Se però aveano condotto famigli e clienti, conservavano sopra di questi

l’antico diritto. Quando altri Greci sopraggiungessero, non restavano

ammessi all’eguaglianza di diritti (ἰσοπολιτεία), e così formavasi

un’aristocrazia nuova, quella degli originarj, dotata di privilegi

sugli avveniticci. Fra queste differenti classi non tardavano a

proromper liti, e coll’ajuto degli schiavi, cioè degl’indigeni ridotti

a servitù, gli aristocratici erano espulsi di città e l’amministrazione

tolta alle famiglie per attribuirla ai capi di arti: rivoluzioni

operate con molto sangue, e che trapelano dagli scarsissimi documenti,

e ancor più dall’indole perpetua di società siffatte, comprovata anche

dall’esempio delle nostre repubbliche del medioevo. Altre volte qualche

oligarco associavasi col plebeo o coi vinti, oppure si ergeva arbitro

fra i poveri e i ricchi, e per tal via diventava tiranno.

[CUMA]

[1300?]

[315]

I Calcidesi dell’isola d’Eubea, che oggi chiamiamo Negroponte, schiatta

jonica, si posero nell’isola Pitecusa e nelle vicine, donde passarono a

settentrione del File nel territorio degli Opici a fondar Cuma, avanti

la distruzione di Troja, o almeno prima d’ogn’altra città grecanica.

Questa si ampliò per commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e

fondò Napoli e Zancle, destinate a sopravviverle. Alla sua aristocrazia

temperata diè crollo il prode Aristodemo, che amicatosi l’esercito

colle vittorie sopra gli Etruschi, fece trucidare gli ottimati,

costrinse le vedove a sposarne gli assassini, e fomentò l’inclinazione

dei Cumani alla voluttà ordinando che i figliuoli si allevassero in

femminile mollezza, sapendo ch’è agevole tiranneggiare gente corrotta.

Ucciso lui, Cuma fu rimessa in istato, e continuò spedizioni lontane e

guerre coi vicini, fin quando cadde in signoria de’ Romani, rimanendo

pur sempre importante pel suo porto di Pozzuoli.

[REGGIO]

[723]

[300]

[271]

Dagli stessi Calcidesi dell’Eubea uniti a quei di Sicilia erasi

anticamente colonizzata Reggio all’estremo vertice d’Italia. Sottratta

agli Aurunci, fu governata aristocraticamente da mille, scelti tra le

famiglie messenie quivi accasate coi primi abitatori. Coll’estinguersi

delle case, restò il governo a pochi; per mezzo della quale oligarchia

Anassila si pose tiranno, e trasmise il potere a’ suoi figliuoli.

Cacciati dopo pochi anni, lasciarono una scarmigliata anarchia, a cui

si riparò adottando le leggi di Caronda, colle quali Reggio si mantenne

in pace. Struggeasi di dominarla Dionigi il Vecchio di Siracusa, ma

essi ne aborrivano a segno, che avendo egli chiesto una sposa di

qualche famiglia di Reggini, gli fu esibita la figliuola del boja[202].

Allora egli, ricorso alla forza, prese e saccheggiò la città. La

risarcì poi Dionigi il Giovane; ma più tardi una legione romana ivi

aquartierata vi si gettò sopra, e ne trucidò gli abitami. Roma punì nel

capo que’ soldati, ma non per questo restituì a Reggio la libertà.

[PESTO]

[510]

Di Posidonia, fondata dai Sibariti nel golfo di Salerno e chiamata

Pesto dai Romani, verun altro monumento abbiamo che splendidi avanzi

e memoria delle rose che vi fiorivano due volte l’anno. Era costruita

in un quadrato del giro di cinque miglia sopra terreno pianeggiante,

con mura a secco e molte torri e quattro porte una rimpetto all’altra.

Distrutta dai Saracini, rimase dimentica tra una foresta di spontanea

vegetazione, fin quando nel secolo passato alcuni cacciatori ne

indicarono le ruine, che traggono continuamente i curiosi ad ammirarle

fra una contrada oggi mestamente sterile ed insalubre. Consistono

queste in due tempj, di cui l’antichissimo di Nettuno è dei meglio

conservati: sopra tre gradini elevasi un peristilio di sei colonne

doriche di fronte e quattordici di lato, scanalate, senza base, alte

appena cinque diametri, e poco più d’uno d’intercolunnio, lo che fa

supporle anteriori al tempo che i Greci diedero leggerezza anche

all’ordine dorico. Il tempietto di Cerere, più recente, ha colonne più

snelle e meno rastremate. Sopravanza pure una stoa con nove colonne

sul lato esterno minore e diciotto sul maggiore, e un colonnato nel

giro interno. Anche dopo caduti in servitù, i Pestani continuarono

lungo tempo, in un dato giorno, ad assumere le vesti e gli usi greci, e

celebrar la commemorazione de’ tempi di loro indipendenza.

