I disertori latini furono decapitati, crocifissi i romani; l’erario di

Roma risanguato con cenventitremila libbre d’argento. Cartagine si vide

rapiti e incendiati i cinquecento vascelli, con cui non avea saputo

impedire lo sbarco di Scipione; e collocato alle porte Massinissa,

che incessantemente sarebbesi maneggiato a suo danno, mentr’essa non

potrebbe chiarirgli guerra. Quando l’ambasciatore cartaginese andò

a Roma a chiedere la sanzione del concordato, qualche senatore gli

domandò:—Or quali Dei chiamerete in testimonio, voi che tutti li

spergiuraste?» e il Cartaginese:—Chiameremo quelli che ci hanno punito

con tanta severità». A tal punto Cartagine si sentiva abbassata! Ma

paci che violano la sovranità d’un popolo, allettano a violarle.

[CONSEGUENZE DELLA PACE]

Quando Scipione di ritorno traversò l’Italia, fu un tripudio

inesprimibile sui passi del giovane salvatore; ma egli potè vedere

dappertutto la desolazione e lo spopolamento. E Roma gli accrebbe

col voler castigare quelli che l’aveano disfavorita; i Bruzj furono

condannati a non esser più combattenti, ma servi ai magistrati che

andavano nelle provincie; del Sannio e della Puglia si confiscarono

i terreni, per farne cortesia a quei che aveano fatto la campagna

d’Africa.

[INSURREZIONE DELLA GALLIA CISALPINA]

[200]

Magone partendo per Cartagine avea lasciato nella Gallia Cisalpina un

Amilcare cartaginese, guerriero sperimentato, che preferiva il vivere

irrequieto fra i nemici di Roma all’indecorosa pace della patria.

Costui infervorò tanto i Cisalpini, che Boj, Insubri, Cenomani, Liguri

si collegarono, arsero la colonia di Piacenza, minacciarono quella

di Cremona; ma sotto questa furono vinti da Lucio Furio, ed Amilcare

stesso perì combattendo.

[197]

[196]

[194]

Chi non conoscesse la storia de’ nostri giorni, stupirebbe che i Galli

si tenessero quieti allorchè sì formidabilmente avrebbero potuto

unirsi ad Annibale, poi, vinto questo, insorgessero senza riposo. Per

molti anni la fortuna variò, sinchè Roma, determinata di venirne ad un

fine, mandò ad invadere quinci la Liguria, quindi l’Insubria; e che

più valse, riguadagnò i venali Cenomani, che nel vivo della mischia

disertando ai Romani, fecero intera la sconfitta dei Galli. Nè però Boj

ed Insubri si tennero per domati; e solo dopo dure battaglie Claudio

Marcello console prese Como e ventotto castelli là intorno, portando

immense spoglie a Roma. Gl’Insubri più non appajono tra i nemici di

Roma, ma i Liguri incessantemente correvano or contro Piacenza, or in

Etruria e sulla marina pisana. Gli anni successivi tre eserciti furono

mandati nella Gallia Cisalpina, i quali con accanimento nazionale tal

guasto menavano, che alcuni de’ più ricchi chiedevano rifugio presso

gli stessi Romani, e sovente vi trovavano orrendi oltraggi. Un bardasso

di Lucio Quinzio Flaminino, fratello del vincitore de’ Macedoni,

querelavasi di avere, per seguirlo, abbandonato Roma la vigilia di un

combattimento di gladiatori, spettacolo a lui curiosissimo. Or mentre

a tavola gareggiavano di stravizzo, annunziasi a Flaminino un capo

de’ Boj colla sua famiglia; il quale, introdotto, espone i proprj

infortunj, ed invoca protezione ed ospitalità. Un orribile pensiero

balena a Flaminino, e voltosi al suo mignone:—Tu mi hai sacrificato

il piacere d’un combattimento di gladiatori; io te ne compenserò col

farti vedere la morte di questi Galli». Detto, brandisce la spada, e

fiede sul Gallo, che, indarno invocando la fede divina e l’umana, è

colla famiglia trucidato. Solo dopo otto anni, nella censura del severo

Catone, a Flaminino fu chiesta ragione di tal nefandità.

