Le Vestali e le cose sacre eransi ricoverate a Cere d’Etruria, il

vulgo nei paesi circostanti: ma il prode Manlio indusse un pugno di

risoluti a seco ricoverarsi nella rôcca del Campidoglio. Quivi tennero

saldo; ma già perduta la speranza del resistere all’armi e alla fame,

divisavano di capitolare, quando Furio Camillo, il vincitore di Vejo,

che dalla consueta ingratitudine de’ popoli era stato cacciato in

esiglio, e vivea ritirato in Ardea, pose in non cale i torti della

patria, e raccolti gli sbandati, e avuto il pien potere di dittatore,

sopraggiunse mentre a Pesaro (_Pesa-auro_) si trattava del riscatto a

denaro, e disse:—Col ferro, non coll’oro s’ha a redimere la patria»;

liberò la rôcca, espulse i Galli, ed attestò col fatto l’immobilità del

Giove Capitolino: laonde fu tenuto come secondo fondatore della città.

Così una tradizione di boria nazionale e patrizia, e tanto ricca

di poesia quanto di controsensi e disaccordi: ma un’altra più

positiva rivela qualmente i Galli fossero costretti allargare il

Campidoglio perchè i Veneti aveano invaso le loro terre cisalpine;

onde consentirono che i Romani si redimessero a prezzo d’oro, il quale

fu portato nella Gallia e custodito come segnalato trofeo, sinchè

più tardi venne ricuperato da Druso. Certo i Galli non isbrattarono

così tosto il paese; anzi, accampati a Tivoli, scorrazzavano per la

campagna; talchè i Romani posero il partito di torsi via dalla mal

difesa e inauspicata patria, e mutarsi nella grande e robusta Vejo.

Forse era consiglio de’ plebei, i quali nel nuovo abitacolo si sarieno

trovati eguali ai patrizj, giacchè questi non vi troverebbero più nè il

terreno legale, nè la proprietà assicurata dai sepolcri, nè le memorie

avite: ma Camillo mostrava come Roma godesse saluberrime colline; fiume

opportuno per trar le derrate dall’interno e riceverne dal mare; mare

abbastanza vicino, ma non tanto da esporla a flotte nemiche; situata

nel mezzo dell’Italia, in posizione unica per ingrandire[195]. Con

maggior efficienza i patrizj fecero intervenire il solito impedimento

degli augurj: onde si risolse di rimanere, e di mezzo alle ceneri e ai

rottami e senza soprantendenza di edili fu scompostamente risarcita

la città plebea, nel posto ove il lituo etrusco avea dapprima fondato

la patrizia. Frugando tra le macerie si trovarono intatti lo scettro

di Romolo, pegno di lunga durata al popolo, e molte tavole della

legge, che furono esposte al pubblico, eccetto quelle concernenti la

religione, tenute ancora arcane.

I Galli, ridottisi nella parte superiore dell’Italia che per loro fu

detta Gallia Cisalpina, mai non requiarono dal molestare i Romani; ai

quali del sofferto disastro rimase tale apprensione, che un tesoro

a posta conservavano per l’eventualità di guerre contro di essi

(tumultus), nelle quali nessun cittadino era dispensato dal prender le

armi, sospendevansi gli affari, un dittatore veniva eletto con pien

potere per salvare la repubblica. E quella guerra migliorò la loro

tattica: all’elmetto di rame surrogarono uno di ferro battuto, a prova

delle lunghe spade galliche; di ferro orlarono gli scudi; alle deboli

e lunghe chiaverine sostituirono il _pilum_, perfezionamento del gais

_gallico_, atto e a parare la sciabola nemica, e a colpire da presso e

da lontano.

[CERE AGGREGATA]

Per riconoscenza verso la pelasga città di Cere che avea dato ricovero

agli Dei, i Romani le concessero la cittadinanza, come anche a’

Vejenti, Carpenati, Falisci. Nuova estensione davano essi con ciò alla

loro politica d’ingrandire per mezzo dell’assimilamento; e se prima

aveano trasferito i vinti in città, ora recavano la città di fuori,

creando cittadini romani fuor del proprio territorio, con diritti più o

meno larghi.

