[PACE DELLE ISOLE EGATI]

[230]

[228]

Il tempio di Giano a Roma fu chiuso, ma poco tardò ad essere riaperto,

per non serrarsi più fin ai giorni di Augusto. E prima occasione di

rifar guerra fu la spedizione contro gl’Illirj, che corseggiavano

l’Adriatico. Roma, esibendosi protettrice degl’Italiani finchè non

potesse rendersene padrona, avea fatto accordi con que’ pirati

acciocchè non li molestassero; ma quelli seguitavano a predar le navi

e le coste. Spedì essa a lamentarsene con Teuta loro regina, vedova

d’Agrone; ma costei uccise gli ambasciadori. Subito le si porta guerra,

passando per la prima volta il golfo jonio; e vintala, e privata di

parte degli Stati, Roma è benedetta dagli Italiani e dai Greci come

liberatrice del mare, e da questi ricevuta in cittadinanza ordinaria

e ammessa ai misteri eleusini; e passeggia trionfante anche sul campo

dove prima non grandeggiava che Cartagine.

[SPEDIZIONE IN ILLIRIA]

Ormai del potere come della ricchezza riguardava essa per fonte prima

le armi, talchè dottrina suprema era quella della guerra. In pace non

tenea milizia nazionale nè forestiera, anzi era vietato il portar armi

entro la città; solo all’occorrenza d’un pericolo, dal console e dal

pretore urbano erano chiamati tutti alle armi, collocati dagli edili

o dai triumviri criminali ai posti minacciati e alle ronde, col pilo

o colla spada: tardi le fazioni introdussero bande di barbari o di

schiavi[254]. Ogni cittadino era obbligato alla milizia se non avesse

quarantasei anni, o finite sedici campagne a piedi, o dieci a cavallo.

[LEGIONE]

La legione, così detta dal riempirsi d’uomini eletti, variò di numero

secondo le età; e da tremilatrecento, di cui si componeva sotto

Romolo, fu portata fino a seimila al tempo delle guerre macedoniche.

Ordinariamente ciascun console levava due legioni; e più, se ne

nascesse bisogno. In battaglia disponevansi in cinque divisioni: nella

prima i principi o classici, che in appresso formarono la seconda; poi

gli astati; quindi i triarj o pilani; infine i rorarj e gli accensi,

dall’armatura leggera (pag. 163). La legione dividevasi inoltre in

coorti, manipoli e centurie. Più tardi fu da Mario riordinata la

coorte, che contava trenta uomini di fronte e dieci di profondità:

disposizione agilissima, e opportuna a qualunque terreno o forma.

[ARMI]

Armi erano le freccie, le frombole e il tremendo pilo, giavellotto di

sette piedi, e più lungo pei triarj; lanciato il quale a tutta forza

di braccio, colla spada risolvevasi la giornata. Lancia e sciabola

erano pure le armi offensive della cavalleria; le difensive elmo,

corazza e leggiero scudo. Nerbo degli eserciti teneasi la fanteria:

la cavalleria, sebbene formasse talvolta un corpo separato, non servì

d’ordinario che a fiancheggiare i pedoni; e la minore abilità dei

Romani in questa disajutò le loro imprese contro i Numidi e i Parti. I

rorarj, frombolieri ed arcieri ingaggiavano la mischia, poi consumati

i projetti, ritiravansi a lato della legione; ed allora gli astati

giocavano de’ giavellotti, e mentre i nemici attendevano a liberarne

gli scudi ove s’erano confitti, essi gli aggredivano colle sciabole.

Che se trovassero valida resistenza, subentravano freschi i principi,

da sezzo i triarj; di maniera che il nemico, esposto a tre rinnovati

attacchi, mal si poteva reggere. Gli accensi componevano il battaglione

di deposito.

Oltre il vivere, i soldati portavano seco i pali per formare la

trincea; e dovunque fermassero il piede, munivano il campo con un

terrapieno quadrato, e una fossa dieci piedi profonda. Nel mezzo

dell’accampamento tendevasi il padiglione pretorio, all’intorno gli

uffiziali, indi i restanti guerrieri; e dal centro partivano quattro

strade rette, fino alle porte schiuse nella trincea. Nelle marcie

procedevasi in colonne; ma se temessero un attacco, si ordinavano in

linea, togliendosi nel centro i bagagli. Il soldato romano faceva

venti o ventiquattro miglia in cinque ore, con tutto il suo fardaggio,

del peso di sessanta libbre. Evitando però quei rapidi passaggi dalla

inazione alla fatica, che uccidono tanti dei nostri, negli esercizj

usavano armi pesanti il doppio di quelle da battaglia; anche in pace

si stancavano a continue opere, massime a tagliare strade; Scauro,

riconducendo l’esercito dalle Gallie, lo pose a scavar canali nel

Parmigiano e Piacentino per ovviare i dilagamenti del Po.