[193]

[191]

Se così operava il console, pensate che doveva la soldatesca; e vedete

a qual delle due parti convenisse il titolo di barbara. Scipione

Nasica pretore, in un giorno uccise ventimila Boj, tremila ne prese;

chiedendo il trionfo, in senato si vantò di non aver lasciato vivi in

quel paese che fanciulli e vecchi, e nella pompa fe marciare misti coi

cavalli i più nobili prigionieri galli; egli che era stato premiato per

virtuoso. Allora recò al tesoro mille quattrocensettanta collane auree,

ducenquarantacinque libbre d’oro, duemila trecenquaranta d’argento

in verghe e in vasi di fattura gallica, e ducentrentamila monete.

Spedito poi come console a compiere l’opera sua, occupò armatamano il

territorio confiscato: ma le insegne romane destavano tale ribrezzo,

che i pochi avanzi di centododici tribù boje preferirono migrare,

postandosi al confluente del Danubio e della Sava; e il nome de’ Boj,

Lingoni, Anamani restò cancellato dall’Italia.

[GALLIA CISALPINA]

[189-177]

Oltre ripopolare quelle di Cremona, Piacenza, Modena, fondaronsi le

nuove colonie di Bononia, Parma, Pisa; gl’Insubri si rassegnarono

al giogo; i Cenomani ottennero il premio di loro perfidia; i Veneti

anch’essi cedettero; i Liguri che resisterono lunga pezza al

ladroneccio romano, a viva forza furono sottomessi; e la Garfagnana e

la Lunigiana settentrionale distribuite alla colonia romana dedotta da

Lucca[267].

Dell’alta Italia, che per quattrocent’anni avevano i Galli tenuta, da

Belloveso in poi, allora si formò la provincia detta Gallia Cisalpina

o Togata, e Roma dichiarò:—Natura ha posto le Alpi fra l’Italia e i

Galli; guaj a questi se osano ripassarle!»

[APPIO CLAUDIO PULCRO]

[143]

L’eccesso dell’oppressione ammutinò ancora qualche volta i Galli

Cisalpini, e nominatamente i Salassi; da essi rimase sconfitto il

console Appio Claudio Pulcro, il quale però con sacre cerimonie

ravvivato il coraggio de’ soldati, riparò il danno. Quando chiese

il trionfo, gli fu negato; e poichè voleva condurlo non ostante,

un tribuno gl’impedì la salita in Campidoglio. Ma sua figlia ch’era

vestale, montò seco sul carro, talchè niuno osò opporsi alla vergine

sacra; ed ella ne fu lodata, egli maledetto.

CAPITOLO XIV.

I Romani in Grecia e in Oriente.—I trionfi.

Nella guerra d’Annibale, se erasi veduto sperperare il paese, Roma si

assicurò il dominio sull’intera Italia, sui mari, su floride provincie;

internamente il senato acquistava la preponderanza che i corpi

governanti sogliono ottenere in tempo di guerra, e colla guerra voleva

conservarla: e trovandosi omai sottoposta tutta l’Italia, volgeva lo

sguardo verso l’Oriente.

Accennammo come questo avesse mutato faccia per le conquiste

d’Alessandro e per le successive discordie de’ suoi generali e

successori (pag. 269). Fondarono essi molti regni anche in parti

lontanissime; ma alla storia nostra basta rammentare quelli d’Egitto,

di Siria, di Macedonia.

In Egitto formarono dinastia i Tolomei di Lago, che innestando la greca

civiltà sull’egizia, fecero rivivere in Alessandria parte del sapere

che, dopo tanto splendore, erasi eclissato nell’Oriente e nella Grecia;

raccolsero nel famoso Museo i libri e i dotti, i quali applicaronsi

massimamente a que’ lavori di erudizione, che sottentrano allorchè

cessò il genio del creare: intanto il commercio continuava a fiorire

in quella città, così opportunamente situata fra l’Africa, l’Asia e

l’Europa.

Il regno di Siria comprendeva i paesi che gli antichi aveano denominati

Mesopotamia, Media, Battriana, Assiria, e buona parte dell’Asia

Minore; sicchè da Antiochia sull’Oronte i Seleucidi direttamente

o indirettamente imperavano su quanto è tra l’Eufrate, l’Indo e

l’Oxo, dal mare Egeo alle rive dell’Indo. Emuli cresceano a fianco

di loro altri principi e popoli, un tempo vassalli della Persia,

cioè i re della Georgia, della Cappadocia, dell’Armenia, del Ponto,

della Bitinia, di Pergamo nella Misia; l’isola di Rodi, gloriosa di

commercio; le repubbliche d’Eraclea, Sinope, Bisanzio; ed altre piccole

potenze, or reluttanti, ora trascinate nell’orbita delle prevalenti.

