Roma avea destinato un esercito per l’Africa, uno per la Spagna, il

terzo per la Gallia. Quest’ultimo andò sconfitto; il secondo col

console Cornelio Scipione molestò alle spalle Annibale, ma vedendolo

scalar le Alpi, accorse a difesa, mentre l’inatteso suo arrivo fece

trattenere in Italia l’esercito destinato all’Africa. Scipione, che

aspettava Annibale pel più facile varco dell’alpi Marittime, se lo

trovò improvvisamente sulla propria linea di operazione, e voltato

fronte, lo pettoreggiò al Ticino; ma inferiore di cavalleria, rimase

colla peggio. Sempronio Longo console, richiamato in diligenza dalla

Sicilia, oppose alla Trebbia circa quarantamila uomini agl’invasori;

ed anch’egli fu vinto, e costretto abbandonare le posizioni sul Po.

Molti dei Galli, arrolati dai Romani, disertavano ad Annibale dacchè lo

vedeano sorriso dalla fortuna: ond’egli novantamila guerrieri spiegava

sulla valle del Po, in pianure opportunissime all’ottima cavalleria

numida.

[217]

Pure non avea troppo onde rallegrarsi. I Galli, dopo che si furono

disfatti delle colonie, di mal occhio vedeano messo a contribuzione

il paese e a repentaglio la propria indipendenza per favorire codesti

stranieri. Gli altri mercenarj ond’era composto l’esercito, ragunaticci

indocili nella quiete, burbanzosi nella vittoria, volevano imporre al

capitano l’ora e il luogo della battaglia, della marcia: frenati con

man di ferro, tramavano contro Annibale, il quale, per eluderli, era

costretto mutare ogni tratto di vestimento. Però appena il consentì la

stagione andata nevosissima, egli muove alla volta di Rimini, e per la

valle del Ronco o quella del Savio piega sull’Appennino, e verso Arezzo

per la via men frequentata delle maremme dell’Arno e del Clani, ove in

marcia disastrosissima perdè fin sette elefanti[261] e assai uomini

e cavalli; tra il monte di Cortona e il lago Trasimeno sconfisse di

nuovo i nemici, uccidendo il console Flaminio Nepote; e l’Etruria,

quasi risorgesse a libertà, illuminò tutte le alture con bellissimo

tripudio, che i loro discendenti continuano a celebrare annualmente

ne’ dintorni di Cortona. Perocchè è natura dei vulghi il salutare come

liberatore ogni nemico de’ loro padroni; e le popolazioni che Roma

aveva assoggettate, e di cui offendeva il patriotismo colle colonie

e co’ magistrati suoi, davan mano ad Annibale, e dall’Alpi al Peloro

ridestavasi il grido dell’indipendenza.

[FABIO MASSIMO]

Roma, vistasi in tal frangente, e sconfitti i due consoli, elegge

dittatore Fabio Massimo Verrucoso, il caporione de’ nobili, che

preso per ajutante Minucio Rufo plebeo, decreta devozioni, una

primavera sacra, giuochi solenni, e insieme munisce la città, taglia

i ponti, accortosi che occorreva di proteggere non più tutta Italia,

ma la capitale; propone però di lasciar consumare Annibale anzichè

combatterlo, ed ha il coraggio di temporeggiare, affrontar la ciarla

degli eroi da parole che lo abbajavano inetto, codardo, tentennone,

e fin traditore; e senza mai lasciarsi tirare a battaglia, soffre

che Annibale sotto gli occhi di lui passi nell’Italia meridionale e

nell’Umbria fino a Spoleto, e devasti le vitifere campagne di Falerno,

di Massico, di Sinuessa, fra l’abbondanza instaurando i suoi de’

sofferti disagi.

