In quei secoli, a capo del mondo civile stavano i Greci, popolo

dell’umanità, il quale, invece di vivere isolato, disutile agli altri,

vivificò e fecondò i germi della verità trasmessigli dall’Oriente, in

modo che fruttificassero a tutto l’uman genere; e prima cogli Omeri

cantò le tradizioni nazionali, poi si diede ad esercitare il pensiero

onde scoprire e coordinare le verità; e ciò per merito della libertà,

dalla quale tra i Greci furono vivificate la storia, la poesia, le

arti, le istituzioni, la religione. E appunto per l’indipendenza anco

in fatto di religione, invece di limitarsi a commenti e sviluppi di un

tesoro sacro, si volsero essi senza ritegno a indagar Dio, la natura,

l’anima, producendo così la filosofia, dalla quale, dopo finita la

guerra persiana e assicurata l’unità nazionale, nacquero una morale

e una politica, con idee più generali di diritto, di franchigie, di

dignità umana. Possedendo eminentemente il gusto del bello ordinato e

il sentimento del progresso e della libertà, divennero modello eterno

e insuperabile nelle belle arti; mentre le loro repubbliche svolgevano

la vita pubblica nelle forme più varie, riducevano a scienza la

logica, la morale e le matematiche, posavano e in parte scioglievano i

problemi, intorno a cui s’affaticano anc’oggi statisti e metafisici; e

insieme correano i mari e le terre trafficando, e popolavano di loro

colonie l’Asia e l’Italia meridionale.

[ALESSANDRO MAGNO]

A tanti vantaggi recavano scapito le incessanti gare tra vicini, le

trame degli ambiziosi, l’irrequietudine dei demagoghi, e fuori i re

di Persia, i quali, aspirando ad allargare la dominazione assoluta,

connaturata ai vasti imperi asiatici, di mal animo comportavano queste

repubbliche confinanti. La lotta contro di quelli costituisce la

parte epica della storia de’ Greci, i quali in nessun tempo poterono

riposarsi dal combattere per reprimere i rinascenti attentati di

quella potente nazione, appunto come contro gl’imperatori di Germania

lottarono incessantemente le repubbliche italiane dell’età media, che

con quelle tengono tanta somiglianza per varietà d’istituzioni, per

origine, fiore, coltura, brighe, infortunj.

[ALESSANDRO MAGNO E I ROMANI]

[336]