[DISCIPLINA]

Rigorosissimi erano gli statuti militari. La legge Porcia esimeva dalla

bastonatura il cittadino, non il soldato. Quello che avesse gettate le

armi, deserto il posto, o combattuto senza comando, era condannato in

pubblico giudizio; ma se il generale lo toccasse colla sua canna, gli

era permesso fuggire; guaj però se si lasciasse più trovare nel campo!

ogni soldato teneva ordine di ucciderlo. Se un corpo avesse mostrato

viltà, il generale lo decimava, mandando a vituperoso supplizio uno

ogni dieci, tratti alla ventura; agli altri, esiglio ed onta. Lo

spirito militare animava ogni cosa; dal senato uscivano i generali come

gli ambasciatori; non saliva alla sommità della repubblica chi non

avesse fatto dieci campagne: onde le guerre conducevansi con finezza

politica, e le assemblee spiravano ardor guerresco; l’ambasciatore

nella pace prendeva cognizione del popolo che poi veniva a combattere

come generale; quegli stessi che aveano risolto in consiglio,

eseguivano in campo. A questo doppio uffizio educavasi la gioventù,

armeggiare e discutere, arringar il popolo e disciplinare la truppa,

governare, combattere e trionfare. E il trionfo portava al consolato,

talchè i generali ambivano le battaglie, il senato ne faceva nascere

occasioni coll’intromettersi agli interessi delle nazioni straniere.

Colui poi che dianzi avea capitanato un esercito, non isdegnava

di servire in quello. Entrando in una nuova campagna, il generale

sceglieva i tribuni o vogliam dire i colonnelli, questi gli uffiziali

inferiori, onde stringevasi saldamente l’unione fra’ superiori e i

soldati; comune sentimento li moveva, speranza comune; e l’entusiasmo

per la patria e per la gloria recava ad esser prodi, l’obbedienza al

capo rendeva questo onnipossente.

Così il braccio dei forti era diretto dal senno dei prudenti: e mentre

l’arte militare in tutti gli altri paesi andava in dechino, avvilita da

mercenarj, o regolata per impeti folli di plebe o capricci di tiranni,

qui non meno che a guadagnar battaglie provvedeasi a preparare poco a

poco la vittoria colla pacifica intervenzione, coi subdoli maneggi,

coll’artifiziosa perseveranza in prevenire o sciogliere le leghe, che

la gelosia o l’amore dell’indipendenza opponessero alle conquiste.

[NUOVE INVASIONI DEI GALLI]

[299]

Ed ebbero a farne buona prova contro i Galli Cisalpini, i quali

profittavano d’ogni disastro di Roma per minacciarla. Dopo respinti

dal Campidoglio, eransi tenuti ventitre anni sulla sinistra del Po;

poi ricominciarono a molestare il Lazio e la Campania colle correrie.

Roma a snidarli, essi a tornare, e un avvicendarsi di attacchi e di

sconfitte. Da lunga pezza però mostravano più non pensare a invasioni,

quando alcune bande vennero d’oltr’Alpe nella Cisalpina, chiedendo

terre:—Queste sono già nostre (dissero i Galli); ma se volete ubertose

campagne, la media Italia ne abbonda». Ed essi calarono nell’Etruria,

la quale, vinta ma non domata, guardò, come si suole, il nuovo flagello

come un alleviamento dell’antico, e propose di prendere i nuovi Galli,

quanti erano, al suo soldo contro Roma. Questi accettarono, ma non

appena ebbero tocco il denaro pattuito, ricusarono combattere, e

ripassarono l’Appennino.