[CANNE. CAPUA]

[216]

[215]

Sceglieva dunque per nuova base d’operazione il mare d’Apulia, donde

potrebbe ricevere sussidj da Cartagine: base infelice però è il

mare a chi non abbia una fortezza, o amiche le popolazioni, e una

flotta robusta. Quest’errore aveva conosciuto Fabio; e il titolo di

temporeggiatore (_cunctator_), affissogli per ischerno, restò come

sua gloria allorchè l’esito chiarì quanta nell’indugio fosse prudenza.

Perocchè Annibale, consunti i viveri e i foraggi, serrato nell’Italia

meridionale senza comunicazioni colla Spagna, staccato dai Galli, non

vedendo le città e i popoli muoversi a secondarlo, già era costretto

a meditare una ritirata nella Gallia: quando, avendo Fabio dopo i

sei mesi deposto la dittatura, il console Terenzio Varrone, levatosi

in fiducia, e mal resistendo al desiderio di popolarità, antepose le

grida vulgari ai consigli di esso Fabio e del collega Paolo Emilio,

e presentò battaglia a Canne sull’Ofanto. Ne esultò Annibale, e

squadronò i suoi Africani, coperti d’armi acquistate alla Trebbia e

al Trasimeno; i Galli ignudi dall’umbilico in su, con lunghe e ottuse

spade; gl’Ispani colle sciabole puntute e vestiti di bianco. Accanita

battaglia si mescolò; e riuscì disastrosissima pei Romani, di cui

forse quarantamila perirono; diecimila prigionieri; tre moggia e mezzo

d’anelli, distintivo dei cavalieri uccisi, furono da Annibale inviati

a Cartagine; e Paolo Emilio, prodigando sul campo la grand’anima,

mandava dire a Roma, si fortificasse prima che le giungesse addosso

il vincitore. Questi in fatto s’inoltrò fino a sventolare il punico

vessillo in vista della città nemica; ma poi scostandosene, accettò in

dedizione molti popoli della Lucania e dell’Apulia, e singolarmente

Capua. In questa ricca e splendida città sul Vulturno, emula di

Cartagine e di Corinto, e non seconda che a Roma nella penisola, egli

piantò il quartier generale, in luogo munito, e opportuno a guidare

l’Italia meridionale sollevata.

[DIFFICOLTÀ DI ANNIBALE]

Qui tutti fanno eco a quel motto di Maarbale luogotenente

d’Annibale,—Tu sai vincere, non usare della vittoria». Ma se si

riflette che tredici anni ancora egli si sostenne in Italia, mal si

crederà che l’ozio molle indisciplinato e le vaghe donne e i generosi

vini fiaccassero il suo esercito. Del resto, poichè la guerra non si

fa con parole, con quali mezzi poteva egli spingerla alla risoluzione?

In tante battaglie avea consumato il fiore de’ suoi veterani:

disgiunto com’era dalla propria base nel settentrione dell’Italia, non

rimanevagli modo di rifare gli eserciti colle cerne della bellicosa

Gallia; avea perduto la più parte de’ cavalli, così preziosi per gli

Africani e in generale pei soldati mercenarj che, privi di patria e

di famiglia, pongono il cuore in quest’unico lor possesso e scampo.

Annibale avea fatto stima che Roma fosse odiosa alle colonie quanto

Cartagine, ma il fatto ormai lo convinceva altrimenti. Molte delle

piccole popolazioni si erano avvezze a considerare i Romani come capi;

da loro avevano avuto riparo nella recente irruzione dei Galli; da

loro vedevansi provvedute di strade, canali, ponti; difese le coste;

protetto il commercio contro Illirici e Cartaginesi; in ricambio

domandando solo uomini, tributo men sentito che quello dell’oro.