Indebolendosi la Grecia nelle fraterne discordie, venne ad ottenervi

prevalenza la Macedonia, paese guerresco e realista, che paragonarono

al Piemonte nell’Italia moderna; ed Alessandro, re di quella, riuscì a

farsi dichiarare capo della Grecia tutta, per condurla ad abbattere la

Persia. L’animoso giovane, spinto da ambizione tutt’altro che vulgare,

con una serie di imprese, per cui la posterità lo intitola Magno, e

la Bibbia dice che _la terra ammutolì nel cospetto di lui_, oltre la

Persia, sottomise l’Egitto e l’Alta Asia, invase l’India, e non pago al

deplorabile uffizio dei conquistatori di uccidere, desolare, spegnere

nazionalità, dappertutto piantava città, opportunissime al commercio,

donde ben presto colonie greche e dinastie nuove diffusero la civiltà

e la scienza. In Babilonia il vincitore di Persia riceveva omaggio

da Cartaginesi, Iberi, Celti, Etiopi, Sciti; così largamente si era

diffuso il suo nome: ed Arriano, suo storico, ne assicura che vennero

pure ad inchinarlo Lucani, Bruzj, Tirreni. Chi sa che sotto il nome

di Tirreni non fossero indicati i Romani dagli storici donde Arriano

attinse? Certamente Clitarco, che scriveva poco dopo morto l’eroe,

dice che i Romani spedirono ambasciata ad Alessandro; e Plinio lo cita

senz’ombra di dubbio[241]. Mal dunque Tito Livio asserisce che fino

il nome di Alessandro restò ignoto ai Romani. Ignoto dovea dire alle

romane storie, isolate sempre come le cronache, e dove de’ popoli non

si fa cenno se non quando si scontrano coll’armi alla mano. Del resto

il nome e le imprese del Magno dovettero dar materia, non solo alle

ciarle dei curiosi, ma alle apprensioni degli uomini di Stato in tutta

l’Italia; sulla quale poteva benissimo voltare l’esercito vincitore

dell’Oriente. In tal caso qual esito avrebbe avuto la guerra? Tito

Livio posa a se stesso tale quistione; e l’orgoglio patriotico che

spira da ogni sua linea, si manifesta singolarmente in quel passo, uno

dei pochissimi ov’egli porti lo sguardo fuori del recinto di Roma sua:

ma quanto inesatto giudice si mostra!

Il problema è insolubile, come tutti quelli a cui il tempo o la

fortuna mescolano elementi, irreperibili dall’umana previsione. Chi

sa se Alessandro qui sarebbesi accontentato d’una supremazia pari a

quella che esercitava in Grecia, e se Romani e Sanniti vi si sarebbero

rassegnati? Presto è detto che altro era il vincere le turbe di Dario,

altro gli eroi del Lazio; ma è falso che Alessandro abbia avuto a fare

soltanto con gente vinta dalla mollezza prima che dalle armi. Nè soli

i trentamila suoi Macedoni avrebb’egli trasportato in Italia, ma quanti

falangiti avesse voluto comprare coi tesori dell’Asia, ma i migliori

guerrieri di ventura, ma i prodi d’Africa e di Spagna, ma generali

formati sotto di lui in diuturne guerre, di cui l’esito non fu sempre

dovuto alla fortuna. E fosse pure venuto coi soli Macedoni, dovea Livio

ricordarsi che uno de’ suoi successori, Pirro, con tanto meno forze e

tanta meno reputazione condusse fino all’orlo del precipizio la futura

metropoli del mondo.

[AVVENTURIERI]

[323]

Se non che l’eroe macedone, nel fior di sua vita e nel mezzo de’

trionfi moriva, e subito il vasto dominio di lui era spartito fra’

suoi generali, tutti ambiziosi del nome di re d’Egitto, re di Siria,

re del Ponto, re della Battriana, della Comagéne; e che a vicenda

osteggiandosi, propagarono l’anelito guerresco, empirono di battaglie

la Grecia, l’Egitto, l’Asia Alta e la Minore, e formarono una turba

di capitani e combattenti di ventura, i quali, simili ai condottieri

del nostro medioevo, non d’altro erano vogliosi che d’esercitare il

mercenario valore, e di procacciarsi fortuna in ambiziosi cimenti.

La scossa ne fu sentita anche in Italia. Domi i Sanniti, suoi più

ostinati nemici, Roma si trovava a fronte la Magna Grecia e la Sicilia.

Le colonie, che quivi abbiam veduto fiorentissime, andavano in dechino

dopo le guerre coi Lucani e con Dionigi il Vecchio; Posidonia avea

coloni stranieri; le altre pure s’erano dovute rifare con gente

avveniticcia; e decimate di popolo e di forze, si limitavano al

ricinto delle loro mura. Sembra sciagura fatale ai popoli infelici il

volgere il dente contro le proprie carni; e la dissensione civile da

sbrigliata democrazia le trabalzava a tirannide atroce. Dedicatisi al

commercio e snervati nelle lautezze, affidavano volentieri la difesa

a soldati mercenarj, i quali diventavano un mezzo di signoreggiare,

in mano di chiunque avesse denaro onde comprarli. Divenne dunque

mestiere il combattere; gli eserciti non si componevano più, come ne’