[296]

[295]

[283]

Gli Etruschi, che aveano lasciato trapelare i loro intenti, sentirono

d’essere esposti al pericolo, e conoscendo che i deboli non possono

resistere ai forti se non coll’associarsi, giurarono la lega coi

Sanniti che dicemmo (pag. 201), spedirono ambasciadori a Sinigaglia

e Milano per sollecitare ajuti dai Galli, infidi ma necessarj. E gli

ebbero, e con loro osteggiarono i Romani per ricuperare l’indipendenza,

ma soccombettero al valore di Fabio e Decio. Poco stante, Roma spedì

Cornelio Dolabella console a devastare il territorio dei Senoni,

uccidendo uomini, donne, fanciulli, quanti incontrasse. Druso portò a

Roma molto oro ed ornamenti trovati nel tesoro de’ Senoni, vantando

aver ricuperato il denaro con cui era stato ricompro il Campidoglio; e

a Seno-gallia venne stabilita una colonia.

[I GALLI]

Fu la prima sul terreno gallico; e mentre serviva di sentinella

avanzata, era pure un fomite perpetuo ad intrighi, ed uno spionaggio

nella Cisalpina. In questa i Galli fiorivano nell’abbondanza, talchè

per quattro oboli vi si comprava una misura di frumento, per due

una di orzo o di vino, e nelle locande un quarto d’obolo bastava a

pranzare. Fra tali agi smettevano l’antica mania del correre e del

conquistare; talchè At e Gall, due re de’ Boj stanziati attorno, a

Bononia, avendoli eccitati a romper guerra ai Romani e disfare Arimino,

altra loro colonia piantata nel 268, vennero trucidati a furor di

popolo.

Eppure quei due consigliavano il meglio della loro gente, attesochè

da Arimino e da Sinigaglia i Romani non cessavano di recar molestia

ai Galli; posero impacci al commercio, massime a quello delle armi;

finalmente il tribuno Flaminio propose che le terre, tolte ai Senoni

cinquant’anni prima e rimaste in mano de’ patrizj, venissero compartite

fra il popolo, e ridotte tutte a colonie.

[238]

[226]

A quest’ultimo colpo si riscossero i Boj, e ordirono una lega dei

popoli dell’Italia superiore. Ma i Veneti, gente slava stanziata

presso all’Adriatico, ricusarono l’alleanza di questi temuti vicini: i

Cenomani, posti fra Brescia e Verona, erano stati guadagnati dal denaro

romano: i Liguri, dopo lunga guerra sostenuta colla fierezza ad essi

naturale, erano stati dal console Fulvio snidati dagli inaccessibili

loro ripari; Bebio li trasse al piano; Postumio li disarmò, non

lasciando ad essi altro ferro che l’occorrente ai mestieri. Trovandosi

dunque soli, i Boj e gl’Insubri ricorsero ai Galli Transalpini che

formavano la lega di Gesda (_Gesatæ_); e Lingoni, Anamani, Boj, Insubri

s’accolsero in riva al Po. Minacciati alle spalle dai Cenomani e dai

Veneti, una parte dovettero rimanere a difesa: cinquantamila con

ventimila cavalli e moltissimi carri scesero per la penisola, giurando

di non scingere le spade che in Campidoglio.

Roma sbigottì del _tumulto gallico_, e già prevedea nuovi Brenni e

nuove sconfitte di Allia; tanto più che il fulmine colpì la rôcca del

Campidoglio, tre lune apparvero in cielo, e i fiumi corsero sangue:

onde, consultati i libri Sibillini, credè stornare i minacciosi presagi

sepellendo vivi nel fôro Boario un Gallo ed una Galla. La superstizione

non arrestava i migliori provvedimenti, e si decretò la leva a stormo

per tutta l’Italia, la quale deponeva le gelosie quando importava

salvarsi da feroci predoni.

[FORZE DI ROMA]

Qui un importante documento statistico n’è esibito dallo storico

Polibio. Secondo lui, il senato si fece presentare i registri di

tutte le popolazioni italiche, e ne cavò il prospetto delle forze sì

attive che in riserva, e fu siffatto:—Coi consoli stavano quattro

legioni romane da cinquemila ducento fanti e tremila cavalli; inoltre

trentamila pedoni e duemila cavalli degli alleati; cinquantamila fanti

e quattromila cavalli sabini e tirreni, collocati alla frontiera

dell’Etruria sotto un pretore. Gli Umbri e Sarsinati dell’Appennino

diedero ventimila uomini; altrettanti i Veneti e Cenomani. A Roma

teneansi in riserva ventimila fanti e duemila cavalieri fra gli

alleati; contavansi presso i Latini ottantamila fanti e cinquemila

cavalieri; presso i Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri;

presso gli Japigi e Messapi cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri;

