riscontra più volentieri l’indole sacerdotale dell’Etruria, donde
forse allora si chiesero costumi e riti per digrossare i guerrieri di
Romolo-Quirino. L’erudizione, quanto più stenebra le origini romane,
discopre sempre maggiori elementi da attribuire all’Etruria: e di là si
dice che, regnante Numa, fossero introdotte le cerimonie e le lettere,
l’anno di dodici mesi, civilmente consacrata la proprietà col culto del
dio Termine, ossia Giove pietra; partito il popolo in corporazioni
d’arti e mestieri[158]; si comincia a tenere il registro degli annali,
come era consueto in tutte le città etrusche; e la fiera città dei
Romani-Sabini assume aspetto religioso, fondando ogni diritto sopra gli
Dei, e dagli Dei e per gli Dei credendo operata ogni cosa. Cerimonie
del culto, annestate con quelle dello Stato; legislazione religiosa,
compenetrata alla civile e politica, onde regolarne i diritti con forme
impreteribili, che sono privilegio d’un’aristocrazia sacerdotale,
sentono affatto dell’incivilimento etrusco. La casa era dei Lari, la
tomba dei Mani, dio genio il matrimonio; sacro il reo, sacro agli
Dei del padre il figliuolo impietoso, sacro a Cerere chi mette fuoco
alle biade, sacre le guerre, sacro il diritto, come si esprimono le
Dodici Tavole; solenni sono le azioni giuridiche, sacramento è la
contestazione civile, supplizio la pena corporale; agli Dei soli spetta
l’iniziativa degli affari umani, esercitata mediante la classe sacra
dei patrizj, ai quali soltanto è concesso di prendere gli auspizj senza
di cui non restavano sancite e legittime le proprietà, le nozze, le
decisioni. Le magistrature, fin la suprema, sono sacerdozj; Numa si fa
inaugurare s’una pietra misteriosa[159]; e ai magistrati è riserbato
il chiedere dal cielo i responsi. Il _pomœrium_, cioè il giro di
censessanta piedi dentro e fuori delle mura, primo asilo del popolo, è
sacro ed orientato a similitudine del cielo; sacra la precinzione della
città, e delitto il travalicarla. Il focolajo domestico è sacro, e la
famiglia costituita sul culto degli avi e sul dogma delle solidarietà.
Il padre è una specie di dio umanato; somiglia a creazione l’atto suo
di dar la vita; mediante le azioni proprie e de’ figliuoli merita di
divenir lare. Obbligo inseparabile dalle eredità sono i sacrifizj
espiatorj, annualmente fatti dai maschi discendenti, con tanto rigore
che, se un debitore muoja insolvibile e lasci soltanto uno schiavo,
questo è affrancato acciocchè i suffragi non rimangano interrotti.
La classe sacerdotale pervenne a disarmare il popolo, talchè nessuno
compare in città con armi, e i conquistatori del mondo sono una _gente
togata_.
[RELIGIONE]
Molte somiglianza, e massime la venerazione pel bue e i sacrifizj pei
padri defunti, diedero a supporre che la religione romana venisse
dall’indiana[160]; altri la dedussero dalla greca; noi da una superiore
fonte comune, modificata da credenze nazionali, dall’indole del
popolo e dal tempo. Mentre in prima non si veneravano che i due lari
pelasgi Vesta e Pallade, furono poi adottati il latino Giano e il
sabino Marte, e a fianco a questi una generazione di numi agresti.
In ciò la romana già si scevera dalla mitologia greca, alla quale
soprasta anche per l’attribuire a tutti gli Dei funzioni analoghe
alla conservazione e al perfezionamento dell’uomo[161]. Anzi, al modo
dei misteri di Samotracia, veri iddii primitivi si consideravano
soltanto il Cielo e la Terra[162], quasi le due metà del gran tutto,
che è il mondo; e vulgarmente si personificavano in Saturno e Ops,
o Bona Dea, da cui poeticamente diceansi generate Giunone, Vesta,
Cerere, cioè i matrimonj, la casa, la fertilità[163]. L’introduzione
delle tre maggiori divinità etrusche, le quali poi furono denominate
Giove, Giunone, Minerva, non accadde senza contrasto. Ogni città
etrusca dicemmo come dovesse avere un tempio a ciascuno de’ tre Dei,
ed altri piccoli n’aveano aggiunti i Sabini sul Campidoglio. Ma gli
auguri, consultati con riti che, dall’antico come dal nuovo culto,
erano tenuti superiori fin a quelli degli Dei, proscrissero una dopo
l’altra queste edicole che impedivano d’estendervi il recinto del nuovo
tempio di Giove: a niun patto però vollero recedere Termine e Gioventù,
due divinità appartenenti a quelle religioni de’ Genj, che trovammo
speciali agli antichi Italiani.
