da’ Romani, e che doveano aver corso prima che la coltura venisse
abbandonata a mani servili.—Tristo agricola (dicevano) quello
che compra ciò che il fondo può somministrargli. Tristo capocasa
quel che fa di giorno ciò che può far di notte, eccetto il caso
d’intemperie; peggiore chi fa ne’ giorni di lavoro quel che potrebbe
ne’ festivi; pessimo quel che nei dì sereni lavora a tetto, anzi
che all’aperto[132]. Il campo dev’essere minore delle forze del
coltivatore, sicchè nella lotta questo a quello prevalga. Seminagione
tempestiva spesso inganna; seminagione tarda non mai, se pur non fosse
cattiva[133]. Non arare terra cariosa; non defraudare la semente[134].
Pregavano che le biade prosperassero per sè e pei vicini, e i censori
punivano colui che arava più che non vangasse[135]. Più tardi d’opimo
guadagno teneansi i prati; e Catone, interrogato qual fosse il primo
modo d’arricchire coll’agricoltura, rispose:—I molti pascoli»; quale
il secondo,—I pascoli mediocri»; quale il terzo,—I pascoli sebbene
cattivi»[136]. Egli stesso diceva che «Ben coltivare è ben arare».
Nè altrimenti che collo sminuzzamento della proprietà e coll’assidua
coltura de’ terreni sarebbe potuto alimentarsi tanta popolazione sopra
un territorio di mediocre estensione[137]. Cavavansi marmi e metalli; e
più tardi il senato romano vietò di occupare più di quattromila uomini
attorno alle miniere del Vercellese[138].
[COMMERCIO]
I popoli avveniticci prendevano stanza più volentieri vicino alle
coste, conoscendo opportunissima al traffico l’Italia. In fatto la
superiore manteneva commercio coll’Illiria, ed insigne emporio e
mercato era Adria: a Genova i Liguri barattavano legname, resina, cera,
miele, pellame, con biade, olio, vino, grasce[139], e mandavano fuori
grossi sajoni, detti ligustini: i Bruzj asportavano pece e catrame;
Veneti, Sanniti, Pugliesi, la lana: per la via Salaria, traverso
all’alto Appennino, i Sabini venivano a prendere il sale nella marina
de’ Pretuzj; gli Umbri il cavavano dalle ceneri; Liparioti, Rutuli,
Volsci, Campani scorrevano il mare su barche lunghe e veloci; i Liguri
su piccole rozzamente attrezzate.
[DIALETTI]
Niuna cosa (ha detto il Vico) s’involve dentro tante dubbiezze
ed oscurità, quanto l’origine delle lingue ed il principio della
propagazione delle nazioni[140]. Si disputa tuttodì se il linguaggio
sia naturale o convenzionale, e perciò se regolato dalla logica
o dall’uso, vale a dire dall’analogia o dall’anomalia. Noi già
professammo la nostra credenza, nè questo è luogo a sì complicata
controversia. Ben dei dialetti italici sarebbe importantissima la
conoscenza, come quelli che ci avvicinano alla culla della lingua più
importante fra le europee, la latina: ma le poche iscrizioni che ne
sono l’unico avanzo, bastano appena a erudite congetture. L’osco, in
cui trovasi moltissimo di sanscrito[141], estesissimo anche ai Sabini e
agli Ausonj[142], e che sopravvisse alla nazione, non doveva differire
se non nelle forme dall’umbro e dal latino.