bei giorni della libera Grecia, di cittadini, armati per difendere

la patria e sostenere una causa od una opinione professata; bensì di

mercenarj[242], o compri fra gli stranieri, massime Galli, o fra quelli

che, inveterati nelle passate guerre al sangue e alle prepotenze,

vendevano il valore a chi promettesse maggior soldo e maggior

saccheggio; o che, nella rovina della patria non avendo salvato che il

braccio, aggregavansi coi soldati ancora lordi del sangue de’ proprj

compaesani per passare dagli oppressi nel numero degli oppressori,

senz’altra causa che il denaro, altra fede che una promessa venale

degli oppressori. Gli Stati pertanto rimanevano in balìa de’ capi

militari, e dell’esito delle battaglie: la scienza delle finanze

si ridusse a trovar maniere da procurarsi denaro, col quale aver

soldati. E fu pel costoro appoggio che Agatocle si eresse tiranno di

Siracusa (pag. 249); poi alcuni Campani, desiderosi di prendere stanza

e dominio, occuparono Messina, altri invasero Reggio, e riuscivano

tremendi ai Cartaginesi, ai Romani, viepiù ai natii.

[TARANTO]

[355]

[223]

Fra le repubbliche della Magna Grecia, Taranto primeggiava di marina e

d’industria; e mentre le città d’origine jonica aveano a lottare coi

tiranni di Siracusa, ella come dorica vivea daccordo con questi. Ma

le davano molestia i Bruzj, popolazione mista, che senza discernere

Dori da Achei, cavalcava sopra i vicini, e spingeva i Lucani sul

territorio di Taranto. Forse per gelosia dei concittadini, come

Venezia, questa repubblica non teneva altro esercito che di soldati

estranei, e conduceva a suo servizio perfino principi, come Archídamo

II re di Sparta, figlio d’Agesilao, che al loro soldo perì co’ suoi

combattendo i Lucani; come Cleónimo, figlio di Cleoméne II, pur re

di Sparta. Costui menò loro cinquemila mercenarj, n’aggiunse altri

comprati dai Tarantini, ma non fece impresa degna del valore spartano,

e abbandonatosi al lusso e alla mollezza, cercava ridurre in servitù

quei che s’erano commessi alla sua fede, cianciava di voler fiaccare

i tiranni di Sicilia, e intanto rubava, devastava: sicchè i Barbari

confinanti diedero addosso a lui e alle sue navi, che a stento egli

menò a Corcira a farvi altrettanto mal governo. Cacciato di qui pure,

tornò ai Tarantini, ma respinto da essi, vôlto il capo di Brindisi, e

spinto da fortuna nell’Adriatico, temendo di giungere fra gl’inospiti

Illirj e Liburni, s’accostò alla Venezia; e preso terra fra i Padovani,

ne incendiò una borgata, portando via uomini e armenti. I Padovani

accorsero, e dispersero quei predoni, di modo che sol piccola parte

della flotta potè campare. Tito Livio è il solo che racconti questo

fatto, ma egli era padovano, e dice che fin a’ suoi tempi si vedevano

per memoria i rostri delle navi prese in un tempio antico di Giunone a

Padova, e si faceva un’annua solennità navale sul Medoaco[243].

[ALESSANDRO IL MOLOSSO]

[349]

[281]

Anche Alessandro il Molosso re d’Epiro, zio d’Alessandro Magno,

desideroso d’emulare le imprese di questo, e crearsi un regno proprio,

venne al soldo de’ Tarantini, ruppe Lucani e Sanniti, ma avendo mal

dissimulato l’ambizione, i Tarantini ne presero ombra e lo cacciarono.

Anelando a vendetta, per tribolarli colla guerra, egli esibì la

propria alleanza ai Romani, che l’accettarono. Alleanza disonorevole,

perchè non suggerita da pericolo proprio, e fatta con un ambizioso

vendicativo contro chi difendeva la patria indipendenza. Egli perì

in quella spedizione; e tra Roma e i Tarantini ne rimasero cattivi

umori, scoppiati allorchè questi mossero lamenti perchè i Romani

avessero violato un’antica convenzione, navigando oltre il capo di

Giunone Lacinia, e staggirono le loro navi. Ambasciadori romani vennero

a richiamarsene, e il popolaccio inviperito contro quella gente, li

ricevette a oltraggio, e ne insozzò le toghe.—Queste macchie saranno

terse col sangue», esclama l’ambasciadore, e se ne toglie pretesto

di dichiarare la guerra; e i Tarantini, secondo l’usato, cercano un

capitano fra quei tanti che s’erano sbranato il manto d’Alessandro

Magno.

