dia ragione sopra un fondo; che la frattura d’un osso si compensi
con trecento assi; che matrimonio non si leghi fra patrizj e plebei;
pena la morte contro gli attruppamenti notturni, o a chi farà incanti
e malefizj, od avveleni; l’autore di canzoni infamatorie perisca di
bastonate». Colle succitate minaccie contro i debitori e colle formole
impreteribili, l’ignorar le quali impedisce di ottenere giustizia, si
accoppia la voce popolare, chiedente sicurezza: La legge sia immobile,
universale, senza privilegi. Il patrono che attenta a danno del cliente
sia maledetto. Nessuno potrà esser privato della libertà. Il potente
che rompe un membro al plebeo paghi venticinque libbre di rame; se non
si compone col ferito abbia luogo il talione: cencinquanta assi chi
rompe la mascella allo schiavo. Non si esiga oltre il dodici per cento
d’interesse, e l’usurajo scoperto restituisca il quadruplo. Al debitore
non si metta più di quindici libbre di catena. Chi cade schiavo per
debiti non resti infame. Chi depone il falso venga dirupato dalla
Tarpeja. Il testimonio che ricusa attestare la validità del contratto
è improbo, e non può testare. L’insolubile possa esser fatto a pezzi,
ma solo dopo presentato tre volte al magistrato in giorno di fiera; e i
figli di esso rimangano liberi». S’ha timore che il nobile si vendichi
ne’ giudizj? ebbene, il delitto capitale non potrà esser giudicato che
dal popolo nei comizj centuriati; e il giudice corrotto muoja. Perchè i
nobili toglievano le bestie a titolo di sacrifizio, la legge permette
di prendere pegno sopra chi piglia una vittima senza pagare, e sotto
pena della doppia restituzione vieta di consacrare agli Dei un oggetto
in contestazione.
Alla famiglia patriarcale e aristocratica tu vedi pian piano surrogarsi
la libera. Il possesso d’una donna è dato non dalla compra, ma dal
_consenso_, dal _godimento_, dalla _possessione_ d’un anno, purchè non
interrotta per tre notti; e la donna non rimane acquistata come cosa,
ma in tutela, con libere nozze. Anche il figliuolo sarà emancipato con
tre vendite, simulazione che attesta il servaggio, ma che lo rompe; e
il figlio diventa esso pure padrefamiglia, nè più è collegato alla sua
che da una specie di patronato, sinchè verrà tempo che la legge dovrà
rammentare «anche il soldato esser tenuto a riguardi di pietà verso il
genitore». Nè i beni saranno vincolati all’eredità necessaria, fatale,
ma il padre testerà solennemente sui suoi e sulla tutela loro; cosicchè
la proprietà, incatenata dapprima alla famiglia, si riduce mobile a
seconda della individuale libertà, e bastano due anni a prescrivere il
possesso dei fondi, uno al possesso dei mobili.
Le leggi suntuarie, che il Vico supporrebbe introdotte soltanto
quando i Romani ebbero imparato il lusso dai Greci, a noi non ripugna
attribuirle a quei primi tempi, ma solo per frenare l’opulenza della
classe inferiore, mentre a pontefici, auguri, nobili, che rappresentano
gli Dei, era lecito sfoggiare ne’ sacrifizj pubblici e privati e nelle
pompe funeree. «Non foggiate il rogo colla scure. Ai funerali, tre
vesti di lutto, tre bende di porpora, dieci flautisti. Non raccogliete
le ceneri de’ morti per farne più tardi le esequie. Non corona al morto
se non l’abbia guadagnata col valore o col danaro, come poteva avvenire
nelle corse con cavalli proprj. Non fare più d’un funerale all’estinto;
non oro sul cadavere; ma se ha denti legati con filo d’oro, non glieli
strappare. I morti non si sepelliscano o brucino in città»; perchè i
sepolcri attribuivano una proprietà inviolabile.
