Forse però de’ plebei si valsero i patrizj per infrangere la monarchia

sacerdotale[175]: ma colla cacciata di Tarquinio il Superbo (trama

de’ patrizj e insurrezione contro un capo, in tutt’altro senso che

di libertà popolare) ai plebei più non restò veruno schermo contro

l’arbitrio de’ forti; esclusi dal senato, non protetti più dal

sacerdozio nè elevati dai re; e tutti i diritti concessi al primo

tempo consolare, compresa la _provocazione_ di Valerio Publicola, o

vogliam dire l’appello al popolo, riduconsi, chi ben veda, a privilegio

de’ patrizj. Quella aggregazione di genti d’ogni stirpe che a man

salva erasi effettuata sotto i re, si trovò limitata dalla gelosia

aristocratica, risoluta a mantenere la città in istato mediocre, e

ridurre la plebe alla condizione dei clienti etruschi, per uscir dalla

quale dovette lottare due secoli. Attaccatasi dunque a conservare i

confini sia dei possessi, sia degli ordini, l’aristocrazia si munisce

con riti, con auspizj, con formole d’una impreteribile precisione: e

poichè la plebe non conosce quelle parole legali, quei riti che sono

indispensabili a far sacri i contratti, non può avere legittimità di

connubj, di famiglia, di possedimenti. A soli aristocratici spetta

il diritto della lancia (_jus quiritium_); soli essi possedono il

territorio legale, scompartito colle sacre contemplazioni e determinato

dalle tombe, fuor del cui limite la proprietà sussiste, ma non

conferisce diritti civili, giacchè il cittadino vero è quel solo che

possiede entro i limiti cerimoniali.

Eppure la religione cessò di essere soltanto negozio sacerdotale,

ed è divenuta politica: senza bisogno di sacerdoti, il patrizio

stesso esercita i riti privati; se maledice uno (_sacer esto_),

morrà; ai sacerdoti etruschi, confinati nel tempio senza attribuzioni

governative, si volge egli per consulti, ma all’uopo sa contraddirli,

ed anche castigati d’impostura[176].

La famiglia costituisce un legame politico e religioso di tale

severità, quale fra nessun altro popolo si trova[177]. Il padre solo

è indipendente (_sui juris_), e despoto sui famigliari; può vendere,

battere, uccidere gli schiavi, i famuli, i figliuoli; la donna si

rende infedele? o bee vino? e’ può ucciderla; può non raccogliere

il fanciullo nato mostruoso, cioè abbandonarlo a morire; ogni altro

figlio può vendere fin tre volte; può strapparlo giù dalla sedia

curule, dalla tribuna, dal carro trionfale, e giudicarlo nella propria

casa; l’emancipazione è castigo, giacchè il figlio non eredita se

non in quanto è suo del padre. Che non potrà un tal padre sopra

le parentele, i clienti, i coloni cui distribuisce le sue terre a

lavorare? Tutti questi nella città non hanno nè rappresentanza nè

ragioni, essendo manchevoli del diritto augurale, senza cui verun altro

se ne dà: rappresentanza e nome non ha se non il capocasa, il cui

diritto imprescrittibile si estende sulla terra, sui beni, sull’eredità

del nemico, sopra del quale possiede autorità eterna (_adversus

hostem æterna auctoritas esto_). Contro lui nessun’azione è data ai

dipendenti, nè egli può essere punito: misfece? la curia, cioè i suoi

pari dichiarano soltanto che ha operato male (_improbe factum_).

In siffatta posizione di cose, i patrizj scrupoleggeranno la parola

della legge anzichè lo spirito, il senso materiale della voce anzichè

il vero[178]; osserveranno gelosi il giuramento; faranno camminare le

leggi per fatti, anche dove riescono dure e spietate, come usa fin ad

oggi la ragione di Stato, che considera la salute pubblica per legge

suprema.

[AMPLIAZIONE PLEBEA]

Accanto a questi patrizj che rappresentano l’elemento orientale,

l’unità, l’esclusione, la nazionale individualità, i plebei

rappresentano il genio europeo, l’ampliazione, il progresso,

l’aggregamento; e il contrasto delle due forze, l’una conservatrice,

l’altra progressiva, forma il carattere e la gloria di Roma.