L’indipendenza tumultuosa degli Staterelli disgregati avea stancato

i più; e se le plebi la rimpiangeano, dappertutto i nobili si erano

attaccati alla fortuna dei Romani, che d’altra parte acquistavano

benemerenza e parentele ne’ varj comuni; Appio Claudio diede una figlia

a un Campano; Livio sposò quella d’un senatore di Capua; Curio scavò a

Reate un canale per isfogo del lago Velino. Ecco perchè degl’Italiani

gran parte rimasero in fede: quelli che voltavansi contro Roma perchè

stanchi di riempirne le file, ben presto si indignavano di dover dare

e roba e uomini al Cartaginese, il quale, attento ad occupar le città,

massime quelle a mare, trovavasi spesso respinto, o dovea vincerle a

gran costo d’uomini e di tempo.

[CONTEGNO SUO E DE’ ROMANI]

[212]

Restavagli di chiedere soccorsi da Cartagine; ma questa n’era dissuasa

da Annone, capo della parte contraria ai Barca.—Che bisogno ne ha

fra tante vittorie ch’e’ ci ricanta? Non ha egli ucciso ducentomila

Romani, fattone prigioni cinquantamila, assoggettato Apuli, Bruzj,

Lucani, Campani?» Nè la sola costui gelosia tratteneva il prudente

senato cartaginese dall’ajutare Annibale, ma anche il sentire come

divenisse pericoloso alla patria cotesto generale, che per proprio

conto aveva guerreggiato nella Spagna, ed ora nell’Italia. Conoscendo

però di quanto momento alla sua gloria ed a’ suoi possessi fosse

quell’impresa, deliberò sostenerlo: ma ad Annibale non bisognavano

nuove cerne, bensì un esercito già agguerrito nella Spagna. Di fatto,

lasciate le reclute d’Africa a tener fronte ai Romani nella penisola,

Asdrubale fratello di lui si mosse co’ veterani: ma gli Scipioni che

vi capitanavano i Romani, gli attraversarono la via; impedirono anche

Magone, venutovi colle truppe fresche d’Africa; e le vittorie d’Ibera,

d’Illiturgi, di Munda salvarono l’Italia da una nuova invasione.

I Romani dalla sconfitta di Canne rimasero sgomentati per modo, che

aveano proposto perfino d’abbandonare la patria inauspicata; e un

pugno di garzoni nobili già dava lo sciagurato esempio di trasportarsi

altrove, se il giovane Publio Cornelio Scipione non fosse riuscito

a stornarli. Fabio (racconta Plutarco) spiegando tutta la maestà

dittatoria, di cui era novamente rivestito, preceduto da ventiquattro

littori, uscì incontro al console Varrone, ringraziandolo non avesse

disperato della patria; ma gli ordinò deponesse le insegne di sua

dignità, mentre invece faceva mettere agli Dei pomposissimi addobbi,

quasi a mostrare che la sconfitta era dovuta al generale e al suo

sprezzo per la divinità, non a codardia delle truppe; e che il popolo

dovea non ispaventarsi del nemico, ma placare i numi sdegnati. Allora

si ricorse ai libri Sibillini, e conforme a quelli prepararono il letto

e la mensa agli Dei; si votò una primavera sacra[262]; si rinnovarono

tutte le superstizioni etrusche; si sepellirono vivi nel fôro due

Greci e due Galli; e così due Vestali violatrici dei voti, e il loro

seduttore fu ucciso a vergate dal pontefice massimo.

[PERSEVERANZA DEI ROMANI]