La famiglia divina in Roma fu compiuta soltanto dopo la cacciata dei
re; e comprendeva dodici Dei Consenti; sei maschi, Giove, Nettuno,
Vulcano, Apollo, Marte, Mercurio, e sei femmine, Giunone, Cerere,
Vesta, Minerva, Venere, Diana, detti anche celesti, nobili, grandi,
delle maggiori genti. Il culto degli Dei _selecti_ o intermedj pare
risalga all’età de’ Tarquinj; e sono, Saturno, Rea, Giano, Pluto,
Bacco, il Sole, la Luna, le Parche, i Genj, i Penati. Seguono gli Dei
inferiori, divisi in _indigéti_ e _semoni_: ai primi appartenevano
Ercole, i Dióscuri Castore e Polluce, Enea, Quirino; agli altri Pan,
Vertunno, Flora, Pale, Averrunco, Rubigo. S’aggiunsero in appresso enti
morali, e numi delle genti sottomesse[164], adottati principalmente per
consulto dei libri Sibillini, che tanto contribuirono ad alterare la
religione romana: e allora spesso si cangiò il carattere delle divinità
primitive, e la casta Anna Perenna vestì le lascive forme dell’Anna
cartaginese, e Murcia matrona divenne la Venere Mirtia, e Flora la
voluttuosa Clori.
La religione romana, a differenza della libera, indipendente e
leggiadra de’ Greci, tenne sempre dell’arido e del prosastico, e fu
tutta politica; ristretta dai patrizj in un sistema, calcolato tutto a
loro profitto. L’Ancile, scudo di Marte caduto dal cielo, il Palladio,
lo scettro di Priamo, il carro di Giove rapito da Vejo, le ceneri
d’Oreste, la pietra conica, il velo d’Elena o d’Iliona, costituivano
pegni sacri dell’esistenza e prosperità di Roma[165]. Ad ogni festa
erano affisse rimembranze storiche, associandosi così religione,
politica e moralità.
Con Tullo Ostilio la storia distaccasi dagli Dei, e si fa umana,
forse ritraendo il tempo che la robustezza latina rivalse sopra la
dominazione sacerdotale. Allora pertanto Orazio vincitore de’ Curiazj
uccide la sorella, innamorata d’uno di questi, e il padre loro esercita
il diritto patriarcale, dichiarando assolto il fratricida: Meto
Fufezio, che stette ambiguo fra i Romani e i nemici, è squartato: Alba,
distrutta dalla città figlia, cede a questa il primato che esercitava
nella federazione italica. Dove già compare quel meraviglioso sistema
di Roma d’affigliare i popoli forestieri nella sua cittadinanza, e
mandar colonie fra’ conquistati, estendendo così la patria, che doveva
poi abbracciare l’intero mondo. Ma Tullo Ostilio, che vorrebbe usurpare
anche gli uffizj del sacerdozio e i riti fulgurali, rimane colpito da
un fulmine o dalla gelosia sacerdotale.
[ANCO MARZIO]
Anco Marzio presenta fisonomia ambigua: conquista, e al tempo istesso
fabbrica; apre il porto d’Ostia, sebbene gran tempo dopo troviamo i
Romani sprovvisti di navi; pubblica i misteri della religione, eppure
per secoli ancora stettero incomunicati ai plebei; stabilisce i Latini
sull’Aventino, eppure gran tempo dopo passa la legge che distribuisce
fra’ plebei le terre di quel colle. Che che ne sia, egli introduce
a Roma famiglie etrusche; e queste vi fanno sentire la superiorità
dell’ingegno sovra la forza, e un lucumone primeggia a segno, che
riesce a succedergli col nome di Tarquinio Prisco.
