ciancie, nè pareri; a me solo la cura di tutto».

[168]

Con centomila uomini, tra’ quali rinnovò severissima disciplina, si

spinse innanzi, superò le difficili gole del monte Olimpo, ma alla

battaglia di Pidna la potente falange macedone era ad un punto di

sbaragliare le romane legioni; se non che un’eclissi atterrì i soldati

di Perseo, e parve indicare l’offuscarsi del regno d’Alessandro.

Emilio e le aquile romane rimasero superiori. Il console Cajo Licinio

Grasso, radunato il popolo nel circo di Roma, mostrò lettere coronate

d’alloro, ed annunzio:—Il nemico è vinto; ventimila Macedoni, di

quarantaquattromila ch’erano, perirono combattendo; undicimila

restarono circuiti e presi; tutte le città aprono le porte alle nostre

legioni».

[LA MACEDONIA SOTTOMESSA]

La Macedonia non erasi mostrata indegna di sè nell’ultimo suo giorno:

ma appoggiato al solo esercito, coll’esercito perì quel regno, e in

due giorni restò sottomesso. Perseo ferito si era avventato senza

corazza in mezzo alla sua falange, smentendo la taccia di viltà che gli

storici romani gli apposero. Coll’indivisibile suo tesoro ricoveratosi

nel tempio dei Cabiri a Samotracia, veneratissimo per le antiche

religioni pelasghe, invocò patti dal console: ma abbandonato da’ suoi,

carpitogli il tesoro da un astuto Cretese sott’ombra di agevolargli la

fuga, dovette rendersi a discrezione del vincitore. Questi, accoltolo

in mezzo agli uffiziali con tutta la solennità latina, gli rinfacciò

il passato, poi gli strinse la mano, e finì coll’assicurarlo della

clemenza romana; indi voltosi a’ suoi uffiziali,—Tenete a mente

quest’insigne esempio della volubile fortuna, e vi convinca come il

vero coraggio consista nel non insuperbirsi delle prospere vicende, nè

lasciarsi abbattere dalle sinistre».

[167]

Solennizzata con splendidi giuochi la costituzione data alla Macedonia,

bruciate le armi che non poteano servire al trionfo, uccisi quei

pochi che serbavano fede a Perseo o zelo per l’indipendenza, settanta

città dell’Epiro che dai Romani erano disertate ai Macedoni, dopo

toltone i tesori, furono abbandonate alle spade de’ soldati, che

cencinquantamila uccisero o vendettero. Il virtuoso Paolo Emilio, dopo

essere pellegrinato ad ammirare le città greche e tante meraviglie

della natura e dell’arte, tornò colmo di gloria in Italia, traendo

come ostaggi tutti quelli che aveano avuto uffizj o magistrati sotto

il re, e come prigioniero Perseo colla famiglia. Allorchè questo il

supplicò a risparmiargli l’infamia d’essere trascinato dietro al carro

trionfale,—Sta in tua mano», rispose il duro vincitore. Ma il povero

coraggio d’uccidersi mancò a Perseo, che ornò colle sue miserie il più

splendido trionfo che sin allora si fosse menato.

[PAOLO EMILIO TRIONFA]

Paolo Emilio entrò nel Tevere sopra la nave regia di sedici ordini di

remi, e tre giorni durò la pompa, tra una folla che mai la maggiore.

Nel primo, mille ducento carri portavano gli scudi d’argento massiccio,

altrettanti gli scudi di bronzo, trecento le aste, le sciabole, gli

archi, i dardi; precedevano uomini colle armadure di bronzo o colle

statue, poi ottocento barelle cariche d’armi di ogni maniera. Nel

secondo giorno comparvero mille talenti coniati, duemiladucento in

verghe, un’infinità di tazze, cinquecento carri d’immaginette e

statue, poi scudi d’oro e molte statue delle reali gallerie. Nel

terzo, cenventi bovi affatto bianchi, ducentoventi vasi d’argento,

un’anfora tempestata di gemme del valore di dieci talenti d’oro, e

dieci altri in masserizie pur d’oro; duemila denti d’elefanti da tre

cubiti; un cocchio d’avorio, messo a oro e pietre; un cavallo col

fornimento aspro di gemme, e la restante bardatura d’oro, con coperte

a fiorami; una lettiga a oro e porpora; quattrocento corone regalate

dalle città; e sopra uno stupendo carro eburneo il trionfante. Dietro

di lui Perseo a bruno, cinto da amici in catene, da due figliuoli e

da una fanciulletta, alla quale i conduttori insegnavano a tendere

le innocenti manine al popolo romano per invocarne compassione, o

piuttosto per lusingarne la vanità col mostrargli a che miserie esso

potesse ridurre i monarchi.

[MORTE DI PERSEO]

[164]

L’ultimo re di Macedonia fu gittato in tenebrosa segreta, ove tenevansi

i rei fino al momento del supplizio, e sette giorni lasciato senza

nutrimento: gli altri prigionieri divisero con lui lo scarso cibo che

i carcerieri gettavano loro in mezzo alle lordure, e gli offersero un

laccio ed un coltello; ma ancora non osò far getto della sua vita.

