Gli antichi Siculi, non ancora tutti periti, osarono alzare il capo,

concorrendo da tutte le città, eccetto Ibla, sotto la direzione di

Ducezio, per espellere i Greci. Prosperati in sulle prime, provarono

poi avversa la fortuna, e Ducezio rifuggì agli altari dei Siracusani,

che lo mandarono a Corinto, e l’antica schiatta restò irremissibilmente

soggiogata. Pure, pigliando parte cogli uni o cogli altri nelle

continue guerre, facea prevalere quelli con cui s’accampasse.

[DEMOCRAZIA E GRANDEZZA DI SIRACUSA]

[446]

Siracusa assodò il suo potere con questo trionfo e con un nuovo che

riportò sopra l’emula Agrigento; vinse in mare gli Etruschi; stabilì

una pace generale, alla cui ombra fioriva, e messa a capo delle città

greche di Sicilia, cresceva d’opulenza, ed empivasi di _schiavi_,

d’armenti e di tutte le agiatezze della vita[223]. Timore di tirannia

le fece istituire il _petalismo_, per cui scriveasi sopra una foglia

di fico il nome di chi paresse tanto illustre da poter soverchiare,

e qualora i voti bastassero, colui dovea restare per cinque anni

sbandito: legge conforme all’ostracismo d’Atene e al discolato di

Lucca, che punendo non la colpa ma la possibilità della colpa,

stoglieva dagli affari i migliori, lasciando la repubblica alla ciurma

invidiosa e inetta; ma fu ben presto abolita.

Stava Siracusa sur un promontorio, cinta tre lati dal mare, dominata

dalla rôcca Epipoli, e fortissime mura giranti diciotto miglia

difendevano un milione ducentomila abitanti. Tre porti apriva alle

navi di tutto il mondo, il Trogilo, il piccolo di Marmo, e quel

delle Neocosie, grande cinque miglia, sicchè bastava a trecento

galee, e dove più di cento navi poterono battagliare. Dentro era

divisa nei quartieri di Acradina, Tiche, Temeno ed Ortigia o isola,

il solo che ora forma la città, eccessiva ai quattordicimila

abitanti sopravanzatile. Era stata costrutta coi sassi delle vicine

latomie, che poscia furono trasformate in prigioni; e vi si ammirava

principalmente il tempio dorico di Minerva, con due facciate ed un

peristilo esteriore, sul cui frontone giganteggiava un’egida di bronzo

col teschio del gorgone; alle porte di legno fino erano riccamente

intarsiati oro e avorio; preziose pitture lo fregiavano; e più tardi

Archimede vi delineò sul pavimento una meridiana, ove il sole batteva

dritto agli equinozj. Quando alcuno ostentasse ricchezze, i Greci gli

diceano per proverbio:—Non ne possedete un decimo di quelle d’un

Siracusano». Due sorelle doviziose, narra Ateneo, lavavansi in una

delle limpide fontane, ombreggiata dai papiri e dai cacti; e venute a

contesa sulla propria bellezza, chiesero giudice un giovane mandriano.

Egli preferì la maggiore, la quale il ricompensò collo sposarlo,

mentre l’altra si unì al fratello di lui. Le due, dette _callipigi_

dalla parte che in esse avea vanto, fondarono un tempio alla bellezza

callipiga; e dalle ruine di quello fu estratta la famosa Venere di

tal nome. Altrettanto famosa è la statua di Esculapio. Feste solenni

si celebravano pure, dette Caneforie, Citonee, Targelie, con suntuosi

banchetti.

[427]

I Leontini, gelosi e dolenti di vedersi privati del commercio,

mandarono l’illustre oratore Gorgia loro concittadino a sollecitare

contro di Siracusa gli Ateniesi; i quali, allora sobbalzati da sfrenata

democrazia, volentieri misero mano negli affari di quell’isola,

riconoscendola di suprema importanza a dominare il Mediterraneo.