[SAPIENZA]
Quale filosofia seguissero gl’Italiani, ignoriamo; pure dalla loro e da
quella dei Pitagorici dovette comporsi la primitiva latina, benchè i
posteriori, abbagliati dalle greche, non tenessero conto delle dottrine
nazionali, e le confondessero colle epicuree e colle stoiche. Da due
fonti si è tentato argomentarle, il linguaggio e la giurisprudenza. Il
Vico nell’_Antichissima sapienza degli Italiani_, osservando di quanta
filosofia fossero pregne le voci latine, arguì che i prischi Itali
dovevano essere argutissimi pensatori, e propose di estrarre da voci e
frasi il loro sistema di metafisica, di fisica e di morale. Soltanto
sulla metafisica condusse egli il lavoro, e mostrò che, secondo i
primitivi Latini, erano identici il _vero_ e il _fatto_; Dio sapeva le
cose fisiche, l’uomo le matematiche, contraddicendo ai Dogmatici che
credeano saper tutto, e agli Scettici che nulla; esser Dio il perfetto
vero, al quale sono conosciuti gli elementi intrinseci ed estrinseci
delle cose, mentre l’intelletto umano non procede che per via di
divisione, e ricava dalla scienza l’ente e l’uno; nell’anima dell’uomo
presiede l’animo, nell’animo la mente, e nella mente Iddio; il qual Dio
volendo fa, e fa coll’eterno ordine delle cose, non già per fortuna o
caso.
Se il metodo del Vico parrà a tutti di troppo arrischiata congettura,
ancor meno valore può avere per chi, come noi, supponga che nel
linguaggio sieno depositate le prime rivelazioni divine, necessario per
dar lume alla mente e sviluppo alla ragione. E poichè le lingue non
sono formate da filosofi ma dal popolo, in esse si trovano attestati
non il grado del sapere, ma le verità di senso comune; ed è impossibile
sceverare quel che un popolo vi pose di suo, da quanto ricevette per
tradizione. Anzi dalla fratellanza delle lingue nostre colle greche
troppo precipitosamente alcuni indussero la somiglianza di civiltà,
quasi non potesse l’una che derivare dall’altra. Le nozioni di Dio e
delle arti primitive erano anteriori alla separazione dei popoli, e
perciò spesso s’incontrano comuni le parole che le esprimono; mentre
diversissime quelle relative a diritto e legalità.
[DIRITTO]
E perciò migliore argomento della sapienza degli Italiani può
offrire la giurisprudenza, la quale fondasi sovra principj anteriori
all’importazione greca. Secondo quelli, l’uomo è un essere naturalmente
ragionevole e libero, e la persona è l’uomo col proprio stato; lo stato
suo è naturale o civile; per natura gode la libertà, cioè può fare ciò
che la forza o il diritto non vieta, nè esso può alienarla. Per diritto
civile però ammettevasi la schiavitù, e lo schiavo era diminuito del
capo, era uomo non persona[143]. Mentre è della femmina la debolezza,
la dignità è del maschio, solo capace di patria potestà e d’impieghi.
Figliuolo è quello che nasce da giuste nozze; laonde sono insociali
l’adulterio, l’incesto, il concubito. Consideravano come cosa tutto ciò
che può essere computato nei beni, compresi i diritti: il diritto però
non era corporeo, ma uno per eccellenza, indivisibile, inestinguibile,
superstite all’oggetto su cui cadeva: non si acquistava nè perdeva
altrimenti che colla volontà o col consenso.
Del resto, quand’anche si volesse trarre dai Greci la civiltà italiana,
ben tosto se ne separò essenzialmente. In Grecia scomparve di buon’ora
la predominanza delle famiglie, mentre in Italia il diritto privato si
fondò sul diritto delle genti, che si perpetuò. Fra i Greci prevalse
l’individualità, fra noi lo Stato, l’autorità, la riflessione, l’idea:
laonde in quelli signoreggiò l’arte, nei nostri il dovere. In Grecia
arrivò al colmo la individuale indipendenza; in Italia incontriamo
patriarchi, i figliuoli legati a questi, i padri legati al Governo, il
Governo agli Dei.
CAPITOLO VI.
Primordj di Roma. I Re.
Ora dalla mescolanza di Latini, Sabini, Etruschi vediamo formarsi il
popolo, che per lunghi secoli dominerà tutto il mondo civile, e che è
il più degno di storia perchè rimase come il prototipo delle nazioni
d’Occidente.
