Ci cadde ripetutamente menzione dei Fenicj, popoli di schiatta araba,

detti Cananei dalla Bibbia, che stanziati tra le falde del Libano ed

il Mediterraneo, s’un lembo di paese centrenta miglia lungo e trenta

largo ove più, a guisa de’ Veneziani e de’ Genovesi moderni spinsero

il commercio animosamente non solo nel mar nostro, ma e nel Rosso e

nell’Oceano, e seminarono di colonie e di scali il littorale e le isole

da Tiro fin alle Cassiteridi, che oggi diciamo Sorlinghe.

[869]

O fosse colonia spontaneamente partita, o fosse la vinta fazione di

re Sicheo, che colla costui vedova Didone o Elisa cercasse scampo e

patria altrove, uno sciame di Fenicj fabbricò Cartagine, nel golfo

africano che, rimpetto alla Sicilia, è formato dallo sporgere dei capi

Bon e Zibib, sopra una penisola fra Tunisi e Utica, il cui istmo si

dilata men di quattro miglia. La città crebbe, e divenne l’unico Stato

libero che si alzasse mai sulle coste d’Africa, la prima repubblica

conquistatrice insieme e trafficante di cui rimanga storia, e che per

molti secoli sciolse il difficile problema d’arricchire senza perdere

la libertà. Dica pure Strabone che settecentomila abitanti vi furono

assediati da Scipione; Cartagine non potè mai contarne meglio di

ducencinquantamila. Il quartiere di Megara era tutto a giardini, broli,

canali; a sopracapo sorgeva la fortezza di Birsa; il porto militare,

scavato a mano e capace di ducento navi da guerra, aveva in mezzo

l’isola di Coton, e comunicava col porto mercantile, la cui entrata

chiudevasi con catene di ferro.

[CARTAGINE E SUE COLONIE]

Se d’un popolo ci è rivelata l’indole dalla religione, quella de’

Cartaginesi era avara e melanconica fino alla crudeltà; cupe immagini

la vestivano; astinenze, volontarie torture, congreghe notturne al

bujo, superstizioni dissolute ed inumane. Sotto gli occhi della dea

Astarte si prostituivano le fanciulle, e il prezzo vituperevole si

accumulava come dote. Melcart, l’Ercole loro, ispirolli a grandi

imprese: ma la luce di lui era contaminata da sacrifizj umani,

rinnovati a tempi fissi; poi nelle maggiori necessità gli si offrivano

gli oggetti più cari. Quando Agatocle li vinse, i Cartaginesi si

credettero puniti perchè da alcun tempo scarseggiavano nell’inviare

offerte ai tempj in Fenicia, onde a profusione ne spedirono, fin a

togliere dai proprj santuarj i tabernacoli d’oro: poi temendo ancora

che il dio avesse preso corruccio perchè, invece di fanciulli bennati,

gliene immolavano talora di compri, ne sacrificarono ducento delle

prime famiglie; e trecento uomini sottoposti a processo, offrironsi

spontanei a morire sugli altari. Desolati dalla peste mentre

assediavano Agrigento, gettarono molti uomini in mare per calmar

Nettuno. Annibale guerreggiava in Italia quando gli si annunziò che

suo figlio era designato per l’annuale olocausto; ed egli:—Io preparo

agli Dei sacrifizj che saranno più accetti». Invano Dario re di Persia

e Gelone di Siracusa posero per patto di pace che i Cartaginesi

cessassero d’insanguinare gli altari; la superstizione prevalse,

sopravvisse persino alla perdita della gloria e dell’indipendenza.