Pertanto spedirono navi a soccorso di quegli Jonj e dei Reggini, e

per alcuni anni rimestarono nelle discordie intestine dell’isola,

finchè la ricomposero, a patto che ciascuno ritenesse quel che aveva.

I Leontini o franti dalle dissensioni interne, o vedendosi incapaci a

difendere la propria città, la demolirono e si mutarono in Siracusa,

che primeggiava, per quanto gli Ateniesi avessero tentato armarle

incontro una federazione.

[SPEDIZIONE DEGLI ATENIESI]

[416]

Undici anni dopo, venute alle mani Egesta e Selinunte, Siracusa

favorisce all’ultima, e gli Egestani superati ricorrono ad Atene

per ajuti, mostrando che altrimenti i Dori metterebbero a giogo

irreparabile gli Jonj. Atene trovavasi allora sulle braccia la

Grecia intera nella lunga guerra peloponnesiaca, laonde i prudenti

la distoglievano da questa nuova briga; ma Alcibiade, consigliatore

di quei partiti estremi che allettano il vulgo, mostrava come

l’occupazione della Sicilia sarebbe scala all’Africa e all’Italia, e

fece decretare la guerra, e capitani lui, Lamaco e Nicia che l’avea

sempre dissuasa. Mai sì bella flotta non aveva allestito Atene; mai

impresa non era parsa più popolare; cittadini e stranieri in folla

accompagnarono gli armati al porto, e incensi e profumi olezzanti

da vasi d’oro e d’argento, e copiose libagioni propiziarono gli Dei

alle navi, che adorne di festoni e di trofei salpavano, tanto sicure

dell’esito che il senato prestabilì la sorte delle varie provincie

dell’isola.

[415]

[413]

Centrentaquattro triremi sferrarono da Corcira, con cinquemila soldati

di grave armadura, oltre gli arcieri e i frombolieri; ma non più che

trenta cavalli. Traversato il mare, furono accolti sgarbatamente da

Turio, Taranto, Locri, Reggio, benchè colonie attiche: gli Egestani,

che eransi proferti di pagare le spese della guerra, trovarono d’avere

nel tesoro appena trenta talenti. Il cauto Nicia allora proponeva:

«Non diamo ai bugiardi Egestani maggiore ajuto di quel che sono in

grado di pagare»; e mostrando ingiusta la causa assunta, col tentennare

scoraggiva i soldati. Pure vollero cingere d’assedio Siracusa, quando

però già le avevano lasciato agio di fornirsi di viveri e d’armi,

mentre gli Ateniesi erano peggiorati d’uomini, di provvigioni, di

coraggio. L’abile Nicia condusse l’assedio con tal maestria, che stava

per pigliare la città; quando Alcibiade che, disgustato colla patria,

era rifuggito agli Spartani, indusse questi Dori a soccorrere la dorica

Siracusa. Spediscono di fatto Gilippo, il quale presenta la battaglia,

e vince e scioglie l’assedio.

[agosto]

Allora gli Ateniesi pensarono a ritirarsi, e n’erano in tempo; ma sul

salpare delle àncore, ecco il sole s’eclissa; e Nicia, non volendo

entrare in viaggio con questo sinistro augurio, differisce la partenza.

Approfittarono del momento i Siracusani e Gilippo, e sul mare e per

terra percossero gli Ateniesi di una piena sconfitta. I Siracusani

eransi assicurato l’avvantaggio in mare col far le prore meno alte

che quelle degli Ateniesi, onde percotevano le navi avversarie a

fiore o sott’acqua, e talvolta d’un solo urto le mandavano a picco.

Nicia stesso cadde prigione, ed o si uccise o fu ucciso nel carcere;

settemila prigionieri chiusi nelle latomie, stentarono al sole cocente

ed alle pioggie, scarsamente nudriti e abbeverati; alcuni vi morirono,

altri vi penarono l’intera vita, quali furono venduti. Fortuna fu per

alcuni il conoscersi di lettere; ed il sapere a mente versi d’Euripide

a molti fruttò la libertà ed il ritorno in patria. Era Euripide il

terzo poeta tragico della Grecia, e tal conto ne facevano i Siciliani,

che stando per respingere dalla costa un legno caunio, inseguito da

pirati, come intesero che i naviganti sapevano versi di quel poeta,

dieder loro ricetto.