[IL LAZIO]
Il Tevere, che in 300 chilometri di corso riceve la Chiana, la Nera,
il Teverone, finchè per le due bocche di Fiumicino e d’Ostia scarica
pigramente nel Tirreno, è il maggior fiume dell’Italia peninsulare,
ma disavvenente e ingrato. Fra esso e il monte Albano, e fra Tivoli
e il mare un arido e ondulato cantone di appena quaranta miglia di
superficie confinava a mattina e a scirocco coi Volsci; a occidente
esso fiume il separava dagli Etruschi; a settentrione l’Aniene e il
monte Lucretile dagli Equi e dai Sabini. I quali Sabini dalle alture
appennine aveano snidato gli Aborigeni; e cresciuti di gente, calarono
in quel piano dilatato, che perciò denominarono Lazio; e soggiogati o
respinti i Siculi, vi presero stanza, edificando i casali di Laurento,
Preneste, Lanuvio, Gabio, Aricia, Lavinio, Tivoli, Tuscolo dalle mura
di massi quadrilunghi; Ardea capitale dei Rùtuli, ricchi di commercio,
che mandarono colonie fino a Sagunto di Spagna.
Le distinte popolazioni di quel paese, che Dionigi Alicarnasseo dicea
formare quarantasette Stati indipendenti, e probabilmente volea dire
Comuni, erano congiunte dal vincolo religioso, e alle ferie Latine
convenivano tutte sul monte Albano per quattro giorni di solenne
sacrifizio, del quale portavano a casa le carni: a Tivoli interrogavano
la fatidica Sibilla; dal profondo della selva Albunea raccoglievano
oracoli dal comune iddio Fauno; in onore di Pale dea dei pastori
celebravano le Palilie al 21 aprile, quando il sole entra nel segno
del toro, animale venerato in Italia, e quando primavera rinnova la
natura. Festa tutta rusticale, ove le pecore si aspergevano d’acqua
santa; pastori e pastorelle ornavansi di frondi e ghirlande; alla dea
offrivasi del miglio in corbelle di paglia, e latte ancor tepido, e la
si invocava ripetendo tre volte verso Oriente la prece rituale; poi
il preside del sacrifizio beveva da una ciotola di legno latte e vin
caldo, astergeva le mani in acqua viva, saltava traverso un fuoco di
paglia, e purificava se stesso[144].
[ALBALUNGA]
Anche dopo gl’incrementi d’Alba e di Roma, metropoli dei Latini fu
tenuta Lavinio, città sul mare, dov’erano deposti gli Dei penati
de’ Latini. Questo fatto darebbe a supporre che per mare vi fosse
venuta la gente sacerdotale che portò nel Lazio la religione, e che
è simboleggiata in Saturno, quivi celatosi dalle persecuzioni di suo
figlio Giove[145].
[1300? av. C.]
[1250?]
Per antichissimi re del Lazio sono mentovati Pico, Fauno, Latino.
Regnante Fauno, quivi approdò una colonia di Arcadi, cioè di Pelasgi,
condotta da Evandro, e sedutasi in riva al Tevere, vi fabbricò
Palanzio[146]. Due generazioni più tardi, regnando Latino, giunse
un’altra colonia pelasga, cioè profughi di Troja, che, distrutta
la patria loro dai Greci congiurati, qui ne cercavano una nuova e
dominio[147]. Enea, principe trojano che li guidava, sulle rive del
fiume Municio, detto Laurento dai lauri che le vestivano, sconfisse
Turno principe de’ Rutuli, sottentrò a re Latino, e collocati i
profughi lari in Lavinio, alla dinastia indigena surrogò la sua
propria. Questa ebbe poi reggia in Albalunga, la quale fu madre di
trenta città, poste in altura e rinforzate già di muraglie da Pelasgi
ed Etruschi, quali erano Camerio, Nomento, Crustumeria, Fidene,
Colazia, Gabio ed altre, futuri trofei di Roma. Ad Enea successe nel
regno Ascanio suo figlio, poi una mal determinata serie di re fino ad
Amulio.