Qual meraviglia se troviamo i Cartaginesi duri, servili, egoisti,

cupidi, inesorabili, senza fede? Alle emozioni generose pareano

renderli inaccessi il culto, l’aristocrazia mercantile, l’avidità del

guadagno: pure ricordiamoci che la storia loro non ci è narrata che

da’ loro nemici. Non è del nostro tema studiarne gl’istituti, nè

descrivere il commercio che Cartagine menava estesissimo coll’interno

dell’Africa e colle estremità dell’Europa. Assoggettò i barbari

abitanti di quella costa, fissandoli in colonie lungo il littorale; e

per assicurarsi i viveri, ne teneva di agricole nella Zeugitana e nella

Bisacena, ove le derrate europee prosperarono colle africane; sul lembo

della Numidia e della Mauritania suoi banchi fortificati a vantaggio di

essa trafficavano cogl’indigeni, ed assicuravano la via di terra fino

alle colonne d’Ercole, e uno schermo alle navi nel pericoloso tragitto

dall’Africa in Spagna. Queste colonie però erano fra loro disgregate,

nè parevano accordarsi che nell’odiare la dominante; ond’essa vietava

che si cingessero di mura, col che tenevasi esposta alle correrie

nemiche: ad oriente poi erravano tribù indomite, simili ai moderni

Beduini; ad occidente la minacciavano i poderosi regni di Numidia e

Mauritania; sulla costa medesima e a mezzodì le si ergevano emule

Tunisi, Aspis, Adrumeto, Ruspina, la piccola Lepti e Tapso, oltre Utica

che si conservò sempre indipendente.

Qui consisteva la debolezza di Cartagine: sua forza e suo vanto erano

le colonie, piantate ne’ più comodi e più lontani paesi. E prima nel

Mediterraneo assoggettò le Baleari, che la fornivano di vino, olio,

lana, muli; a Gozzo, a Cherchinesso, a Malta battevano per essa

telaj di lino; tutte poi le erano scali al commercio, e rinfresco

ai vascelli. In Sardegna fondò Cagliari e Sulci; e perchè ne traeva

grani in abbondanza, metalli, pietre fine, la considerava in grado

non inferiore all’Africa. Quando i Focesi, insofferenti del giogo

persiano, occuparono la Corsica fondandovi Aleria, Cartagine ne li

snidò, gelosa di negozianti sì attivi. Pare che anche fuor dello

stretto di Gibilterra occupasse nel Grande oceano le Canarie e Madera.

In terraferma pose altre colonie; e Annone fu spedito a fondarne una

serie lungo la marina occidentale d’Africa dove ora sorgono Fez e

Marocco; Imilcone un’altra sul lembo occidentale d’Europa, e forse sino

nel Giutland. Dalla Gallia li tennero lontani i Focesi di Marsiglia; ma

la Liguria li provvedeva d’eccellenti marinaj: nella Spagna rinnovarono

le colonie fenicie dell’Andalusia e di Gade, e vi scavarono miniere a

gran vantaggio.

Scopo dunque di Cartagine non era il conquistare come Roma, bensì

l’estendere la mercatura e i guadagni, impedire che la popolazione

eccedesse, trovare collocamento ai cittadini sprovveduti. Ma come

Venezia, a cui in tanti punti conviene, non assimilava a sè i coloni e

i sudditi; anzi, per paura di vederli farsi indipendenti, li teneva in

dura soggezione, infiacchendo le membra per vantaggio del capo.

[MAGONE]

[480]

[410]