[VOLSCI VINTI]

Profittando delle sue sventure, molti popoli si erano rivoltati

contro Roma, e massime l’Etruria: ma il valore di Camillo assicurò la

vittoria sui Volsci e sugli Etruschi, nel mentre stesso che rappaciava

le sempre rinascenti gare interne fra patrizj e plebei, aggravate

dall’ingrossarsi dei debiti nelle trascorse vicende. Anche le correrie

dei Galli infiacchivano i nemici di Roma, e facilitavano a questa il

vincerli. Di fatto, dopo lunghe brighe, Ernici e Volsci furono domati:

i Romani, che ai vinti non sempre negarono lode, narrarono che un

Volsco di Priverno, interrogato qual pena gli sembrassero meritare

i suoi cittadini,—Quella (rispose) che meritano uomini, i quali si

credono degni della libertà». E soggiuntogli,—Se non vi si concede

perdono, in qual modo vi comporterete?» replicò,—Nel modo che vi

comporterete voi: se le condizioni saranno discrete, ci manterremo

sempre fedeli; poco, se aspre».

[I SANNITI]

Terribili a Roma rimanevano i Sanniti, gente mista di Sabini ed

Ausonj. Giunti al colmo di loro potenza, superavano allora Roma in

popolazione e territorio, allargandosi dal mar Inferiore al Superiore,

dal Liri alle montagne Lucane e ai piani dell’Apulia, sui due pioventi

della giogaja centrale dell’Appennino, nelle vallate del Vulturno,

del Tamaro, del Calore verso il Tirreno, e del Saro, del Tiferno, del

Trinio, del Frentone verso l’Adriatico, ne’ paesi insomma che oggi

diciamo Principato Ulteriore, Abruzzo Citeriore, Terra di Lavoro.

Buone loro città erano Boviano a piè del Matese con mura pelasgiche,

Esernia sull’altra proda di questo monte, Alifa nella valle del

Vulturno, Caudio fra questa e Napoli, Eclapoli presso le mufete del

lago d’Ampsaruto, Telesia sul Calore, Alfidena nella val del Sangro,

Consa presso una sorgente dell’Ofanto, Ortona, Malevento. Non formavano

uno Stato unico, ma molti Comuni, avendo a capo un induperatore; troppo

lassamente collegati dal reciproco municipio, spesso emuli, volta a

volta nemici. Fra le gole dell’Appennino pascolavano gli armenti nel

cuor dell’estate; e sobrj, indomiti, difesi da valloni e torrenti,

erano spaventevoli ai pianigiani.

[CAPUA]

[420]

Alle loro correrie si opponevano le città greche ed etrusche; ma essi

travalicandole invasero la Vulturnia, cui applicarono il nome di

Campania cioè pianura (καμπος), e i titoli di _felice_ e di _terra di

lavoro_ per la sua opportunità all’agricoltura. La deliziosa Capua,

dagli Etruschi ammolliti passata a mano di questi bellicosi, acquistò

fama guerresca; e la sua nobiltà somministrò cavalieri non meno

reputati che i pedoni del Lazio, i quali, col nome di Mamertini cioè

soldati di Marte, si mettevano a soldo de’ tiranni di Sicilia e perfino

de’ Greci; emulò Roma, e potè aspirare alla signoria o alla capitananza

di tutta Italia. Eppure dentro era propensa all’arti del lusso, tanto

che la via Seplasia era tutta a botteghe di profumi; mentre i vasi

che vi si scoprono, attestano quanto portasse innanzi la ceramica e

la plastica: inventò le burlette, di cui rimangono ricordo le Favole

atellane e la maschera dello Zanni e del Macco o Pulcinella.