Se a questi segni di sgomento si consolava, Annibale dovette

sconfortarsi allorchè intese come quelli ch’eransi salvi colla fuga,

furono mandati a servire senza soldo in Sicilia, fintanto che Annibale

stesse in Italia: all’ambasciadore spedito a trattar di pace e del

riscatto de’ prigionieri, udì rispondere non saper Roma che farne

di gente che si era lasciata prender viva; entro la notte uscisse

dal territorio romano. E messosi all’incanto il terreno sul quale

era piantato il campo cartaginese, fra i compratori sorse gara,

come se piede nemico non calpestasse Italia. Di fatto, nel disastro

moltiplicano le forze di Roma; a gara si portano gli argenti nel

pubblico tesoro; chiunque compì i diciassette anni si arruola; con

armi tolte in altri tempi ai nemici, e sospese nei delubri e negli

arsenali, sono forniti ottomila schiavi volontarj; Gerone II di

Siracusa manda viveri e denaro; Napoli esibisce quaranta pàtere d’oro

pesanti trecenventi libbre, trecento moggia di frumento, ducento di

orzo, e mille frombolieri che vengono aggraditi. Levate contribuzioni

gravissime in proporzione degli averi, proibito ogni lusso d’oro e di

vesti, si pensò con uno spediente finanziero riparare alla mancanza

di contante. I censori chiamarono al tesoro le ricchezze dei minori,

delle vedove, delle non maritate, che stavano deposte in mano de’

tutori, ai quali si rilasciavano dei boni sui pubblici banchieri[263].

Questi viglietti del tesoro giravano sotto la fede pubblica; con essi

si fecero gli appalti e i mercati, avendo i fornitori dichiarato non

chiederebbero il rimborso che a guerra finita. In tal modo rifluì il

danaro, si munirono di navi le coste, si coscrissero da ducentomila

uomini, e la somma delle cose fu affidata ancora al valore di Claudio

Marcello vincitore dei Galli, e all’animosa prudenza di Fabio Massimo,

chiamati l’uno spada, l’altro scudo di Roma.

Annibale non infingardiva a Capua, anzi rattizzava contro Roma le

ire degli Italioti non solo, ma dei Sardi, del nuovo re di Siracusa,

di Filippo III re di Macedonia. Pure egli decadeva a misura che Roma

alzavasi: Marcello potè vincerlo presso Nola, e così ripristinare

ne’ guerrieri romani la confidenza. Filippo Macedone, venuto per

danneggiare l’Italia, fu sconfitto ad Apollonia dal pretore Levino,

e tosto si rimbarcò per riparare a’ guaj che in patria gli suscitava

Roma, la quale spediva Marcello a punire Siracusa.

[LA SICILIA RIDE A PROVA]

[214]

[212]

Geronimo, sciocco e dissoluto nipote di Gerone, tiranneggiava in

questa; la quale presto si redense coll’assassinarlo. Ne seguirono

turbolenze violente: i demagoghi aizzavano contro di Roma in nome della

indipendenza; lo perchè Appio Claudio per terra, Marcello per mare

l’assediarono per tre anni, Invano per difesa della patria il gran

matematico Archimede adoprava l’ingegno (pag. 259); Marcello finalmente

la prese, e l’abbandonò al saccheggio e al fuoco. Vi si trovarono più

ricchezze che non da poi in Cartagine; e Roma si fregiò delle statue

e colonne di colà trasportate. Ai Siracusani parve duro il vedersi

castigati per la perfidia dei loro tiranni, e chiedeano che le spoglie

almeno fossero restituite; e Manlio Torquato sostenendoli diceva:—Se

resuscitasse Gerone, egli così fedele al nostro nome, che direbbe

vedendo la sua città sperperata, e Roma adorna delle sue spoglie?»

Il senato rispose gliene rincresceva, ma che Marcello aveva operato

con buon diritto di guerra: e tutta Sicilia fu ridotta all’infelice

condizione di provincia.

[211]

Così le sorti d’Italia si libravano sul mare, in Ispagna, in Sicilia,

in Grecia: poi Roma concentrò gran parte di sue forze contro di Capua.