[PIRRO]

[295]

Come gli Sforza e gli Uguccioni fra le repubbliche italiane, così

fra que’ tumulti era ingrandito Pirro, eroe romanzesco, che diceasi

discendere da Achille e da Ercole, e che non senza difficoltà e

miracoli succedette al padre Eacide nel regno dell’Epiro, cantone

montuoso della Grecia rimpetto al golfo di Taranto, che ora è la

bellicosa Albania. Venuto su fra pericoli e sollevazioni, combattè

in compagnia ora de’ Seleucidi di Siria, ora de’ Demetrj di Grecia,

ora de’ Tolomei d’Egitto, successori di Alessandro Magno; tentò

impadronirsi della Macedonia, regno originario di questo; e se non

molestasse qualcuno, o da qualcuno non fosse molestato, credeva non

saprebbe come ingannare il tempo (Plutarco). Con tal umore si può

sommovere ma non fondare; e in fatto se parve un istante in procinto di

restaurare lo sfasciato regno macedone, e fors’anche raccorre a sforzi

magnanimi la Grecia declinante, non tardò a perdere il frutto delle sue

vittorie. Ridotto di nuovo al patrio Epiro, struggevasi però sempre

di emulare Alessandro e Agatocle, di cui aveva sposato una figlia; e

poichè a nulla era approdato in Grecia, ruminava un bel regno nella

bassa Italia e sulle coste d’Africa.

[CINEA]

All’impetuoso valore metteva o freno o regola il tessalo Cinea,

filosofo pratico e parlatore tanto efficace, che Pirro confessava di

dovere più città alla parola di esso che non al proprio brando. A lui

Pirro espose come i Tarantini avessero mandato a chiederlo capitano

contro i Romani; e—Bell’occasione (diceva) d’intrometterci nelle cose

della Magna Grecia; di là ci potrem fare formidabili al resto d’Italia.

—Assai bellicosi sono colà i Romani (rispondeva Cinea); ma se gli Dei

ci concedono di vincerli, che pro trarremo da questa vittoria?

E Pirro:—Più non vi sarà città barbara o greca che ci contrasti, e

nostra fia tutt’Italia.

Al che Cinea:—Avuta tutt’Italia, che cosa farem noi?

—Sicilia le sta a due passi, isola fortunata di sito e di gente, e

facile ad esser presa, sossopra come ella è dopo la morte di Agatocle,

e raggirata da avvocati arruffapopolo.

—Sia: ma qui ristaremo?» insisteva ancora Cinea.

E Pirro:—Non già; chi ci terrebbe di passare in Africa e a Cartagine?

e impadroniti di essa, qual ci potrà contrastare de’ nemici che ora ci

sbraveggiano?

—Nessuno per certo, e ricupereremo la Macedonia, signoreggeremo la

Grecia. Ma ottenuto questo, che faremo?

—Allora (ripigliò Pirro sorridendo), allora staremo in contento riposo,

mio buon Cinea, fra le tazze e i tripudj.

Il consigliere, che a ciò lo aspettava, conchiuse:—Or chi ti toglie di

cominciare fin d’oggi questo buon tempo? Non hai tu alla mano quanto

occorre senza fatiche e sangue, nè mali tanti?»[244].