presso i Lucani trentamila de’ primi, tremila degli altri; Marsi,

Marrucini, Frentani, Vestini armavano ventimila fanti e quattromila

cavalli; di più aveansi in Sicilia e a Taranto due legioni romane da

quattromila ducento fanti e ducento cavalieri; e nella popolazione

di Roma e sua campagna erano atti alle armi altri ducencinquantamila

persone a piedi e ventitremila a cavallo. In numeri tondi risultavano

dunque settecento mila fanti e settantamila cavalli[255]. Siccome

in caso di tumulto tutti prendeano l’armi, può la popolazione qui

indicata stimarsi per un quarto della totale; onde ne risulterebbero

tre milioni di liberi. Ma i proletarj, i padri senza figliuoli, i

pupilli non erano soggetti al servizio[256]: restava poi a contare lo

sterminato numero degli schiavi.

[I GALLI]

[223]

I Galli seppero destramente avanzare tra gli eserciti nemici fino ad

Arezzo e a Chiusi: quivi sconfissero sei mila Romani; e già erano a tre

giornate da Roma, quando in fierissima battaglia, presso al capo di

Telamone nella maremma toscana, furono sgominati; il console Regolo vi

perì, ma quarantamila Galli rimasero sul campo, oltre diecimila fatti

prigionieri.

[L’INSUBRIA VINTA]

[224]

[222]

[221]

I nuovi consoli, spingendo la vittoria, invasero la Cispadana, poi

l’anno appresso varcarono il Po verso lo sbocco dell’Adda, favoriti dai

Cenomani. I Galli, ridotti alla lor volta a mezzi estremi, trassero dai

tempj gli _immobili_, insegne d’oro fino, venerate come dai Musulmani

lo stendardo di Maometto; e intorno a quelli si levarono in massa.

Eppure furono vinti ancora presso Clastidio da Marcello, che prese

Milano e la restante Insubria da Arimino fin al Ticino, pose grosse

contribuzioni, confiscò gran parte del territorio, e potè offrire

a Giove Feretrio le spoglie opime del loro capo Virdumaro. Solenne

trionfo ne menò Roma, e per meglio santificarlo, scannò ad uno ad

uno tutti i prigionieri della gente ch’essa chiamava barbara; sul Po

piantò le colonie di Piacenza e Cremona; e vantava:—Noi abbiamo domi

gl’Insubri, assicurato il dominio dei due mari che ci separano dalla

Spagna e dalla Grecia, occupato l’Istria e l’Illiria, sottomesso al

voler nostro tanta Italia, da armare ottocentomila uomini».

Eppure fra poco dovea vedersi ridotta a disputare ad un nemico ostinato

fin i terreni circostanti alla capitale.

CAPITOLO XIII.

Seconda guerra punica. Annibale.

Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia.

[238]

Piccolo intelletto bastava a comprendere che quella delle isole

Egati, più che una pace, era un armistizio, durante il quale Roma

si allestirebbe di nuove forze onde all’emula, dopo tolto l’onore

e l’influenza politica, togliere e le ricchezze e l’indipendenza.

Nella guerra micidialissima, Roma avea perduto cittadini, e Cartagine

soltanto mercenarj: ma Roma rifondeasi il sangue versato coll’adottare

nuovi figli, mentre a Cartagine, in tempo di pace, i soldati

diventavano nemici. Già durante la guerra i mercenarj aveano causato

non lievi disturbi ai generali: sicchè questi sotto Agrigento mandarono

a macello tre o quattro migliaja di Galli, altri fecero condurre sopra

un’isola deserta, e quivi abbandonare. Quando poi, conchiusa la pace,

si trattò di congedarli, i Cartaginesi lasciavansi rincrescere tanto

esborso; onde i mercenarj mossero contro la città, e in favelle varie,

ma con eguale prepotenza chiesero i soldi. Cartagine, pretestando

il vuoto erario, esibiva un tanto meno: ma quei forti che avevano

sottocchio le ricchezze del popolo più trafficante, e quanto facilmente

il loro braccio prevarrebbe alle costoro industrie, s’ammutinano;

dalle città africane settantamila uomini si rannodano coi ventimila

mercenarj, e stringono d’assedio Cartagine. Sono di quei frangenti,

ove la superiorità è restituita agli uomini d’azione; e in fatto la

fazione guerresca dei Barca, venuta in dechino in grazia della pace,

torna a rivalere; ed Amilcare, rimesso al comando, con ferocia combatte

la ferocia de’ mercenarj, e ne fa macello.

