Di mezzo a ciò nuovi tiranni erano sorti in quasi tutte le città.

Agrigento, risarcitasi alquanto della distruzione sofferta, fu corifea

della lega contro Agatocle, poi soffrì la tirannide da Fintia, che

soccombette a Iceta. Gli stranieri che militavano al soldo di Agatocle,

ajutati dalla scissura e dalle varie tirannidi, s’insignoriscono di

Messina, e invaghiti di sì opportuna postura, scannano gli uomini, vi

si stanziano col nome di Mamertini, e sottopongono gli Stati limitrofi,

sostenuti da una legione romana che avea fatto in Reggio quel che essi

in Messina. I Cartaginesi scorrono fino alle porte di Siracusa; onde

questa chiama in soccorso Pirro re di Epiro, sposo di Lanassa figlia di

Agatocle, le cui imprese ci saranno divisate più tardi.

Le altre città siciliane procedettero come satelliti delle due

principali. Erano famose pei vini Taormina e Leontini, città voluttuose

e di territorio ubertosissimo. Catania grandeggiò sul suo golfo,

sinchè la lava dell’Etna non la sovvertì. Ibla, fabbricata da Greci

di Megara, traea vanto dal miele, emulo dell’ateniese d’Imetto.

Camarina era infestata e difesa da una palude; dato scolo alla quale,

restò salubre, ma esposta ai Siracusani che la distussero. Con miglior

fortuna Empedocle sanò i marazzi attorno a Selinunte. Erice visitavasi

per la voluttuosa divozione di Venere; ne traevano lautissimi guadagni

le schiave devote, la cui bellezza vive tuttora nelle donne del monte

San Giuliano, popolato anche adesso dalle colombe, sacre alla dea

d’amore. Allo scarco del monte su cui poggiava Erice, sorgeva Egesta,

che avendo ricusato denaro ad Agatocle, vide i migliori cittadini

mandati a strazio, fatte a brani le donne, venduti i figliuoli in

Italia. Il suo nome fu dai Romani mutato in Segesta, perchè quei

fieri superstiziosi impaurivano dinanzi a un vocabolo malaugurato

qual era questo, somigliante ad _egestas_, come Malevento cambiarono

in Benevento. Di qui era nativa Laide, che a dodici anni trasferita a

Corinto, divenne famosissima cortigiana; e i pittori accorreano per

copiarne alcune bellezze. Imera vantavasi pei bagni caldi, e per aver

dato la culla al poeta Stesìcoro. Allorchè i suoi concittadini voleano

chiedere ajuti al tiranno Falaride contro i loro vicini, il poeta narrò

loro la favola del cavallo, che volendo combattere l’orso, si tolse in

ispalla l’uomo; riuscì vincitore, ma l’uomo aveva imparato a mettergli

il morso e tenerlo schiavo. Enna, forte di mura, ridentissima di

circostanze, celebrava con annue solennità le feste di Cerere, dea che

quivi era nata, e la cui figlia era stata rapita mentre pe’ campi suoi

coglieva fior da fiore.

[PRODUZIONI]

Fenicj e Cartaginesi facevano dapprima in Sicilia vivo traffico

d’asportazione; poi le colonie greche vi aumentarono l’industria. Le

accennate favole sono argomento che da antichissimo vi si coltivavano

il grano, l’ulivo, gli aranci; e il titolo di granajo d’Italia

allude alla sua fertilità, tantochè nove milioni di sesterzj Roma

vi spendeva ogni anno in grani[227]. Gelone offrì nutrire l’esercito

greco tutto il tempo che durerebbe la guerra co’ Persiani. Gerone II

ai Romani, dopo sconfitti al Trasimeno, regalò trecenventimila moggia

di frumento, e ducentomila d’orzo. Diodoro attribuisce la prosperità

di Agrigento all’olio e al vino che spacciava in Africa, dove ancora

non erano naturati. Ne’ tempi storici, Anassila introdusse in Sicilia

le lepri, e Dionigi il platano[228]. Riccamente vi facea lo zafferano,

che contandosi pel più bel colore dopo la porpora, e per ingrediente

prezioso delle vivande e de’ profumi, otteneva grande importanza,

come anche l’abbondantissimo e squisito suo miele, quand’era ancora

sconosciuto lo zuccaro. Favole e storie accennano ai copiosissimi

armenti siciliani ed ai formaggi: i cavalli, massime di Agrigento,

erano in gran nominanza, e in tal numero, che negli eserciti siciliani

la cavalleria sommava a un decimo de’ pedoni. Inoltre v’abbondavano

metalli, agate, oggetti di lusso; e Roma, già avvezza ai trionfi, stupì

delle dovizie trovate nel saccheggio di Siracusa. Questa abbiamo detto

di quanto popolo fosse ricca; ed altrettanto erano in proporzione

Agrigento, Gela, Imera, Catania, Leontini, Lilibeo; Dionigi radunò

sessantamila operaj dalle circostanze di Palermo.