[METAPONTO]

[1260?]

Di Metaponto, una delle più segnalate colonie nel seno di Táranto,

sappiamo poc’altro, se non che i seguaci di Néstore, tornando dalla

guerra trojana, la fabbricarono; la crebbero Achei e Sibariti; Annibale

cartaginese ne costrinse gli abitanti a migrare nel Bruzio; al fine

la crescente insalubrità dei piani marittimi la spopolò, come fece di

Pesto e delle vicine colonie sull’altro littorale. Plinio vi ricorda un

tempio di Giunone, con colonne fatte di tronco di vite; e quelle che

ancor si chiamano la chiesa di Sansone e la tavola dei Paladini sono

reliquie di due tempj antichi, d’architettura policromatica.

[LOCRESI EPIZEFIRJ]

[683]

[356]

Durante una lunga guerra, le femmine dei Locresi Ozolj s’erano

mescolate cogli schiavi; onde al tornare dei mariti, paventando

il castigo, fuggirono e piantaronsi coi figli nel ridente paese

all’estremità dell’Appennino, formando la colonia de’ Locresi

Epizefirj. Arrivando, giurarono ai Siculi:—Finchè calcheremo questa

terra, e porteremo questi capi sulle spalle, possederemo il paese

in comune con voi»; ma eransi posta della terra nelle scarpe, e

capi d’aglio sulle spalle; scossi i quali, si credettero sciolti

dall’obbligazione, e arrogaronsi il primato sovra i natii. Ebbero

battaglie coi Crotoniati per gelosia; ed assaliti da questi in

casa propria, vinsero alla Sagra una battaglia con forze tanto

sproporzionate, che la fama, divulgandola anche in Grecia, l’attribuiva

a intervento de’ semidei Castore e Polluce, i quali dagli antichi

credeansi vedere ne’ fuochi fatui, vaganti sul mare. D’un’altra

vittoria sui Crotoniati fu dato merito ad Ajace, eroe greco della

guerra trojana, il cui spettro si diceva combattesse pei Locresi.

Dalle cento famiglie dominanti si cernivano un cosmopoli, magistrato

supremo, e mille senatori con autorità legislativa: alcuni ispettori

vigilavano che le leggi non fossero violate. Se non grandigia

di ricchezze, Locri ebbe lode di corretti costumi e di pacifica

inclinazione, fin quando Dionigi II, espulso da Siracusa, venuto a

cercarvi asilo, introdusse d’ogni maniera disordini. Locri però si

tenne indipendente fino ai tempi di Pirro.

[LOCRI. TARANTO]

[707]

[272]

Messene nel Peloponneso maneggiò sì lunga guerra con Sparta, che

i magistrati spartani, temendo non finisse la razza nell’assenza

de’ mariti, autorizzarono le donne a farsi fecondare da schiavi.

I figliuoli nati da questo adulterio legale, col nome di Partenj

migrarono al tornar de’ mariti delle madri, e istituirono la colonia di

Taranto nel golfo dell’estrema Italia che guarda alla lor patria, con

porto eccellente in costa inospita. Cominciarono, come gli altri coloni

siffatti, a uccider gli uomini del paese invaso, sposarne le donne;

poi dandosi ordinamento e leggi, domarono i Messapi, i Lucani ed altri

popoli del contorno, e divennero una delle primarie potenze marittime

fra il V e il IV secolo avanti Cristo, potendo armare ventimila fanti

e duemila cavalli: ebbero fabbriche e tintorie di panni, industria

tanto favorevole alla popolazione; e sebbene corrotti dall’opulenza,

serbarono anch’essi l’autonomia fino a Pirro. Dalla città patria

avevano recato il culto di Apollo Giacintio e il governo aristocratico

temperato; ma dopo che, nella guerra contro i Messapi, perirono i

nobili, si piegò a moderata democrazia. I magistrati si eleggevano metà

a sorte, gli altri a pluralità di voci; nè senza il consenso del senato

si dichiarava guerra. Ammetteansi alla cittadinanza non Greci soltanto,

ma anche indigeni, talchè i molti elementi italici ravvicinavano

Taranto all’Italia più che alla Magna Grecia. Quell’angolo meglio

d’ogni altro della terra arrideva al poeta Orazio[203] per naturali

bellezze e tepido spiro: gli cresceano pregio fumosi vini, generosi

puledri, finissime lane.