[DIOCLE]

[412]

[410]

I Siracusani avevano dunque fatto costar caro agli invasori l’aver

tentato la loro patria; e come avviene dopo le guerre di liberazione,

crebbero in grandezza. Diocle persuase a riformare lo Stato, conferendo

il governo a giudici tratti a sorte, e da persone capaci facendo

compilare un codice. Lui capo, si stanziarono leggi che non solo

punivano i malvagi, ma anche ricompensavano i buoni; e furono adottate

da molte città con sì felice prova, che a Diocle si volle erigere un

tempio.

[408]

Le contese rinate fra Egesta e Selinunte trassero Siracusa in

guerra con Cartagine, che dal lido africano allora signoreggiava il

Mediterraneo; e gli eventi che ne seguirono mutarono faccia alla

Sicilia. I Cartaginesi, venuti come ausiliarj degli Egestani, presero

Imera, condotti da Annibale figlio di Giscone, il quale fece strozzare

tremila prigionieri nel luogo stesso dove Amilcare suo zio era stato

ucciso a pugnalate dopo vinto da Gelone; e sterminò Selinunte e Imera.

Poi aspirando a conquistare l’isola tutta, il vecchio Annibale col

giovane Imilcone vi sbarcò cenventimila guerrieri, che diroccarono

Agrigento, e ne spedirono a Cartagine preziosissimi capi d’arte, e

pelli e teschi di uccisi, a decorazione de’ tempj.

[DIONIGI IL VECCHIO]

Immenso terrore colse tutti i Sicilioti. Ermocrate, il più grand’uomo

dell’isola dopo Gelone[224], erasi mostrato eroe nella guerra contro

gli Ateniesi, poi sbandito per intrighi degl’invidiosi, soliti a

camuffarsi col titolo di popolani, avea tentato rendersi tiranno di

Siracusa. Restò ucciso, ma il valore e l’ambizione di lui ereditò il

figlio Dionigi, il quale tolse occasione dai disastri per incolpare i

giudici di Siracusa di tepidezza e di corruzione. Una legge, la quale

anche oggi gioverebbe a frenare cotesti eroi da piazza, volea che,

chi non potesse provare l’accusa, fosse multato come calunniatore;

a Dionigi toccò tal pena, e non trovandosi in grado di soddisfarla,

perdeva il diritto di più favellare dalla tribuna, quando Filisto (che

poi scrisse la storia di Sicilia) pagò del suo, anzi entrò mallevadore

per le multe in cui potesse incorrere. Sentendosi spalleggiato, Dionigi

infervorò le declamazioni; il popolo, che già lo reputava pel valore,

riformò i giudici, e lui pose fra gli eletti. Egli fece richiamare

i fuorusciti, sicuro di averli saldissimo appoggio; contrariò i

colleghi, ribattendone tutti i consigli e celando i suoi proprj; e

col mandar voce ch’eglino s’intendessero co’ nemici, ottenne per se

solo il comando delle armi. Spedito a soccorrere Gela, vi protesse la

plebe contro i ricchi, e coi beni confiscati a questi fece larghezza

all’esercito, mediante il quale occupò in Siracusa l’assoluta potestà.

