ricchezze, gli altri divideano le proprie con esso; Clinia di Taranto,
udito che Prore da Cirene trovavasi ridotto a miseria, passò in Africa
con larga somma a soccorrerlo, benchè mai non lo avesse veduto; molti
fecero altrettanto; rimase proverbiale l’amicizia di Damone e Pitia.
Anche donne vi appartenevano, e di loro morale spregiudicata ci dà
prova Teano figlia del filosofo, allorchè richiesta quanto tempo una
donna dovesse tardare a presentarsi agli altari dopo essere stata con
un uomo, rispose:—«Se è suo marito, anche subito; se un estraneo,
giammai».
Possiamo dunque vantare che in Italia nascesse la scuola più antica,
come la più insigne di filosofia, giacchè Platone e Aristotele,
sommi splendori della greca, derivano da Pitagora più realmente che
da Socrate. Da essa uscirono sapienti in pressochè tutte le colonie
della Magna Grecia e di Sicilia, quali Filolao ed Aristeo di Crotone,
Ippone di Reggio, Ipparco di Metaponto, Epicarmo di Cos comico, Timeo
di Locri, Ocello di Lucania, Elfante di Siracusa, Archita di Taranto,
Empedocle d’Agrigento.
[ARCHITA]
[440-360]
Archita ebbe molta mano nel reggimento della propria patria, e
capitanando gli eserciti più volte, le assicurò vittoria. Credeva il
miglior governo quello misto di monarchia, aristocrazia e democrazia,
ma il comando convenire a coloro che hanno maggior ingegno e virtù: i
costumi siano custodi delle leggi, le quali puniscano non con multe ma
col disonore: nulla più funesto che la voluttà, donde tradimenti alla
patria, sbrigliate passioni, e rovina degli Stati: nel pericolo di
questi si confidi sul coraggio de’ cittadini, non si ricorra a forza
straniera.
[EMPEDOCLE]
[444-403?]
Empedocle, celebrassimo in ogni tempo, dalla sensibile e dalla
razionale considerazione dell’ente condotto alla contemplazione mistica
delle cose, poeticamente espose la sua dottrina; abbandonandosi
all’entusiasmo, personifica e divinizza tutto, e si fonda sull’ipotesi
di una degenerazione dell’universo, cagionata da un peccato originale;
il mondo poi fa regolato da due principj, amicizia e discordia (φιλία,
νεῖκος), dove alcuno vorrebbe ravvisare l’attrazione e la repulsione
della fisica moderna. La vita di lui tiene al miracoloso: toglie da
lungo letargo una donna, onde si dice abbia resuscitato da morte;
fa chiudere una valle, e così toglie la malsania che i venti etesj
portavano ad Agrigento; le maremme che infestavano Selinunte risana
coll’introdurvi due correnti d’acqua. Fu dunque reputato dio, nè egli
dissipava quest’opinione; anzi cantava:—«Amici che abitate le alture
d’Agrigento, zelanti osservatori della giustizia, salvete. Non uomo io
sono, ma dio. Entro nelle floride città? uomini, donne si prostrano;
il vulgo segue i miei passi; gli uni mi chiedono oracoli, gli altri
un rimedio ai crudi morbi»[211]. Lo studio della storia naturale gli
costò la vita, perocchè, volendo esplorare il cratere dell’Etna, vi
perì; ma corse voce che vi si gettasse apposta per non lasciarsi vedere
a morire. Chi volle moralizzarne un avvertimento alla superbia umana,
soggiunse che dimenticò all’orlo del cratere le sue pantofole, donde si
ebbe conoscenza della sua fine.
[GLI ELEATICI]
La scuola jonica avea fissato l’attenzione sopra il lato fisico
del mondo, la pitagorica sopra il metafisico: al dialettico, cioè
all’arte del ragionare, si appigliò un’altra, innestata sulla
pitagorica, e denominata da Elea in Lucania; scuola che spingendo
all’eccesso il sistema delle idee, ripudiò il senso comune e
l’esperienza, per dichiarare che le cose sono mere apparenze e
nomi vani senza soggetto; e la realtà assorbì nell’intelligenza,
identificando così il mondo e Dio. Questa inclinazione al
soprasensibile, quasi la verità non deva cercarsi che nella
sfera razionale, avviava a raddrizzare il modo
della conoscenza sensibile mediante i concetti puri della ragione,
e nel pensiero separavasi ricisamente l’elemento speculativo dallo
sperimentale. E forse dall’accurata distinzione che gli Eleatici
poneano tra l’idea e le cose sensibili, e dall’avvertire che quella
tiene in sè tutte le cose nell’archetipa loro forma, derivò a loro la
taccia di panteismo.