[LETTERATURA]

Il fiore delle belle lettere in Sicilia prevenne quello di Grecia,

e il dialetto dorico vi fece le migliori sue prove[229]. A Sparta

ogni anno pubblicamente leggeasi il trattato della _Repubblica_ di

Dicearco da Messina[230]. Epicarmo, fiorito nel 500, è il primo o dei

primi che desse forma regolare alla commedia; metteva in canzone numi

ed eroi[231]; trattava quistioni politiche, svolgendole in catastrofi

ben derivate, dipingendo caratteri, intarsiandovi proverbj antichi e

sentenze de’ Pitagorici, formando insomma quella mistura di lepido e

di profondo che oggi è tanto pregiata quanto scarsa. Sofrone inventò

i mimi: Corace e Lisia furono primi ad istituire scuole di retorica,

della quale fu sì pronto l’abuso: e già Polo d’Agrigento è introdotto

da Platone nel _Gorgia_ a sostenere che l’interesse personale è

la misura di tutto il bene; vantare la retorica perchè permette

all’oratore di appagare tutti i suoi capricci, opprimere gli avversarj,

e farli esigliare ed uccidere.

[TEOCRITO]

La poesia pastorale fu creata in Sicilia da Stesìcoro, e più tardi

perfezionata da Teócrito, il quale con bellissimi versi sembrò

rinnovare l’illusione de’ giorni fortunati, quando l’isola del sole

godeva la pace e la tranquilla agiatezza de’ campi. Mirabile per la

testura del verso e l’ingenuità della frase, non sempre egli evita le

arguzie e i giocherelli di parole, delizia dei secoli di decadenza; ma

è il solo fra i bucolici che abbia saputo farsi originale coll’esser

naturale, essendo i suoi veramente pastori, a differenza di quelli di

Virgilio, di Gessner, di Voss, e ancor più di quelli del Guarini e del

Sannazzaro, che tradiscono la finzione col mostrare per la vita loro

un appassionamento, non proprio se non di chi ne provò una diversa.

Pure gli idillj di Teocrito sentonsi dettati alla splendida Corte di

Tolomeo, alle lodi del quale e di Berenice dirizza continuo i pastorali

accordi; e mira a dare risalto alla regia pompa col contrapposto della

boschereccia semplicità, ed ingrandire la meraviglia delle feste

col porne la descrizione in bocca di gente grossiera e stupita. Il

panegirista della ingenuità campestre non ha vergogna di mendicare, e

dire a’ suoi principi:—La musa mia negletta rimane nella solitudine;

incoraggiatela, e saprà presentarsi con nobile confidenza».

Men pastorali e meno ingegnosi sono gl’idillj di Bione da Smirne e di

Mosco da Siracusa, somiglianti piuttosto ad elegie o a canti mitologici.

[SCIENZE]

Nè minor fiore ebbero in Sicilia le scienze. Già indicammo quante

verità custodissero e trasmettessero i Pitagorici, applicando le

matematiche alla fisica, fin a scoprire il vero sistema mondiale. In

fatto Iceta da Siracusa, anteriore al naturalista Teofrasto, conobbe

la rotazione della terra; Empedocle adombrò l’attrazione e repulsione

newtoniana coll’amore e la discordia da cui fa generare i moti del

mondo, e pare non ignorasse i fenomeni dell’elettricità[232]. L’analisi

geometrica e molte scoperte guidò Archìtada Taranto[233], che abbiamo

veduto spesso a capo degli eserciti e del governo della sua patria.