[TARQUINIO PRISCO]
Il costui regno è un’età etrusca, sottentrata all’età mitologica e
alla sabina. Il patriziato sacro dei lucumoni di Tarquinia educa il
guerresco de’ Quiriti, e v’introduce arti ed agi di gente civile: a un
regno di pochi anni, e la cui estensione si abbracciava con un giro
d’occhio, s’attribuiscono larghi dominj, edifizj ai quali bastano
appena molte generazioni: Tarquinio conquista Sabini, Latini, Etruschi;
eppure, poco dopo, la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e
dieci anni si richiedono per soggiogare Vejo. Tale contraddizione però
non toglie di supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi,
della cui federazione forse facea parte anche Roma) abbia dato alla
città col governo militare quella forza, che indarno egli erasi
ingegnato d’attribuire all’Etruria, cioè l’unione, facendola capo d’una
lega che abbracciò ben quarantasette città, forse quelle che prima
teneansi colla distrutta Alba.
[SERVIO TULLIO]
Celio Vibenna, fuoruscito dall’Etruria con un codazzo di clienti e
servi, aveva invaso Roma. Lui morto, Mastarna, generatogli da una
schiava, ne raccolse la masnada, e tanto procedette che riuscì a farsi
re di Roma col nome di Servio Tullio. Questo fatto, ignoto a Livio ed
agli storici comuni, ci è conservato in un discorso che l’imperatore
Claudio pronunziò nell’atto di ammettere in senato i Galli di Lione,
e che in questa città si trovò scolpito in rame; tanto più degno di
fede perchè sappiamo che Claudio aveva scritto la storia etrusca: ma,
d’altra parte, possiamo affidarci a un episodio che mal si connette col
resto?
Sia comunque, Mastarna o Servio ci rappresenta una rivoluzione in
favore della timocrazia, o, come diremmo oggi, dell’aristocrazia
pecuniaria, introducendo la costituzione censuaria dove gli uomini
son valutati a denaro, siano originarj od avveniticci. Le genti
successivamente venute si erano accasate in luoghi distinti: i
seguaci di Romolo sul Palatino, i Sabini di Tazio sul Campidoglio
e sul Quirinale, sotto Servio i Latini sull’Aventino, i plebei
sull’Esquilino, gli Albani sul Celio. Della piena cittadinanza però non
partecipavano se non le tre primitive tribù gentilizie, fin quando da
Servio furono surrogate le quattro tribù topiche, denominate secondo il
luogo che abitavano in città, la Palatina, la Esquilina, la Suburrana,
la Collina; in esse rimaneano i nullapossidenti e gli artefici, mentre
i proprietarj abitavano sui proprj fondi alla campagna, ripartita pur
essa in tredici tribù _rustiche_. Con ciò la distinzione di Latini,
Etruschi, Sabini restava assorta nell’unica nazione romana.
[TARQUINIO IL SUPERBO]
A Servio la tradizione fece merito di tutti i vantaggi acquistati dalla
plebe nel decorso di secoli: ricomprava i debitori caduti schiavi,
spegneva i debiti, spartiva le terre fra’ plebei, adunava i Latini
sull’Aventino, monte plebeo, non chiuso fra le auspicate e patrizie
mura di Roma. La figlia Tullia sposata a Tarquinio, e che, impaziente
di regnare, trama, fa uccidere il padre, e col proprio carro passa sul
cadavere di lui, indicherebbe gli aristocratici, che, per distruggere
le franchigie largheggiate alla plebe da Servio, dan mano ai lucumoni
etruschi. Questi, sotto il nome di Tarquinio Superbo, tornano a
dominare in Roma senz’avere il consenso delle curie, ed uccidono la
libertà, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i plebei Latini, e
ripristinando le prigioni feudali.
Coi lucumoni ricompajono i riti e le divinazioni etrusche e il
linguaggio simbolico. Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, era una
specie di maga; profetizzava, incantava; vedendo un’aquila che leva il
berretto di capo a suo marito, vaticina ch’esso diverrà re. Ad Accio
Nevio, insigne per augurj, chiese Tarquinio se fosse possibile ciò
ch’egli avea pensato; e avuto il sì, disse pensava di tagliare una
cote col rasojo; e l’augure lo fece. Il figlio di Tarquinio Superbo,
presa per inganno Gabio[166], della cui grandezza sono ancor testimonio
le mura del santuario di Giunone, manda a chiedere al padre in che modo
tener soggetta quella città: e Tarquinio non risponde, ma passeggiando
pel giardino, fa saltare il capo de’ papaveri più alti, e comanda agli
ambasciatori, riferiscano a suo figlio ciò che hanno veduto. Allora dal
Campidoglio vengono sbandite le antiche divinità, riservandolo soltanto
al Tina o Giove etrusco; Tarquinio stesso sul colle Albano sacrifica il
toro nelle ferie Latine[167]. Una serpe esce dall’altare della reggia,
e toglie le viscere delle vittime, e si spegne il fuoco sacro; pei
quali portenti si va a consultare l’oracolo di Delfo.
