In questo accostarsi e sovrapporsi di popoli, ognuno reca tradizioni,

e queste si mescolano, trasponendo tempi e luoghi, accumulando s’un

personaggio le imprese di molti, confondendo gli avvenimenti umani

colle vicende della natura o colla storia degli Dei; sicchè riesce

difficilissimo l’appurare alcuna verità, e l’assegnare epoche anche

approssimative, anzi perfino lo stabilire una priorità fra gli

avvenimenti che precedono la storia.

Ne’ personaggi pertanto che questa ricorda, si può piuttosto vedere

simboleggiata un’età, uno stadio dell’incivilimento; e sebbene forse

davvero il loro sandalo abbia calpestato la terra, il tempo ne cancellò

l’orma, e la poesia ne ingrandì la statura fino a comprendervi un’epoca

intera. Eruditi nostri contemporanei diressero robusti e sensati

sforzi a scoprire la verità di sotto al velame della mitologia,

e indietreggiare così i tempi storici: ma delle controverse loro

conchiusioni una critica più schifiltosa si valse per rigettare nella

mitologia anche parte di quella che soleasi accettare per istoria.

Comunque sia, giova conoscere quegli eroi e que’ numi primitivi, perchè

da essi trapela l’indole delle nazioni; indole che poi resiste ai

sovvertimenti, ed entra come elemento nella futura civiltà.

[RELIGIONI]

I popoli non sono uniti e ordinati soltanto dalla forza e dalla

parentela, ma anche da credenze e da riti. Colla parola l’uomo

ricevette ab origine le verità primitive, che non avrebbe potuto

acquistare coi sensi, e che poi furono offuscate dal peccato, il quale

pose in disaccordo l’intelletto, la fantasia, i sensi. Offuscate,

non tolte; e i popoli qual più qual meno ne conservarono, e si può

riconoscerle di mezzo agli errori onde vennero contaminate. Alcuni

uomini, o piuttosto alcune tribù raffigurate in personaggi quali

furono per noi Giano e Saturno, custodirono più pure quelle verità,

e insegnandole si fecero dirozzatori delle nazioni. La credenza d’un

Dio unico era comune fra que’ nostri progenitori; ma ciascun popolo

immaginava questo Dio sotto nomi e figure e simboli e attribuzioni

differenti. Varie genti o confederandosi o soggiogandosi mettevano in

comune il proprio dio, e veniva così a formarsi nel concetto vulgare

un Olimpo di divinità. La moltiplicità delle quali non fu da principio

che moltiplicità di nomi secondo le lingue; ma dall’adorazione di

un Dio sotto nomi diversi era facile lo sdrucciolare all’adorazione

di diversi Dei. I sacerdoti e i savj li tenevano come multiformi

manifestazioni dell’Ente per eccellenza, e questo arcano insegnavano

ne’ misteri: ma perchè il privilegio di offrire sagrifizj, consultare

gl’Iddii, palesarne il volere, offriva comodità di dominare sui

vulghi e dirigerne le cieche volontà in nome del Cielo, a questi

insegnavasi una religione subordinata all’interesse di pochi, e

acconcia alle grossolane fantasie. Così i sacerdoti, indotti non tanto

da capriccio d’ingannare, quanto dall’istintiva necessità de’ men

buoni di sottostare e ricevere educamento e direzione, valevansi della

scienza a strumento di potere; onde formavansi i governi teocratici,

mirabilmente opportuni a popoli rozzi, perchè l’oracolo della divinità

dispensa dal dovere spiegare le necessità e le combinazioni politiche.

E dove Varrone, nella _Rustica_, dice che la religione in Italia fu

sempre dominata dall’interesse, null’altro credo significhi se non la

pendenza pratica che sempre fu carattere della nostra nazione: dove il

fine sociale è indicato dallo stesso nome latino di _re-ligio_, cioè

rannodamento.

[DEI. FESTE]

Ma se la diversità dei culti italici palesa le molteplici origini della

popolazione, si trova che, dal fondo delle tradizioni primitive, tutti

dedussero idee sublimi della divinità. Nel carme Saliare, Giano era

detto _deorum deus_[107], e questo solo fra i numi antichi non trovasi

contaminato di colpe. Ma riservando i dogmi più puri agl’iniziati,

al vulgo si porgeva quel culto materiale della natura, che dicemmo

derivato dalla supposta dualità de’ principj: sicchè adoravansi Opi e

Saturno, dio e dea della terra, il Tevere, il Numicio, il Vulturno; e

le divinità moltiplicaronsi, fino ad averne ogni fonte, ogni casa, ogni

città, nel culto tutto nazionale dei Genj[108]. Anna Perenna, la madre

nudrice, era figurata nella luna che presiede all’anno, venerata nel

fiume Nemi, con feste tutte gajezza e canzoni oscene; a Pale, dea de’