[CAMPANIA E LAZIO SOGGIOGATI]

[343]

I Campani non s’indussero mai ad amare i montani loro dominatori; nè i

Sanniti conobbero l’arte romana di fondere in un popolo conquistatori

e conquistati, patrizj e plebei. Guardavansi dunque con iraconda

diffidenza; e i Campani, ridotti alla dura necessità di dover servire a

nemici o ad amici, chiesero ajuto da Roma che, in aspetto d’alleata, ma

già ingordamente sperando dall’armata intervenzione, allora primamente

sbucata dal tristo Lazio, conobbe quella bellissima regione, le delizie

meridionali, e l’eleganza e sensualità greca. L’esercito ne prese

tale incanto, che chiese di trasferire colà la patria, trovando poco

giusto che essi vincitori stentassero in Roma, mentre i vinti godeano

pacificamente di sì ubertosa contrada: disdettagli la domanda, si

ritorse ostilmente contro Roma, la levò a rumore, e gridò:—Vogliamo

siano abolite le usure; vogliamo si scelga un console plebeo». Le armi

imponeano dunque già la legge alla patria.

[MANLIO TORQUATO. DECIO]

[342]

[340]

Di quest’agitazione si risentì tutto il Lazio, che, stanco di vincere a

solo pro de’ Romani, scosse la soggezione, s’alleò co’ prischi abitanti

de’ paesi ridotti a colonia romana, e coi Campani e Sidicini, per

ricacciare quei montanari nel Sannio, e mozzare il crescente orgoglio

di Roma; anzi i Latini proposero a questi:—Volete che soffriamo Roma

divenga la capitale del Lazio? uno dei vostri consoli e metà de’

senatori siano di nostra gente». I Romani, che non cedevano mai a

minacce, non isdegnarono l’alleanza di barbari montanari, e trassero

i poveri Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, sicchè al Vesuvio

si trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale.

Guerra feroce come le fraterne, segnata da ricordi della severità de’

patrizj conservatori, e dagli avanzi delle truci religioni pelasghe.

In tanta somiglianza di popoli importava sovrattutto la disciplina;

laonde Manlio Torquato condannò a morte suo figlio perchè aveva osato

combattere contro gli ordini. Decio si consacrò agli Dei infernali onde

placarli alla patria, e proferite le formole spaventose, s’avventò

contro le armi nemiche, quasi offrendo se stesso vittima espiatoria per

tutti i Romani. In fatto i nemici rimasero interamente sconfitti.

I Romani punirono dell’insurrezione i Latini ed i Campani collo

spegnerne l’autonomia, vietarne le assemblee, traslocarne gli abitanti,

sostituendovi coloni, e dando a ciascuna città patti diversi, a misura

dei comporti. Con ventiquattro trionfi ebbe soggettato i Volsci,

distruggendo l’artifiziosa fertilità di quel paese, ove le rovine di

tante città, sparse fra insanabili paludi, attestano fin ad oggi la

floridezza del popolo perito e la ferocia del vincitore. Ferocia dovuta

ai patrizj, tenaci dell’eroica severità, per quanto la plebe, memore

dell’origine italica, insinuasse più miti consigli.

[FORCHE CAUDINE]

[327]

[321]

Allora Roma, mutati i mezzi non l’intento, arma i pianigiani Latini,

Campani, Apuli contro i montani Sanniti, Lucani, Vestini, Equi, Marsi,

Frentani, Peligni, che già l’aveano ajutata a vincere la pianura.

Lunghi anni s’avvicenda la fortuna, finchè Papirio Cursore manda a

sbaraglio i Sanniti. Questi chiedono capitolare, e ricusati, col furore

della disperazione e col vantaggio delle posizioni chiudono l’esercito

romano nell’angusta valle che fu poi nominata le Forche Caudine.