La Macedonia, non più capo del vasto impero d’Alessandro, costituì

regno distinto, al quale attribuisce importanza la parte che ebbe nelle

vicende del paese più colto del mondo, la Grecia.

[ARTI BELLE]

Quell’immensa luce delle lettere e delle arti belle, per cui la

Grecia rimane modello insuperabile della classica perfezione, erasi

offuscata colla libertà, cessando l’ingegno d’essere ispirato dalla

vita pubblica, dai grandi interessi della nazione, dalle intrepide

lotte contro gl’invasori della patria. Se vi fu tempo che mostrasse

ad evidenza non bastare favor di principi al fiorire degli ingegni,

fu certo allora, quando i Tolomei invitavano alla loro corte chiunque

avesse merito, i Seleucidi e i re di Pergamo gareggiavano con quelli

nel pagar meglio i libri, i quadri, i dotti. I Tolomei proibirono si

portasse fuori d’Egitto la carta di papiro, quasi appena bastasse al

loro bisogno; e i re di Pergamo vi sostituirono la membranacea, perciò

detta pergamena, sulla quale fecero copiare ben centomila volumi per la

loro biblioteca. Eppure da tante cognizioni, da tanta protezione non

iscaturirono che scritti affati, esercizj di scuola, affinamenti di

erudizione, ingegnosi artifizj; nulla che accenni genio e spontaneità.

Sopita la facoltà del creare, surrogata la memoria all’ispirazione,

que’ letterati sottigliaronsi nell’analisi del già fatto, nei precetti

del da farsi; indicarono tutti i difetti da evitare, non valsero

a raggiungere le bellezze, che sole dan vita a un lavoro; seppero

giustificare cogli esempj e coll’autorità ogni passo dato, anzichè per

vigoria di genio farsi perdonare i felici traviamenti.

[SCUOLE CRITICHE E FILOSOFICHE GRECHE]

L’Egitto, l’India, fors’anche la Persia e la Babilonia, coltivarono

la filosofia, ma soltanto in Grecia essa fu unita in vere scuole,

con quella evoluzione ordinata di cognizioni che costituisce la

scienza: e dal nostro Pitagora e da Socrate erano uscite le due sètte

fondamentali, de’ Platonici o Accademici, che faceano innate nell’anima

le idee, e perciò eterne la bontà e la giustizia; e degli Aristotelici

o Peripatetici, che tutte le nozioni traevano dai sensi, ripudiando ciò

che non fosse dato dall’esperienza.

Ma la filosofia più non avea impero quando la forza avea ridotto ogni

cosa alla teorica che or chiamiamo dei fatti consumati; e deperite

le istituzioni repubblicane, spento lo spirito pubblico, le dottrine

cessavano d’aver predominanza sulla vita politica. In questa trista

situazione, della quale il lettore non dovrà andar lontano per trovare

un riscontro, l’uom pensante che si riconosce impotente ad ostare

alle nauseanti realità, è indotto a cercare nella filosofia (poichè

religione nel vero senso non esisteva) le ragioni di rassegnarsi a’

mali attuali, o di divenirvi indifferente. Tre vie gli si aprono a ciò:

o di considerar come bene il solo piacere, e solo male il dolore, e

quindi procacciarsi le sensazioni e i sentimenti gradevoli, schivare

i diversi, godere degli affetti sinchè non rechino noja, accortamente

soddisfacendo alle inclinazioni egoistiche: tale fu la dottrina

degli Epicurei, varia nelle applicazioni, ma che sempre conchiudeva

all’individuale benessere, a sottrarsi dalle pubbliche cure, come da

tutto ciò che può sovvertire la quiete.

[SCUOLE FILOSOFICHE GRECHE]

Per riazione contro costoro, altri nell’anima riscontrano innata

l’idea del vero e del buono, e ne deducono una serie logica di canoni,

ai quali deve l’uomo uniformarsi invariabilmente, e così quetarsi

nella beatitudine, qualunque sieno gli avvenimenti esterni. Quest’era

l’insegnamento di Zenone e degli Stoici, pretendendo una virtù

rigidissima, indomita da dolori, da passioni, pronta a far gitto della

vita non solo ove il dovere lo chiedesse, ma anche dove ella diventasse

gravosa. Riuscivano dunque alla medesima pratica conchiusione di

evitar le cure pubbliche, giacchè non era possibile regolarle sopra

quell’inflessibile loro modello.