Il fatto capitale del diritto decemvirale è l’aver sancita
l’eguaglianza civile, obbligando tutti alle medesime leggi pubbliche,
patrizj o no, sacerdoti o magistrati: ma lunga stagione voleasi prima
che la legge si riducesse un fatto. Imperocchè ancora nella famiglia
rimaneva l’antica esclusione; ancora il patrizio solo manteneva il
privilegio d’offrire i sacrifizj favorevoli e auspicati, e conosceva le
formole, le quali erano ritenute indispensabili per autorare i giudizj.
[LE FORMOLE]
Anche il nostro fôro impone certe formalità, senza delle quali alcuni
atti non sono legittimi, per esempio nel numero de’ testimonj, nella
tripla promulgazione delle nozze, nella firma, nella data ed altre
prescrizioni dei testamenti; e la mancanza di certi riti notarili, di
certe impugnazioni avvocatesche invalida le ragioni. Fra i Romani erano
assai più, eseguendosi una specie di scena per ciascun atto legale, con
tradizioni simboliche, con finta violenza. Per esempio, nelle nozze
davasi alla sposa un anello di ferro; nel riceverla alla casa maritale,
se gliene porgevano le chiavi; le si toglievano quando la si rinviasse
ripudiata. Si contraeva impegno collo stringere il pugno; conchiudevasi
il mandato (_manu data_) col dare la mano; denunziavasi il turbato
possesso col lanciare una pietra contro il muro illegalmente eretto;
s’interrompeva la prescrizione col rompere un ramoscello. Chi reclamava
un mobile, lo pigliava colla mano; per adire un’eredità, l’erede facea
scoccar le dita (_digitis crepabat_); si rincariva ad un’asta pubblica
col sollevare un dito. Il debitore che rassegnava i suoi beni ai
creditori, toglievasi e deponeva l’anello d’oro: per annunziare che lo
schiavo posto in vendita non si garantiva, gli si poneva il cappello.
Disputavasi della possessione d’un fondo? i due contendenti prendevansi
le mani, fingevano una specie di lotta, e poi andavano a cercar una
zolla del fondo contrastato. A questa corsa si sostituirono due
formole: il pretore pronunziava _Inite viam_, un terzo _Redite viam_,
supponendo incominciato e finito il viaggio nella sala d’udienza[188].
Per assumere uno in testimonio gli si diceva, _Licet antistari?_ se
rispondeva _Licet_, gli si replicava _Memento_, toccandogli il lobo
dell’orecchio. Il padrefamiglia emancipava un figlio dandogli uno
schiaffo; rito rimastoci nella cresima.
Da principio era arcano anche il calendario, che segnava in quali
giorni si potesse aver udienza, in quali no, in quali per metà: e il
plebeo che gl’ignorava, alle evidenti sue prove, ai giusti lamenti
trovavasi opposta l’eccezione legale insuperabile, e in conseguenza non
poteva presentarsi al tribunale se non per via d’un patrono, il quale
lo istruisse de’ giorni fasti e nefasti, e delle precise cerimonie, con
cui soltanto poteva trovar ascolto ed aver ragione.
[ROGAZIONE CANULEJA]
[414]
Sebbene le XII Tavole quasi nulla sancissero riguardo allo Stato, la
democrazia introdotta da esse nel diritto civile si comunicava al
politico: furono ripristinati i tribuni, potenza non frenata se non
dal dover essere tutti d’accordo; le leggi fatte dalla plebe raccolta
nei comizj tributi (_plebiscita_) divennero obbligatorie anche pel
nobile (_Quod tributim plebs jussisset, populum teneret_); nè vi erano
necessarj gli auspicj. Passo importantissimo, dal quale, essendo
tribuno Canulejo, i plebei procedono a domandare la comunicazione dei
matrimonj, giacchè, se alcuno sposasse una plebea, i figli seguivano la
condizione materna, nè ereditavano ab intestato; e i patrizj dovettero
concederla, restando da ciò abbattute le barriere fra le due classi.