Per plebe non s’intenda quella ciurma delle grandi città odierne,

volubile stromento de’ demagoghi, che soffre i più gravi torti senza

tampoco avvedersene, poi a volte s’irrita per un nulla, e grida «Viva

la mia morte, e muoja la mia vita »; terribile nel giorno della

insurrezione, ben tosto baloccata dagli scaltri, che non solo le

fraudano le domande, ma ne profittano per serrarle il morso. Qui la

plebe era un popolo dove entravano famiglie ricche, persone assennate,

e al quale s’aggregavano anche antichi patrizj, come i Virginj, i

Genuzj, i Menj, i Melj, gli Oppj, gli Ottavj. La lotta dunque non era

fuor di proporzioni; la ragione potea contendere colla legalità: senza

il patriziato Roma avrebbe perduta l’originalità, senza la plebe non

avrebbe acquistato il mondo.

[CENSO]

Il territorio di Roma stendeasi appena otto chilometri fuori della

città, fra Crustumeria ed Ostia, talchè i consoli, quando cacciarono

i Latini, imposero non s’accostassero a più di cinque miglia da Roma;

e fin al tempo di Strabone additavasi a tale distanza un luogo detto

Festi, antico limite del territorio. Si estese poi, ma per lunga pezza

non oltrepassò Tivoli, Gabio, Lanuvio, Tusculo, Ardea, Ostia verso i

Latini; verso i Sabini, Fidene e Collazia. Su questo spazio i Romani

ci appajono piuttosto un campo che un popolo, disposti militarmente.

La prima numerazione sotto Romolo dava tremila uomini e trecento

cavalieri; quella al fine del suo regno, quarantaseimila dei primi

e circa mille degli altri. Quando il numero de’ cittadini era il

fondamento de’ suffragi, importava conoscere lo stato civile: e dai

primordj, o, come si dice, da Servio fu istituito che ad ogni nascita

si deponesse una moneta nel tempio di Giunone Lucina, ad ogni morte una

in quel di Libitina, una in quel della dea Gioventa ad ogni giovane

che prendesse la toga virile. Nell’età dei consoli, da seicentomila

abitanti, oltre gli schiavi, dimoravano sul piccolo territorio[179], ed

a ciascuno erano stati assegnati da Romolo due jugeri[180], che dopo

la repubblica crebbero a sette.

Senz’altro mezzo di guadagno che i campi e il bottinare, trovavansi

cinti da nemici, che nelle frequenti guerre ne saccheggiavano la

capanna e il terreno. In tali guasti il plebeo, che non potea colle

arti _sordide_ procacciarsi il sostentamento della famiglia, contraeva

debiti col patrizio, promettendo spegnerli la prima volta che fosse

condotto in corsa sul territorio nemico. Se l’occasione non nascesse o

non bastasse, egli era ridotto a ipotecare il camperello, sul quale il

patrizio gli prestava sino al dodici per cento.

[AVIDITÀ PATRIZIA]

Codesti patrizj, che nelle scuole ci sono dati per modello di

disinteresse, agognavano sempre maggior terreno; quelli ch’erano

venuti da altri paesi conservavano i possessi nella patria; altri li

compravano da liberi impoveriti: tanto che nel 387 di Roma fu già

necessaria una prammatica che vietava di possedere oltre cinquecento

jugeri. Più si smaniò di avere da che, coi comizj centuriati, il

potere politico non si misurò più dalla nobiltà, ma dai possessi; e

ad acquistarne non aprivasi altra via che o far guerra o spogliarne

il plebeo. Questo in fatti a breve andare si vedeva assorbito dal

debito il campo domestico, e più non potea rispondere al creditore che

colla persona propria, cioè coll’intera famiglia (_nexus_)[181]. «Se

scade il termine, come sarà trattato il debitore? citalo in giustizia:

se non compare, prendi testimonj, e costringilo: se età o malattia

il ritengono, procacciagli un cavallo, non la lettiga. Il ricco

garantisca pel ricco; pel povero, chi vuole. Confessato il debito,

giudicata la istanza, trenta giorni di proroga; poi si prenda e tragga

al giudice. Se non soddisfa, nè alcuno risponde per lui, il creditore

se lo conduca, l’attacchi con coreggie o catene, non pesanti più di

quindici libbre. Il prigioniero viva del suo, e dategli una libbra di

farina o più se volete. Se non s’accomoda, tenetelo in arresto sessanta

giorni; e per tre giorni di mercato presentatelo alla giustizia,

pubblicando il suo debito. Alla terza pubblicazione, se i creditori

sono molti, lo taglino a pezzi, se piace: oppure possono venderlo di là

dal Tevere»[182].