[405]

Allora si cinse di bravi, strinse parentele potenti, adoprò

sessantamila uomini e tremila paja di bovi per fortificare l’Epipoli,

con sotterranei che comunicavano al forte di Labdalo, e che con

frequenti aperture nella volta agevolavano le sortite. Da principio

provò avversa la fortuna, e non potè difendere Gela dai Cartaginesi;

onde i soldati rivoltatisegli, saccheggiarono il palazzo di lui e ne

maltrattarono la moglie, tanto ch’ella ne morì. Colla forza e col

macello Dionigi sottopose i rivoltosi; poi valendosi degli schiavi

affrancati, dei soccorsi spartani e della peste sviluppatasi tra’

Cartaginesi, costrinse questi alla pace, e a cedere tutte le conquiste

fatte nell’isola, e Gela e Camarina smantellate; e tornò indipendenti

tutte le città. I Siracusani, che soli restavano in servitù di lui,

insorti di nuovo, sì ben lavorano che lo riducono all’ultima estremità:

ma Dionigi sa tenerli a bada, finchè sopraggiunti i suoi alleati, li

vince e disarma; e preceduto dal terrore, assoggetta Nasso, Etna,

Catania, Leontini; e può addensare tutte le forze al suo costante

intento di snidare dall’isola gli Africani.

[403]

[398]

[392]

Con ottantamila uomini e duemila vascelli affronta

i Cartaginesi; ma questi, guidati da Annibale ed Imilcone, radunano

a Panormo trecentomila uomini e quattrocento navi, prendono Erice e

Motia, distruggono Messina, e procedono sopra Catania e Siracusa, nel

cui porto entrano con ducento galee ornate di spoglie nemiche, e con

un migliajo di navi minori. Pure, decimati dalla peste, dovettero

andarsene, cedendo anche Taormina, da loro fondata per collocarvi

gl’Italioti venuti in loro sussidio.

[387]

Dionigi move allora ad assoggettare la Magna Grecia; generoso,

alle città vinte lascia l’indipendenza, e rinvia senza riscatto i

prigionieri; solo esercita fiera vendetta sopra Reggio, ricovero de’

fuorusciti siracusani, che, poderosa di trecento vascelli, resse undici

mesi d’assedio; al fine caduta, più non potè risorgere[225].

[382]

Anche all’Illiria ed all’Etruria portò guerra Dionigi, sott’ombra di

sterminare i pirati; dal tempio d’Agila tolse mille talenti, e il

valore di cinquecento in prigionieri e spoglie. Perocchè egli non si

fece mai scrupolo di spogliare gli Dei; levò a Giove un manto d’oro

massiccio, dicendo,—Gli è troppo pesante per l’estate, troppo freddo

per l’inverno»; ad Esculapio fece staccare la barba d’oro, come essa

disconvenisse al figlio d’un padre imberbe; tornando a gonfie vele

d’aver saccheggiato il tempio di Proserpina a Locri, esclamò,—Ve’

come gli Dei spirano propizj ai sacrileghi!» e coll’oro giunse ad

avere sotto gli stendardi fin due e trecentomila soldati, oltre

l’equipaggio della flotta. Meditava istituire colonie sull’Adriatico,

di là tragittarsi nell’Epiro e nella Focide a saccheggiare il tempio

di Delfo: ma gli ruppero il disegno i Cartaginesi, ricondotti da

Magone. Dionigi alla prima li vinse, e ricusò la pace; ma avendogli un

oracolo predetto che morrebbe quando avesse vinto un nemico più di lui

poderoso, non ispinse la guerra agli estremi, e rannodò la pace.

Vigorosa ed accorta amministrazione adoprò Dionigi, ma arbitraria

e violenta. Conscio de’ pericoli che circondano il tiranno, mai

non dormiva nella medesima camera; facevasi bruciar la barba dalle

figliuole, dopo che il suo barbiere s’era vantato, «Ogni settimana

ho sotto al rasojo la vita di Dionigi». Come il Machiavelli al suo

principe, così il gran filosofo ateniese Platone voleva persuadere a

Dionigi di elevare, sulle ruine della democrazia, uno Stato poderoso,

che togliesse di mezzo gli stranieri, Greci fossero o Cartaginesi, e

non lasciasse all’osco sostituire il parlare ellenico; a ciò l’avrebbe

giovato un’oligarchia d’uomini, legati in società arcane, com’erano

i Pitagorici. Dionigi per lo contrario favoreggiava ed arricchiva i

caporioni stranieri, eccedenti in lusso e dissolutezze; accentrava

tutta la vita nazionale in Siracusa, negligendo la restante isola;

onde, malgradendo il consigliatore filosofo, s’accordò col piloto

spartano che o l’affogasse o il vendesse schiavo. E Platone fu venduto,

poi riscattato dai Pitagorici, i quali l’ammonirono:—«Un pensatore non

si accosti a principe, se non sappia adularlo».