Gerone II mandò a Tolomeo Filadelfo re d’Egitto un vascello a venti

ordini di remi, che superava ogni costruzione egizia in agilità e in

meccanismi ingegnosi. Per esso fu tagliato sull’Etna tanto legname,

quanto basterebbe a formare sessanta galee: v’avea splendide camere

con trenta tavole da quattro persone (τετράκλινοι), pavimento a tarsìa

rappresentante la guerra di Troja, gabinetti di voluttà, solati

di agate e altre pietre di Sicilia, gallerie di quadri, scuderie,

magazzini, cucine, forno, orologio, passeggio con giardino. Era disegno

di Archimede, il quale forse inventò a quell’uopo le taglie e la vite

perpetua; v’aggiunse un apparecchio da guerra, cingendolo d’una specie

di cortina, con macchine che lanciavano travi lunghe venti piedi, e

sassi pesanti cenventicinque libbre, alla distanza di cenventicinque

passi[234].

[ARCHIMEDE]

287-212

Questo Archimede segnò orme indelebili nella storia delle scienze;

sebben nelle lettere onde accompagnava i varj suoi libri, attesti che

molte cose avea non inventate, ma apprese. Le teoriche sue sono oggi

ancora il fondamento dei metodi per misurare gli spazj terminati da

linee o da superficie curve, e il loro ragguaglio con figure e piani

rettilinei, fissando il rapporto della periferia al diametro come

ventidue a sette. In due maniere indipendenti trovò la quadratura della

parabola; nel trattato sulle spirali elevossi a considerazioni più

ardue, conducendo le tangenti e misurando le aree di curve che oggi

riguardiamo come trascendenti; tanto che Vieti l’accusava di falso,

sinchè il calcolo differenziale e l’integrale provarono l’esattezza

de’ risultamenti. Dimostrò che, se la sfera sia circoscritta al

cilindro, il rapporto tra la superficie e i volumi è lo stesso, cioè

due terzi: del quale teorema, che ancora è il più elegante della

geometria elementare, tanto egli si compiacque, che volle queste due

figure scolpite sul suo cippo funereo. Provò che in ogni sistema di

corpi esiste un centro di sforzo e di gravità, e lo determinò nel

parallelogrammo e nel triangolo, col che sottopose alla meccanica

razionale tutti i problemi relativi all’equilibrio dei solidi.

L’_arenaria_ sua avrebbe aria di nulla meglio che un giocherello di

curiosità, dirigendosi a confutare chi diceva che nessun numero,

per quanto grande, basterebbe ad esprimere la quantità delle arene:

pure Archimede, formando una progressione numerica, per la quale

esprimere quanti granelli se ne richiederebbero onde colmare la volta

del firmamento, ridusse sensibili i concetti che si avevano intorno

al sistema del mondo, e applicò il calcolo a conoscere il diametro

del sole; tanto più mirabile perchè all’aritmetica greca mancavano

figure onde esprimere di là dai cento milioni[235]. Non è fuori di

probabilità che siano dovute a lui la prima idea della rifrazione

astronomica, e le più antiche ricerche sulle equazioni indeterminate.

[DOTTRINE E INVENZIONI DI ARCHIMEDE]

Volendo Gerone II chiarirsi se l’orafo, incaricato di fargli una

corona, v’avesse impiegato tutto l’oro somministratogli, chiese ad

Archimede se vi fosse modo di accertare le proporzioni della lega.

E Archimede vi pensava come chi desidera riuscire, cioè giorno e

notte, finchè nel gettarsi in un bagno, gli brillò agli occhi l’idea

del peso specifico, e ne giubilò a segno, che così nudo balzò fuori,

e corse attorno, gridando:—L’ho trovato, l’ho trovato». Vera o no

che sia la storiella, torna ad Archimede il merito d’aver inventata

e coordinata l’idrostatica; scoprì che ogni particella d’un fluido è

premuta da una colonna del fluido stesso sovrappostale verticalmente,

e che la porzione più compressa respinge la meno. Accertato il qual

vero dall’esperienza, avvertì che un fluido, pesante verso il centro

del globo, deve offrire una superficie sferica; e che un solido, il

quale pesi quanto un egual volume di liquido, si sommergerà, mentre

quelli che pesano meno ne emergeranno in proporzione: dal che inferì

giustamente, che i corpi sommersi trovansi risospinti con una forza

rappresentata dalla differenza tra il loro peso e quello d’un volume

eguale di fluido, e che ogni solido immerso perde tanto di gravità,

quanto pesa il volume d’acqua che sposta; fondamento dell’idrostatica.