Erennio, vecchio sannita, consigliava,—Via i partiti medj: o scanniamo

tutti i Romani combattenti, o rimandiamoli senza infamia». Ponzio

suo figlio, generale e filosofo, ascoltando più all’umanità che alla

politica, risparmia i vinti, purchè lascino armi e bagaglio, e passino

sotto una croce, giurando di non più militare. Roma ne fu in lutto:

ma il senato interpretò che quel giuramento non teneva perchè gli

erano mancati gli auspicj, e con una di quelle sottigliezze de’ tempi

eroici, per cui, tenendosi stretti alla parola, si mutava il giusto in

ingiusto, furono espulsi Postumio e Veturio consoli che personalmente

aveano giurato, proferendo che non si avesser più a considerare

per cittadini. Costoro, in aspetto di esuli, ottennero generosa

ospitalità dai Sanniti: ma secondo il concerto preso svillaneggiarono

il feciale che i Romani spedivano per patteggiare la pace: e Roma

da quest’oltraggio contro la sacra persona dell’ambasciatore tolse

pretesto a rompere il patto e ripigliare la guerra[196]. La vittoria

dà ragione ai Romani spergiuri. Ponzio, tanto venerato fra i suoi che

neppure dopo l’improvvida clemenza gli avevano levato il comando degli

eserciti, fu vinto e condotto a Roma; ed egli, che avea risparmiato di

mandare per le spade l’esercito a Caudio, egli che aveva impedito si

maltrattassero i consoli di Roma rejetti e spergiuri, fu vilmente e

legalmente trucidato.

[318]

In una tregua bienne i Romani rimisero il freno alle colonie, scannando

i rivoltosi al cospetto del popolo in memorabile esempio, perchè era di

suprema importanza che i coloni si trovassero sicuri.

[316]

[312]

Assodati gli stabilimenti loro nella terra Campana, ebbero cinto d’una

rete i Sanniti, che non trovandosi pari ai cresciuti conquistatori,

invocarono soccorsi dalla Confederazione etrusca. Questa dai Sanniti e

dai Galli era stata ristretta entro gli originarj confini: dentro però

sovrabbondava di popolazione, raffittita anche per coloro che v’erano

migrati dall’Etruria settentrionale; e l’agricoltura e l’industria

produceano inesauste ricchezze. Interruppe i traffici e le arti per

ajutare gli antichi nemici suoi contro i nuovi, ben più pericolosi che

non i Liguri e i Galli. Ma a capo dei Romani stavano Curio Dentato,

che dicea non voler possedere oro, ma comandare a chi l’aveva; Papirio

Cursore, l’Achille romano; Decio, che, ad imitazione del padre, si

consacrò agli Dei infernali; e principalmente Quinto Fabio, che diceasi

aver ucciso o fatti prigioni cinquantamila uomini, e che fu cognominato

Massimo dai patrizj perchè relegò nelle quattro tribù cittadine la

ciurma che Appio Claudio avea sparpagliata in tutte.

[L’ETRURIA VINTA]

[310]

Le tre città più bellicose d’Etruria, Perugia, Arezzo, Cortona,

chiesero tregua per trent’anni: le altre, benchè rese inermi, benchè

ne’ comuni parlamenti a Voltunna non sapessero mettersi d’accordo, pure

spiegarono tale forza che basta a testimoniar quanto vigorosa fosse

in origine quella confederazione. Rinnovarono il patto sacro, costume

lor nazionale, per cui ognuno sceglievasi un camerata, vegliando un

sull’altro, e reputando indelebile infamia l’abbandonarsi. Vinti, si

rannodarono sulla montagna di Viterbo nella foresta Ciminia, «orrenda

e impervia più che le selve di Germania e di Scozia». Sconfitte e

vittorie avvicendarono, finchè con sommo valore combattendo al lago

Vadimone, toccarono una piena rotta, dalla quale non si riebbero

più, per quanto protestassero con nuove guerre e sommosse. Perduta

l’indipendenza etrusca, l’aristocrazia s’amicò ai vincitori; gli

aruspici si fecero strumento della romana grandezza; nell’interno si

mantennero i governi municipali, si continuò a coltivare le arti, fare

e dipinger vasi, fondere bronzi, avventurarsi sul mare: ma alla fine

i proprietarj vidersi ridotti in fittajuoli e le città sovrane a

servitù, mascherata col titolo di Socj Latini.