Altri, scorgendo impotente l’umano intelletto a scernere la vera

natura delle cose, e la sapienza filosofica non fondarsi che sovra

ipotesi, credettero non si desse alcun vero assoluto, e poneano il

riposo dell’anima nell’equilibrio dello spirito fra le negazioni e

le affermazioni. Tali erano gli Scettici, che, rivocate in dubbio le

nozioni tutte, tutti i doveri, facevano i vizj e le virtù mutevoli

secondo i tempi e secondo i paesi; il savio, cui meta è la tranquillità

dello spirito, deve astenersi dal prestare assenso a nulla, giacchè

l’aderire è stoltezza, mentre di nulla non si può acquistare intima

convinzione; fra le illusioni dei sensi e dell’intelletto deve l’uomo

bilanciarsi in un giusto mezzo che meglio conduca alla felicità, nulla

curandosi degli scandali e dei mali del mondo reale.

Tutte pertanto, quantunque da principj opposti derivando, riuscivano

alla conseguenza di ridurre gli spiriti indifferenti sopra la realità.

Entrato allora il gusto dell’erudizione, l’Accademia Nuova che fiorì

principalmente ad Alessandria, distillava dalle scuole precedenti ciò

che migliore le pareva, delle opinioni nessuna asseriva positivamente,

tutte accettava come probabili; eclettismo inefficace, che arriva a

togliere la distinzione tra il vero e il falso, dacchè vi toglie il

carattere d’assolutezza, e accetta per unico criterio l’esperienza.

[I SOFISTI]

Il decadimento del ben pensare è sempre accompagnato dall’imbaldanzire

della parola. I Sofisti, gazzettieri d’allora, ebbri della potenza

dell’argomentazione, qualunque ne sia lo scopo, dopo che furonsi

avvezzati alle esorbitanze nella guerra del Peloponneso, volsero

l’ingegno a sostenere del pari il bene e il male, e giustificavano la

violenza, glorificavano la forza, trasportando nella vita civile le

leggi della guerra. Di là la smania del potere, l’ardor della lotta, il

delirio della vittoria, ben espressa da Euripide allorchè cantò:—La

sapienza e la gloria dagli Dei concesse ai mortali, non sono altro che

tenere la mano poderosa sulla testa de’ nemici». Combinazione consueta,

al tempo stesso i filosofi snervavano giustificando la voluttà,

togliendo la differenza tra il bene e il male, il vero e il falso,

rendendo la volontà dell’uomo schiava dei sensi, e proponendo alle

persone colte per unico esercizio l’arte frivola della retorica, che

pervertiva l’anima e l’intelletto, la coscienza e il gusto.

[CARNEADE]

[180]

Chiunque sa che l’uomo opera in conseguenza di ciò che crede, vedrà

quanto sulle azioni dovessero contribuire tali dottrine. Il più

illustre de’ nuovi Accademici fu Carneade di Cirene, il quale insegnava

la verità non possedere un carattere indefettibile a cui conoscerla,

atteso che siano illusorie le sensazioni che somministrano la materia

delle nozioni: se anche esiste una verità assoluta, è fuori dei

confini dell’intelligenza dell’uomo, il quale perciò non può fondare i

pensieri e gli atti proprj che sulla verosimiglianza, ed ha assoluta

impossibilità a decidere. Collo stoico Diogene e col peripatetico

Critolao egli fu dagli Ateniesi mandato ambasciatore a Roma, ove

della prodigiosa sua sottigliezza nell’argomentare volle dar prova

col sostenere un giorno che l’uomo deve operare secondo la giustizia,

e al domani argomentare il contrario, e che giusto ed ingiusto sono

sinonimi di utile e dannoso: dal vulgo è spesso reputato pazzo chi

compie un’azione giusta con proprio nocumento, mentre vanno in voce di

savj taluni, che operano iniquamente ma con vantaggio personale. Si

sgomentò di tali dottrine Catone censore, e fece la mozione al senato

che subitamente facesse espellere costui, il quale la virtù riduceva

ad un esercizio d’argomentazioni. Perciò ancora Fabrizio, quando alla

mensa di Pirro udì esporre le dottrine d’Epicuro, invocò che a queste

si conformassero sempre i nemici di Roma (pag. 277).