[DAMONE E PITIA]

I Pitagorici, benchè sbrancata la loro lega e perseguitati,

conservavano potenza quanta bastasse per contrastare alla tirannide

di Dionigi. Damone, un di quelli, essendo condannato a morte per la

colpa che i governi cattivi appongono a chi non n’ha veruna, chiese

di poter prima andar a salutare la famiglia, promettendo ritornare

all’ora assegnatagli. Statico per lui rimase in carcere l’amico suo

Pitia, il quale vedendolo indugiare oltre l’ora pattuita, sollecitava

d’esser messo al supplizio in sua vece. E già v’andava, quando Damone

sopragiunto vi si oppone; l’altro insiste: qui generosa gara, della

quale meravigliato, Dionigi li manda assolti, e chiede d’entrare terzo

nella loro amistà. Poteva darsi amistà fra due filosofi ed un tiranno?

[TIRANNIDE DI DIONIGI]

Anche una pitagorica, piuttosto che svelare i segreti della sua setta,

si tagliò coi denti la lingua. Dionigi, che tutte sorta di gloria

ambiva, lesse una volta suoi versi al poeta ditirambico Filosseno, e

poichè questi li disapprovò, lo fece chiudere nelle latomie; al domani

richiamatolo, gli lesse altri versi; uditi i quali, il sincero poeta si

volse agli sgherri, e—Riconducetemi nelle latomie»; Dionigi sorrise, e

gli perdonò. Così recossi in pace gli arditi parlari del giovane Dione,

il quale, udendolo celiare sulla placida amministrazione di Gelone,

gli disse:—Tu ottenesti confidenza e regno pei meriti di Gelone; ma

pei meriti tuoi in nessuno più si avrà fiducia». Quando suo cognato

Polisseno, chiaritosegli nemico, fuggì, Dionigi chiamò la sorella

Testa, e la rimbrottò severamente come conscia della fuga del marito;

ed ella:—Mi credi dunque sì vile, che, sapendo che mio marito meditava

la fuga, non avessi voluto accompagnarlo? Avrei con esso diviso gli

stenti, ben più lieta d’esser chiamata la moglie di Polisseno esule,

che la sorella di Dionigi tiranno».

Dionigi aspirò alle lodi della libera Grecia, e mandò suo fratello a

vincere per lui nelle decantate corse olimpiche in Elea, e disputare a

suo nome la palma poetica, lusingatagli dagli adulatori: ma tutto re

ch’egli fosse, l’indipendente gusto de’ Greci lo fischiò, e il retore

Lisia tolse a mostrare ch’era indegno l’ammettere un tiranno forestiero

a competere in que’ giuochi olimpici, ch’erano destinati a congiungere

i liberi Elleni. Pure avendo conseguito il premio della tragedia nelle

feste di Bacco, Dionigi ne tripudiò e imbandì un convito, dopo il

quale o per veleno o per istravizzo fu côlto da morte, avendo regnato

più di qualunque altro tiranno.

[DIONIGI II]

[368]

Gli succedette il figlio Dionigi, sotto la tutela dello zio Dione,

degno amico di Platone, e riverito dal cognato pel rispetto che la

virtù impone anche a chi l’abborre. Dicono che Dione al vecchio tiranno

insinuasse di lasciar la corona al figlio di sua sorella Aristomaca,

escludendo il ribaldo Dionigi, il quale per questo accelerò la morte

al padre, e pose odio sviscerato a Dione. Nè questi nè Platone tornato

in Sicilia valsero a trarre a miglior costume il malavviato giovane,

il quale, non vedendo ne’ loro consigli se non una trama per favorire

i figli d’Aristomaca, cacciò Dione in Italia, tenne Platone in cortese

prigionia, disperse i Pitagorici loro amici.