Progredendo, chiarì che i corpi sospinti da un fluido, salgono per

la perpendicolare che passa pel loro centro di gravità, onde colla

geometria potè determinare qual figura meglio s’addica ai galleggianti,

affinchè inclinati si raddrizzino: canone fondamentale nella

costruzione de’ vascelli, che Eulero e Bouguer ampliarono, ma che sta

ancora qual lo pose il grande Italiano.

A lui pure torna il merito delle prime nozioni scientifiche

intorno alla barologia, almeno dei solidi; poichè, generalizzando

l’osservazione volgare, egli primo stanziò che lo sforzo statico

prodotto in un corpo dalla sua gravità, o vogliam dire il suo peso,

dipende dal volume, non dalla forma superficiale: nozione che oggi ne

pare semplicissima, e che pure fu il germe d’una proposizione capitale,

a cui non venne dato compimento se non allo scorcio del secolo passato;

vale a dire che il peso, non solo è indipendente dalla forma e dalle

dimensioni d’un corpo, ma anche dal modo onde le sue molecole sono

aggregate.

Di quaranta invenzioni meccaniche gli antichi faceano lode ad

Archimede; la teorica del piano inclinato, i sistemi delle carrucole,

la vite perpetua, per cui un movimento di rotazione può trasformarsi

in un altro perpendicolare al primo; avendo agli Egiziani per

riversar le acque rimaste dopo gli allagamenti del Nilo, e per

vuotare la sentina delle navi insegnato la vite detta d’Archimede,

tuttora vantaggiosamente adoperata, e consistente in un asse, con

ale sporgenti a spira, e chiuso in un cilindro concentrico a quello,

inclinato da 30 a 35 gradi all’orizzonte, e per la base inferiore

appoggiato nell’acqua, sicchè girando eleva di passo in passo l’acqua

fra le spire incavate ed il cilindro. Costruì pure una sfera che

rappresentava i moti degli astri; e disse a Gerone che, datogli un

punto d’appoggio, sposterebbe e cielo e terra[236]. Siccome però egli

cercava la verità per se stessa più che per le applicazioni, non ci

lasciò descritte le sue macchine; sebbene in grazia appunto di queste

abbia acquistato la popolarità, la quale si attacca più volentieri alle

applicazioni.

[ARTI BELLE]

Siamo lieti di soggiungere che del suo talento meccanico egli fece

l’uso migliore che uom possa, adoprandolo a difesa della patria.

Siracusa era assediata dai Romani, ed il console Claudio Marcello

v’adoprava tutta la bellica maestria: ma al punto di mettere in atto

le macchine, se le vedeva rendere inerti da sempre nuovi congegni

d’Archimede, e le navi or affondate, or rapite in alto, ora capolevate,

o con specchi incendiate di lontano[237]. Però l’arte d’Archimede

non potè salvare la sua città dai tradimenti. Già il nemico l’aveva

invasa, ed egli rimaneva tuttora assorto ne’ suoi calcoli, talchè

non udì la intimata d’un guerriero romano, che veniva invitarlo a

nome di Marcello. Il brutale Romano, credendosi insultato da quella

noncuranza, l’uccise. I guaj della Sicilia non le lasciarono o libertà

o sentimento di onorare il gran cittadino; e la colonnetta colla sfera

e il cilindro, che segnava la gleba del riposo di lui, giacea dimentica

fra le tombe volgari quando Cicerone[238] andò a sterrarla di sotto le

macìe, e richiamarla all’onoranza degli immemori Siracusani.

Dell’antica grandezza ci conservò stupende testimonianze la Sicilia

nelle belle arti. Fin di cinque secoli avanti Cristo abbiam medaglie

sue, e di colà sono le più belle fra le antiche, a gran pezza migliori

che quelle della Grecia propria; e massimamente i nummi incusi di re

Gelone, di Gela, Agrigento, Sibari, Crotone, Reggio, Taranto, palesano

squisitissimo gusto. Iperbio ed Agricola che fabbricarono la rôcca

di Atene, secondo Pausania venivano di Sicilia. A Learco reggiano

gli Spartani commisero una statua di bronzo in molti pezzi, connessi

con chiodi, nel 178 di Roma; nel 214 Damea crotoniate lavorò in

Elide quella dell’atleta Milone. È lodatissimo un gruppo di Siracusa

che incorona Rodi; insigni vasi dipinti vi si vanno scoprendo; e il

siciliano Demofilo pittore è gloriato come maestro di Zeusi, uno de’

maggiori artisti, e che fu d’Eraclea nella Magna Grecia.