E d’oracoli abbondava la prisca Italia, come quelli di Albunea e di
Tivoli; ma perdettero importanza dacchè si volle dedurre ogni cosa
dalla Grecia e dall’Asia Minore, dove pure conservavansi profezie di
Museo, di Bacide, di Tellia, delle Sibille: e forse ogni città ne
possedeva di proprie, e le traevano seco nelle migrazioni. Una colonia
di Cuma nell’Eolide portò a Cuma di Campania quelle della Sibilla
Cumana, la quale venne ad offrire i suoi libri a Tarquinio, che, dopo
averla più volte rejetta, li comprò, e li fece riporre nel tempio
perchè fossero consultati nelle gravi contingenze dello Stato[168].
[CACCIATA DEI RE]
Le tribù primitive, o per onte private, o perchè gli stranieri
conculcassero i loro privilegi, insorsero a danno de’ Tarquinj, e
gli espulsero abolendo il regno sacerdotale. Per sostenere i suoi
nazionali, Porsena, lare di Clusio, cavalcò addosso a Roma, la prese,
e la trattò con tale durezza, da vietare sino il ferro per altro uso
che per l’agricoltura[169]. Non sappiamo nè quanto durasse il dominio
militare, nè come se ne riscattassero i Romani; fatto è che, dopo la
battaglia al lago Regillo, nella quale periva il fiore de’ prischi
eroi, i patrizj posero a capo del governo due consoli annui tolti dalla
loro classe.
I Tarquinj personificherebbero dunque una dominazione di Etruschi; e
con essi cade la costoro superiorità, nè Porsena riesce a restaurarla,
perocchè vediamo i re andare in esiglio. Cessa allora l’influenza
etrusca, e ringagliardisce il carattere nazionale; laonde i Romani non
riescono imitatori, ma procedono con uno sviluppo regolare.
CAPITOLO VII.
Governo patrizio, e sue trasformazioni fino alla democrazia.
[CESSAZIONE DELL’INFLUENZA ETRUSCA]
A rettamente intendere il passaggio dalla Roma regia alla consolare,
nuoce la confusa interpretazione delle voci di re, popolo, repubblica,
libertà costituzionale. Nè assoluti nè ereditarj erano quei re, bensì
imbrigliati dal senato, dai patrizj, dal comune, dalle istituzioni
religiose e naturali, dal legame delle clientele. La libertà dell’uomo
rimaneva angustiata ne’ governi teocratici dell’Asia, ove tutto
imponendosi come volontà di Dio, s’escludeva la discussione, e si
teneva empietà il resistere e il disobbedire. Ma già i patrizj etruschi
si discernevano dagli asiatici pel doppio carattere di sacerdoti e
di guerrieri. Il Romano procede più innanzi; sommette la religione
allo Stato, e sceverandosi dalla teocrazia, costituisce un corpo di
cittadini, _padri_ e fondatori della patria, i quali scelgonsi un capo
(_rex_) affinchè li presieda quando essi deliberano, li meni alla
battaglia, renda giustizia. Il patrizio medesimo può esser re, generale
e pontefice: come re aduna il senato e il popolo, sentenzia anche de’
patrizj, ma con appello al popolo, cioè al Comune dei loro pari[170], e
dispone del territorio dei vinti.
Per popolo s’intendono le tre tribù, in cui riconoscemmo la forma
consueta alle società antiche, costituite da comunanza d’origine. Due
erano dapprima, dei Ramnesi e dei Tiziesi, vale a dire de’ Romani
e de’ Sabini: Tullo Ostilio v’aggiunse la terza dei Luceri quando
trasferì i vinti Albani sul monte Celio. L’accomunamento degli uomini
estendevasi anche agli Dei, che furono accettati insieme; al Flamine
diale e marziale si aggiunse il quirinale; le tre Vestali si crebbero
a sei, dette delle _minori genti_, che era pure il titolo dei cento
nuovi senatori aggiunti ai primi ducento, e che votavano con questi. Di
siffatta importante innovazione si fa autore Tarquinio Prisco[171].