[DIONE]

[356]

[353]

Ma Dione, coll’appoggio de’ Corintj, occupò Siracusa, e sbalzato

Dionigi, se ne rese signore. Per annunziare la liberazione, egli

salì sopra un orologio solare, onde il vulgo disse:—Com’è mobile il

sole, così non durerà la costui dominazione»[226]. In fatto, due anni

dopo, l’ateniese Callippo, fintosegli amico, lo trucida, e ne usurpa

l’autorità; ma l’anno appresso n’è spogliato da Ipparino figlio di

Aristomaca, il quale domina fino al 350, lasciando disonesta memoria.

[347]

Tra le irrequiete fazioni Dionigi trova partigiani, mercè de’ quali

dopo dieci anni risale al potere. Temendo nel figlio di Dione le

paterne virtù, il corruppe con discoli costumi, del cui lezzo questi

si vergognò tanto, che si diede morte. Per impedire che i Siracusani

uscissero di nottetempo, Dionigi permise ai malfattori di spogliare i

passeggieri; concesse alle donne un vero dominio nelle case, acciocchè

rivelassero le trame dei mariti. Adulatori trovava, delle cui bassezze

sol questa rammenteremo, che, essendo egli debole di vista, essi

affettavano di urtare per le tavole.—Molti il fanno tuttodì.

[TIMOLEONE]

[365]

[345]

[343]

Alcuni generosi, sottrattisi alla costui tirannide, fabbricarono

Ancona; altri ordivano di riscattare la patria, e salvarla da’

minaccianti Cartaginesi. A tal fine chiesero ajuti a Corinto, loro

metropoli, che spedì ad essi Timoleone, gran capitano e gran cittadino.

Timófane, costui fratello, ottenuto il comando delle armi in Corinto,

vi aveva usurpato il dominio; e Timoleone, non riuscendo a distornelo,

indusse due amici ad ucciderlo. Giudicato da alcuni generoso, da altri

assassino, sua madre lo maledisse; ed egli deliberò lasciarsi morir

di fame; poi stornato dal fiero proponimento, giurò non impacciarsi

nelle pubbliche cose, e piangere sequestrato dagli uomini. Dodici anni

durò nel deserto, poi rimessosi in Corinto, viveva privato, allorchè,

propostogli di andar a sostenere i Siracusani, accettò dicendo:—I

miei portamenti mostreranno se devo essere intitolato il fratricida

o il distruttore de’ tiranni». Con soli settecento uomini sopra venti

vascelli approda a Siracusa. Iceta tiranno di Leontini, che, vinto

Dionigi e chiusolo nell’Isola, aveva usurpato la supremazia, tenta

invano guadagnarsi Timoleone, il quale cresciuto di seguaci, lo vince

e condanna a morte, demolisce l’Isola _covacciolo di tiranni_, sicchè

Dionigi è costretto rifuggire in Corinto, dove visse col far da maestro.

[340]

Timoleone allora fu sopra ai Cartaginesi, il cui capitano Magone,

côlto da timor panico, fuggì, e col darsi morte evitò la croce che i

suoi serbavano al capitano vinto. Seguitando la prosperità, Timoleone

redime Engia ed Apollonia dalla tirannide di Letino, sconfigge Mamerco

e Ippone tiranni di Catania e Messina, restaura in Siracusa il franco

stato, e le redente città congiunge in federazione sotto le leggi di

Diocle. La libertà è rassodata dalla vittoria sopra i Cartaginesi,

capitanati da Amilcare e Asdrubale; ai quali Timoleone ingiunge di

lasciar libere tutte le città di Sicilia, che nella pace rinnovarono la

popolazione e la prosperità.