[RUINE DI SELINUNTE]

I monumenti siciliani tengono dell’austerità e forza dorica, più

che della mollezza e grazia jonica, e sempre con carattere arcaico.

Ma l’arte vi venne di Grecia? o da noi passò colà? A quest’ultima

opinione farebbero piede i bassorilievi, scoperti non è molto a

Selinunte. Questa città ebbe nome dal petroselino che prospera ne’

suoi dintorni, e che essa portava nel suo stemma[239]; durò soli

ducenquarantadue anni, e fu distrutta da Annibale prima che sentisse la

mescolanza straniera. Giace in riva al mare a mezzodì dell’isola in

un vasto piano, diviso da un vallone, ove oggi stagnano le pioggie,

e la chiamano Terra de li Pulci. Se la guardi dal capo Granìtola,

la credi ancora una gran città; accostandoti riconosci che tutto è

ruine, ma così gigantesche che tramutano la melanconia in istupore,

e la fantasia si compiace con quei massi enormi, con quegli immani

rocchi ricostruire edifizj che parrebbero fatti per una generazione di

giganti. E _pilieri de’ giganti_ erano appunto denominati dal vulgo,

al quale solo erano conosciuti, dopo che probabilmente un tremuoto

volse sossopra que’ colonnati. Tardi vi si applicò l’attenzione

degli antiquarj; e sopra l’alta collina prossima al mare, che sembra

fosse l’antica acropoli, si intrapresero escavazioni, onde vennero

al giorno tempj dorici, sul maggiore de’ quali, periptero esastilo,

sovra diciassette colonne posava un cornicione con un fregio dorico,

fra’ cui triglifi stavano metope preziose, anteriori d’un secolo e

mezzo a quelle d’Egina, che si contano per le più antiche di Grecia.

E sette sono que’ tempj, parallelamente disposti su due colline,

tutti, dal minore in fuori, circuìti da colonne doriche, nascenti

e fortemente rastremate, coll’echino molto sporgente, e viepiù in

grazia del sottoposto cavetto. In due di essi, colonne a doppia schiera

sostengono il portico nel prospetto, e il pronao chiuso a modo di

vestibolo, e le mura della cella prolungate senza pilastri nè colonne;

disposizioni che si riscontrano soltanto ne’ monumenti egizj. Nelle

metope suddette in rozzo tufo, rappresentanti Ercole coi Làpiti,

Perseo con Medusa ed altre scene mitologiche, la monotonia delle

teste in profilo tagliente senza cognizione dello scorcio, le barbe a

punta, gli occhi fessi al modo degli uccelli, le bocche, i capelli, le

pieghe sentono il far rituale, che copia tipi convenzionali anzichè

la natura, e indicano il passaggio tra l’arte egiziana e la greca. La

prima predomina nelle più antiche; due s’accostano ai marmi d’Egina;

nelle altre cinque le variate pose e il piegar degli abiti mostrano

un’arte avviata al movimento ordinato e alla rappresentazione animata

della classica Grecia. In generale però le opere plastiche dell’isola

non ne pareggiano la grandiosità architettonica, nè mai abbandonarono

l’arcaismo.

[RUINE DI SEGESTA]

Fra Trapani e Palermo sorgeva Segesta, fabbricata dagli Elimi,

colonizzata dai Tessali; e ancora in mezzo alla solitudine vi

s’incontra un tempio parallelogrammo di cinquantasette sopra

ventiquattro metri, cinto da trentasei colonne doriche, elevate nove

metri e del diametro di due; robuste quanto richiedevasi per reggere

il soprornato gigantesco. Tutto s’impronta di una antichità anteriore

alla greca educazione, e meglio è conservato perchè non subì le erudite

trasformazioni dell’imperatore Adriano, come i monumenti greci.

Se passiamo a Siracusa, troviamo opere più ingentilite e tondeggianti;

ed oltre i sepolcri, i tempj, ed uno stilobate lungo cenventicinque

passi, che sostiene un’ara oblunga detta di Gerone II, che aveva

cornice dorica, adesso appunto si scoperse l’acquedotto che provvedeva

copiosamente di acque l’isola, e che potè dare origine alla favola

di Aretusa, per confondersi colla quale veniva il fiume Alfeo sin

dal Peloponneso, _Incorruptarum miscentes oscula aquarum_[240].