[I ROMANI E PIRRO]

L’ambizione non così facilmente si rassegna ad argomenti di prudenza; e

mandato esso Cinea ad occupar la fortezza di Taranto, Pirro stesso menò

di qua dal mare su navi tarantine ventimila pedoni, tremila cavalli

e venti elefanti che i Macedoni avevano in Asia imparato ad usare

in battaglia, o imponendovi gran torri da cui avventavansi dardi, o

spingendoli a scompigliare le file nemiche coll’urto possente e colle

robuste proboscidi. Un cittadino in aspetto di ubriaco, inghirlandato

ancora di rose avvizzite, e con una sonatrice allato, si presenta ai

Tarantini raccolti in assemblea, ed essi gli gridano:—Su via, Metone,

su; canta e facci stare in allegria.—Sì (risponde), cantiamo, soniamo

e facciam gavazze finchè n’abbiamo tempo; altro avremo a pensare quando

Pirro sarà venuto». Di fatto il re d’Epiro, rimbrottando di mollezza i

Tarantini, non appena giunge, fa chiudere teatri e palestre e bagni e

giuochi; tutti s’addestrino alla guerra, mescolati colle sue truppe;

nessuno esca di città; ai contumaci la morte; e si fa gagliardo col

trarre in sè il pien potere.

[280]

L’avere i Tarantini chiamato Pirro, fu dal senato romano riconosciuto

caso di guerra; non volle però offendere gli Dei col porre in campo

le legioni senza prima dichiarare religiosamente nimicizia a questo.

Ma poichè il tempo stringeva e l’Epiro era discosto, fecero da un

disertore epirota comprar un campo in Roma, e su quello i Feciali

compirono i riti consueti, con ciò quietando la pubblica coscienza.

Mossero poi otto legioni contro di Pirro, il quale, essendosi invano

offerto mediatore fra essi e i Tarantini, gli affronta ad Eraclea con

disputatissima battaglia. I Romani erano rimasti sgomentati da’ _bovi

di Lucania_, come chiamarono i non prima veduti elefanti; ma a chi

gliene porgeva congratulanza, Pirro rispondeva:—Un’altra vittoria

siffatta, e siamo perduti».

Sanniti, Lucani, Messapi colsero da questo disastro di Roma l’occasione

per insorgere contro la tirannia di essa; appoggiato dai quali, Pirro

spingesi fino a Preneste, e dalle alture vede Roma, quella Roma che più

egli ambisce quanto più è capace di conoscerne la grandezza. Ammirando

i cadaveri di questi Barbari, caduti in battaglia senza volger le

spalle, esclamò—Sarebbe conquistato il mondo quand’io avessi per

soldati i Romani, o i Romani me per capitano». Mandò a proporre ad essi

la pace, purchè lasciassero libertà ai Tarantini e al resto della Magna

Grecia. Mossi dalla cortesia, dall’eloquenza, dalle ragioni, dalle

visite e dai doni di Cinea, che tutto ammirava, che diceva il senato

essergli parso un concilio di re, i Romani già inchinavano, quand’ecco

nell’assemblea presentasi il cieco Appio Claudio.

[APPIO CLAUDIO]

[311]

Già mentovammo questa famiglia, oriunda sabina, e risoluta

propugnatrice del diritto patrizio. Secondo questo, Appio conservavasi

despoto nella propria casa come un patriarca; ma al modo che i Tories

della moderna Inghilterra vollero comparire autori de’ provvedimenti

più liberali che il tempo richiedeva, così Appio, essendo censore, avea

mescolato la plebe fra tutte le tribù per crescerne l’influenza, ed

ascritti nel senato anche liberti; e mentre prima sull’altare grande

di Ercole non aveano sagrificato che i discendenti dell’aborigeno

Potizio, Appio indusse costoro a rassegnare tal funzione a schiavi

del popolo romano, comunicando così anche il sacerdozio, che fin là

erasi tenuto geloso privilegio de’ nobili. Ben si cianciò che gli

Dei, sdegnati di tale sacrilegio, aveano fatto morire tutti i Potizj

entro un anno, e privato Appio degli occhi; ma le barriere spezzate

più non si ripararono, e la nobiltà odiò invano il severo censore; il

quale è pure il primo romano che appaja come scrittore avendo composto

poesie sul modello di quelle di Pitagora[245], e s’immortalò anche col

fabbricare un acquedotto che da ottanta stadj lontano portava acque

agli abitatori delle parti basse di Roma, e collo schiudere per mille

stadj la magnifica via da Roma a Capua, detta la regina delle strade, e

che pareva significare l’unione dell’Italia alla sua metropoli.