Paolo Emilio, o per umanità o per riverenza alla sventura, ottenne

dal senato di mutarlo in meno squallida stanza, ove dopo due anni i

suoi custodi si presero il barbaro giuoco d’impedire che più dormisse,

sicchè spossato morì. Il solo figliuolo sopravissutogli guadagnò il

vitto lavorando da tornitore, poi divenne scrivano dei magistrati

d’Alba.

Le latomie di Roma e le carceri di tutte le città latine e delle

colonie bastarono appena a tanti prigionieri, che portavano al piede

ceppi di almeno cento libbre. Poeti, storici, oratori vantarono che

coll’ultimo degli Eacidi si fossero vendicati gli avi di Troja[268];

ed esaltarono la gloria del gran popolo che _debellava i superbi e

perdonava ai soggiogati_.

[168]

I Romani, secondo la politica adottata in quell’impresa, non tolsero

alla Macedonia le leggi e i magistrati, cioè non la ridussero a

provincia. L’Illiria, soggiogata in trenta giorni dal pretore Anicio

Gallo, fu trattata in egual modo, e il re Genzio condotto prigioniero

a Roma. Un decreto del senato annunziò al mondo questa nuova

magnanimità:—La Macedonia e l’Illiria provino a tutti i popoli che

Roma è disposta a vendicarli in libertà».

[RODI]

Aveva ella rimesso al fine della guerra il punire non solo quei che

l’avevano sfavorita, ma quelli ancora che le si fossero mostrati

meno zelanti. Per questo titolo Rodi avrebbe incontrato sorte eguale

all’Epiro, se Catone non avesse osato metter argine alla prepotenza.

Questo severo censore perorò la causa dei legati romani, che in sordide

vesti giravano supplicando per Roma; mostrò come quella gloriosa

repubblica marittima avesse per Roma combattuto contro Filippo ed

Antioco, nè si fosse proposto che di conservarsi indipendente.—Se

augurò vittoria a Perseo, poteva essere altro il voto di chiunque

vedesse nella caduta di lui la servitù comune? O che, punirete i

desiderj? ma e voi come vi comportate allorchè ve ne torni il conto?

Li chiamate superbi: vi rincresce dunque che altri lo sia al pari di

noi?» Con siffatta franchezza ottenne che a Rodi fossero soltanto

ritolte la Siria e la Caria, attribuitele già dalle spoglie d’Antioco.

Perocchè questa repubblica, simile per tanti riguardi a Venezia, fu

come quella danneggiata dal volere possedimenti in terraferma, i quali

ne prepararono la rovina.

[PERGAMO]

[157]

Eumene re di Pergamo, che pure si era spiegato nemico di Perseo sino a

fare da spia ai Romani, fu ripagato d’ingratitudine dal senato, che,

insospettito degli incrementi di lui, ne trasferì la corona al fratello

Attalo II. Prusia re di Ritinia, cui nulla costava l’avvilirsi, venne

in persona a fare le sue discolpe; e col capo raso e berretto da

liberto, prosternato alla soglia della curia, esclamava:—Salvete,

o numi conservatori; ecco un liberto vostro, pronto ad ogni

combattimento». Con tali abjezioni, e col lasciare in ostaggio suo

figlio, serbò la corona. Massinissa, il vecchio re di Numidia, mandò

egli pure suo figliuolo a querelarsi col senato di due cose: la prima,

che avesse da lui pregato soccorsi, mentre aveva diritto d’imporglieli;

l’altra, che avesse voluto pagargli il grano somministrato, mentre

della sua corona la proprietà apparteneva al popolo re, a lui bastava

l’usufrutto.

[L’EGITTO]

[201]

[164]

Pensate se queste ed altre vigliaccherie dei re attizzavano l’orgoglio

insolente dei Romani! E da quell’ora essi concepirono l’idea di

diventare signori del mondo, rinunziando al personaggio di arbitri,

sostenuto fin là. Con tale sentimento guardavano gli altri successori

d’Alessandro, pigliando assunto d’infiacchirli durante la pace, perchè

fossero inetti a difendersi quando provocati in guerra. I Tolomei

d’Egitto e gli Antiochi di Siria facevansi tra loro guerra or sorda

or aperta, e Roma vi soffiava, e chiamata o no intrometteasi. Quando

essa mandò ad annunziare alla Corte d’Alessandria le sue vittorie e la

pace co’ Cartaginesi, i tutori del fanciullo Tolomeo V Epifane posero

questo in tutela del senato romano, che l’accettò e affidolla a Marco

Lepido, poi ad Aristomene. Ma il giovane mal riuscì, e a ventott’anni

periva, lasciando due figliuoli, che poco stante si spartirono il

regno, Tolomeo Filometore prendendosi l’Egitto e Cipro, e Tolomeo

Fiscone ottenendo Cirene e la Libia. Presto vennero a baruffe; e il

Filometore, costretto a fuggire, approdò in Italia, ed in meschino

arnese, pedestre, polverulento entrò in Roma, e vi prese alloggio nella

casipola d’un pittore alessandrino. Il senato ne avea gusto, pur finse

di fargli scuse di quel trattamento, e l’invitò a venire in veste più

conveniente ad esporre le sue querele: udite le quali, entrò di mezzo a

riconciliare i fratelli, e per allora lasciò l’Egitto respirare sotto

il Filometore.

[AGONIA DELLA GRECIA]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 22 / 37 段