[ROMOLO]
[796]
Costui, usurpato al maggior fratello Numitore il trono, costrinse Rea
Silvia, unica figliuola di quello, a consacrare la propria virginità
a Vesta. Pure il dio Marte la rese madre di due gemelli. Gettati
nel Tevere onde sperdere il pericolo di pretendenti, dall’onda,
più mansueta che lo zio, furono deposti a piè d’un fico selvatico,
e allattati da una lupa. Venuti in età, conobbero l’esser loro, e
colle prodezze raccoltasi attorno una masnada di valorosi Latini, la
aquartierarono sulle rive del Tevere a sedici miglia dallo sbocco e
poco dopo il confluente del Teverone, ove già cinque razze di popoli
s’erano stabilite e scomparse[148]: contrada silvestre, ondeggiante
su molti colli, quali il Saturnio, da poi Capitolino, elevato appena
sessantacinque metri sopra il mare, ma orrido di sterpi e rupi;
l’Aventino il maggior di tutti, nereggiante di lecci e lauri; il Celio
(Laterano), detto Querquetulano perchè tutto a querce; il Viminale dai
vimini, l’Esquilino o Fagutale dagli eschi e dai faggi; il Palatino,
sacro a Fauno silvestre, con un bosco del dio Pan, dal quale le lupe
scendevano ad abbeverarsi nel Tevere, i cui trabocchi stagnavano alle
sue falde: e bosco e palude erano tra il Capitolino e il Quirinale,
oggi monte Cavallo[149].
[ORIGINE DI ROMA]
[753]
Su quei colli, meno insalubri che la pianura, al punto ove confinavano
Latini, Sabini, Etruschi, fondarono una città, e la chiamarono Roma
cioè _forza_ nel linguaggio comune, Flora nel linguaggio sacerdotale,
oltre un terzo nome arcano, che si pronunziava soltanto nelle cerimonie
più secrete[150].
Romolo, ucciso il fratello Remo, domina senza competitore, e cresce
la sua città pubblicando:—Chiunque vi venga, avrà asilo e mercato
franco»; i primi coloni col titolo di patrizj sono il tutto della
terra; rimangono plebe gl’indigeni soggiogati, o i ricoverativi da poi,
ma a quelli si collegano in qualità di clienti, non potendo se non per
mezzo di questi patroni ottenere giustizia, la quale venendo resa con
forme rituali, non potea spettare che ai patrizj, unici possessori
della religione e del diritto.
[749]
Romolo sparte i cittadini in tre tribù, e da ciascuna sceglie cento
cavalieri per la guerra, cento senatori per l’amministrazione. Onde
aver matrimonj rapisce fanciulle dai Sabini, i quali, venuti per
vendicarle, non pure sono pacificati, ma formano un popolo solo col
romano, prendendo stanza sul Quirinale coi proprj Dei, nettando dagli
stagni e dalle foreste la valle fra il Palatino e il Campidoglio perchè
servisse di piazza ai due popoli, che aveano accomunato l’acqua e il
fuoco, e stabilito un tempio a Vulcano pei parlamenti. Cameria, Fidene,
Vejo, altre vicine città sono conquistate, trasferendone a Roma gli
abitanti, e di romane colonie popolando que’ paesi. Romolo, morto o
ucciso, è annoverato fra gli Dei.
[714]
All’eroe succede il legislatore, al romano il sabino Numa Pompilio, che
ispirato dalla ninfa Egeria, istituisce, o introduce dalla Etruria le
vergini vestali, i sacerdoti feciali, e preci e festività e cerimonie
religiose; a lui cadono dal cielo gli Ancili, scudi che rimasero un
altro dei pegni sacri della fortuna di Roma; riforma il calendario,
consacra le proprietà col culto del dio Termine, distribuisce il
popolo in maestranze d’arti, fonda il tempio di Giano nell’Argileto.
Secolo d’oro, tutto quiete e concordia, sicchè il tempo di Numa restò
perennemente desiderabile.