Costui per gli anni e per la cecità aveva da un pezzo abbandonato i

pubblici affari; ma allora, indignato che i Romani piegassero, si fece

portare nella curia da quattro figliuoli, tutti stati consoli, inveì

contro il greco ciarliero seduttore, esortando a respingerlo di Roma, e

dettò questa risposta, da darsi a Pirro:—Se vuol la pace, prima esca

dall’Italia». La franchezza e i partiti risoluti prevalgono sempre; e a

voce di popolo si gridò la guerra. Gli elefanti avevano cessato di dare

sgomento ai Romani, che con dardi infocati[246] ritorcendoli contro

l’esercito di Pirro, lo scompigliarono e vinsero.

[FABRIZIO]

[280]

Fabrizio Luscino, famoso per fatti di guerra non meno che per

integerrima costanza, fu a lui deputato onde chiedere il cambio o il

riscatto de’ prigionieri; e Pirro, sapendo quanto egli fosse autorevole

in pubblico e poverissimo in casa, gli esibì gran denaro, e n’ebbe un

rifiuto; al domani provossi di spaventarlo col far avanzare sopra il

capo di lui la proboscide d’un elefante, ma nulla parimenti ottenendo,

intonò:—Più facile è sviare il sole dal suo corso, che Fabrizio

dalla probità». Cinea, volendo sfoggiare della sua dotta eloquenza

davanti a lui, tra il cenare espose la dottrina di Epicuro, capo d’una

delle scuole filosofiche di Grecia, che negava Dio e la provvidenza,

considerava la giustizia come invenzione umana, e unico fine dell’uomo

il piacere; e come i costui seguaci si tenessero scevri dai maneggi

pubblici, in deliziosa infingardaggine. Il che udendo, Fabrizio

esclamò:—Padre Giove, fa che Pirro e i Sanniti approvino tale dottrina

finchè stanno in guerra contro di noi».

Viepiù Pirro desiderava attaccarsi un uomo così disforme da quelli

che aveva conosciuti nella degenere Grecia e nell’ammollita Tarante,

e lo esortava,—Rimetti pace fra’ tuoi cittadini e noi, poi vieni a

vivere con me». Al che Fabrizio rispose:—Non ci sta del tuo conto;

perchè quelli che ora rendono omaggio a te, conosciuto che abbiano me,

preferiranno essere da me governati che da te». Pirro, volendo pur

gareggiare di generosità, gli regala ducento prigionieri senza prezzo;

a tutti gli altri permette vadano a visitar in Roma i loro parenti,

purchè Fabrizio dia la parola che ritorneranno. Ma Roma non soffriva si

salvasse la vita col perdere l’onore; i prigionieri restituiti marchiò

d’infamia, e i cavalieri ridusse a pedoni, i fanti a frombolieri; e

finchè non avessero spogliato due nemici, doveano serenar fuori del

campo senza riparo nè trincea.

[279]

Tanta fermezza dovea sgomentare il nemico, che vedeva dai Romani

rifarsi gli eserciti, come le teste dall’idra lernea. Poi Fabrizio

gli fece intendere come il medico di lui gli avesse proposto di

avvelenarlo, soggiungendogli:—Vedi quanto male tu scelga e gli amici

ed i nemici». Tocco da quella generosità, o persuaso che troppo

difficile era il vincere uomini tali, l’Epirota cessò dalle ostilità,

consacrò nel tempio di Taranto parte delle spoglie, non vergognando

di chiamarsi superato, e dopo ventotto mesi che v’era sceso, rimbarcò

cavalli, elefanti e uomini, e tragittossi in Sicilia sopra sessanta

navi siracusane.