Poi chiesero di poter aspirare al consolato; e i patrizj, piuttosto che
consentire, sospendono di eleggere i consoli, conferendo l’autorità
giudiziale a pretori patrizj, il comando delle armi a tribuni militari,
capi delle legioni, scelti fra nobili e plebei, non aventi diritto
d’auspizj.
[LICINIO STOLONE]
[366]
Eppure per lungo tempo non vi furono eletti che patrizj, bastando ai
più l’aver assicurato la proprietà e la persona. Questa però ogni dì
trovavasi in pericolo; sempre nuovi debitori erano condotti nelle
carceri private; la miseria non lasciava agio ai plebei di curarsi
della pubblica cosa, e l’oligarchia stava per soffocar Roma in cuna,
quando sorse il plebeo tribuno Cajo Licinio Stolone, uomo a torto
svilito dalla storia, scritta da aristocrati o col loro spirito, il
quale iniziò una rivoluzione incruenta, condotta per vie legali in
modo da assodare la futura grandezza di Roma. Propose egli una legge
che mitigava la sorte dei debitori, annullando gl’interessi accumulati;
un’altra che limitava a cinquecento jugeri la porzione individuale di
dominio pubblico (_ager_), e il resto de’ campi avesse a distribuirsi
ai poveri; una terza legge portava che uno de’ consoli fosse plebeo.
[353-334]
[339]
[305]
Dappoi i tribuni col frapporre il veto a tutte le elezioni, per modo
che Roma rimase lunga stagione senza magistrati, ottennero che plebei
entrassero nel collegio de’ sacerdoti sibillini, oracolo dello Stato;
potessero occupare e la dittatura e la pretura e il pontificato e
l’edilità. Anzi colle tre leggi del dittatore Filone Publilio fu
derogato il voto delle curie, sicchè più non ne occorreva l’assenso,
quel del senato bastando perchè i plebisciti acquistassero carattere
obbligatorio per tutti i Quiriti. Con ciò il senato prese il luogo de’
padri antichi, il popolo si trovò composto anche dei nobili; i tribuni
poterono pigliare gli auspizj ne’ casi ove consideravansi necessarj; e
un segretario d’Appio Claudio, per cattivarsi il favor popolare, rese
pubbliche le formole giuridiche simboliche e il calendario.
Anche ne’ costumi s’insinuava l’eguaglianza. Al Pudore Patrizio era
dedicata una cappella nel fôro Boario; ed essendovi venuta per gli
usati sacrifizj Virginia patrizia, sposa d’un console plebeo, le
matrone la respinsero, quantunque ella sostenesse,—Io posso entrare
come casta che sono, e sposa ad un sol uomo, cui sono andata vergine,
e del quale per carattere, imprese, dignità non ho che a gloriarmi».
Ella dunque nel proprio quartiere rizzò un altare al Pudore Plebeo,
esortando le popolane ad emular la castità delle patrizie, come
gli uomini faceano col valore: e a quell’altare, coi riti medesimi
dell’antico, sagrificavano le donne d’incontaminata reputazione e d’un
solo marito (_univiræ?_).
Di tal passo la plebe conquistò il diritto e l’equo Giove. I dissidj
tra le famiglie patrizie e le plebee continuavano, ma i due ordini
cessarono di formare stati distinti nella repubblica, la quale ormai
era democratica, mirabilmente temperata fra i diritti del popolo,
del senato e degli ottimati: la religione dello Stato mettendo ad
ogni cosa il suggello di formole inalterabili, ovviava e l’anarchia
demagogica e il militare despotismo. La legge, ch’è sacra ne’ tempi
sacerdotali, arcana nelle aristocrazie, allora trovavasi divulgata:
alla ragion divina degli auspizj, misteriosamente rivelata dai
sacerdoti, e alla ragion di Stato, ove il popolo eroico provvede alla
propria conservazione con un senato proprio, sottentrò la ragione
umana nell’equa partecipazione del diritto: il senato non è più
autorità di dominio ma di tutela, per riuscire poi di consiglio sotto
gl’imperatori: e la romana libertà si formola in queste tre frasi,
autorità del senato, imperio del popolo, podestà dei tribuni della
plebe.