[535-465?]
[504-450?]
Parmenide di Elea vi diede precisione, asserendo che i sensi possono
bensì esibire il fenomeno ingannevole, ma il vero e il reale non
rimangono conosciuti che dall’intelletto. Zenone, pure di Elea,
assottigliò l’indagine mostrando che, se le cose apparenti fossero
quali la sensazione ce le ritrae, sarebbero piene d’assurdi ed
impossibili: ed esagerando il concetto fondamentale di quella scuola,
negava la possibilità del moto. Per verità, qualora non basti l’esser
immediatamente sentita l’esistenza delle realtà finite, e le si
applichi il dubbio, riesce impossibile il dimostrarla. Per questo
varco adunque entrava lo scetticismo; e Gorgia da Leontini, scolaro di
Empedocle, sostenne nulla esservi di reale, nulla potersi conoscere nè
trasmettere a parole[212].
Adunque la filosofia in Italia fin d’allora ed elevavasi a tutta la
sublimità dell’ideale, e diroccava nel dubbio e nel sofisma. Ma a
Zenone, il primo filosofo che esponesse in dialoghi, spetta il merito
d’aver introdotto la dialettica, cioè una maniera rigorosa e coerente
di disputare, dimostrare, difendere, impugnare, per via di regole
prefinite.
[MEDICINA PITAGORICA]
Anche in altre scienze Pitagora aveva ben meritato, e singolarmente
nella medicina, ch’egli sbarazzò di divinità, e chiamò a contribuire
al bene della società colla legislazione e colla polizia, mediante
quel che si intitola vivere pitagorico. Fanno a lui onore d’importanti
scoperte fisiologiche; che ogni seme organico deriva da seme; che nel
sonno il sangue affluisce al cuore ed alla testa. E del sonno diede una
teoria Alcmeone crotoniate, coevo di Pitagora, al quale è pur dovuta la
prima opera speciale di anatomia e fisiologia che la storia ricordi,
cercando ai fenomeni spiegazione dall’esame della struttura delle parti.
Altri Pitagorici la medicina esercitavano per Italia e per Grecia; come
liberi indagatori (_periodeuti_) visitavano al letto gli ammalati,
che fin allora soleano farsi recare nel tempio; e scarchi dalle
superstizioni, le cause del morbo investigavano non nella collera degli
Dei, ma nella natura. Con ciò strappavano la scienza di mano agli
Esculapj, sebbene, per quella loro teorica che i mutamenti si devono
fare passo a passo, i Pitagorici non isbandissero le formole magiche e
deprecatorie. Possiamo noi asserire che s’ingannassero nello introdurre
la dottrina numerica nella scienza della salute, supponendo che la
natura prediliga certi numeri e certe forme periodiche?
A Pitagora, meno che dalle scienze insegnate, deriva lode dall’aver
formato una scuola, diretta a perfezionare i governi, non tanto
col cambiarne la forma, quanto col preparare uomini capaci di ben
dirigerli. Ma un tal Cilone, ricco violento e accattabrighe, avendo
chiesto invano d’esservi affigliato, si avventò al solito artifizio
de’ liberalastri d’ogni tempo, colla calunnia aizzando il popolo in
modo, che que’ filosofi vennero perseguitati a morte, ed abolite
le loro istituzioni. Ne profittarono gli ambiziosi per costituire
parziali tirannie nelle varie città, Clinia a Crotone, altri altrove,
soqquadrando ogni ordine primitivo, finchè gli Achei si intromisero
della pace. Allora furono adottate le leggi della madrepatria, e
nel tempio di Giove Omorio giurata una federazione delle colonie, a
capo della quale sembra fosse posta Crotone. Durò fino al 400, dopo
di che, prima dai tiranni di Siracusa, poi da Roma si vide rapita
l’indipendenza, e decadde a segno, che Petronio la chiamava campo di
cadaveri rosi e di corvi affamati.
[CARONDA. ZALEUCO]
Pitagorici furono i due insigni legislatori della Magna Grecia, Caronda
e Zaleuco, spesso tra loro confusi e ingombrati di favole, perchè la
storia lascia in non cale i benefattori del genere umano, attenta ad
immortalarne i distruttori.