Dal piantarsi in Italia furono impediti i Cartaginesi dagli Etruschi

e dai Latini. La Sicilia, disgiuntane appena cento miglia, viepiù

ne stuzzicava i desiderj, come quella da cui dipenderebbero la sua

padronanza nel Mediterraneo, l’approvvigionamento delle armate, e

il commercio del vino e dell’olio. Primeggiava allora in Cartagine

Magone, che ne creò la forza e il sistema militare, e fu stipite d’una

famiglia, illustre per tre generazioni di capitani[248]. Piantò egli

colonie in Sicilia; le quali però essendo tenute deboli per la solita

paura che si rivoltassero, potevano dar molestia, ma non prevalere alle

ricche e indipendenti colonie greche: quando poi Amilcare di Magone

fu sbaragliato da Gelone re di Siracusa (pag. 241), i Cartaginesi

penarono a difendere le colonie e gli acquisti. E per settant’anni

la storia sicula più non fa menzione di loro; poi si riaffacciano

poco prima della tirannia di Dionigi il Vecchio, quando ajutarono

Segesta contro Selinunte, ed occuparono altre terre. Esso Dionigi e

Agatocle, cupidi di unire tutta l’isola, mossero ad essi guerra: pure

i Cartaginesi vi tennero sempre un piede; e la loro perseveranza,

l’inesauribile forza dell’oro, e le irrequietudini perpetue di Siracusa

gli avrebbero anche fatti signori di tutta Sicilia, se avessero

posseduto un valente generale. Combattuto con alterna fortuna, nella

pace del 383 s’ebbero assicurato un terzo di quell’isola.

[FORZE E CONQUISTE]

Fra ciò Cartagine spiegava e cresceva le proprie forze nelle lotte

cogli Etruschi, coi Greci, coi Marsigliesi, poi coi Romani, e fa

meraviglia come prontamente si rifacesse delle perdite. Da prima usava

solo triremi, poi le ingrandì al tempo d’Alessandro; nella guerra coi

Romani n’ebbe di cinque e di sette ordini, colle poppe ornate de’ suoi

Dei marittimi, Poseidon, Tritone, i Cabiri. Una quinquereme portava

cenventi soldati e trecento marinaj; al remo gli schiavi; prestissima

ne’ volteggiamenti. Al persiano Serse somministrò fin duemila navi

lunghe e tremila di carico per osteggiare la Grecia. Gli ammiragli però

non operavano di pieno arbitrio, ma dipendevano dai generali di terra

nelle imprese che voleano concerto, se no dal senato; e le vittorie

erano occasione di pubblici tripudj, di pubblico gemito le sconfitte.

La cavalleria, perchè costosa, era formata di nobili Cartaginesi, i

quali portavano un anello per ogni spedizione fatta: v’avea pure una

legione sacra di cittadini riccamente in arnese. Il servizio di terra

affidavasi per lo più a mercenarj d’ogni nazione; e sapendo a punto

quanto costasse un soldato greco, quanto un africano, un campano,

un gallo, mettevano in bilancio il costo di un esercito col frutto

che verrebbe da una conquista: al fine della campagna riscattavano i

prigionieri, e le spese si pareggiavano colle estorsioni fatte ne’

paesi acquistati. Questa turba ragunaticcia, combattendo fuor del

paese natìo e contro gente più povera, non era allettata a disertare;

e la diversità di favella e di religione impediva che vi si formassero

minacciosi accordi. Ma ne scapitava la disciplina; penoso era il

trasportarli per mare; a fronte di truppe disciplinate e nazionali,

trovavansi mancare di quel coraggio, che si fonda sul patriotismo e sul

sentimento dell’importanza individuale.

[509]

[348]

Coi Romani erasi Cartagine incontrata nei mari, fin quando essi,

potenti sotto i re, stavano a capo della lega Latina, ed emulavano

gli Etruschi: e l’anno della cacciata de’ Tarquinj conchiuse un

trattato, pel quale i Romani si obbligavano a non navigare nè essi nè

i loro alleati di là dal capo Bon; però i mercadanti loro approdando

a Cartagine, sarebbero immuni da balzelli; le vendite avrebbero

pubblica fede; otterrebbero giustizia ne’ paesi siculi, sottomessi ai

Cartaginesi; questi non recherebbero danno ai popoli d’Anzio, Ardea,

Laurento, Circei, Terracina, o a qualunque latino di loro dipendenza,

nè torto alle città libere; non fabbricherebbero fortezze in paesi

de’ Latini, e se vi entrassero armati, non vi pernotterebbero. In

un secondo trattato vi furono inchiusi i popoli di Tiro, d’Utica e

i loro alleati: «i Cartaginesi, se prenderanno qualche città latina

non dipendente da Roma, la cederanno a questi, serbandosi l’oro e

i prigionieri: se facciano prigionieri sopra un popolo in pace con

Roma, ma non sottomesso, non lasceranno che entrino ne’ porti romani;