[TRIBÙ]
Ciascuna tribù divideasi in dieci curie, vorrei quasi dire parrochie,
che probabilmente rappresentavano le genti diverse di cui componevasi
la tribù. Però fra tutta una gente non sussisteva necessario vincolo
di parentela e derivazione, siccome non sussiste da noi fra quelli che
portano lo stesso cognome; e nella medesima gente alcuni erano nobili,
altri plebei, sorti da matrimonj disuguali. Succedevano ai co-gentili
che morissero intestati; attribuivano il loro nome agli affrancati, i
quali rimanevano clienti.
[CURIE]
Un culto comune univa tutta una gente, come i Nauzj quel di Minerva,
i Fabj quel di Sanco, i Fontejo quel di Fonto figlio di Giano in sul
Gianicolo, di Ercole i Potizj, di Venere i Giulj, del Sole la sabina
gente Ausalia; gli Orazj l’espiazione d’una sorella assassinata.
Pertanto ciascuna curia aveva particolari giorni solenni, e sacrifizj
a cui tutti i contribuli doveano assistere, seguiti da pasti comuni; e
popolarmente eleggevansi un augure e un curione, preposto al culto.
[COMIZJ]
In principio due foggie di adunanze s’aveano: i comizj _curiati_ ed
il senato. Ne’ primi si radunava ciascuna gente, e vi aveano voto
i patrizj delle trenta curie. Da ciascuna tribù, curia e gente si
scelgono trecento _padri coscritti_, formanti la curia maggiore, il
senato; autorità legislativa, che poi si mantenne per qualunque mutare
di governo.
Le leggi riguardavano unicamente gli accomunati, non i forestieri;
laonde ai cittadini di terre alleate era necessario un patrono per
aver protezione dalle leggi vivendo, ed ottenere giustizia davanti
ai tribunali di Roma. Di qualche cittadino pertanto si rendevano
essi clienti; il che faceano pure antichi proprietarj sottomessi, e
delinquenti, e servi fuggiaschi, e debitori, venuti come ad asilo
presso i lari d’un nobile. Il patronato passava per eredità, e il
cliente doveva obbedienza e amorevolezza al patrono, concorrere a
pagare le ammende per esso, la dote alle figlie, il riscatto se
prigioniero; non poteva citarlo nè esserne citato in giudizio, nè l’uno
deporre testimonianza contro dell’altro. Al cliente mancava roba o
professione? il patrono gli assegnava casa e due jugeri di terreno a
precario[172]: moriva intestato? l’eredità di lui cadeva al patrono.
Roma, non che escludesse gli elementi stranieri come faceano gli
Ebrei e le altre società orientali, tendeva ad assimilarseli, nel che
consistette la sua missione provvidenziale. Onde la leggenda riferiva
che i primi venuti con Romolo portarono ciascuno un pugno della terra
patria, e la deposero nel comizio entro la fossa consacrata[173], quasi
a costituirsi anche materialmente una patria comune. I coltivatori de’
campi vicini, non reggendo alle nimicizie di essa, vengono a chiedervi
la protezione di qualche capocasa, e vi dimorano senza partecipare alle
ragioni civili, come sarebbero nozze, podestà patria, suità, agnazione,
gentilità, successioni legittime, testamenti e tutele.
[PLEBE]
Conquistato un paese, il terreno diventa di pubblico dominio: e
una parte resta al Comune, cioè a godimento de’ patrizj e de’ loro
vassalli; una parte al re, che ne assegna un terzo agli antichi
proprietarj. Questi aggregati o vinti formano la plebe: condotti a
Roma, ne diventano inquilini, ma senza voce perchè non ascritti alle
curie, che sole votano. Perciò anche fra’ plebei trovansi casate
illustri e laute fortune; nè si vogliono confondere coi clienti o coi
vassalli, che solamente tardi entrarono nella plebe man mano che le
famiglie si spegnevano, e che progrediva la libertà.
[COMIZJ TRIBUTI]
In siffatti governi aristocratici, collo estinguersi delle famiglie la
potenza si concentra in pochi, i quali governano a proprio vantaggio.
Per tener questi in briglia, e per diminuire gli sconci di due popoli
conviventi eppure distinti, i re favorivano il Comune plebeo, da cui
si levava la maggior parte dell’esercito, e che già sotto Anco Marzio
troviamo sussistere come porzione libera e numerosa della nazione.