[650]
Caronda fu di Catania; e poichè i legislatori antichi non solo
comandavano gli atti, ma voleano piegare la volontà, pose fondamento
al suo codice l’esistenza degli Dei[213], la famiglia e la patria.
Dai primi emana la moralità delle azioni, che i dèmoni puniscono o
premiano secondo il merito. Il rispetto pei genitori stendasi fino
alla gleba dell’ultimo loro riposo. Chi passa a seconde nozze, rimanga
escluso dalle assemblee, giacchè mette seme di dissensione tra i proprj
figliuoli. Possono l’uomo e la donna snodarsi dal matrimonio, ma non
contrarne un nuovo con persona più giovane[214]. Intento a conservare
le famiglie (secondo il genio dei legislatori antichi, diverso da
quel de’ moderni), Caronda moltiplica i legami fra’ parenti; il più
prossimo d’un’ereditiera può sposarla; il deve se orfana e povera, o
dotarla. Conoscendo i mali dell’ignoranza, impose s’insegnasse leggere
e scrivere a tutti da maestri stipendiati dal pubblico. Proibito
frequentare uomini viziosi, nè mettere in commedia un cittadino, salvo
che sia adultero o spia. Al calunniatore infliggevasi di portare una
corona di tamarisco; e sì grave obbrobrio pareva, che alcuni se ne
sottrassero coll’uccidersi. Chi abbandona il posto in battaglia, durerà
tre giorni in piazza vestito da donna. Punì i giudici che sostituissero
giro di commenti alla precisione della lettera: ammise la pena del
taglione. Chi proponesse d’innovare una legge, doveva presentarsi
col capestro al collo, per essere strozzato se avesse repugnante il
pubblico voto.
[CARONDA]
Affinchè la violenza non turbasse la indipendente decisione delle
adunanze, Caronda aveva proibito di recarvisi colle armi, pena la
vita. Un giorno stava esercitando i soldati, quando, udito che
nell’assemblea erasi levato tumulto, v’accorre colla spada come si
trovava: i nemici gli rinfacciano ch’egli medesimo violasse le proprie
leggi; ma esso:—Anzi vo’ confermarle», e immergesi quel ferro in seno.
Aristotele il loda per precisione di leggi e nobiltà di dicitura[215],
aggiungendo che dettò i suoi ordinamenti a parecchie città della
Sicilia.
[ZALEUCO]
Reputano anteriore Zaleuco di Locri. Anch’esso traeva la legge da Dio,
onde cominciava dal provare l’esistenza di questo, argomentando dal
mirabile ordine della natura, ed asseriva gli Dei non aggradiscono
sagrifizj ed oblazioni dai malvagi, ma si compiaciono delle opere
giuste e virtuose. Sempre alla legge che impone unendo la morale
che consiglia, vuole si governino gli schiavi col terrore, i liberi
coll’onore. Irreconciliabili non siano gli odj fra cittadini: nessuno
abbandoni la patria: donna non esca con molte ancelle nè soverchio
sfarzo, se non sia meretrice; nè uomo con anelli e con vesti milesie,
se non andando in bordello. Sostituite leggi fisse e poche all’arbitrio
della consuetudine, eccessivamente ne cercò la stabilità; ond’ebbe
esclusa l’interpretazione, data forza ineluttabile al testo, e vietato
perfino a chi tornasse in patria il chiedere se vi fosse qualcosa di
nuovo. Demostene attesta che, in due secoli, una sola delle sue leggi
era stata mutata[216]. Ma la stabilità è prova e carattere della bontà
d’una istituzione?
CAPITOLO X.
Sicilia.
[SICILIA]
Teatro di grandi agitazioni naturali, come di mitologici eventi fu la
Sicilia, in prima denominata Trinacria dalla figura triangolare. Le
vetuste tradizioni le danno per abitanti Lotofagi[217], Lestrigoni,
Polifemi, val quanto dire genti ancora sciolte da civile consorzio,
che vi pasceano le greggie, viveano dei frutti spontanei, e abitavano
nelle ampie grotte de’ suoi monti, dove poi i Ciclopi introdussero il
lavoro dei metalli. Giove che regna sul monte Etna, e che questo monte,
anzi l’isola tutta scaglia sopra i ribellati giganti; il dio Apollo che
pascola gli armenti in Ortigia, dove ha culto la cacciatrice Diana;
Saturno che dalla ninfa Talìa vi genera Venere, la quale preferisce il
monte Erice al suo tempio di Gnido; Cerere che in Enna introduce la
coltura del grano; Trittolemo che insegna ad arare; Aristeo che mostra
come coltivare gli ulivi e spremerne olio, e raccorre il miele dagli
alveari; Ercole che vi mena gli armenti tolti a Gerione da tre corpi,
uccide in duello il gigante Erice, scopre e insegna l’uso delle acque
termali ad Egesta ed Imera, e feste nuove e riti surroga a’ sagrifizj
umani; Mercurio e Fauno che da Sicilia prendono le mosse onde arrivare
in Egitto; Orione gigante che fabbrica il Peloro, sono favole che,
qualunque ne sia l’arcano significato, rivelano vetustissima la civiltà
di quell’isola.