[PLEBEI E NOBILI PAREGGIATI]
Roma dunque è nata dalla mescolanza di varie stirpi: il qual fatto
sembra infondere maggior vitalità, come vediamo oggi stesso negli
Anglo-Sassoni. In conseguenza, più che una limitata nazionalità,
ritroveremo in essa concetti d’universalità, quasi predestinata a
raccogliere intorno a sè gli elementi umanitarj. Faticosi ne sono i
cominciamenti, e tiene del rozzo, ma colla lotta perseverante elimina
le parti meno opportune per assimilarsi le solide: difetta di estro,
di candore, di semplicità, quanto abbonda d’energia e prudenza; non è
dotata di fantasia, ma di leggi e istituzioni. E istituzioni diverse
vi portarono Latini, Sabini, Etruschi; sicchè il bisogno di vagliarle
partorì la critica, e ne risultò quella legislazione, che i secoli più
non disimpareranno.
CAPITOLO VIII.
Politica esterna. I Galli. Il Lazio e l’Etruria soggiogati. Fine
dell’età eroica.
Questi progressi interni si maturavano in mezzo a non interrotte
guerre, colle quali Roma, più per sicurezza propria che per anelito
d’invasione, cercava sottomettersi tutta Italia.
Le popolazioni di questa si erano alterate pel contatto delle colonie
elleniche, e per le relazioni colla Grecia e coll’Asia Minore.
Tarquinio Superbo avea voluto rendere gagliardi gli Etruschi, e non
v’essendo riuscito, passò a rinforzar Roma, contro della quale poi,
come una madre contro la figlia, si armò Porsena. Di qui l’avversione
di Roma per gli Etruschi, a danno de’ quali procacciavasi alleati.
[VICINI SOGGIOGATI. I FABJ]
[493]
Il Lazio allora stava partito fra due leghe; Volsci ed Equi nell’una,
Latini ed Ernici nell’altra. I Romani patteggiano colle città del
Lazio, e—Finchè il cielo e la terra durino, ci ajuteremo a vicenda,
divideremo a pari le spoglie de’ nemici; le liti private si definiranno
nel termine di dieci giorni, e dai giudici del luogo ove il contratto
si fece»[189]. In prima dieci, poi trenta, poi quarantasette città
spedirono deputati alla fontana di Ferentino per trattare de’
comuni interessi; poscia il congresso detto _Feriæ latinæ_ si tenne
sull’Aventino e sul Campidoglio. Il diritto de’ Latini (_jus Latii_)
conferiva quello di matrimonio (_connubium_) fra i due popoli, in modo
che i figli seguissero la condizione del padre; e quello di commercio,
che dava la vindicazione, la cessione in giudizio, la mancipazione e il
nesso.
[VICINI SOGGIOGATI. CINCINNATO]
[477]
[458]
I federati osteggiarono la lega nemica: e sebbene gli storici
raccontino quasi solo vittorie dei Romani, lasciano trapelare
sconfitte. La famiglia de’ Fabj, composta di trecentosei membri e
con quattromila clienti, assume da sè la guerra con Vejo; e bastano
a sostenerla per due anni, finchè côlti alla sprovvista, sono tutti
uccisi presso il fiume Crémera. Più tardi Appio Erdonio sabino con
cinquemila uomini occupa perfino il Campidoglio, avendo i tribuni
impedito al popolo di prender le armi. Equi e Volsci dall’Albano e
dall’Algido calavano ogni tratto su Roma devastando e incendiando, poi
ricoveravano fra i patrj monti; sicchè non era possibile coglierli,
nè assalirne la capitale, e si dovette una ad una distruggere le loro
fortezze. Minucio console lasciatosi pigliare in mezzo dagli Equi,
era inevitabilmente perduto; ma Roma affidò la dittatura a Quinzio
Cincinnato, cittadino di gran prosapia e di modestissimo vivere, che si
tolse dal coltivare il suo camperello per vincere, e menato trionfo,
ritornò all’aratro.