entrandovi, se un cittadino li tocchi, diverranno liberi; altrettanto

si adoprerà dai Romani, che non fabbricheranno città in Africa e in

Sardegna; potranno però vendere e comprare nelle terre cartaginesi

al par de’ cittadini, e così viceversa quei di Cartagine». Questi

trattati confermaronsi giurando i Cartaginesi pe’ loro Dei, i Romani

per la pietra (διὰ λίθον), simbolo primitivo di Giove; cioè, tenendo

una pietra in mano, uno diceva:—Se giuro il vero, ogni cosa mi

accada prospera; se penso diverso da quel che giuro, gli altri godano

la patria, le leggi, i beni, la religione, le tombe, ed io solo sia

respinto come ora fo con questo sasso»; e lo lanciava.

I quali documenti preziosi[249], che sono il più antico testimonio

della repubblica romana, basterebbero a convincere di falso la comune

degli scrittori che, duranti i re, ci presentano come ancora in fasce

quella Roma che qui ci appare qual potenza marittima, e signora

d’alcuni, protettrice degli altri popoli latini.

[RELAZIONE DI CARTAGINE CON ROMA]

[278]

Niuno però s’affretti a conchiudere che Roma avesse legni grossi,

giacchè gli Stati barbareschi, che su quel lembo d’Africa sgomentarono

fin jeri anche le maggiori potenze europee, non adopravano navi di

linea: Roma poi stipulava forse come capitana della federazione latina,

cioè di popoli provvisti di marina, benchè essa ne mancasse; e se pur

l’ebbe, dovette lasciarla deperire, talchè n’era sguarnita tre secoli

più tardi. In fatto quando Pirro invase la Sicilia, Roma e Cartagine

stipularono che nessuna patteggerebbe coll’Epiroto senza concorso

dell’altra; Cartagine _in caso di bisogno_ somministrerebbe navi, ma

non imbarcherebbe senza consenso di Roma. Credendo caso di bisogno

il cacciar Pirro quando minacciava Roma, i Cartaginesi mandarono ad

Ostia trenta galee; ma i Romani ringraziando le rinviarono, temendo

portassero via schiavi e spoglie italiane.

[PRIMA GUERRA PUNICA]

[269]

Intente ognuna ad escludere l’altra da’ suoi territorj, le due

repubbliche trattavano da pari a pari; che se Roma sentiva la

preponderanza d’uno Stato guerresco sopra uno trafficante, Cartagine

aveva tesori per comprare truppe quante volesse, oltre la indisputata

prevalenza sul mare. Sarebbero dunque potute ciascuna seguitare la

propria strada senza venire a cozzo; ma a guastarle offrì ragioni la

Sicilia, secondo avea predetto Pirro. Di quell’isola, agitata ora dalla

tirannide di despoti, ora dalla tirannide della libertà, spartivansi

allora il dominio i Cartaginesi, i Siracusani del re Gerone II, cui

obbedivano anche Leontini, Acre, Megara, Elori, Taormina, e i Mamertini

ricoverati al Peloro. Questi ultimi erano stati sconfitti e ridotti

all’estremità da esso Gerone; nè più serbando che Messina, risolsero di

cedergliela: ma quand’egli s’avanzava per occuparla, Annibale generale

dei Cartaginesi il tenne a bada, e intanto spedì ad invadere la città.

Posti fra due fuochi, i Mamertini, siccome Campani che erano, volsero

gli occhi all’Italia, e chiesero ajuti a Roma.