[357]

Quel modello compiuto di un eroe repubblicano all’antica, fece

sottoporre a giudizio le statue dei re precedenti, e trovò degna

d’esser conservata soltanto quella di Gelone, effigiato da semplice

cittadino. Deposto il comando, si ridusse a privato vivere, ma

coll’autorità del consiglio guidava le cose; a lui già cieco

ricorrevano i magistrati, a lui insigni onoranze, a lui gli applausi

del pieno teatro ove esponeva il suo parere. Senza contaminarsi di

ambizioni, cosa rara, nè, cosa ancor più rara, subire l’ingratitudine,

morì carico d’anni, e quando fu posto sul rogo, l’araldo gridò:—Il

popolo di Siracusa, riconoscente a Timoleone dell’aver distrutto i

tiranni, vinto i barbari, ristabilite molte città, dato leggi a’

Siciliani, decretò di consacrare ducento mine a’ suoi funerali, e

commemorarlo tutti gli anni con gare di musica, corse di cavalli,

giuochi ginnastici».

[AGATOCLE]

[317]

Aveva egli pensato riformar il paese non colle idee di Pitagora e di

Platone, sibbene colla dorica severità; ma i costumi erano guasti

a segno, che mal potea reggere chi non avesse tante virtù quante

Timoleone. Appena egli chiuse gli occhi, tutto fu scompiglio dentro

e fuori; ed Agatocle se ne valse per tiranneggiare. Quest’era un

fanciullo raccolto sulla via, serbato a infami usi, poi applicato al

mestiere di vasajo; ma coll’astuzia e colla forza si fece largo, e salì

al dominio, e il tenne a lungo, affettando popolarità; cassò i debiti,

e distribuì terre agl’indigenti; nè diadema volle nè le guardie,

dava facile accesso a tutti, e facevasi servire in vasi di argilla

per ricordare l’origine sua; ma nel medesimo tempo sterminava gli

aristocratici e i fuorusciti delle varie città, inevitabili fomiti di

civili scompigli.

[311]

Al pari di Dionigi, sentì che l’impresa più nazionale era il respingere

gli stranieri, e difatto fu alle mani coi Cartaginesi: ma questi,

sebbene in sulle prime andassero dispersi da una procella, tornati

sotto la scorta di Amilcare, sconfissero Agatocle, ed assediarono

Siracusa. Che fa l’ardito? con truppe elette sbarca sulle coste

d’Africa, arde le navi acciocchè non rimanga altro scampo che la

vittoria, e vi continua quattro anni la guerra senza fare parsimonia

d’atrocità e tradimenti. Ma le città greche di Sicilia disturbarono

l’impresa col rivoltarsegli: ond’esso ritorna, lasciando in Africa

l’esercito, che subito va alla peggio, e che indispettito del vedersi

abbandonato, ne strozza i due figliuoli, e si arrende ai Cartaginesi.

Agatocle si vendica strozzando in Sicilia i parenti de’ soldati, e

restaura l’obbedienza in paese e la pace co’ nemici.

[306]

Anche in Italia spinse correrie, assalì Crotone, vinse i Bruzj,

saccheggiando e ritirandosi. Non diremo con Timeo che a fortuna

soltanto sia dovuto il suo elevamento; ma deturpò con sanguinarie

crudeltà le splendide doti del suo animo. La pace che mantenne con

mano di ferro, mostra se conosceva il suo paese; quanto conoscesse gli

avversarj, il mostra l’audace suo sbarco in Cartagine. Onde Scipione

Africano che poi l’imitò, richiesto quali eroi avessero mostrato più

senno nel disporre i disegni, e più giudizioso ardimento nel compirli,

nominò Agatocle e Dionigi il Vecchio.

[289]

[280]

Arcàgato suo nipote lo avvelenò, e ne assunse il dominio; ma poco

stante costui è assassinato da Menone, che tenta farsi proclamare

dall’esercito: assalito però da un altro Iceta, rifuggì tra i

Cartaginesi. Iceta governò per nove anni col titolo di stratego della

repubblica; poi Tinione s’impadronì del potere, disputatogli da

Sosìstrato.

[ALTRE CITTÀ SICILIANE]

[278]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 15 / 37 段