[I NEXI]

Pertanto all’aggravarsi d’una carestia, altri vendevano se stessi,

altri migravano, o gettavansi nel fiume: quest’era la libertà regalata

da Bruto. Qualora l’oppressione giunga all’eccesso, che partito

rimane? o, come i Negri d’America, avventar le fiamme alle case degli

atroci padroni; o conoscendo l’onnipotenza dell’unione, presentare

una compatta resistenza, e passo passo acquistare il diritto.—Opera

italiana.

Una volta ecco trascinasi sulla piazza un vecchio pezzente, irto

e sformato quasi una belva, eppure coperto il petto di cicatrici,

riportate in ventotto onorevoli battaglie, e colle insegne meritate da

lui e da’ suoi maggiori; tutti lo riconoscono, gli si serrano attorno,

interrogando perchè tanto sopraffannato; ed egli narra:—«Nelle guerre

coi Sabini ebbi arsa la casa, rapiti gli armenti; intanto crescendo

l’imposizione, carico di debiti, accumulate le usure, ho dovuto vendere

il podere; poi fui messo in arresto da un creditore, battuto a verghe,

menato a lavori forzati, anzi a vera carnificina».

I plebei, per un’indignazione avvivata dall’interesse, levano rumore,

e gridano:—Come? noi, vincitori di fuori, cosa siamo in casa? servi,

indebitati, prigioni; ecco i premj del valore, ecco la gloria d’esser

romani».

[504]

Il terribile accordo popolare sgomenta i senatori, che fuggono: i

plebei presentansi al console, mostrando i lividi delle catene e delle

battiture, e domandano si convochi l’assemblea; e non comparendovi

i senatori per paura, i plebei delusi infuriano. Atto Clauso sabino

erasi da Cure mutato a Roma con tremila clienti, ottenendo venticinque

jugeri di terreno per sè e due per ciascuno de’ suoi; e aggregato fra

i patrizj col nome di Appio Claudio, ne divenne corifeo, e consigliava

a domare i plebei colle bastonate; il suo collega Servilio invece

raccomandava la condiscendenza; ma nè essi, nè Valerio Publicola,

eletto dittatore, riescono a chetare.

[RITIRATA SUL MONTE SACRO]

[493]

I patrizj ascrissero a fortuna un’irruzione dei Volsci, contro de’

quali mandano a campo la plebe, promettendo sospendere le esecuzioni

contro i debitori che si arrolassero. I plebei si lasciano indurre,

giurano e vanno alla spedizione: poi accortisi del laccio, per eludere

il giuramento dato di rimaner fedeli ai capi propongono di trucidare i

consoli che l’aveano ricevuto; ma alcuno più mite li consiglia di levar

le aquile cui avevano promesso di non abbandonare, e vanno a piantarle

sul monte, che da ciò prese il nome di Sacro, e quivi accampati

tengonsi minacciosamente. Menenio Agrippa viene per rappattumarli,

esponendo ad essi la necessità d’un governo e del contribuire tutti

acciocchè quello si trovi in forza; e lo esprime colla favoletta delle

membra del corpo, le quali, lagnandosi perchè il ventre stesse indarno

mentre le altre tutte lavoravano, proposero non prestargli più il loro

servigio; ma la debolezza del ventre fu debolezza e morte dell’intero

corpo. La favola fu compresa da’ plebei, ma non si lasciavano

persuadere che questo ventre dovess’essere arbitro dell’intero corpo, e

men ciechi che non in secoli illuminati, non vollero desistere finchè

non avessero stipulati buoni patti; e a quella guisa che il Comune dei

nobili avea due consoli, così essi vollero due Tribuni, che tutelassero

il Comune plebeo[183].