Le popolazioni che il sopraggiungere di nuove cacciava, dall’Italia,
sovente vi rifuggirono. I Sicani, gente iberica, v’erano accasati
allorquando, tre generazioni prima della guerra di Troja, i Siculi e
i Morgeti, spinti dagli Enotrj, invasero i fertili valli orientali,
restringendo i Sicani ad occidente[218]. Di là da questi, verso la
punta a libeccio, nel terreno sassoso cui fende il fiume Màzara,
sedevano gli Elimi, propagine pelasgica venuta dall’Epiro, la cui
capitale Egesta vantavasi fondata dal trojano Aceste. Origine iliaca
ostentavano pure Drépano, Entelle, Erice, ove il tempio di Venere
era costrutto alla ciclopica. Queste tradizioni appellano a colonie
levantine di grande antichità, alle quali si aggiunsero prestissimo
i Cretesi, simboleggiati in Dedalo, architetto famoso, che aveva
fabbricato in Creta un edifizio, conosciuto col nome di Labirinto,
e che, chiuso in quello, trovò portentosa via al fuggire, dissero
volando, e fu accolto da Tocalo re de’ Sicani. Minosse re di Creta
venne a riclamarlo, e s’impadronì di Eraclea Minoa sul fiume Alcio; ma
vi trovò morte. Di qua dei tempi favolosi, Fenicj e Cartaginesi presero
stanza sul littorale nell’viii secolo prima di Cristo.
[COLONIE GRECHE]
[756]
Teocle ateniese, naufragato sulle coste orientali della Sicilia, stupì
di quell’opportuna postura, e rimpatriato, propose a’ suoi di menarvi
una colonia. Non esaudito, si volse agli abitanti di Calcide in Eubea,
co’ quali fondò Nasso sulle sponde del fiume Onobata. Tosto altri
coloni lo seguono, i quali delle già fiorenti città fenicie o sicule
s’impossessano, arrogandosi l’onore della fondazione, e snidando i
prischi abitatori; e ben tosto ebbero occupato tutta la plaga orientale
e meridionale dal capo Peloro al Pachino e al Lilibeo, mentre attorno
alla punta occidentale si trovarono ridotti i Fenicj, e singolarmente a
Selinunte, Motia, Panormo.
[AGRIGENTO]
Designano pure come città calcidiche Zancle, Imera, Mile, Catania,
Leontini, Megara. Altre ne aveano contemporaneamente fondate i Dorj,
fra cui Siracusa che popolò Acra, Casmena, Camarina, Tapso, Gela, da
cui derivò Agrigento[219].
[FALARIDE]
[582]
[566]
[534]
La differenza d’origine e perciò di costituzioni fu seme di reciproche
nimicizie, che guastarono il breve fiore. Da prima i coloni sfogarono
la loro attività col sommettere i natìi; e com’ebbero così ridotte
le campagne in arbitrio di poche famiglie, discendenti dai primi
coloni, gli ambiziosi seppero profittarne per erigersi tiranni. Il
primo che riuscì fu Panezio da Leontini, solleticando, come è stile
dei demagoghi, l’eterno rancore dei poveri contro i ricchi. Anche
Agrigento, governata prima aristocraticamente al par di tutte quelle
d’origine dorica, cadde a tiranni, fra i quali il cretese Falaride.