Due secoli consumarono i Romani in tali piccole conquiste contro la
lega nemica, con una calcolata lentezza, un coraggio indomito da
disastri, una instancabile attività, che anche nella pace teneva
il pugno sull’elsa, spiando ogni avvenimento opportuno. Nè noi
sulle guerre sogliamo indugiarci; nè il lettore correbbe diletto od
istruzione dalle vicende di Tarento regno di Palante, di Tusculo regno
di Telagone, del _superbo_ Tiburi, sede dei Siculi poi de’ coloni Argei
e reggia di Tiburno discendente da Anfiarao: cittaduccie da nulla,
che pur lungamente bilanciaronsi con Roma, e diedero esercizio alla
grandiloquenza di Tito Livio.
I disegni di Roma erano agevolati dalla sconcordia di que’ popoletti,
la cui storia somiglia a quella delle nostre repubbliche del medioevo.
Ardea ed Aricia, disputandosi il possesso d’un terreno, si rimettono
all’arbitrato del popolo romano. Questo, raccolto per tribù, dà
ascolto alle discussioni; quando Publio Scepzio, che avea compito
ottantatre anni e fatto venti campagne, chiede la parola, e rammenta
come il terreno disputato appartenesse a Corioli, vinta la quale dai
Romani, non da altri che da Romani esso doveva possedersi. Fu dunque
aggregato al dominio pubblico: ma gli Ardeati si sollevarono; i patrizj
stessi, mal soffrendo che il popolo prendesse sempre maggior parte ne’
pubblici maneggi, disapprovarono il plebiscito, ma non aveano potere di
cassarlo, e gli Ardeati dovettero chinar il capo e accettare di nuovo
l’alleanza.
[VICINI SOGGIOGATI. ARDEA]
[442]
Eccoli ben tosto a nuovi cozzi. Due giovani aspiravano ad una
popolana bellissima: uno plebeo, favorito dai tutori di essa; l’altro
nobile, e protetto da’ pari suoi e dalla madre, ambiziosa del vistoso
collocamento. La discordia dalla famiglia si propaga alla città; i
giudici sentenziano per la madre; i tutori appellano al popolo, e
da una banda d’affidati fanno rapir la fanciulla; un’altra banda di
nobili, guidata dall’innamorato, vi si oppone: sono alle mani e al
sangue; la plebe respinta di città, getta ferro e fuoco sulle terre
de’ nobili, ingrossata da una moltitudine di artieri, e s’accinge
ad assediar la città. Estendendo l’ira privata, i popolani cercano
ajuto ai Volsci, i nobili ai Romani. Questi vi vedono l’opportunità
di riparare il torto fatto ad Ardea, e il console Geganio accorse a
cacciare i Volsci che già la stringevano, e presili in mezzo, li fa
passare sotto al giogo: poi nella ritirata assaliti dai Tusculani,
periscono fin ad uno: e la pace è rimessa in Ardea mediante il
supplizio de’ capipopolo[190].
[VEJO]
[425]
Nel tempo medesimo sulla sinistra del Tevere continuavano i Romani a
dar di colpo all’aristocrazia etrusca, conquistarono le sacre città
di Fidene e Tarquinia, assediarono Vejo. Dieci anni durò l’assedio; e
poichè si dovette svernare sotto le armi, per la prima volta i Romani
assegnarono un soldo ai combattenti, i quali così trovandosi mantenuti
e stipendiati, non ebbero fretta di tornar a coltivare i loro poderi,
e rimasero a disposizione de’ capi, che poterono assumere anche lunghe
imprese.