[I RE DI ROMA]
[671]
Ma presto il sereno sparisce. Il bellicoso re Tullo Ostilio apre guerra
contro Alba, capitale dei Latini e madre di Roma; e vien definita col
duello di tre fratelli Orazj con tre Curiazj; Alba è a suon di trombe
distrutta, i cittadini trasferiti a Roma sul monte Celio, e la guerra
continua per sottoporre le città che a quella avevano obbedito. Ma
mentre vuole, coi riti insegnati da Numa, placare le divinità adirate,
Tullo rimane colpito dal fulmine.
[639]
Anco Marzio, suo nipote e successore, vince Fidenati, Volsci, Vejenti,
Sabini, Latini; prepara il porto di Ostia, le saline e il carcere
Mamertino a piedi del Tarpeo; fortifica l’Aventino e il Gianicolo per
assicurare dagli Etruschi la navigazione del Tevere; fa scolpire le
leggi sacre, delle quali rinnova il cessato vigore.
[614]
Tarquinio Prisco, oriundo di Corinto e lucumone d’Etruria, ottiene lo
scettro romano, favorito da augurj; aggrega cento nuovi senatori, due
nuove vestali; fabbrica acquedotti, cloache, i portici del fôro, il
Circo Massimo tra il colle Palatino e l’Aventino, il tempio di Giove
sul Campidoglio; vince Sabini, Latini, Etruschi, coi quali ultimi fa
pace: pace generosa, dove nè tampoco esige tributo, ma solo vuole
riconoscano la sua supremazia mandandogli la corona, lo scettro, i
fasci, le scuri, il trono d’avorio. Al fine è assassinato dai figli
d’Anco Marzio, pretendenti al trono paterno.
[578]
Non l’ottennero però essi, bensì uno nato schiavo, poi fatto genero
da Tarquinio, e nominato Servio Tullio. Costui rinnova guerra agli
Etruschi, violatori dell’accordo; i Latini unisce nel culto di Diana
sull’Aventino; amplia il recinto della crescente città, sicchè abbracci
sei colli sulla sinistra e il Gianicolo sulla destra del Tevere, e
la divide in quartieri; introduce le monete e il censo; distribuisce
il popolo in classi e centurie a norma della ricchezza, non in tribù
a norma dell’origine; e accortosi come facilmente abusi chi tiene
il sommo potere, voleva abdicare e istituir la repubblica, ma fu
assassinato da Tarquinio suo genero.
[534]
[509]
[496]
Questo col titolo di Superbo tiranneggia i sudditi, e si tiene alleato
ai prepotenti vicini e signorotti del Lazio, i quali lo proclamano
capo della lega Latina, e consentono a Roma il primato ne’ sagrifizj
che alle ferie Latine celebravansi sul monte Albano; dei reluttanti
trionfa, e singolarmente di Gabio e Suessa Pomezia; in Roma costruisce
le cloache; dal Campidoglio esturba gli altri Dei acciocchè vi rimanga
unico Giove; compra da una fata i libri Sibillini che preconizzano
il destino di Roma. Ma avendo suo figlio Sesto violentato Lucrezia
matrona, questa si uccide, e per vendetta di quel sangue Tarquinio
viene espulso da Collatino marito, da Lucrezio padre e da Giunio Bruto
parente della generosa: alla monarchia surrogasi la repubblica con due
annui consoli, la quale ne’ maggiori frangenti si affida agli arbitrj
d’un dittatore. Vinto Tarquinio che tornava alla riscossa, sventato
l’interno tentativo d’una controrivoluzione, respinto il re etrusco
Porsena ch’era venuto per ripristinare i Tarquinj, data al lago Regillo
una battaglia ove, mediante il valore d’Albo Postumio e l’assistenza
dei Diòscuri, i re perdettero le ultime speranze, Roma nell’esaltamento
della vittoria e della libertà cresce di potenza.