[SIBARI]

[725]

[550]

[510]

Achei, uniti co’ Locresi, fondarono Sibari; la malsana pianura fra

il Crati e il Sibari emendarono con canali, divenuti comodità e

abbellimento, e che ora negletti, tornarono pestilente quel paese. A

taccia della sua mollezza, è vulgatissimo che i cittadini solevano fare

gl’inviti un anno prima, onde mettere a contributo l’aria, l’acqua e

la terra, e preparare vesti gemmate; ai convitati porgevasi per norma

la lista sì delle persone, sì delle vivande: mestieri rumorosi non

doveano turbare i sonni o i silenziosi piaceri; sbandivansi perfino

i vigili galli: un Sibarito non si potè addormentare per esserglisi

piegata sotto una foglia di rosa; un altro prese la febbre al vedere

un contadino affaticarsi. Diffamazioni forse fuor di proposito, certo

fuor di misura; dalle quali solo raccogliamo la grande ricchezza venuta

al paese dal commercio che faceva con Cartagine, massime di vini e

d’olj. Quest’agiatezza, il suolo ferace, la facilità di concedere la

cittadinanza, moltiplicarono i Sibariti a segno, che, se crediamo a

Strabone, potevano armare trecentomila uomini[204]. Dominavano sopra

sette genti limitrofe e venticinque città; governavansi a democrazia

temperata, fino a che Teli se ne fece tiranno, cacciando cinquecento

primarj cittadini. Questi ricoverarono nella vicina Crotone, donde

furono spediti messi a Sibari per praticarne il richiamo: ma Sibari

trucidò gli inviati, onde Crotone assalse l’emula con centomila

guerrieri, e la sfasciò.

[TURIO]

[441]

[286]

Sulle rovine di Sibari fu stabilita la città di Turio, con tanta

mescolanza di popoli, che si disputò quali avessero a tenersene

i fondatori: del che interrogato, l’oracolo la dichiarò colonia

d’Apollo. L’origine stessa vi produceva la democrazia; ma gli antichi

Sibariti usurpando le migliori terre e l’autorità, restrinsero il

governo in pochi. Ne furono poi espulsi; nuove genti sopravvennero

di Grecia, e presero leggi da Caronda. I Lucani, perpetui nemici, li

vinsero, nè cessarono di molestarli finchè non si posero in protezione

dei Romani. Di quest’atto si tennero offesi i Tarantini, che gli

assalsero e sconfissero: più tardi i Romani ridussero Turio a colonia.

[ERACLEA]

[433]

[272]

La città d’Eraclea, posta dai Tarantini sulle rive dell’Aciri presso

Metaponto, ci tramandò nelle famose Tavole un documento del suo

governo; donde appare che v’avea culto principale il dio da cui traeva

nome, poi Bacco e Pallade, le cui effigie appajono nelle bellissime

sue monete. Efori annui reggeano la repubblica, e polianomi o prefetti

della città; un segretario, un geometra ed altri minori uffiziali

attendeano all’amministrazione: il popolo divideasi in molte tribù,

ciascuna con insegne particolari, e in assemblea comune risolveano de’

comuni interessi. I Romani la soggiogarono l’anno stesso della presa di

Taranto.

[CROTONE]

[735]

Miscello ed Archia condussero una colonia achea a Crotone, la quale

crebbe a sì subita potenza che, nel primo secolo d’esistenza sua, armò

contro di Locri cenventimila uomini; e benchè sconfitta, con quasi

altrettanti la vedemmo assalire e distruggere Sibari. La città misurava

il perimetro di dodici miglia; con un senato di trecento o di mille

membri[205]; bella, illustre, ricca, saluberrima, beata la predicano

gli antichi, e diceasi non vi fosse mai gittata la peste.