[264]

Gli onest’uomini dissuadevano i Romani dall’ingiusta intervenzione,

e dal sostenere a Messina quei Mamertini, di cui la perfidia aveano

punita a Reggio; ai politici invece arrideva quest’occasione di fare

acquisti, e di mortificare Cartagine: il senato ricusò, il popolo

volle, e preponderando già la democrazia, fu risolta la spedizione.

Anche i Mamertini già n’erano pentiti; ma il console Appio Claudio

Caudice, figlio del Cieco, imbarcò le legioni su vascelli della Magna

Grecia o su zatte. La flotta cartaginese e una tempesta disperdono

l’armamento; e Annone, ammiraglio della casa di Magone, tenta ridestare

l’onoratezza romana col rinviare i vascelli presi, movendo insieme

querela dei patti violati, e professando che Cartagine non lascerebbe

mai Roma impadronirsi dello Stretto. Ma Appio Claudio si ostina

all’impresa; eludendo la vigilanza dei Cartaginesi, su navi della

Magna Grecia si tragitta; sbarcato, vince Gerone così presto, che

questo confessa non avere tampoco avuto tempo di vederlo. Esso re,

comprendendo quanto dell’amicizia d’un popolo senza navi gli tornasse

miglior conto che di quella de’ Cartaginesi, restituì i prigionieri,

pagò le spese della guerra, e strinse e serbò fedelmente alleanza coi

Romani. I quali, violando il diritto pubblico, occuparono il porto

di Messina, e sotto finta di parlamento arrestarono Annone, che per

riscattarsi fu obbligato a farne uscire la guarnigione.

[263]

Ai Romani allora brillò la possibilità di snidare i Cartaginesi

dall’isola; e mandatovi i due nuovi consoli con quattro legioni, in

meno di diciotto mesi ebbero prese sessantasette piazze e fortezze e

la grande Agrigento, difesa da due eserciti di cinquantamila uomini,

comprati dalla Spagna, dalla Gallia, dalla Liguria. Come dovette starne

la Sicilia, corsa da tante truppe, e dove la guerra esercitavasi

con tale inumanità! Nella sola Agrigento, la cui espugnazione costò

ventimila vite ai Romani, questi vendettero venticinquemila liberi:

Annone, non potendo ottenere che i nemici gli rendessero la carpita

Messina, avea fatto passar per le spade quanti Italiani servivano sotto

le sue bandiere: Amilcare, udendo i Galli da lui assoldati mormorare,

gl’invia a metter a sacco Antella, ma di nascosto ne dà avviso ai

Romani, che gli appostano e trucidano; scelleraggine che gli antichi

encomiarono come bella trovata di guerra. Di simil genere stratagemma

avea usato re Gerone: mal volentieri soffrendo gli stranieri inquieti

arrolati fra le sue truppe, quando aveva ad assaltare i Mamertini,

divise l’esercito in due, i Siracusani distinti dagli assoldati; a capo

dei primi mosse l’attacco, lasciando gli altri esposti ai Mamertini,

che li fecero a pezzi[250]. Così continuo traspare negli antichi il

disprezzo della vita dell’uomo!

Ai Romani fu ben tosto chiaro che non potrebbero acquistare nè

conservare la Sicilia, e schermir la costa e le città dalla flotta

cartaginese, senza una marina. Una galea cartaginese naufragata offerse

loro il modello, legnami l’Appennino, perseveranza la natura loro:

in sessanta giorni ebbero costruiti centrenta vascelli, ben presto

esercitata la ciurma; e per elidere l’esperienza dei nemici inventarono

i corvi, certi ponti che dall’albero di prua violentemente calando

sulla nave nemica, vi si conficcavano con branche e arpioni di ferro,

e la attaccavano alla romana, in modo da ridurre il combattimento a

duelli, siccome in terraferma.