[CAMILLO]
[395]
Era scritto arcanamente ne’ libri fatidici dell’Etruria, che gli Dei
non abbandonerebbero le mura di Vejo, sino a tanto che il lago Albano
non fosse rasciutto, versandone l’acque al mare. Ai Romani non parve
ineffettibile l’impresa, e compirono quell’ammirato emissario di sei
miglia, cavato nella lava. Infine Furio Camillo, nominato dittatore,
propiziati gli Dei e procuratosi federati, per una mina penetrò in
Vejo, le cui immense ricchezze furono predate, venduti schiavi i
cittadini, portata a Roma la dea Giunone, ch’essa medesima, interrogata
se fosse contenta, avea risposto due volte sì; un vaso dell’enorme
valore di otto talenti fu spedito ad Apollo in Delfo; e le terre de’
Vejenti, malgrado l’opposizione de’ patrizj, furono divise a sette
jugeri per ciascun plebeo. Non tardarono a cadere e Capena e Falera
e Sutrio e Vulsinia; e Roma pareva a un punto di soggiogare tutta
l’Etruria quando le sopravvenne un nuovo flagello, i Galli.
[1304?]
Già vedemmo (pag. 44) come una numerosa tribù di questi invase
antichissimamente l’Italia col nome di Amhra, vinse i Siculi, e rimase
signora della val di Po, donde spinse le conquiste fino al Tevere, che
colla Nar e col Tronto fece confine al vasto dominio di essa. Lo divise
in tre regioni: Is-Umbria attorno al Po; Oll-Umbria pendìo occidentale
dell’Appennino; Vill-Umbria, la costa del mar inferiore fra il Tevere
e l’Arno. Fin trecencinquantotto borgate contavano le due prime: ma
gli Etruschi s’introdussero nella Vill-Umbria, spossessando i Galli,
non però sterminandoli; e guerreggiando l’Is-Umbria, pezzo a pezzo la
conquistarono, piantandovi dodici colonie. Degl’Isombri parte tornò
nella Gallia di là dall’Alpi, parte si ridusse nelle valli Alpine,
alcuni resistettero nel paese fra il Ticino e l’Adda. Gli Oll-Umbri
rimasero anch’essi soggiogati; e ridotti al cantone che da loro si
chiamò l’Umbria, presero costumanze e favella al modo de’ vicini.
[I GALLI]
[590?]
[587]
Di là dell’Alpi intanto, sull’immenso spazio da’ Pirenei al Reno
le varie tribù de’ Cimri, parte de’ quali erano i Galli, diverse
per coltura e per indole quantunque d’origine comune, s’agitavano e
combattevano. Molti Galli furono cacciati dalle loro stanze, e una
turba con Sigoveso si drizzò alla selva Ercinia e piantossi nelle alpi
Illiriche; un’altra di Biturigi, Edui, Arverni, Ambarri, col biturige
Belloveso piegò all’Italia. Pel Monginevro sbucata sulle terre dei
Liguri Taurini fra il Po e la Dora, drizzossi verso la nuova Etruria
posta sul Po; e quivi riconosciuti gli avanzi della prima migrazione,
come lieto augurio adottò il nome d’Isombri o Insubri, da quella
conservato.
[580]
I Galli sono distinti fra gli antichi per valore grande e impetuoso,
spirito franco, schiuso a tutte le impressioni, fina intelligenza,
estrema mobilità, repugnanza alla disciplina, ostentazione e vanità,
causa perpetua di disunioni. Della loro politica di qua dell’Alpi
altro indizio non resta che la costruzione di una fortezza in mezzo
al territorio conquistato, chiamata Milano[191], dove unirsi alle
assemblee ed ai sacrifizj. Altri sopraggiunsero col nome di Carnuti,
Aulerchi, Cenomani, guidati da Elitovio[192]; e aggregate coi primi le
loro forze, respinsero gli Etruschi di là dal Po, e fondarono Brescia e
Verona. Una terza orda col nome di Salj, Levi, Libici, irrompendo per
l’alpi Marittime, si assise ad occidente, sulla destra del Ticino.