Parte suprema nell’antica educazione tenea la ginnastica e sfoggio se

ne faceva in feste solenni, celebrate a tempi prefissi; principalmente

ne’ giuochi olimpici, pei quali ogni quattro anni i Greci concorrevano

in Elide ove assistere alle gare di lotta, di corsa, di tiro, e insieme

udir recitare tragedie, odi, pezzi di storia. Sibari, nel maggior suo

fiore, meditava di rapire quest’affluenza ad Elide, coll’istituire

giuochi più splendidi e di premj più appetiti. Agli olimpici, ben

tredici volte in ventisei olimpiadi riportarono il gran premio gli

atleti di Crotone, così rinomati che correva in proverbio, l’ultimo

dei Crotoniati valere quanto il primo dei Greci[206]. L’atleta Milone

combattè un toro, e levatoselo di peso sulle spalle, il recò in giro

per tutto lo stadio, poi ammazzatolo d’un pugno, in un giorno lo

mangiò; rovinando il tetto d’una scuola, egli il sorresse col dorso

finchè tutti camparono; alfine volendo squarciare un tronco, restò

colle mani prese nello spacco, e quivi fu divorato dai lupi.

Anche per bellezza erano insigni i Crotoniati: a un tal Filippo, come

al bellissimo dell’età sua, gli Egestani, tuttochè nemici, resero dopo

morte un culto divino; e il gran pittore Zeusi, dal vedere i garzoni

lottanti nel ginnasio, argomentò quanta dovess’essere la leggiadrìa

delle loro sorelle, e le scelse per modello di quella Venere, che fu

tenuta il capolavoro dell’antichità.

Alla democrazia temperata di Crotone diede origine Pitagora. A costui

tutte le città della Magna Grecia attribuivano il merito delle loro

costituzioni, ond’è difficile lo sceverare in esso il personaggio vero

dall’ideale, a cui, come a tipo de’ primi filosofi civili, si ascrivono

le invenzioni più disparate e le più dissonanti avventure. Non è

paese del mondo ove non abbia egli viaggiato; dimostrò il teorema del

quadrato dell’ipotenusa; diede la prima teorica degl’isoperimetri dei

corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale

ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza

della corda armonica e i suoni che n’escono; insegnò che l’acqua si

converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la

luna, identica la stella del mattino con quella della sera, sferico il

sole; per armonia de’ corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti

delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale,

cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa

distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intera superficie,

tutta perciò abitabile; e conoscendo che due opposte forze impresse

nei corpi celesti li spingono per un’orbita, anticipò di tanti secoli

quell’attrazione newtoniana che Herschel considera come la verità più

universale cui sia pervenuta l’umana ragione[207].

[PITAGORA]

[540]

Nell’assoluta deficienza di documenti, e perduta la chiave del

linguaggio matematico e de’ simboli in cui i Pitagorici avvolgevano

la loro dottrina, come asserire qual sia e quanta la verità intorno

a ciò che si racconta di quegli insegnamenti? Sembra che il vero

Pitagora nascesse a Samo d’Italia nel 584, viaggiasse l’Asia, l’Egitto,

forse l’India, a Crotone aprisse una scuola, la quale proponevasi

di perfezionare i sentimenti, non solo religiosi e morali, ma anche

politici: ond’egli ci si manifesta in triplice aspetto, filosofante,

fondatore d’una società, e legislatore. Come filosofo sta in mezzo fra

l’Oriente e l’Occidente, non abolendo i miti in cui quello avvolgeva

le dottrine, eppure accettando la realità e il ragionamento di questo;

traendo la scienza dagli arcani del santuario, ma avviluppandola nei

simboli di una società secreta; togliendola dall’essere sacerdotale,

ma conservandola aristocratica; repudiando le favole vulgari che

degradavano la verità, ma non osando porgere nella nuda semplicità i

sublimi concetti che egli aveva intorno a Dio e alle relazioni sue

coll’uomo e col mondo.

[DOTTRINA PITAGORICA]

Per quanto si può scoprire di sotto alle espressioni ora mitiche ora

aritmetiche, egli fissavasi in un idealismo puro, ma accessibile

al senso comune. Ogni bene ha fondamento nell’unità che è Dio, e

nell’ordine, nell’armonia, nella proporzione, che sono l’unità

manifestata nelle cose, applicata al governo dell’universo. Ogni

male nasce dalla dualità, ossia dalla dissonanza e sproporzione, e

dalla materia che è il complesso di queste qualità rese sensibili.