Le storie sono piene delle costui atrocità; forse esagerate dal genio
democratico de’ Greci per fare aborrita la signoria dei re. Chi non
intese parlare del toro di rame rovente, in cui egli chiudeva le sue
vittime, e primo l’ateniese Perillo che l’aveva inventato? Ma le
relazioni troppo discordano, e noi incliniamo a vedervi espresso un
suo tentativo d’introdurre l’esecrabile rito fenicio e cartaginese
d’abbrustolire gli uomini in onore del dio Moloc. Menalippo risolse
uccidere Falaride, e si confidò all’amico Caritone, che gli disse
aver anch’egli già lo stesso proposito. Venuto il destro, Caritone
s’avvicina armato al tiranno; è arrestato, ma per tormenti non rivela
i complici. Allora Menalippo si presenta, dichiarando aver egli
primo ideato il fatto e indottovi l’amico; questi nega; nasce gara;
della quale stupito, il tiranno perdona ad essi vita e beni, purchè
abbandonino il paese[220]. Per eguali sospetti incrudelì invece contro
di Zenone filosofo: ma le costui grida commossero la moltitudine tanto,
che ammutinata lapidò il tiranno.
[AGRIGENTO]
[480]
Dopo breve libertà, vi tiranneggiò Alcmane, poi Alcandro, indi Terone,
esaltato dal maggior lirico greco Pindaro, e dagli storici per avere
sconfitto i Cartaginesi e soggiogato Imera. Trasideo, suo figlio
e successore degenere, fu rotto e cacciato di regno da Gerone di
Siracusa; e da quell’istante Agrigento si resse a popolo sul modello
di Siracusa, e toccò l’apice di sua grandezza. Il vino e gli olj che
spediva in Africa, la resero una delle città più opulente, magnifica
di lusso e pubblici monumenti; talchè si diceva che gli Agrigentini
fabbricavano come mai non dovessero morire, e mangiavano come non
avessero a vivere che un giorno. Esemto, tornando vincitore dai giuochi
olimpici, entrò in Agrigento accompagnato da trecento carri, tirato
ciascuno da una pariglia di cavalli bianchi, razza siciliana[221].
Gellia serbava ne’ cellieri trecento botti di vino da cento anfore
ciascuna; imbandiva ogni giorno molte tavole, e i servi alla porta
v’invitavano ogni viandante; passando un giorno cinquecento cavalieri
di Gela, li trattò tutti quanti, poi mettendosi il tempo sul piovere,
donò a ciascuno un mantello della sua guardaroba[222]. L’abbondanza
cagionò mollezza; e in un tempo d’assedio si dovette proibire ai
cittadini, quando per turno andavano di sentinella alla ròcca, di
portare più che un materasso, coperta e capezzale.
[SIRACUSA]
[732]
[484]
Siracusa, fondata dall’eraclide Archia di Corinto poco dopo di Roma,
era governata dai proprietarj (_geomori_); ma gli schiavi, arruffati
dai demagoghi, si rivoltarono e li ridussero a rifuggire a Casmena.
Ingordi di vendetta, quelli porsero consigli e ajuto a Gelone tiranno
di Gela, che per tale appoggio acquistò la signoria di Siracusa, e
tosto la estese chiamandovi altri Greci, e trasportandovi i ricchi di
Megara, di Camarina e d’altre città distrutte; intanto faceva vendere
fuori i poveri, dicendo esser più facile governare cento agiati che
non uno solo al quale non resti nulla da perdere. Per tal guisa Gelone
venne poderoso per mare e per terra, e largheggiò di frumento co’
Romani.
[480]
I Persiani, nobile e poderosa popolazione dell’Asia Grande, aspiravano
a sottomettere la Grecia; laonde Dario lor re, avendo in corte Democede
medico di Crotone, il mandò con dodici Persiani ad esplorare le coste
della Grecia, e quelle della bassa Italia colonizzata da Greci. Ma in
questa ricevettero pessime accoglienze, e a grave fatica camparono
dalle prigioni di Táranto. Però Serse nuovo re assunse l’impresa di
soggiogare la Grecia, e con esercito memorabile passò l’Ellesponto.
Il piccolo ma generoso paese vi oppose una resistenza memorabile; e
fu allora che Gelone ai Greci esibì ducento triremi, ventimila fanti
e duemila cavalli, purchè gli conferissero il comando della flotta
alleata. La domanda gli fu disdetta; ed i Cartaginesi che parteggiavano
con Serse, affine d’impedire che Sicilia e Magna Grecia soccorressero
alla madrepatria, mandarono a Panormo Amilcare, figlio di Magone,
con grosse armate. Gelone però con cinquantamila uomini e cinquemila
cavalli lo sorprese presso Imera, e mandò in dirotta: cinquantamila
Africani restarono sul campo, e tanti prigionieri, che si disse
trapiantata l’Africa in Sicilia.