Annibale, che intanto avea corso l’Italia ed erasi mostrato fin presso

Roma, adoprò tutta sua possa per salvare i Capuani; i quali, dopo

ch’ebbero perduta ogni speranza, imbandirono un voluttuoso banchetto,

dove i primarj, dopo sollazzatisi, fecero circolare la tazza avvelenata

che dovea sottrarli alla vendetta dei Romani, poi altri si ritirarono

nelle proprie case, altri stettero insieme sbevazzando, finchè l’un

dopo l’altro cadevano estinti. Capua fu trattata senza pietà, priva

de’ suoi ornamenti e dei magistrati, molti venduti schiavi, confiscate

le terre. Alcuni furono condotti a Roma, dove essendo scoppiato un

incendio, ne fu data ad essi la colpa, e coi tormenti indotti a

confessare, ebbero l’estremo supplizio.

[PUBLIO CORNELIO SCIPIONE]

[212]

Con ritirata stupenda Annibale, carico di bottino, erasi ridotto nella

Daunia e nella Lucania, vicino allo Stretto: ma la sorte di Capua

avea aggiunto a’ suoi nemici tanta baldanza, quanta ne sottraeva agli

amici. Restavagli a sperare nell’esercito del fratello Asdrubale; ma

questo era trattenuto dalla guerra che, altrettanto viva quantunque men

rinomata, conducevasi nella Spagna dai fratelli Publio e Gneo Cornelio

Scipioni. I quali, ajutati dai popoli insorti che aveano scannato fin

quindicimila nemici, prosperavano di vittorie, ricuperarono Sagunto,

ma poi sconfitti perirono entrambi. Il caso fece tal colpo in Roma,

che niuno ardiva domandare quel comando: ma Publio Cornelio Scipione,

di soli ventiquattr’anni, si esibì vendicatore dello zio e del padre.

Questo garzone, che doveva ottenere il soprannome d’Africano, di

diciassette anni avea salvata la vita di suo padre alla battaglia del

Ticino, poi dissuaso i giovani dall’abbandonar Roma dopo la rotta di

Canne; rammorbidiva l’eroismo de’ patrizj antichi coll’affabilità

della greca educazione; stava coi nobili, ma blandiva la plebe per

giovarsene; ai devoti lasciava credere d’essere nato miracolosamente

e d’aver comunicazione cogli Dei; coi dissoluti gavazzava; delle

leggi, della religione, dei patti sapea valersi e ridersi secondo

l’occorrenza; uno di quegli uomini, la cui popolarità e l’esempio

possono divenire rovinosi alle città libere.

[210]

[208]

[207]

Egli rincorò le legioni; e dicendo che Nettuno glielo ordinasse,

traverso ai nemici andò attaccare Cartagena, arsenale e granajo del

nemico, e vi pose ad effetto la legge che comandava ai Romani, quando

entrassero in una città, di scannar tutti, uomini, animali utili e fino

i cani (POLIBIO). Gli ostaggi degli Spagnuoli che vi rinvenne, rimandò

con ogni cortesia, e intatte le donne; col che s’ingrazianì i natii.

Non potè peraltro impedire che Asdrubale menasse un esercito in Italia

con rapida marcia traverso ai Pirenei ed alle Alpi. Roma dunque stava

in nuovo frangente: che se era vincitrice nell’Italia meridionale, dove

avea preso anche Taranto, sentivasi però esausta da tanti sacrifizj:

fin il terreno delle trentacinque tribù circostanti alla città era

sperperato; l’Etruria ribolliva; molte colonie latine, logore di tanti

sacrifizj, davano lo scandalo di ricusar danaro e uomini; Claudio

Marcello, che a sessant’anni aveva voluto dare una nuova battaglia ad

Annibale, cadde sul campo. Ma altre colonie latine si professarono

disposte a tutto soffrire per Roma; i senatori e i magistrati di questa

offrirono quanto avevano d’oro e d’argento, e il popolo gli emulò: si

chiesero rinforzi d’ogni parte, e i consoli Livio Salinatore plebeo e

Claudio Nerone patrizio guidarono mirabili fazioni. Il primo teneva

testa ad Asdrubale con trentacinquemila uomini; Nerone con quarantamila

fronteggiava Annibale: ma non esitò di abbandonare la sua posizione

per raggiungere il collega, facendo in otto giorni ducensettanta

miglia; e menatigli dodicimila uomini, poterono affrontare il nemico a

Sinigaglia, e raggiuntolo mentre rampicavasi per la valle del Metauro,

l’ebbero sconfitto ed ucciso. Nerone, che per quest’impresa merita

luogo fra i migliori strategi, non si addormentò nella vittoria, ma in

sei giorni ritornò sull’Ofanto a fronte de’ Cartaginesi, e il teschio

ancor fresco di Asdrubale fu dai magnanimi Romulidi gittato nel campo

di quel _barbaro_ Annibale, il quale, avendo da Magone ricevuto il

cadavere del vinto console Sempronio Gracco, anzichè farlo a brani,

come gli si suggeriva, l’onorò di magnifiche esequie, e l’ossa mandò al

campo nemico.

[205]

Rincalzato adunque agli estremi di quell’Italia che dianzi scorrea da

vincitore, più non poteva Annibale che altalenare sulle difese tra gli

Abruzzi, insuperabili qualora occupati da uomini. Ben doveva esser

mirabile la prudenza di lui ne’ disastri, se i nemici non osarono

assalirlo benchè malconcio e disordinato, e se l’esercito suo, composto

di mercenarj d’ogni favella e religione e costumi, e mancante di paghe

e spesso di viveri, non gli perdè il rispetto, come avviene al cessare

della fortuna. Cartagine delibera un’altra volta d’inviargli soccorsi:

e Magone, fratello di lui, con quattordicimila uomini sbarcato a

Genova, tenta di trarre dalla sua i Liguri, ed ingrossato penetra nella

Gallia Cisalpina, e vi si regge lungamente. Anche in Sicilia spedirono

Imilcone: ma la guerra trascinavasi lenta, come allorchè nessuna delle

parti ardisce un colpo risoluto. Questo era riservato a Publio Cornelio

Scipione.

[PASSA IN AFRICA]

La partenza di Asdrubale aveva fatto agevolezza a questo di

sottomettere tutta la Spagna cartaginese fino a Cadice; colà fondò pei

veterani la colonia d’Italia presso Siviglia; e la vittoria costante

sopra quattro generali e quattro eserciti gli meritò d’esser eletto

console innanzi l’età.—Non si potrà finire la guerra d’Italia che

collo sbarcare in Africa», pensò egli; e con tal mira strinse alleanza

con Siface re della Numidia: ma i vecchi generali di Roma, tra cui

anche Fabio Massimo, fosse cautela o invidia, lo contrariavano di

maniera che a stento ottenne trenta galee[264]. Alla renitenza del

senato supplì l’ardore degl’Italiani, impazienti di porre un termine

alle perenni devastazioni delle bande d’Annibale quando più non lo

sperarono liberatore. Gli Etruschi disingannati trassero dagli arsenali

le armi e gli attrezzi, copiosissimo avanzo della loro grandezza;

Populonia somministrò il ferro, Tarquinia le tele, Chiusi, Perugia,

Rusella gli abeti, Arezzo trenta migliaja di scudi, celate, pili,

cinquantamila aste lunghe, e quante occorrevano scuri, asce, fasci,

vasi d’acqua, macinette; sicchè un poderoso armamento Scipione radunò

nella Sicilia, mentre simulavasi tuffato nella mollezza e nei piaceri,

e sbarcò in Africa.