Cominciamento reale e materiale di tutte le cose è l’unità assoluta

(monade), da cui derivano la limitazione dell’imperfetto, la dualità e

l’indefinito. Lo svolgimento della creazione tende appunto a svincolare

gli spiriti dalla dualità, cioè dalla materia, il che si ottiene

rimovendo la falsa scienza del variabile, per attingere alla scienza

vera dell’ente immutabile, e imparando a ricondurre la moltiplicità

delle cose all’unità del principio.

Asserì l’immortalità dell’anima, e non è accertato che la scombujasse

col dogma della metempsicosi. Pare ancora distinguesse il sentimento

dall’intelligenza: quello sorgente de’ desiderj e delle passioni,

questa moderatrice de’ pensieri e degli atti, ed emanazione dell’anima

del mondo. Pronunziò non esser possibile il conoscere veruna cosa, se

non a condizione che preesistano enti intelligibili, i quali siano

semplici ed immutabili; e poichè tali condizioni di unità-eternità non

s’avverano nè rispetto al mondo materiale, nè allo spirito umano, uopo

è ricorrere all’_idea_, che sola rende possibile il conoscere.

La morale di Pitagora avea per fondamento la retribuzione eguale e

reciproca, l’equità (ἀριθμὸς ἰσάκις ἴσος), che è un’armonia tra le

azioni dell’uomo e l’universo; essendo virtuoso l’uomo le cui azioni

rimangano sottoposte all’intelligenza e in armonia con essa. _Dire il

vero e fare il bene_[208] è il suo precetto cardinale. Le virtù sono

vie per arrivare all’amore: profonda verità, che discerne le due parti

della morale, una di mera giustizia, l’altra di carità operosa.

Negli antichi, dove il metodo esiste appena e l’immaginazione prevale,

mal si presumerebbe di comprendere tutto e tutto concatenare, e basta

afferrare il principio generale, da cui è animata la dottrina. Tale in

Pitagora è la matematica, derivando da considerazioni sopra i numeri

e le figure; riconducendo a rapporti numerici l’armonia e la bellezza

delle cose; abbracciando la musica, perchè gli accordi son numeri;

numeri i corpi, formati di unità; ogni cosa è composta di numeri, o sul

tipo numerico fu creata. Il mondo è un tutto armonicamente disposto,

sicchè dieci grandi corpi si muovono attorno a un centro che è il

sole; per via delle stelle gli uomini tengono qualche parentela colla

divinità, fra la quale e noi stanno i dèmoni, dei quali è la grande

potenza ne’ sogni e nelle divinazioni.

La natura e il linguaggio erano per lui segni sensibili d’un ideale

invisibile, che all’anima si rivelava per via dell’ordine fisico. E di

simboli faceano grand’uso i suoi seguaci; per segno di riconoscimento

adopravano il triplo triangolo che ne forma cinque altri, ed il

pentagono; diceano, «Non sedere sul moggio» per indicare di non

introdurre le cure della vita animale nel dominio dello spirito; «Non

portare al dito le immagini degli Dei», cioè non divulgare la scienza

divina[209].

Due arti principalmente raccomandava Pitagora: la ginnastica e la

musica. Per la prima vogliamo intendere l’igiene, che è una grande

scienza negli Stati, una grande prudenza negl’individui. La musica

crediamo comprendesse tutta la letteratura; laonde Damone[210] diceva

non potersi toccar le regole di essa senza scassinare le leggi dello

Stato: il che possiamo asserire anche oggi della letteratura.

[PARALLELO COLLA JONICA]

Quest’altezza di vedere discerne fondamentalmente la filosofia italica

dalla jonica. La prima tolse per canone la tradizione del genere umano,

la seconda la speculazione individuale e indipendente: l’italica vide

ch’era necessario dedurre le cose da un principio solo per costituire

l’unità della scienza, e subordinando i sensi allo spirito, distinse le

sensazioni, corrispondenti all’ordine variabile, dalle idee che hanno

per oggetto l’invariabile; la jonica invece non si affida che alla

sperienza. Quella pertanto segue l’analisi, partendo dal tutto e colla

decomposizione venendo alle parti onde risalire al tutto, oggetto delle

sue indagini; questa la sintesi, movendo dalle parti onde ritornare al

tutto colla composizione, sebbene nell’infinita via si smarrisca, e

riducasi sempre alle parti, unico scopo di sua attenzione. Mentre la

scuola jonica ammetteva un principio materiale e dimenticava il morale

intento, i Pitagorici mantenevano il principio incorporeo, curavansi

della moralità, e cercavano le leggi e l’armonia dei principj mondiali

secondo una morale determinazione del male e del bene; nelle forme più

dogmatici che dialettici, nello stile chiari e di semplicità grandiosa.