[ULTIMI SFORZI DEI SANNITI]

[296]

[295]

Domata la più poderosa gente della penisola, se ne concentravano la

gloria e la potenza nella fortunata Roma, la quale nelle guerre già

si trovava preceduta da quel che tanto giova alla vittoria, un nome

formidabile. Per contrastarla i Sanniti avevano messo in piedi due

eserciti di ricche armi, e li perdettero: allora vedendosi abbandonati

dai Campani, dagli Equi, dagli Ernici soggiogati, e recinti da colonie

romane, i Sanniti osano un colpo arditissimo, e abbandonando al furor

nemico la patria, scendono fra gli Etruschi per concitarli a nuova

sollevazione, e con essi, con gli Umbri, con orde stipendiate di

Galli nuovamente venuti di qua dell’Alpi, compongono una tremenda

lega, sentendo omai tutti come la causa de’ Sanniti fosse quella

dell’indipendenza italiana. Però a Sentino dal valore calcolato di

Fabio e Decio restano sconfitti: gli Etruschi ottengono pace, non i

Sanniti, il cui paese viene abbandonato alla devastazione soldatesca.

[293]

Per difendere l’ultimo resto dell’italica libertà, i Sanniti ricorrono

agli Dei patrj. Adunati a generale rassegna ad Aquilonia, recinsero

di tele uno spazio di venti piedi quadrati; e sacrificate vittime,

introducevano un dietro l’altro i prodi appo un altare a proferire

orribili imprecazioni sopra sè ed i suoi, se fuggissero o non

uccidessero i fuggiaschi; guerrieri disposti attorno all’altare colla

spada sguainata scannavano chi esitasse. In tal modo si coscrisse un

esercito di trentamila trecenquaranta uomini; e tennero il giuramento,

poichè ad Aquilonia tutti perirono[197]. Ai Romani era sempre

riuscita difficilissima la guerra di montagna, onde questa era durata

cinquant’anni; imparatala, vinsero implacabilmente, il paese mandarono

a sperpero, distrutte Aquilonia, Cominio ed altre città: i pochi

rimasti ripararono fra gli Appennini; e l’anno seguente scopertine

duemila in una grotta, i Romani ve li soffocarono col fuoco. Due

milioni e mezzo di libbre di rame in verghe, ricavato dal vendere i

prigionieri, furono portate in trionfo con duemila ducensessanta marchi

d’argento provenuti dal saccheggio: delle armi tolte una porzione fu

lasciata come trofeo agli alleati ed alle colonie; delle restanti si

fece una statua di Giove in Campidoglio, sì gigantesca che vedeasi fin

dal monte Albano.

[FINE DELL’ETÀ EROICA]

A questo punto si chiude l’età eroica di Roma, che Tito Livio dichiara

«più d’ogni altra ferace di virtù». Ma quali virtù! Bruto condanna

a morte senza le solite formalità due suoi figliuoli, ed assiste al

loro supplizio: Lucrezia si uccide per colpa non sua: Scevola punisce

la mano d’aver fallito in un assassinio, e quell’assassinio approvasi

dall’intero senato: per superstizione Curzio si precipita in una

voragine, come i Decj sulle spade nemiche: un tribuno fa bruciar

vivi i nove colleghi che impedivano di surrogare i magistrati[198]:

il severissimo Cincinnato contamina la sua vecchiaja con un legale

assassinio; i giuramenti sono violati per pubblica autorità e per turpi

sofismi: Fabio Gargete, edile curule, fabbrica un tempio a Venere colle

ammende imposte a dame romane per violata fede coniugale e pubblica

disonestà: in tempo d’epidemia[199] censessanta donne accusate d’avere

avvelenato i loro mariti, avvelenano se stesse; supplizio iniquo, come

era superstizioso rimedio lo scegliere in tali sventure un dittatore,

che conficcasse il chiodo sacro nel tempio. Virtù di tempi eroici,

tutto egoismo di persone, di classe, nulla profittevoli al grosso del

popolo, che in continue guerre veniva angariato ed ucciso, smunto

colle usure, battuto a verghe, chiuso in ergastoli privati; surrogando

all’interesse pubblico la tirannide di pochi, chiamavasi ribelle chi

a vantaggio del vulgo alzasse la voce; petulante vulgo, che ardiva

domandare d’esser considerato uomo e cittadino.

LIBRO SECONDO

CAPITOLO IX.

Magna Grecia.—Pitagora.—I legislatori.

Qui la storia stessa di Roma ci porta a considerare i paesi meridionali

della penisola, e nuove civiltà; perocchè alla pelasga, o greca antica

se si voglia, ed alla rasena degli Etruschi, terza si unì la ellenica

delle colonie, più splendida e decantata.

[COLONIE]

Il genio del popolo greco, il quale eminentemente seppe congiungere

l’istinto del bello colla sapienza dell’ordine, sicchè creò i

capolavori della poesia e della scultura, e al tempo stesso i veri

sistemi delle scienze positive e delle noologiche, manifestò quel

suo potente bisogno di movimento e di azione col disporre colonie

innumerevoli dall’Asia Minore fino ai più riposti seni del Ponto

Eusino, dall’Jonio fino al Nilo, alle coste settentrionali dell’Africa

ed alle meridionali della Spagna e della Gallia. In quelle la gioventù

correva in cerca d’avventure e libertà, di ricchezza i negozianti, di

requie i vinti; le repubbliche vi mandavano i turbolenti e i soverchi;

e l’incivilimento e l’opulenza della madrepatria vantaggiavano di tale

innesto. Nel nuovo paese i fondatori erano venerati, e spesso per

gratitudine eretti a signori; il territorio spartivasi fra i coloni,

che vi rinnovavano i nomi e le consuetudini delle contrade natìe,

e sull’indole e i bisogni locali modificavano la greca civiltà. Le

colonie formate da persone obbligate dalle fazioni a fuoriuscire dalla

patria, trovavansi indipendenti fin dall’origine; quelle spedite dalla

metropoli mantenevano le patrie leggi; sacerdoti e magistrati riceveano

da essa; ad essa spedivano tributi, derrate, annui sagrifizj religiosi;

poi il nodo lentavasi a segno, da non costituire che una federazione,

unita dalla comune origine e da divinità comuni, a’ cui tempj antichi

seguivano a recare omaggi e chiedere oracoli. Collocate nelle regioni

più opportune alla vita, all’industria e al commercio, prosperavano,

e la metropoli vi godeva immunità di asportazioni e importazioni;

costituite di gente operosa e vivace come sogliono essere i migrati,

abbondavano d’arti, d’industria, di sapere, di libertà.

Di colonie siffatte circondarono i Greci quasi tutto il lembo

dell’Italia[200], e meglio le coste a occidente, meno scabre delle

orientali. Le più considerevoli stettero sul golfo di Táranto, nella

parte occidentale della Japigia e di là fin a Napoli e in Sicilia: nè

altro paese mai su così breve spazio radunò tante città, e ciascuna

importante quanto un popolo, e degna di vivere nella posterità, più

che i grandi imperi ove un despoto regna su milioni di servi.