Le barriere dianzi insormontabili si vennero abbassando; e un numero
di plebei introdotto fra i patrizj scemati di numero, diede nerbo a
questi, mentre lo sminuiva alla plebe. La prima riformagione a favore
della plebe fu quella che testè abbiamo accennata di Tarquinio Prisco,
che raddoppiò le centurie dei cavalieri, i vuoti che s’erano fatti
nelle curie empiendo con illustri famiglie plebee, mentre i patrizj
duravano ripartiti per tribù di famiglie. Ma d’una riforma radicale
si fece autore Servio Tullio introducendo i plebei come membri della
città, mediante il sistema amministrativo delle tribù, ed il militare
e politico delle centurie. Ripartì egli la plebe stessa per tribù, non
più d’origine ma di luogo, inserendovi ogni facoltoso non patrizio,
e assegnando a ciascuna magistrati e feste ed esattori. Per tale
disciplina, accanto al _popolo_ de’ patrizj si collocarono trenta
_comuni_ de’ plebei, che radunavansi in comizj _tributi_. Forse il
patrizio aggregato alla tribù conservava l’antica influenza, ed egli
solo veniva eletto alle magistrature come pratico; ma intanto trovavasi
accomunato col plebeo in divisioni territoriali, dove nulla più contava
l’origine.
[COMIZJ CENTURIATI]
Acciò poi che tutti concorressero agli ordinamenti fatti pel comun
bene, Servio distribuì patrizj, clienti e plebei di città e di
campagna in centurie, le quali, a proporzione del censo denunciato
con giuramento, partecipassero al suffragio ne’ comizj _centuriati_.
Pertanto, conservate le sei centurie de’ cavalieri, ne formò
dodici altre di plebei, abbastanza facoltosi per potere in guerra
equipaggiarsi a proprie spese: la residua plebe fu distinta in cinque
classi, e sistemata essa pure in centurie. Organamento fondamentale,
che veniva a fondere le famiglie patrizie col Comune plebeo, per
assicurare di quest’ultimo la libertà e i diritti, senza però togliere
il governo ai patrizj. Aveasi a votare? il cliente non era più contato
come una voce sola col suo patrono, ma si univa alla propria centuria;
cittadino della piazza anch’egli, non più uomo dell’atrio[174].
[GOVERNO ARISTOCRATICO]
Vennero così censettanta centurie di plebei, dodici di cavalieri
plebei, sei di cavalieri patrizj. Le centurie si suddividevano in
_giovani_ dai diciassette ai quarantacinque anni, formanti l’esercito
mobile; e _seniori_ dai quarantasei ai sessanta, esercito di riserva
pel caso di estremi pericoli. Da questa sistemazione militare
risultavano dunque quaranta centurie di giovani della prima classe,
trenta delle quali formavano la divisione detta dei Principi o
Classici, perchè, essendo ricchi, poteano provvedersi di belle e
robuste armi; e dieci quella de’ Triarj: altrettante centurie di
Seniori. La seconda, la terza e la quarta classe ne davano dieci
ciascuna per gli Astati, dieci pei triarj; la quinta ne somministrava
trenta di Accensi, dall’armatura leggera, schierate in battaglioni di
tre di fronte e dieci d’altezza. Siffattamente restava costituita la
legione di quattromila cinquecento uomini, divisi in cinque coorti da
trenta centurie ciascuna, ed ogni centuria da trenta uomini: nelle
prime due coorti i principi e gli astati, detti antesignani perchè
messi davanti alla bandiera; poi i triarj e gli accensi. Adunque chi
più possedeva godea maggior dose di diritti civili, ma sopportava pesi
maggiori, vuoi nel tributo, vuoi nell’esercito.
Pei comizj si raccoglievano nel campo di Marte le centurie, ciascuna
sotto al proprio centurione o capitano; udivano dal senato proporsi le
elezioni o le leggi; ed esse le poteano approvare o respingere, ma nè
proporre nè discutere. Qualora approvassero, faceva ancora mestieri
del consenso delle curie. Donde siete chiari che il predominio restava
ai patrizj, giacchè nel senato possedeano la maggioranza de’ voti,
e ne’ comizj curiati poteano disdire quel che fosse stabilito nei
centuriati, soverchiando i plebei mediante la loro concordia. Soli in
pieno possesso del diritto divino ed umano, essi garantivano per sè
soli la libertà personale e la legalità del possedere: e poichè ne’
servigi si valeano degli schiavi, rimaneva intercettata a’ plebei la
via d’acquistar ricchezze e importanza mediante l’industria.