In questo tenore i primi tempi di Roma ci sono raccontati dai classici
scrittori, e massime da Tito Livio; ed ognuno fin dalle scuole apprese
i drammatici episodj ond’è ripiena quell’orditura. I poveri montanari
di Tazio sabino portavano braccialetti d’oro, che allettarono l’avidità
di Tarpea a introdurli in città. Tre Orazj nati ad un parto combattono
contro tre Curiazj ad un parto pur nati; e un di loro vince, ma poi
vedendo in pianto la sorella, segreta amante d’uno de’ nemici, la
uccide, e condannato dalla legge, s’appella al popolo e n’è assolto.
Clelia fugge dal campo degli Etruschi, passando a nuoto il Tevere fra
cento dardi nemici. Bruto assiste intrepido al supplizio de’ proprj
figliuoli, felloni alla libertà ch’egli avea donata alla patria. Muzio
Scevola va per assassinare Porsena, e scoperto, lasciasi bruciar una
mano per mostrare quanta sia la fermezza de’ congiurati. Orazio Coclite
solo[151] resiste s’un ponte di legno a tutta l’Etruria; e Roma gli
regala quanto in un giorno possono circuire due bovi, cioè da tre
miglia, essa che appena dieci ne possedeva in giro alla sua città.
Seguono poi la favola di Menenio Agrippa, e più tardi l’eroismo de’
trecentosei Fabj al fiume Crémera, la tirannide d’Appio Claudio, le
vittorie di Quinzio Cincinnato, quella di Furio Camillo sui Galli.
[CRITICA DELLA STORIA PRIMITIVA]
A tali nomi e storie, è assicurato il privilegio di più non perire;
ma reggono alla critica? La successiva durata del regno di que’
sette principi, la varietà delle loro azioni, il pieno ed ordinato
intreccio degli avvenimenti, la corrispondenza con tradizioni d’altri
paesi, vi danno piuttosto aria di poesia; e forse furono dedotti
da epopee nazionali che cantavansi ne’ banchetti, e dove, sotto
sembianza individuale, venivano rappresentati caratteri storici e
tipi d’un’intera età, o sotto forma d’avvenimenti la successiva
formazione della città e l’origine del diritto romano[152]. Ma come
osar di espungere del tutto quai favole quelle tradizioni ch’erano
tenacemente credute dal popolo romano, e che operarono sulla successiva
sua storia? I singoli luoghi conservavano nomi e memorie e reliquie
di que’ primitivi mortali. «Tu dormi, o Bruto?» si scrive sulla porta
di Marco, acciocchè la memoria del primo Bruto lo inciti a redimere
anch’egli da un tiranno la patria: l’odio contro il nome di re costa
la vita a Cesare: per recuperare l’oro gallico si risolve una guerra.
Chi potrà però dire quanto le tradizioni greche, la vanità dei retori,
l’ambizione delle genealogie abbiano alterato la verità? A sincerarla
si volsero potentissimi intelletti, quali il napoletano Vico nella
_Scienza Nuova_, e un secolo dopo il danese Niebuhr nella _Storia
romana_: ma se riuscirono talvolta a felicissime divinazioni, sono a
gran pezza dall’offrire un accordo che appaghi la ragione, e lo storico
trovasi ancora avviluppato nel labirinto critico. Studj sì lunghi, sì
laboriosi, e poi non ritrarre che dubbj! Fra questi tentiamo anche noi
qualche uscita.
Re Latino ci è dato per figlio dell’iperboreo Pallante o di Ercole, e
d’una figliuola di Fauno; onde può indicare una gente settentrionale,
mescolatasi cogli indigeni. Evandro che viene d’Arcadia, personifica
i Pelasgi. Che dalla distrutta Troja sieno passati coloni nel Lazio,
aveasi da tradizione vetustissima: Timeo, nel 490, scriveva che i
Lavinj conservavano ne’ tempj statue trojane d’argilla; il senato
medesimo più volte motivò su quella credenza i suoi trattati. Non fu
dunque prepostera importazione dei Greci, ma opinione nazionale; il
che però non significa che fosse vera, nè forse esprime altro se non
che Alba fu, al pari di Troja, fondata da gente pelasga. Enea, simbolo
dei vinti che nelle contese eroiche sono costretti a fuoruscire, dalla
tradizione era fatto combattere con Turno (forma latina di Tirreno)
e con Latino che muore in battaglia[153]. Le nozze del Trojano con
Lavinia rappresentano il patto di concordia fra i natìi e quel pugno di
prodi stranieri[154].