L’anfiteatro, formante un’elissi molto allungata, parte costruito

di pietroni, parte tagliato nel masso, probabilmente fu fatto dai

Romani ad uso della colonia postavi, giacchè non sarebbe proporzionato

all’antica popolazione. Più accuratamente erasi fabbricato il teatro,

che Diodoro Siculo farebbe il più insigne di Sicilia; e posto nel

luogo più popoloso della città, offriva agli spettatori la vista

del mare, del gran porto, dell’isola Ortigia, delle belle campagne

irrigate dall’Anapo, e de’ migliori edifizj della città. Altrettanto

meravigliose sono le catacombe, che serpeggiano per molte miglia sotto

Acradina, Tiche e Neapoli, attestando dal numero dei morti l’immensa

popolazione di quella città.

[MONUMENTI IN SICILIA]

Nè manca di che ammirare a Catania, sebbene molti fabbricati rimangano

sepolti dalle lave; come il teatro, costruito di grandi massi senza

cemento, il tempio di Cerere, e tant’altri cimelj, che tratti in luce

dalla munificenza del Paternò principe di Biscari, formano uno dei più

sontuosi musei. Sotterranei e sculture gigantesche si hanno pure a

Lilibeo, tomba della Sibilla Cumana, poi riedificato dagli Arabi col

nome di Marsala, cioè porto di Dio, e da poco tempo reso celebre per

la preparazione de’ vini stabilitavi da una società inglese. Stupendo

poi è a Taormina il teatro, che da una banda mostra il clivo scendente

fino al mare Jonio, dall’altra la pendice che sale al fumante vertice

del Mongibello: statue, colonne, vasi, che l’adornavano, caddero a

pezzi od arricchirono la moderna chiesa; e le volte e le nicchie

artifiziosamente disposte per moltiplicare la voce degli attori, non

ripetono più che il grido d’ammirazione degli stranieri e il gemito de’

paesani.

—Popolo ascolta i miei canti e il suon della lira sposato alla voce.

Io celebro Agrigento, delizia di Venere, e la bella sua campagna.

Le Grazie, seguendo le orme della dea, danzano per queste valli; e

spesso sulle sfere stellate la lode delle sue piaggie risuona sulle

labbra d’Apollo». Così cantava Pindaro; ma Agrigento, che servì poi

di piazza d’arme ai Cartaginesi nella guerra contro i Romani, e fu

presa da questi, or si trova ridotta al piccolo Girgenti, sparso però

di resti d’antica magnificenza, e tombe d’uomini, di cani, di cavalli

per ogni via. Qual magnifico prospetto non dovea presentare, a chi

venisse d’Africa, quel porto, incoronato di superbe costruzioni e di

tempj a ciascun dio, fabbricati dai prigionieri cartaginesi! Alcuno

ancor ne sussiste, e i principali furono dai moderni, non con bastante

ragione, intitolati a Giunone Lacinia e alla Concordia. Il primo ha

un portico di trentaquattro colonne doriche; l’altro pur dorico bene

sviluppato e colto, è il più bel monumento della Sicilia, malgrado la

pesante trabeazione e ricorda il Partenone d’Atene. Quello d’Ercole

perì: a quello di Giove Olimpico lavoravasi ancora quando i Cartaginesi

presero la città, sicchè rimase imperfetto; di proporzioni gravi,

come tutti gli edifizj dell’isola, e non senza qualche pesantezza e

rusticità di dettagli, per ardimento di costruttura e grandiosità di

proporzioni era posto a pari col celebre di Diana in Efeso; le colonne

doriche si alzano venti metri sopra quattro di diametro, talchè nelle

canalature un uomo può riporsi come in una nicchia. Rimase coperto

fra i rottami sino ai giorni nostri, quando i frantumi revocati alla

luce, e i colossi di rigidezza primitiva, che sopportavano il coperto

dell’ipetro, mostrarono quante cose nostre rimangano a scoprire, quante

antiche grandezze a interrogare. Un solo pezzo d’architrave è lungo

otto metri; e Denon, che pur aveva studiato l’Egitto, restava attonito

davanti a quelle masse che pareano fatture di giganti, e ogni colonna

una torre, ogni capitello una rupe.

CAPITOLO XI.

I Romani nella Magna Grecia.—I Venturieri.—Pirro.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 16 / 37 段