[RITIRATA SUL MONTE SACRO]

Senza alcun distintivo, nè tampoco tenuti in conto di magistrati, da

principio i tribuni non godeano altro diritto che di intervenire al

senato, talvolta relegati nel vestibolo, e per nulla partecipi del

governo: ma rappresentando la plebe e proteggendone le franchigie,

essendo dichiarati sacri per modo, che i beni di chi gli offendesse

erano confiscati pel tempio di Cerere, e potendo opporre il _veto_

alle decisioni del senato, mediante questa libertà negativa, sublime

invenzione del senso pratico e dell’eminente istinto politico de’

Romani, salirono passo passo a grande potenza, colla quale giovarono

alla libertà più che non le eleganti legislazioni di Grecia o i

cianceri parlamenti moderni, e crearono il vero popolo restituendo

al plebeo la dignità d’uomo. Gran diminuzione recò alla podestà dei

consoli (riflette Cicerone) l’esservi un magistrato che da essi non

dipendeva, e nel quale trovavano appoggio magistrati e cittadini che

ricusassero obbedire ai consoli.

Libertà vera non si dà se non quando sia disciplinata; ed ecco che

la romana mette radice appunto perchè rende regolare e legittima la

sua resistenza. E subito s’accorsero i popolani dell’importanza di

quei patti, onde li legalizzarono con cerimonie solenni: sacre furono

intitolate quelle leggi, sacro il monte, sul quale fu alzata un’ara a

Giove tonante.

[TRIBUNI]

I patrizj sacerdotali aveano svagala e indocilita la plebe

coll’obbligarla a fabbriche; i patrizj guerreschi tentarono altrettanto

col menarla a battaglie. Di qui le interminabili guerre, di mezzo alle

quali tratto tratto i plebei levavano la voce a cercar l’_agro_, col

qual nome intendevasi dai poveri il pane, dai ricchi i diritti, i quali

andavano annessi, come ripetemmo, al territorio auspicato, circostante

a Roma. Il senato offriva terre lontane rapite ai vinti, e che essendo

fuori della linea sacra, non davano la partecipazione agli auspizj

nè la piena cittadinanza. I poveri di fatto v’andavano in colonie,

le quali estesero e protessero la romana potenza. Volevasi mandare

una colonia? il popolo raccolto sceglieva le famiglie, alle quali si

attribuivano particelle del territorio conquistato; e con militare

ordinanza vi erano guidati da tre triumviri. Fermatisi nel posto

assegnato ritualmente dagli auguri, scavavano una fossa, nel cui fondo

deponevano terra e frutti portati dalla patria; indi con un aratro dal

vomere di rame, strascinalo da un bue e da una giovenca, tracciavano

il circuito della futura città, a norma degli auspizj. Venivano dietro

i coloni, profondando la fossa e col cavaticcio alzando un terrapieno;

si abbattevano i termini e i sepolcri dei prischi possessori; infine

la giovenca e il bue s’immolavano a quella divinità che la colonia

sceglieva a speciale patrona.

[COLONIE]

Il senato avea cura che la colonia in nessuna apparenza differisse

dalla madrepatria; i duumviri tenevano luogo dei consoli, i

quinquennali de’ censori, i decurioni de’ pretori; governavasi in

comune plebeo: ma in realtà le colonie non erano destinate che a

semenzajo di soldati: Roma sola arbitra della guerra. Nè, come le

greche, rendevansi indipendenti man mano che si sentissero robuste, ma

erano puramente un’estensione della metropoli: vedeano sorgersi accanto

nuovi stranieri, adottati col nome di municipj, con fasto minore e

minor dipendenza; ma e colonie e municipj rimanevano agglomerati

intorno all’unità di Roma, sola sovrana, come il patriarca in mezzo

alla famiglia[184].

[LEGGE AGRARIA]

Questa deportazione mascherata, se soddisfaceva ai più poveri, non

illudeva i veggenti tra’ plebei, i quali «preferendo domandar terre a

Roma che possederne ad Anzio» (Livio), invocavano la _legge agraria_.

Comprendeva questa due proposizioni distinte: la prima di mettere i

plebei a parte del territorio quiritario, fonte del pieno diritto

civile[185]; la seconda di far che le terre, conquistate col sangue

di tutto il popolo, e usurpate la miglior parte dai patrizj, i quali

cessando di pagare l’imposto canone le consideravano per proprietà

allodiali anzichè allivellate, si vendessero o affittassero con equità

fra tutti.