[GELONE]
Meglio che per la vittoria noi onoriamo Gelone per la pace, nella quale
pose patto ai Cartaginesi che cessassero dai sacrifizj umani. I tesori
acquistati in quella guerra distribuì ai valorosi e ai tempj, massime
a quello d’Imera; e i prigionieri, fra i varj corpi dell’esercito, di
che s’ebbe modo di coltivare nuovi campi, finire molte fabbriche, ed
alzare in Agrigento un insigne tempio e famosi acquedotti. Sciolto da
questi nemici, de’ quali anzi accettò l’alleanza, accingevasi a portare
i promessi soccorsi ai Greci, quando seppe che il costoro patriotismo
era bastato a respingere le immense turbe dei Persiani. Allora congedò
l’esercito; e radunati i suoi sudditi, inerme comparve tra loro armati,
rendendo conto della propria amministrazione, e ne riscosse vivi
applausi.
Rigoroso da principio, come fu assodato si ridusse mite e giusto;
favorì l’agricoltura, vivendo egli stesso fra’ campagnuoli: sbandiva a
tutta possa le arti corruttrici, e meritò che i sudditi lo chiamassero
il loro miglior amico. Sentendosi gli anni far soma addosso, rinunziò
al fratello Gerone e poco sopravvisse. Da’ Cartaginesi e dal tiranno
Agatocle fu distrutto il magnifico sepolcro di lui, non la memoria di
sue virtù.
[GERONE]
[478]
Gerone succedutogli teneva splendidissima corte: diceva le orecchie
ed il palazzo del re dover essere schiusi a tutti: all’eloquenza,
che allora faceva le prime prove e che sì facilmente degenera in
ciarla e sofismi, pose freno, più volenterosa mano porgendo alle
arti dell’immaginazione; sicchè a lui accorsero di Grecia i poeti
Bacchilide, Epicarmo, il maggiore tragico Eschilo quando vecchio
fuoruscì dalla patria, e Pindaro che nelle sue odi non rifina di
esaltarlo generoso e giustissimo, amico della musica e della poesia,
e perchè del _suo ricco e magnifico palazzo apriva le porte alle
Muse_. Sull’avarizia e le violenze ond’egli si contaminò, stesero un
velo officioso i beneficati. Il patetico poeta Simonide era penetrato
più avanti nella confidenza del principe; il quale lo interrogò qual
sentimento avesse sopra la natura e gli attributi della divinità.
Simonide chiese un giorno onde riflettere avanti rispondere; al domani
ne chiese due; e così andò via raddoppiando, finchè incalzato dal re,
confessò che, più vi pensava, più trovava il tema intricato ed oscuro.
Oggi la femminetta vi risponde.
Gerone osteggiò Terone e Trasideo signori d’Agrigento, perchè avevano
dato ricovero a Polisseno fratello di lui, cacciato come troppo ben
voluto dal popolo: ma Simonide, interpostosi della pace, la sodò
con parentele. Spedita la flotta a sussidio di Cuma, Gerone riportò
vittoria navale sopra gli Etruschi. Trasferì in Leontini gli abitanti
di Catania, in questa ponendo coloni nuovi, affine di conseguire il
titolo d’eroe, di cui onoravansi i fondatori di città, e prepararsi un
asilo in caso di disastro.
[TRASIBULO]
[467]
[466]
Ivi morì, e gli successe Trasibulo suo fratello; delle cui crudeltà
disgustati, i Siracusani s’intesero colle altre città, lo cacciarono,
ed in memoria istituirono annua festa a Giove Liberatore, col
sacrifizio di quattrocento cinquanta tori da banchettare. Siracusa
allora ripigliò governo a popolo; e ad imitazione di essa le altre
città di Sicilia cacciavano la gente nuova per ripristinare gli antichi
proprietarj ne’ beni rapiti, e nel privilegio delle magistrature.
Questo ristabilimento del governo repubblicano immerse l’isola in
gravi tempeste, ma la guerra civile terminò colla espulsione degli
avveniticci, ai quali fu assegnata per dimora Zancle, che aveva preso
il nome di Messina per coloni messenj ivi piantati. Questi rifuggiti, i
più di origine italiana, furono nocciolo d’un’associazione bellicosa,
che poi, col nome di Mamertini, aperse l’isola ai Romani, cioè alla
servitù.
[445]