[SOFONISBA]

[204]

[203]

Fa meraviglia che Cartagine non siasi opposta a quel tragitto:

soltanto era riuscita a richiamare dalla sua re Siface, valendosi

delle istigazioni di Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone, la quale

adoperava la sua bellezza per trovare nemici a Roma. Scipione assalì

questo re, e spodestatolo, ripristinò sul trono di Numidia il cacciato

Massinissa. Costui, dotato di quella solida vecchiezza che spesso

s’incontra ne’ militari, a ottant’anni valichi reggeva un giorno

intero a cavallo, ed anelando a vendicarsi ajutò non poco la vittoria

di Scipione; e avuto in sua mano Siface, gli tolse Sofonisba, e la

sposò. N’ebbe dispetto l’innamorato Siface, e subillò Scipione:—Guaj

ai Romani ove costei s’avvicina! come ha mutato l’animo mio ad odiarli,

così torcerà Massinissa contro di voi». Il Romano adunque la richiede

al re numida, il quale non osando negarla e non la volendo cedere,

presenta a Sofonisba un nappo avvelenato.—Grazie del dono nuziale»,

esclama l’intrepida, e beve. Massinissa ne mostrò il cadavere a’ Romani

venuti a richiederla, e Scipione posò sul capo del vecchio il diadema,

meritato coll’assassinio d’una donna.

Cartagine, stretta sì da vicino, richiamò d’Italia gli eserciti.

Magone, che non era mai riuscito a congiungersi con Annibale, pugnando

nell’Insubria contro Quintilio Varo toccò una grave ferita, della quale

morì mentre si tragittava in Africa. Annibale costretto a lasciare il

bel paese che sedici anni aveva corso rubando e sperperando, smungendo

amici e nemici, trucidando con barbarie calcolata, sterminando le

famiglie infedeli o temute, o de’ cui beni avesse bisogno per nodrire

i suoi mercenarj, non sapea celare il suo dispetto. Anche sul punto

di uscirne, sotto finta di visitare le guarnigioni delle fortezze

alleate, mandò suoi commissarj ad espellere cittadini, a saccheggiar

case e tesori; e perchè i popoli si opponevano, ne seguirono violenze

e sangue. Avrebbe egli voluto portare in Africa un ventimila Italiani

che militavano sotto la sua bandiera; ma non aderirono se non quelli

che sentivansi rei di delitto capitale. A questi egli regalò gli altri

come schiavi; ma perchè si vergognavano di farsi carcerieri de’ proprj

fratelli, Annibale unì quegli avanzi con quattromila cavalli e assai

bestie da soma, e di tutto fece macello[265].

[ANNIBALE ESCE D’ITALIA]

[202]

Queste orme lasciava Annibale del suo passaggio, del quale gl’Italiani

conservarono lungamente memoria d’orrore. Cartagine non appena rivide

il gran generale, ripigliò la baldanza; fallendo la tregua invocata,

malmenò alcune navi romane sospinte dalla tempesta, e tentò mandar

a male gli ambasciatori venuti a richiamarsene. Annibale però non

avea fretta di vincere; e quando que’ mercanti il sollecitavano alla

battaglia, rispondeva:—Attendete a’ fatti vostri; il soprassedere o

accelerare è affar mio». Abboccatosi con Scipione, esibì di cedergli

Sicilia, Sardegna e Spagna, ma questi non accettò: a Zama si fe

giornata, e benchè Celti e Liguri, ch’erano un terzo dell’esercito,

combattessero coll’odio insito alla razza galla contro la romana[266],

ed Annibale v’adoprasse tutta l’arte e il coraggio, la vittoria restò

ai Romani.

[ZAMA]

[201]

Allora in Cartagine i negozianti prevalsero, e chiesero la pace; e

Scipione, conoscendo la difficoltà di espugnar la nemica, o non volendo

che un console successore finisse l’impresa da lui sì bene avanzata, la

concedette, ma a duri patti: Cartagine conserverà il territorio e il

governo suo, consegnando i prigionieri e i disertori, gli elefanti e le

navi, eccetto le triremi; pagherà fra cinquant’anni diecimila talenti;

non imprenderà guerra nè solderà mercenarj senza il consentimento di

Roma; restituirà a Massinissa quanto gli avi di lui avevano posseduto,

e lo terrà alleato; darà cento statichi.

[PACE]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 20 / 37 段