[CORIOLANO]

[491]

Il senato, abile come i corpi costituiti e ristretti, traeva

profitto dalla docilità della plebe in tempo di sventura e dalla

sua sconsideratezza in tempo di prosperità: ma la plebe ritornava

colla suprema virtù dei deboli, la perseveranza. Nojato da queste

pretensioni, un giovane patrizio che avea tratto il soprannome glorioso

dalla vinta città di Coriolo, propone d’affamare il vulgo col non

cercare, nella regnante carestia, grani dalla Sicilia, e costringerlo

così a tacere. La proposta si divulga; la plebe, che su questo punto

non intende ragioni, monta in furore: i tribuni raccolgono i comizj

per tribù, e condannano Coriolano all’esiglio. Egli è costretto cedere

alla nuova potenza popolare, ma ne fa vendetta col guidare le armi dei

Volsci contro la patria; e Roma periva se Veturia madre e Volumnia

moglie di Coriolano non lo avessero indotto a cessare le armi e

rientrare in città.

Ma il colpo è ferito: i tribuni hanno conosciuto la propria potenza,

consistente nell’agitazione popolare; il patriziato non è più

inviolabile; e accanto alle assemblee per curie sorgono i comizj per

tribù, dove si giudica de’ patrizj stessi. I tribuni li convocano,

e vi fanno proposizioni: primo passo a ottenere che anche la plebe

s’ingerisca nella legislazione.

[472]

Davanti ad essi comizj furono pertanto citati coloro che si opponevano

alla legge agraria, Tito Menenio, Spurio Servilio, e perfino i consoli

Furio e Manlio: ma di tale procedimento si sgomentarono i patrizj, e

nel giorno del loro giudizio il tribuno Genuzio fu trovato morto nel

suo letto. Con arti siffatte i patrizj toglievano sovente di mezzo i

più fermi oppositori.

[APPIO CLAUDIO]

[470]

Percosso il capo, stavano per isparpagliarsi i plebei e rassegnarsi al

giogo, lasciandosi trascinare alla guerra, che dà sempre vigore alla

tirannia; quando il plebeo Valerio ricusa il suo nome alla coscrizione.

Un primo esempio basta spesso a grandi cose, e la plebe il seconda,

lo nomina tribuno con Letorio, il quale diceva:—Io non so parlare;

ma quel che una volta ho detto, so farlo. Domani adunatevi; e morrò

sotto ai vostri occhi, o farò passare la legge». Ma i patrizj compajono

all’adunanza cinti dai loro clienti, e l’inflessibile Appio Claudio

fa respingere ancora la legge agraria. La plebe che fa? si lascia

sconfiggere dai nemici, e sopporta la decimazione cui è condannata; ma

Appio citato ai comizj tributi, non si sottrae alla sentenza del comune

plebeo che col lasciarsi morir di fame. La plebe stessa lo ossequiò a

grand’onore, ammirando la fermezza, sebbene adoprata a suo danno.

[438]

A che dunque si riducevano le pretensioni di questa plebe, che voi,

o maestri, ci dipingete come riottosa avversaria de’ prischi eroi? A

domandar di possedere e di aver nozze legittime e riconosciute come

i nobili; e non già di potere sposarsi coi nobili, ma che i loro

matrimonj non fossero semplici concubinati, e che i generali fossero

non soltanto uomini[186] ma cittadini. I patrizj, al contrario,

arrogando a sè soli i privilegi, facevano di tanto in tanto eleggere un

dittatore, autorità suprema e dispotica che sospendeva le altre tutte,

perfino la tribunizia; o mandavano il plebeo in guerra sotto l’assoluta

disciplina; o quando nel fôro o nelle adunanze avesse gridato forte,

lo punivano davanti ai tribunali, de’ quali restava ancora ad essi

l’arbitrio. Il tribuno Lucio Icilio ottenne che l’Aventino fosse

abbandonato ai plebei, i quali vi ergessero le proprie abitazioni,

quasi in una fortezza opposta a quella dei nobili sul Campidoglio; e

in tale occasione introdottosi in senato, prese la parola, e cominciò

il diritto che poi i tribuni si assicurarono fin di convocare quella

assemblea.