[DOTTRINE D’EPICURO]

In fatto gli Epicurei, ponendo per mira dell’attività umana il

godimento, e per prima condizione di questo la tranquillità dell’animo,

svogliavano dai maneggi civili, dal tempestoso patriotismo, sin dalle

affezioni domestiche, perchè circondate di tante spine. I Greci, che

avevano ucciso Scorate perchè spargeva dubbj su que’ loro Dei, non

punirono Epicuro che ogni Dio negava; e negli ultimi loro tempi si

abbandonavano al costui disastroso insegnamento, o al dubbio micidiale:

e quando sarebbe stato maggior bisogno di forti pensieri e di generose

azioni, si tuffavano in bagordi o assopivano nell’esitanza, e della

patria avvenga che vuole.

A gente che così pensa, offra teatri, ballerini, mense, donne,

prosperità materiale, ed un ambizioso potrà facilmente farsene tiranno;

un nemico potrà anche soggiogarli, perchè que’ fiori, soffogano il

robusto germe delle virtù patriotiche, e invece delle virili gioje

della resistenza e del sagrifizio, si calcola quanto si guadagnerà,

come meglio si godrà. Così fatti i Greci, scaduti dalla grandezza delle

vantate repubbliche, corrotti in opulenza lussuriosa e in costumi

forestieri, agitati da demagoghi, i quali più sogliono pompeggiare

di ciancie quanto più scapita il vigor de’ guerrieri e il senno de’

politici, avvicendavano fra tirannide di principi e sbrigliamento

di plebe, e questa e quelli avvoltolati nella gozzoviglia. Atene la

meravigliosa sua floridezza più non attestava che con meravigliosa

corruttela; Sparta la sua severità che colla disumana rozzezza; e i

Macedoni ora coll’armi, ora cogl’intrighi e coll’oro vi esercitavano

micidiale ingerenza.

[LEGHE ACHEA ED ETOLIA]

[284]

[280]

Per riparo contro di queste si formò la lega Achea, di piccoli Stati,

che in dieta generale eleggevano uno stratego e dieci magistrati, allo

scopo di mantenere eguaglianza e libertà nell’interno, sicurezza al di

fuori; ed ebbe la fortuna di vedersi a capo una sequela di eroi, Arato,

Cleomene, Filopémene. La imitò la lega Etolia delle città della Beozia,

della Locride, della Focide, dell’Arcadia, della Tessaglia ed altre,

federatesi non tanto alla difesa come gli Achei, quanto alla guerra,

giacchè soli in Grecia possedeano una forza nazionale, quando gli altri

non si valevano più che di mercenarj: ma violenti più che coraggiosi,

violatori delle leggi e delle proprietà, faceansi esecrare più che

temere.

[220]

Sciaguratamente poi non seppero durare in pace nè una lega coll’altra,

nè tampoco i membri della lega stessa, e la guerra soqquadrava

i piccoli Stati di Grecia non meno che i maggiori dell’impero

d’Alessandro. Macedonia, Siria, Egitto, sotto re talvolta prodi e

magnanimi, più spesso osceni, molli, intriganti insieme e feroci,

avvicendarono paci e nimicizie; dappertutto sotto la vernice della

urbanità, della letteratura, delle arti covava un’immensa corruttela;

e dalle guerre dirotte usciva un governo immorale ed iniquo. Ma gli

Stati per poter essere iniqui conviene sieno forti: e invece questi

od erano minuti e dipendenti, o i maggiori compaginavansi d’elementi

eterogenei, sempre inclinati a sfasciarsi, e non si appoggiavano che a

truppe europee, sgagliardite dalle molli delizie dell’Asia; simili alle

potenze d’Europa ne’ due secoli anteriori al nostro, reggevansi per

via d’alleanze e d’equilibrio positivo: sistema vacillante, che dovea

soccombere alla vigile ostinazione di Roma, la quale, idolatrata da

figli, pronti a sacrarsi per lei ai numi infernali o precipitarsi nelle

voragini, per la forza delle cose dovea prevalere su tutte.

[219]

Vincendo i pirati dell’Illiria, i Romani avevano assicurata da costoro

la Grecia; onde la lega Etolia e l’Achea a gara gli onorarono di

ambascerie e ringraziamenti; i Corintj gli ammisero alla celebrazione

dei giuochi istmici, gli Ateniesi alla cittadinanza e ai misteri della

Cerere eleusina; pel qual modo essi fecero la prima comparsa fra gli

Elleni in aspetto di liberatori. La loro amicizia poi era ambita da

Attalo re di Pergamo, non meno che da Rodi e dalla lega Etolia: e

poveri di forze quanto copiosi di pretensioni, gli Etolj paragonavano

se stessi alla repubblica romana, i Rodj presumevano tenere la bilancia

tra questa e la Macedonia.