[PIRRO VINTO]

[278]

[275]

[272]

Su quell’isola vantava egli qualche pretensione come genero di

Agatocle, e v’era chiamato per resistere ai Cartaginesi: in fatto

egli ne li respinse, e accolto a braccia aperte dalle città e dai

tirannelli, avrebbe potuto piantarvi un regno; ma il tempo che perdette

nell’inutile assedio del Lilibeo, ultimo ricovero degli Africani,

dissipò il fascino che lega ai vittoriosi. Quand’egli propose d’imitare

Agatocle portando la guerra in Africa, i Siciliani gli perfidiarono;

ed esso li ricambiò rubando quanto potè: poi fu lieto di palliar la

fuga sott’ombra d’esaudire i Tarantini, i quali, privati della spada

di lui, non erano capaci di resistere ai Romani. Salpò dunque: ma

l’equipaggio di esso non l’avea seguito che per forza, dicendo essere

destinato vittima per salvare dalla flotta punica le navi cariche del

bottino; laonde nello stretto si lasciò vincere dai Cartaginesi; e

colati a fondo sessanta bastimenti, dodici soli approdarono a Reggio.

Pirro, assalito dai Mamertini, trovavasi in così estrema necessità, che

a Locri è costretto metter mano al tesoro di Proserpina onde comprar

mercenarj: ma rimane sconfitto presso Benevento da Curio Dentato; e

Molossi, Tessali, Macedoni, con Apuli, Bruzj, Lucani, Sanniti ornano il

costui trionfo, e quegli elefanti pur testè così paventati. Pirro, per

rimorso e per l’orrore che n’ebbe il vulgo superstizioso, restituisce

il tesoro di Proserpina, e dopo sei anni d’inutile guerra ritorna

sfinito e disonorato in Grecia, dove non tardò a mettersi in nuove

battaglie, e perirvi. Milone, da lui lasciato nella rôcca di Taranto,

non fu sostenuto dagli abitanti; patteggiato, menò via la guarnigione;

e Roma prese possesso della città, rubandole quadri, statue, ornamenti

dei tempj, e quantità d’oro e di delizie.

[271]

I Romani non interruppero la guerra contro la Lucania finchè non

l’ebbero doma; i proprj soldati che erano caduti prigionieri,

considerarono come banditi; condussero a Roma quattromila uomini della

legione campana che erasi rivoltata a Reggio, e cinquanta al giorno li

fecero uccidere senza esequie nè lutto[247]; poi per tenere soggetti

Lucani e Campani posero colonie a Pesto, a Benevento, a Brindisi.

Roma che, tre secoli dopo fondata, non erasi impadronita che di Vejo

lontana dieci miglia, avea poi concepito l’ambizione di soggettare

tutta l’Italia. E poichè il primo passo a ciò dev’essere la cacciata

degli stranieri, avea cominciato dallo sconfiggere i Galli, e

guerreggiando con essi e coi fieri Sanniti erasi migliorata di tattica;

contro Pirro s’avvezzò a non temere gli eserciti scientificamente

disciplinati; anzi vantaggiossi dell’arte macedone per imparare a

resistere ad urti ben combinati; e sottomesse le deboli leghe della

bassa Italia, alleavasi con popoli lontani, e perseverava nella

politica sua di incatenare i vinti al carro vincitore.

Ma Pirro, quando abbandonava la Sicilia, esclamò:—«Che bel campo

lasciamo a’ Romani e Cartaginesi!» Prevedeva l’accorto come quelle due

potenze, cresciute fino a toccarsi, non potessero omai che venire a

cozzo, per decidere se il mondo sarebbe dominato dalla stirpe semitica

o dall’indo-germana.

CAPITOLO XII.

Cartagine. Prima guerra punica. Sistema militare dei Romani. Conquista

dell’Insubria.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 17 / 37 段