Gli Italici prendevano dunque le mosse da Dio, gli Jonici dalla natura;

quelli procedevano nelle pure regioni dello spirito, questi perdeansi

in vani sforzi affine di svilupparsi dalla materia. Nella scuola di

Talete, essenzialmente indagatrice e sagace, lodevole era l’esercizio

attivo e libero dell’umana ragione: la pitagorica invece, gelosa

di conservare le dottrine all’uomo rivelate da lassù, meno ardita

procedeva nell’esame, onde agli scolari bastava per ragione l’averlo

detto il maestro: _Ipse dixit_.

[SOCIETÀ PITAGORICA]

Mentre i sapienti della Grecia filosofavano isolatamente, Pitagora

comprese la potenza d’un’associazione forte e regolare, onde fondò

una vera scuola che conservasse le dottrine positive e tradizionali.

Non molto dissimile dagli Ordini religiosi del medioevo, in essa

all’insegnamento sublime si arrivava con diuturno noviziato e grande

austerità di cibi, di vesti, di sonno, di silenzio, affine di domare i

sensi e colle privazioni invigorir l’anima al meditare. I Pitagorici

ponevano i beni in comune, vestivano di bianchissimo, e coabitavano,

liberi di sbrancarsene quando fossero stanchi. Assai coltivavano la

memoria; fedelissimi alla parola, radi ai giuramenti; parchi alla

venere, se ne astenevano nell’estate; ai sacrifizj dovevano presentarsi

in abiti non isfarzosi ma candidi, e con mente casta. Cominciavano la

giornata con suoni e canti, poi alternavano trattenimenti filosofici,

esercizj ginnastici e doveri di cittadino; la sera indulgevano a pacata

allegria, cantando _versi aurei_; prima d’addormentarsi esaminavano la

propria coscienza. Virtuoso è colui che normeggia la vita a imitazione

di Dio, o si conforma alle leggi della ragione, attesochè la ragione,

sorgente della verità e dell’unità, è la parte divina dell’esser

nostro, e perciò deve comandare; mentre obbedire devono la collera e

la cupidigia, effetti della materia, immagine della dualità. E come

l’armonia nasce dall’accordo dei suoni gravi cogli acuti, così la virtù

nasce dall’accordo delle varie facoltà dell’anima nostra sotto l’impero

della ragione; lo perchè la virtù può dirsi un’armonia.

Pertanto ai sobbalzi illiberali della democrazia preferirono la

posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non de’ più forti o più

ricchi o più antichi, ma de’ più intelligenti e virtuosi. Tant’è ciò

vero, che la giustizia rappresentavano come l’eguaglianza perfetta,

simboleggiata nel cubo. Parità nell’abnegazione, reciprocità nel

sagrifizio costituivano l’amicizia.

[I PITAGORICI]

Da tutto ciò derivavano stupendi precetti, in parte esposti ne’

Versi Aurei, che si attribuiscono a Liside. «Tra amici ogni cosa è

comune. Non si lasci tramontar il sole sopra un diverbio avuto con

un amico. Gli uomini si trattino come se mai da amici non dovessero

diventar nemici, ma anzi da nemici amici. La donna, debole vittima

strappata all’altare, sia trattata con bontà». Diceano pure, a cinque

cose sole dovrebbesi far guerra: le malattie del corpo, l’ignoranza

dell’intelletto, le passioni degradanti, le sconcordie delle famiglie,

le sedizioni delle città. Forse la morale e la giustizia loro non si

ergeano fino al concetto dell’intera umanità, e rifletteano soltanto ai

consociati, com’era proprio di tutte le istituzioni prima che Cristo

c’insegnasse a invocare tutti insieme il Padre nostro; e ciò potrebbe

dar ragione dell’insita sterilità di questa dottrina, la quale non

influì gran fatto sopra gli atti nè sopra l’insegnamento dell’intera

Grecia.

[TEANO]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 13 / 37 段