[ANNIBALE IN ISPAGNA]

[237]

Vinti questi nemici, restava non meno temibile il loro vincitore. I

Cartaginesi, non avendo potuto perderlo con un’accusa, lo mandarono

a guerreggiare fra i Numidi. Sottomessa la costa d’Africa sino

all’Oceano, di là egli traeva numerose cerne d’Africani, Numidi,

Mauritani, imbizzarriti dalla vittoria; e non avendo altro modo

d’alimentarli che la guerra e la preda, li menò di qua del mare nella

Spagna, ricca di terreno, di commercio, di miniere. Cartagine non se ne

diede per intesa, sperando o che il valore conosciuto degli Spagnuoli

toglierebbe di mezzo l’esercito pericoloso; o se questo vincesse,

non si potrebbe sostenere che ricorrendo alle flotte di Cartagine, e

cedendole il frutto delle sue conquiste.

[228]

Campeggiava dunque Amilcare, si può dire, indipendente dalla sua

repubblica, e volgeva per la fantasia un’impresa maggiore, suggeritagli

dal dispetto d’aver visto la Sicilia ceduta per intempestiva

disperazione, e la Sardegna ciuffata dai Romani nel cuor della pace. Ma

in mezzo a tali divisamenti rimase sconfitto e ucciso; tolto un gran

nemico a Roma, e fors’anche a Cartagine.

[226]

[220]

Asdrubale genero di lui si mise a capo dell’esercito ch’egli

abbandonava, e guerreggiò in Ispagna a suo talento; coll’affabilità

e coi maneggi più che colla forza trasse dalla sua i regoli del

paese, e in faccia all’Africa fondò Cartagine nuova (_Cartagéna_),

con eccellente porto e formidabili munizioni, predestinata sede d’un

dominio spagnuolo che forse egli ruminava alzare emulo di Cartagine e

di Roma. Ma uno schiavo gallo lo scannò a piè degli altari.

L’esercito si tolse a capo Annibale figlio d’Amilcare, giovane

ventiseienne, che poteva dirsi straniero alla patria, dalla quale era

uscito a tredici anni. Suo padre l’avea formato negli aspri esercizj

della guerra spagnuola e nell’odio di Roma; e consacrandolo col

fuoco sull’ara di Melcart, gli avea fatto giurare perpetua nimicizia

ai Romani. Annibale congiungeva facoltà disparatissime; obbedire e

comandare, tenersi cari i soldati e gli uffiziali, divisare un’impresa

ed eseguirla; versatissimo in quanto allora sapevasi di tattica e

stratagemmi, primo tra i fanti, primo tra i cavalieri; indistinto dagli

altri nelle marcie e nell’accampamento, nella mischia distinto per armi

e cavallo più vistosi; indomito alle fatiche, primo all’azzuffarsi,

ultimo al ritirarsi; senza pietà, senza fede, senza riguardo a santità,

a giuramenti.

[219]

Le città di Emporia, Roda, Sagunto, fondate dai Greci nella Spagna,

si videro esposte alle ambizioni puniche; onde ricorsero a Roma, che

già estendeva la sua politica di là delle Alpi, e che, ingelosita

dallo estendersi de’ Cartaginesi in quella penisola, s’interpose, e

concordò con essi avesse a considerarsi limite de’ possedimenti l’Ebro,

di mezzo alle due potenze restando franca Sagunto, città di origine

greco-italica[257]. Annibale, desideroso di romperla coi Romani, ad

onta dei trattati assediò Sagunto; i cui abitanti, dopo generosissima

resistenza, vedendo disperato della patria, e non volendole

sopravvivere, si precipitarono nelle fiamme. Roma stava consultando

ancora sul soccorrerla quando la udì perita; onde spedì ambasciadori ad

Annibale per lamentarsene, i quali, da lui non ascoltati, tragittarono

a Cartagine, chiedendo fosse loro consegnato Annibale, violatore

del diritto pubblico. Il senato rispose nol potrebbe quand’anche il

volesse; e dicea vero, ma Fabio Massimo Verrucoso, fatto un seno col

lembo della toga, lo sporse ai gerusj cartaginesi, e disse:—Qua entro

vi offro guerra e pace, scegliete». I gerusj risposero unanimi:—Dia

qual vuole»; ed egli, scosso quel lembo, esclamò—Guerra».