[FILIPPO]

[213]

[211]

Filippo III re della Macedonia, paese ben munito e bellicoso, e

possedendo la cavalleresca Tessaglia e molta terra ed isole fino

all’Asia, chiesto dalla lega Achea in ajuto contro l’Etolia, avrebbe

potuto congiungerle ambedue, e ai ventotto Stati greci sovrapponendo

l’autorità militare della Macedonia, preparare un forte contrasto alle

presentite ambizioni di Roma. Ma i Greci guatavano con gelosia l’antica

dominante; Filippo stesso, per quanto scaltro in politica e dolce di

naturale, era stato guasto dagli adulatori, e non che amicarseli,

disgustò le due parti con bassi delitti; uccise a tradimento Arato,

virtuoso capo della lega Achea, violentò donne, portò strage a Creta

e Messene, turbò sepolcri e tempj, distrasse capi d’arte; in modo che,

per salvarsene, Rodi, Sparta, la lega Etolia invocarono contro di esso

i Romani, che già gli portavano rancore perchè aveva ajutato Annibale

(pag. 315).

[SECONDA GUERRA MACEDONICA]

[200]

Il senato romano spiava, e coglieva sollecito queste occasioni di

assumere la protezione dei deboli onde romper in faccia de’ forti. Se

non che il popolo, spossato da sedici anni di guerre, quando ne’ comizj

udì proporsi gagliardi armamenti e una nuova spedizione contro il

Macedone, diede nelle furie, e trentacinque tribù votarono per il no:

ma al senato premeva conservare colla guerra il potere dittatorio colla

guerra acquistato, e che gl’indocili figli de’ prischi plebei, memori

dell’Aventino e del monte Sacro, perissero combattendo, e facessero

luogo a Latini, Italioti, liberti, gente nuova e pieghevole. Di fatto,

colle arti onde un’assemblea sa prevalere alla moltitudine, vinse il

partito, e ruppe le ostilità, ajutato di grano, di cavalli e d’elefanti

dall’africano Massinissa. Qui pure volle assalire il nemico nel cuore;

ma le ardue montagne dietro cui riposava la Macedonia, custodite dai

fantaccini dell’Epiro e dalla cavalleria tessala, fecero costar caro il

tentativo.

[FLAMININO]

[198]

Per due anni vacillò la fortuna, sinchè non venne al comando il

console Tito Quinzio Flaminino, uno di quei figli della guerra, cui

l’esercizio de’ campi raffina ne’ politici accorgimenti; e che, leone

o volpe secondo il bisogno, adoprava popoli e privati per giungere a’

suoi fini. Parlava greco, usava modi cortesi, mostravasi caldissimo

della libertà; e come Buonaparte da Cherasco gridava,—Popoli d’Italia,

noi veniamo a spezzare le vostre catene; nostri nemici sono i vostri

tiranni», così egli cominciò a promettere liberazione ai Greci,

dirsi mandato da una repubblica a ripristinarvi le repubbliche; si

ricordassero degli antichi fatti magnanimi; fossero di nuovo quali

erano stati. Gli credevano essi e gli spalancavano le città; ed egli se

ne rideva e faceva di fatti.

[197]

[196]

Filippo, al quale si era presentato un momento così opportuno per

ristaurare la Grecia e il nome macedone, impaniato in una politica

insolita, più non navigò che a caso; Flaminino gli dà battaglia, e la

terribile falange macedone, lodatissima per forza compatta, trovatasi

a fronte della legione romana, tanto più agile, presso le colline de’

Cinocefali soccombe, e perde la gloria d’invincibile, acquistata nelle

guerre dell’Asia. Però Flaminino non annichilò Filippo, e sparpagliava

parole d’umanità, di generosità, di rispetto ai vinti, e—Roma ha

tornata libera la Grecia: tanto basta alla magnanima. Filippo lasci

indipendenti gli altri Stati; tenga pure armata ed esercito, ma non

imprenda guerra fuor della Macedonia, senza Roma consenziente; paghi

mille talenti, e dia in ostaggio suo figlio Demetrio». Poi presedendo

alla solennità de’ giuochi istmici, fece da un araldo bandire questo

decreto:—Il senato e il popolo romano e Quinzio Flaminino proconsole,

vincitore di Filippo e de’ Macedoni, dichiarano liberi ed immuni i

Corintj, Focesi, Eubei, Locri, Ftioti, Magnesj, Achei, Tessali e

Perrebi».

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 21 / 37 段