[DENTATO]

[451]

Nè per questo la plebe dimenticavasi delle promesse; e confidente nella

propria ragione, tornava a chiedere i diritti annessi ai poderi, e che

si togliesse l’arbitrio ai magistrati coll’unificare la giurisdizione

plebea e la patrizia, e stabilire una legge uniforme e resa pubblica.

Alla perseveranza è serbata la vittoria. Sicinio Dentato, eroe in

cenventi battaglie per quarant’anni, carico il petto di quarantacinque

ferite, donato di quattordici corone civiche, tre murali, una

ossidionale, ottantatre collane, censessanta braccialetti d’oro,

diciotto aste, venticinque gualdrappe, venne tribuno, e ottenne quel

che da dieci anni si eludeva, cioè che, sospeso il consolato, fosse

demandata a dieci personaggi l’autorità di formar leggi e di metterle

in atto; due funzioni che l’antichità non soleva disgiungere.

[I DECEMVIRI]

[449]

La legislazione fu compiuta in dieci tavole; sentendovi però delle

mancanze, onde formarne due altre si nominarono per l’anno successivo

nuovi decemviri; ma questi, ch’erano ligi ai patrizj e ispirati da

Appio Claudio Crassino (famiglia ostinatamente avversa al popolo),

abusano del potere assoluto per sopraffare ed eternarsi il comando;

inviano a morte il prode Dentato; per libidine Appio insidia alla

figlia del plebeo Virginio, il quale per camparle l’onore la uccide;

corso al campo, eccita i soldati a vendicarla; e il sangue di una

casta fonda la libertà popolana, come quello di un’altra avea fondato

la libertà patrizia. I plebei, raccolti sull’Aventino, rielessero i

tribuni e i consoli, che resero forza ordinata la democrazia.

[LE XII TAVOLE]

L’opera dei decemviri fu il codice intitolato Leggi delle XII Tavole,

nella cui imperativa brevità si compila il diritto privato de’ Romani,

fuso con quello degli altri popoli accomunati. Antica fama dà che

queste leggi fossero raccolte in Grecia: ma già Polibio impugnava la

somiglianza di esse colle ateniesi, ravvicinandole piuttosto a quelle

di Cartagine[187]; e i confronti accertano che, se pure i compilatori

visitarono la Grecia propria e la Magna, nulla ne imitarono nelle

disposizioni essenziali e caratteristiche del diritto personale, nè

tampoco nelle forme di procedura; solo accordandosi in oggetti per

natura conformi, quale sarebbe il sospendere i giudizj al tramonto

del sole, o che posano sopra un diritto assai più esteso; per non

dir nulla di alcune minuzie intorno all’uso della proprietà, per

esempio la distanza fra le siepi e i fossi di confine, fra quelle e

le piantagioni. Del resto non orma delle leggi religiose di Grecia,

non della variante democrazia attica, nè delle immobili costituzioni

dei Dorici. A ragione dunque nelle XII Tavole noi cercammo le vestigia

dell’antico diritto italico; giacchè esse, come ogni altro codice,

non piantavano ordinamenti nuovi, ma invigorivano o modificavano

gli antecedenti e durarono qual fondamento del diritto civile sino

a Giustiniano, appunto perchè riepilogavano le credenze e i costumi

nazionali.

Roma, posta fra la rozzezza de’ montanari e la civiltà progredita degli

Etruschi e dei Magni Greci, da un lato era spinta verso il procedimento

di questa, dall’altro rattenuta nella stabilità dall’aristocrazia

territoriale, conservatile delle costumanze avite. E chi analizzi le

XII Tavole, arriva appunto a discendervi tre elementi: le vetuste

consuetudini del Lazio, rigide e fiere; quelle dell’aristocrazia,

eroicamente tiranna; e le libertà che i plebei reclamano e vengono

ottenendo; e non che apparire formate d’un getto e con unica intenzione

o scientifica o pratica, evidentemente rivelano il contrasto de’

patrizj che si ghermiscono all’antico privilegio aristocratico, e de’

plebei che cercano garanzie contro di quelli.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 10 / 37 段