[SECONDA GUERRA PUNICA]

E fu rotta quella che Livio chiama _bellum maxime memorabile omnium_,

e che la posterità ricorda ancora come gravissima, dopo tante in

cui si abbeverò di sangue la razza di Caino. Aveva Roma a fare con

un esercito che da ventitre anni combatteva gli Spagnuoli, gente

bellicosissima nelle difficili fazioni di montagna, e capitanato da un

sommo generale. Come avviene delle guerre di passione, non meno che

colle forze si armeggiò coi maneggi, e variatissima volse la fortuna,

costosa la vittoria. Roma fece grandiosi preparativi di truppe proprie

e d’alleate, e supplicazioni agli Dei: chiese a’ popoli della Spagna

rimanessero saldi alla sua amicizia; ma questi risposero, l’esempio di

Sagunto aveva insegnato quanto male essa proteggesse i suoi alleati:

si volse ai Galli, pregando non concedessero il passo ai Cartaginesi;

ma quelli, venuti in consiglio armati, risposero ridendo:—Che male ci

ha fatto Cartagine? o che bene Roma? Questo sappiamo solo che Roma ha

cercato espellere d’Italia i nostri fratelli».

[PASSO DELLE ALPI]

[218, 16 giug.]

Alludevano ai Galli Cisalpini, dei quali essendo recente la sconfitta,

Annibale comprese come insorgerebbero non appena egli portasse le armi

in Italia. La famiglia di lui era ricchissima, e da una sola miniera

di Spagna traeva al giorno trecento libbre d’argento[258]; altri

mezzi gli offrivano le spoglie della vinta Sagunto: laonde, lasciato

cinquantacinque navi e sedicimila soldati col fratello Asdrubale per

guardare la Spagna e per addestrarsi in quella faticosissima palestra,

con novantamila veterani prese le mosse. I Romani l’aspettavano per

mare: egli, al contrario, pensò venire pei Pirenei e le Alpi, donde

si diceva che anticamente Ercole Tirio fosse dall’Iberia varcato in

Italia; aprirebbe una nuova via, impresa che gli antichi consideravano

gloriosissima; ed a pastura del vulgo diede voce che il dio patrio

gli avesse in sogno, entro il santuario di Gades, preconizzate le

vittorie, e mostro il cammino mediante le tortuosità di un serpente.

Politicamente confidava ne’ Barbari, e di guadagnarne i capi sia

coll’oro, sia coll’idea della vendetta e del saccheggio: onde spediva

a sollecitare Boj ed Insubri; aprissero gli occhi contro questa Roma

che tendeva avvolgerli in una catena, di cui erano i primi anelli le

colonie di Piacenza e Cremona. Raggiunte le vette de’ Pirenei, acquietò

i Galli della pendice settentrionale con un trattato, memorabile per

la singolarità; giacchè si stipulava che qualsivoglia querela de’

Cartaginesi contro gl’indigeni sarebbe rimessa all’arbitrio delle donne

galle[259]. Lasciando guarnigioni lungo tutto il cammino, innanzi che

i Romani potessero abbarrargli la via tragittò il Rodano e la Durenza,

e uscente ottobre cominciò a valicare le Alpi nevate, pericolose e

difese[260].

[ANNIBALE IN ITALIA]

Tanto fu disastrosa la marcia fra i ghiacci nel salire, fra i torrenti

e le smottature nel discendere, che di cinquantamila fanti e ventimila

cavalli con cui aveva varcato il Rodano, dopo cinque mesi e mezzo e

mille cenventicinque miglia di viaggio, gli avanzarono appena ventimila

fanti e seimila cavalli. Col favore dei Galli e col proprio coraggio,

probabilmente pel piccolo Sanbernardo nelle alpi Graje scese in

val d’Aosta: riuscito fra i Taurini, proclamando la solita canzone

del venire a liberare l’Italia da’ suoi oppressori, giunse al Po.

All’avvicinarsi di lui, i Galli insorti aveano disperse le colonie

di Piacenza e di Cremona, e rotto il console romano nella foresta di

Modena; pure non caldeggiarono l’invasore quant’egli sperava, fosse

paura de’ Romani, o avessero di buon’ora sperimentato i guaj di tali

liberazioni: sicchè col fendente della spada dovette Annibale aprirsi

un passo sanguinoso fra i Taurini.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 19 / 37 段