[DUILLIO]

[260]

Così racconta la storia miracolaja, ma è più probabile che di navi

li provvedesse Gerone II, potente sul mare. Comunque sia, il console

Duillio Nepote riportò presso Lipari la prima vittoria marittima;

cinquanta legni nemici presi o colati a fondo, tremila uomini uccisi,

settemila prigioni: in memoria del quale successo fu eretta a Duillio

una colonna ornata di rostri, e concesso per tutta la vita che la sera

fosse ricondotto a casa coi fanali a suon di trombe. La fortuna durò

prospera negli anni susseguenti, prendendosi Lipari e Malta, poi la

Corsica e la Sardegna.

Annibale, comandante alla spedizione cartaginese, riconducendo in

patria le misere reliquie della flotta, dopo perduto sin la capitana,

sentivasi sovrastare la punizione che Cartagine soleva infliggere

agli sconfitti; onde spedì innanzi un messo che al senato espose:—Il

console romano guida una flotta numerosa, ma di vascelli goffamente

costrutti, e con certe macchine mai più vedute. Annibale vi domanda se

deve dargli battaglia.—La dia (risposero i governanti ad una voce),

e punisca i Romani dell’averci assaliti nel nostro elemento». Allora

il messo:—La diede, argomentando egli pure come voi, e fu vinto». Ciò

valse l’assoluzione dell’ammiraglio sfortunato.

[ATTILIO REGOLO]

[256]

[255]

Già Agatocle avea mostrato come Cartagine si trovasse mal provveduta

contro chi l’assalisse sul proprio terreno, ove le colonie oppresse o

le città rivali ajutavano chiunque la minacciasse. Roma dunque decretò

uno sbarco in Africa, sebbene il console Marco Attilio Regolo fosse

costretto ricorrere a minaccie e punizioni per indurre i soldati a

quel che loro pareva troppo lungo tragitto, e spaventevole pei mostri

che diceasi popolassero le arene libiche: e sebbene i tanti Italiani,

che Roma obbligava al remo sulle sue galere, macchinassero insieme

cogli schiavi una sollevazione, che solo il tradimento sventò[251],

Regolo con quarantamila uomini montati su trecento trenta galee

sbaragliò ad Ecnomo la flotta cartaginese di trecencinquanta galee con

cencinquantamila uomini, e sbarcato in Africa, ebbe presto assoggettate

ducento città, e fin Tunisi, forte per posizione e per mura, dove pose

il quartier generale. Cartagine, folta di gente fuggita dalla campagna,

e vedendo le aquile romane piantate fin sugli spaldi della vicina

Tripoli, chiedeva pace, e Regolo avrebbe potuto dettarla qual Roma

la conchiuse dopo tredici altri anni di guerra e centomila morti; ma

geloso di non lasciare altrui la gloria di un’impresa da sè cominciata,

rispose, allora solo sospenderebbe le armi quando più non rimanesse

loro un vascello sul mare. Arroganza indegna di buon capitano, dalla

quale ridotti a disperazione, i Cartaginesi chiamarono al comando uno

straniero, Santippo di Sparta. Costui conobbe che l’inferiorità non

veniva da fiacchezza dei Cartaginesi o da valore dei Romani, bensì dal

mancare di tattica e di strategia; insegnò a ben valersi degli elefanti

e della cavalleria; e tratti i Romani al largo, li vinse presso Tunisi,

e ridusse prigioniero il console stesso.

Si narra che i Cartaginesi, quattro anni dopo, mandassero Regolo a

Roma per consigliare il cambio dei prigionieri, fattogli giurare

che, non ottenendolo, ritornerebbe. Anteponendo al proprio quel che

credeva il meglio della patria, egli consigliò il senato di persistere

nella guerra, e lasciar morire prigionieri coloro che non avevano

saputo conservarsi liberi. Fedele alla parola, tornò a Cartagine,

ove acerbe torture punirono la sua fedeltà; e Roma, gareggiando di

barbarie, consegnò alla vendetta della moglie di Regolo i prigionieri

cartaginesi, ch’ella straziò con lunghi spasimi, finchè l’autorità non

glieli ritolse[252]. La gelosia di quel governo di mercanti ci fa

meno difficili a credere che i Cartaginesi, sospettosi di Santippo

vincitore, come i Veneziani del Carmagnola, lo buttassero in mare:

fatto è che più non se ne ragiona.