[358]
Continuando di là dall’Alpi il movimento, anche Cimri proprj le
passarono, quali i Boi, i Lingoni, gli Anamani, che traversate
l’Elvezia e la Transpadana, varcarono l’Eridano[193]. I Lingoni ebbero
il triangolo fra il Po, la Padusa e il mare; gli Anamani, collocati
fra il Taro e la piccola Versa, popolarono Piacenza; i Boi, fra il
Taro e l’Utente (Montone), falla lor sede Fèlsina, la denominarono
Bononia. Ultimi de’ Cimri, i Senoni, respinti gli Umbri sino al fiume
Esi, stanziarono da Ravenna ad Ancona, ove fabbricarono Sena de’ Galli
(Sinigaglia). Così i Galli ebbero occupata la Transpadana, i Cimri la
Cispadana[194]. Parte degli Etruschi, impedita d’unirsi alla nazione
oltre il Po e l’Appennino, ricoverò fra l’Alpi, nel territorio che
dissero Rezia.
Il paese incivilito degli Etruschi fu tornato in selvaggia desolazione
da costoro, a’ quali parea scapito di libertà il chiudersi fra mura; e
di tante città fiorenti, cinque sole camparono, Mantova e Melpo nella
Transpadana, nell’Umbria Ravenna, Butrio, Arimino. Melpo perì non guari
dopo; le altre dovettero con gran cautela orzeggiare fra quei terribili
conquistatori, esercitandosi nel commercio, da questi avuto a vile. I
quali abitavano borghi smurati, senza mobili nè altre comodità della
vita; letto l’erba o la paglia; cibo la cacciagione; unica occupazione
la guerra; trofeo le teste de’ nemici, che pei capelli sospendeano alla
criniera de’ cavalli; ricchezza gli armenti e l’oro perchè si possono
trasportare (POLIBIO).
[GALLI CISALPINI]
Ogni primavera rompeano la pace, e scorrazzavano saccheggiando
dall’Adriatico fin nella Magna Grecia, costeggiando però il mar
Superiore onde evitare i montagnesi dell’Appennino e i robusti figli
del Lazio. Cresciuti di popolazione, vollero spedir fuori una colonia,
e trentamila Galli-Senoni varcarono i monti verso l’Etruria. Gli
Etruschi mandarono interrogandoli:—Perchè venite in paesi, ove i
padri vostri non abitarono?» Ed essi:—Noi cerchiamo posto; cedeteci
il terreno che a voi non serve, e saremo amici». Il sopraggiungere
di questi impedì agli Etruschi di soccorrere i lor fratelli di Vejo,
assediati da Camillo: e certamente le vittorie di Roma furono agevolate
dall’essere la potenza etrusca già scassinata nell’Italia superiore.
[396]
L’inveterata inclinazione degl’Italiani d’invocare nelle fraterne
discordie lo straniero, ci fa poi meno alieni dal credere che gli
Etruschi pensassero dar briga ai Romani coll’istigare contro di essi
i nuovi invasori; che in fatto difilarono sopra Clusio, città alleata
di Roma. E Roma mandò intimar loro si ritirassero; e i tre Fabj
ambasciadori vedendosi inascoltati, passarono nella città assalita,
e si posero a capo degli armati. Parve ai Galli una violazione
del diritto delle genti, laonde irritati, alla guida del Brenno,
come chiamavansi i lor capitani, e ingrossati di nuovi soccorsi,
batterono la marcia contro i Romani, li vinsero al fiumicello Allia,
che dai monti Crustuminj piove nel Tevere, e spogliati i cadaveri e
troncatine i teschi, si volsero sulla città. Côlti da terror panico,
o conoscendosi incapaci di difenderla, i cittadini l’abbandonarono,
sicchè Roma fu ridotta in cenere, scannati i senatori e i sacerdoti,
i quali, proferite le formole del sagrifizio, colle insegne di lor
dignità attesero inermi gl’invasori.
[CAMILLO]
[389]