[COLONIE DORICHE E ACHEE]

In quattro genti era suddivisa la famiglia greca; Eolj, Dori, Jonj,

Achei, distinti per dialetti, per costituzioni, per usanze particolari;

e fra noi prevalsero i Dori nella Sicilia, nella Magna Grecia[201] gli

Achei. Ai Dori dovette quell’isola le colonie di Ibla, Tapso, Gela,

Agrigento, Messina, Taranto. Gli Achei piantarono Crotone, Síbari,

Turio a lei succeduta, le quali figliarono le altre di Laus, Scidro,

Posidonia, Terina, Caulonia, Pandosia. Dagli Jonj di Calcide vennero

Cuma e Napoli, Zancle da cui Iméra e Mile, Nasso da cui Gallipoli,

Leontini e Catania con Eubea, Taormina e Reggio. Di stirpe jonica

furono anche Elèa e Scillezio: oltrechè i Cretesi condussero colonie

a Brindisi, Iria, Salenzia ed Eraclea Minoa in Sicilia; i Tessali a

Crimisa ed Egesta; gli Etolj a Temesa; i Focesi a Lagaria.

[MIGRATI DA TROJA]

Una delle prime imprese che dei Greci si ricordino, fu l’assedio di

Troja, immortalato nei poemi d’Omero e di Virgilio: ma veruna storica

certezza rimane nè del suo tempo, nè del luogo, nè dell’esito: il fatto

medesimo è controverso; eppure a quella guerra, che suole collocarsi

dodici secoli avanti Cristo e sulle rive dell’Ellesponto, voleano

gli antichi far risalire la loro nobiltà, come le nostre Chiese agli

apostoli, e i nostri signori alle crociate. Ed appunto da eroi della

guerra iliaca prende le mosse la genealogia di molti Stati dell’Italia

meridionale. Dicevasi che alcuni, campati dalla distrutta Troja,

avessero cerco una nuova patria sovra suolo straniero; altri de’

vincitori stessi, agitati dall’ira divina o dalle procelle nel ritorno,

fossero stati spinti coi loro seguaci in lontani paesi, ove presero

stanza. Petilia credevasi cinta da nuovo muro da Filottete, greco

abbandonato per astuzia d’Ulisse; Metaponto, fondata da Epeo compagno

del pilio Nestore, il più prudente fra i Greci; Tràpani, Agatino, da

altri di quella schiera. Nuove colonie innominate dovettero certo

arrivare poco dopo.

[MAGNA GRECIA]

Forse per le non ancora quietate agitazioni del terreno i primi

abitatori di quelle coste eransi tenuti sui monti, lasciando disabitate

le spiaggie malsane, finchè gl’interrimenti le rinsanichirono. Su

questi lembi, di recente formazione e di facile ubertà, poterono

prendere stanza i Greci avveniticci, e mediante la pastorizia e la

vicinanza del mare crescevano di ricchezze e di numero, mentre i natìi

od erano ridotti schiavi affissi alla gleba, o fra le montagne si

moltiplicavano e rinvigorivano. Un pugno di prodi o di avventurieri

senza donne, non potea che mescolarsi coi vinti, insegnarli, alterarne

forse ma non cangiarne la lingua e i costumi, salvo a quella società,

la quale, secondo l’indole delle costituzioni antiche, sovrapponeasi

alla plebe, e da questa tenevasi in tutto sceverata. In segno della

nuova coltura il paese si popolava di tempj alle greche divinità;

come quello di Nettuno a Taranto, di Proserpina a Locri, di Minerva a

Metaponto, di Giunone sul promontorio Lacinio, di Ercole a Crotone, i

riti del quale erano riservati alla famiglia de’ Lampriadi.

I coloni trasportavano con sè la costituzione patria, onde la

democrazia prevalse nelle joniche, di cui tipo era Atene; nelle doriche

invece, di cui era tipo Sparta, l’aristocrazia restringeva l’esercizio

della sovranità e le magistrature in alcune famiglie, od in una classe

nella quale si entrava pel censo. Il fatto stesso però della migrazione

faceva propendere a democrazia, giacchè gli aristocrati non attaccavano

al suolo memorie di dominio e, come avviene, sempre scemavano di

numero, mentre i popolani crescevano col commercio e colle ricchezze.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 12 / 37 段