[GUERRA IN SICILIA]

[251]

[249]

[242]

Abbandonata allora l’Africa, si rinfocò la guerra in Sicilia. Il

proconsole Cecilio Metello battè presso Palermo i Cartaginesi

capitanati da Asdrubale, e menò trionfo in Roma: ma poi per otto

anni i Romani n’andarono colla peggio, perdendo quattro flotte. La

maggiore sconfitta toccarono da Aderbale presso Drepano quando,

non volendo gli auguri che si attaccasse battaglia perchè i polli

sacri davano malaugurio col non mangiare, il console Claudio Pulcro

sorridendo,—Dunque bevano» disse, e feceli gettar in mare. L’empietà

scoraggiò i soldati, vinti prima di combattere; e novantatre navi

restarono perdute, morti ottomila Romani, prigionieri ventimila.

Agrigento fu presa e messa al nulla dai Cartaginesi, i cui generali

Annibale e Cartalone mostrarono di congiungere al valore l’abilità.

Alfine però i Romani prevalsero, e tutta Sicilia tornò in loro

potere. Solo Drepano e Lilibeo, promontorj all’occidente che potevano

considerarsi come l’antemurale di Cartagine, furono insignemente

difesi da Amilcare, detto Barca cioè fulmine, padre del più famoso

Annibale. Postatosi egli sui promontorio d’Erice, senza alleati vicini

nè fortezza nè speranza di soccorsi, vi si mantenne cinque anni, e di

là corseggiava le coste d’Italia sino a Cuma, e molte volte profligò

i Romani. Cartagine per sostenerlo spedì una flotta con danaro e

provvigioni, ma con pochi uomini; la quale scontrata da Lutazio Catulo

con ducento quinqueremi alle isole Egati, fu posta a sbaraglio. Anche i

Galli disertarono da Amilcare ai Romani, che allora per la prima volta

assoldarono Barbari.

[BATTAGLIA ALLE EGATI]

Se la popolazione ellenica avesse conservato in Sicilia lo spirito

guerresco, avrebbe potuto prendere parte attiva in quella guerra, e

Siracusa meritar di riprendere la preminenza nell’isola col soccorrere

i Romani non solo di viveri, ma anche di navi. Però da un pezzo erasi

contratta l’abitudine di comprare le braccia di Siculi e di Campani, i

quali poi essendo divenuti ausiliarj de’ Romani, la Sicilia, eccetto il

regno di Gerone, passò a dominio di questi.

In ventidue anni di guerra continua, tra le battaglie, tra la mala

pratica, tra la difficoltà delle coste d’Africa, Roma avea perdute

settecento galee: Cartagine appena cinquecento, ma scarseggiava di

danaro a segno, che il moggio di frumento vendevasi un asse[253].

Roma, benchè diminuita di un sesto di abitanti, costretta ad alterare

le monete fin dell’ottanta per cento, con indomita perseveranza

diceva:—Non cederò mai; la guerra alimenterà la guerra». I Cartaginesi

negozianti calcolarono gl’interrotti traffici e le esuberanti spese,

sicchè l’avarizia divenendo ausiliaria dell’umanità, proposero la pace.

Roma, che l’aveva rifiutata per consiglio di Regolo, allora l’accettò

dopo tante spese e tanto sangue, a questi patti:—I Cartaginesi

sgombrino la Sicilia e le vicine isolette; entro dieci anni paghino

a Roma duemila ducento talenti (17 milioni di fr.) per contribuzione

di guerra; restituiscano i prigionieri e disertori; non moveranno più

guerra a Gerone re di Siracusa». Nuovi emergenti li costrinsero a

cedere ben presto anche la Sardegna.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 18 / 37 段