Un pugno, eppure potrebbe darsi avessero acquistato il dominio, come
fecero i conquistadori in America: ma la lista dei re d’Alba è di
recente confezione e variata. Ne’ primordj di Roma, le favole stesse
rivelano l’indole del popolo che le inventò, vigoroso, perseverante,
ma duro, inesorabile, e insieme di spiriti positivi, come appare
dall’attribuirsi ai primi re istituzioni civili.
[TENTATIVO DI SPIEGAZIONE]
Forse i sette colli erano occupati da altrettante città pelasghe o
etrusche, cui una banda di pastori montanari soggiogò. Roma, che
sorgeva sul colle Palatino, distrusse Remuria sua sorella che l’aveva
insultata: sul Quirinale stava la città sabina dei Quiriti, dalla
cui alleanza si formò il popolo de’ Romani-Quiriti. Quelli che ci
s’insegnano come nomi proprj dei re, forse non sono che appellativi di
caratteri ideali: Romolo figlio d’un dio e che morendo sale agli Dei,
Numa che favella con una ninfa divina, conservano aria di personaggi
mitici, e potrebbero designare due età succedentisi, l’eroica e la
sacerdotale.
Romolo nasce da Marte, il dio sabino, e da una sacerdotessa di Vesta,
dea pelasga della civiltà fondata sugli accertati possessi e sulla
famiglia. Fuoruscito della patria[155], pianta la sua rôcca s’un’altura
al cui scarco ricettava il vulgo, protetto e dominato dai forti, i
quali attendono alla guerra mentr’esso esercita le arti e i campi.
Prima occasione di briga sono le donne, solita tentazione de’ popoli
rozzi: ma esse vi compajono dall’origine con una maggior dignità che
nell’Asia e in Grecia; resistono in prima ai rapitori, poi si fanno
mediatrici della pace fra mariti e genitori: onde in Roma si professa
poco amore sempre, ma riverenza verso quel sesso; le spose, tratte con
simulata violenza dalla casa paterna, non attendono ad altri lavori che
di filar lana; hanno la man dritta per le vie; cosa inonesta in loro
presenza non si dee fare o dire; i giudici capitali non possono citarle.
Troviamo dunque registrate come concessioni e come accordi le lente
acquisizioni del tempo, e l’effetto della mescolanza delle schiatte.
Il terreno che nelle guerre si guadagna, va spartito fra i patrizj; i
vinti rimangono plebe; e così la gente romana trovasi divisa in due
classi, come tutti i popoli antichi; conquistati e conquistatori,
dominanti e obbedienti. Ma i vinti non caddero sì basso come altrove; e
invece di due Caste, di separazione insormontabile perchè sancita dalla
religione, ne vennero due partiti politici, che sin dal principio si
disputavano la preponderanza; e le _minori genti_, plebee ma libere,
diventarono fondamento alla potenza di Roma.
Dal rapimento delle fanciulle nasce una guerra col sabino Tazio,
terminata mediante una transazione, per la quale i due popoli si
collegano: la collina romana del Palanzio e la sabina del Quirinale
sono congiunte, e come confine fra di esse viene eretto il tempio di
Giano, bifronte acciocchè guardi ad entrambi; con porte che stiano
spalancate in tempo di guerra onde soccorrersi a vicenda, chiuse in
tempo di pace onde le indiscrete comunicazioni non sovvertano la
quiete. I due popoli strinsero reciproci matrimonj[156]; aggregarono in
un senato solo cento padri per ciascuno; una sola assemblea elettiva,
con un solo re, forse scelto a vicenda; onde si disse _populus romanus
quirites_, mutato poscia in _populus romanus Quiritium_[157].
[NUMA]
[RITI]