pastori, continuò feste anche Roma conquistatrice colle ferie Latine e

coi Lupercali, in rimembranza dell’agreste origine sua; Fauna o Fatua,

buona dea della pudicizia, era venerata da sole donne e al bujo; sotto

ficaje selvatiche celebravansi le None Capretine; contro le malìe

invocavasi Cardina, contro i fulmini Furina; Carmenta, colle sorelle

Antevorta e Postvorta, alludeva ai parti; Tacita era madre dei Lari; e

appellano a quelle vetustissime tradizioni Fortunata, Mania, Larunda,

ed altre donne venerate. Ogni lavoro campestre era raccomandato a

un nume particolare: Seja e Segestia proteggano i grani seminati,

Proserpina quelli in germoglio, Nodoso quei che allegavano, Putelina

quelli spigati, Tutulina quelli conservati ne’ granaj; e Roma invocava

il Dio Vangatore, Ripastinatore, Aratore, Solcatore, Innestatore,

Erpicatore, Sarchiatore, Suroncatore, Mietitore, Adunatore, Ripostore,

Porgitore[109]. È ben a dolersi che siansi perduti gli _Indigitamenta_,

ove i sacerdoti aveano raccolto i nomi e le storie di ben trentamila

divinità, il cui complesso ci avrebbe porto idee men triviali sulla

teogonia antica, e insieme sulla scienza umana, che ai primordj della

civiltà non si esprime che colle forme della divina.

Nelle feste Fordicidie si sagrificavano trenta giovenche pregnanti;

nelle Sementine imploravasi prospera la seminagione; nelle Rubiginali

la preservazione dal bruciore, versando sul fuoco del vino e le viscere

d’una pecora e d’un cane. Nelle Terminali i due confinanti ergevano

un’ara, la donna vi portava il fuoco, il padrefamiglia formava il rogo,

il fanciullo vi buttava del frumento, la figlia presentava del miele,

si libava vino, s’immolava un agnello o una porchetta, e banchettavasi:

festa derivata dai Sabini. Immagini ingenue se volete, ma inette ad

elevare l’uomo a sane idee sulla natura di Dio, e alla pratica della

pura morale.

I Sabini veneravano Matula dea della bontà, Mamerte (Marte) colla

moglie Neriene dea della forza, Vacuna della vittoria, Feronia della

libertà, Vesta della terra e del fuoco, Sanco, dio dai tre nomi

(_Sancus Fidius Semon_), Sorano e Februo ministro della morte, e Sumano

del fulmine. Nel 1848 presso Agnone nel Napolitano fu trovata una

lamina di bronzo; in cui per ventisette linee d’una parte e ventitre

dall’altra in osco si enumerano da venti divinità indigene, Giove

custode del Comune e regolatore delle fatiche giornaliere, Panda

guardiana delle messi, Geneta preside alle nascite, Ercole custode del

limitare e della proprietà, e così via.

L’osceno Fallo è spesso rappresentato sui monumenti italici e sulle

tombe. Singolarmente era adorata la Fortuna sotto infiniti nomi,

chiedendone i responsi colle superstizioni più varie. A Preneste si

deducevano le sorti da bastoncelli mischiati alla rinfusa, e tratti

fuori dal supplicante; pratica germanica: due automi con cenni

complicati rivelavano la buona o la trista ventura ai Volsci: nel

tempio di Giunone a Vejo un’altra immagine augurava col capo. Qualcosa

di barbaro e di antico conservava il culto di Circe, la gran fata delle

trasformazioni, che compare sui promontorj a sgomento de’ naviganti;

e ben tardi si continuò la devozione di lei sui capi, quel di Sorano

sulle alture, di Feronia alle paludi e fontane.

A tali culti personali e topici mancava ogni unità di fatto o d’idea;

nè le divinità aggregavansi in famiglia, ma ermafrodite da prima, poi

decomposte in maschio e femmina, sempre però sterili, sinchè non vi

s’intrecciarono le favole greche. Leggendo che gli Dei non avevano

statue, forse dobbiamo intendere che non si effigiassero in sembianze

umane: in fatto il Marte sabino era venerato in forma di lancia; anche

dopo introdotto il culto idolatrico, il fuoco della dea Vesta continuò

ad ardere silenzioso sull’altare senza immagine; e ne’ tremuoti

pregavasi senza invocare alcun dio conosciuto e determinato.

[FIEREZZA PRIMITIVA]

Quando poi la città romana assorbiva le altre d’Italia, anche le

religioni particolari venivano assorte dalla vincitrice, e gli Dei

locali da quelli di Roma che più vi somigliavano. Da qui i moltissimi

nomi od epiteti attribuiti a ciascun dio, talmente che Varrone ebbe a

contare trecento Giovi in Italia. Taluno anche degli Dei sabini penetrò

con quelli de’ conquistatori, come Semone Sanco allato al Giano latino:

ma del culto locale e famigliare, tanto italico d’indole, rimase

traccia negli Dei domestici delle varie genti (_sacra gentilia_, _dii

gentiles_).

L’espiazione, fondamentale concetto delle religioni, portò da

principio fino a sacrifizj umani, che si continuarono in tempi di men

fiere consuetudini[110]. In Falera immolavansi fanciulle a Giunone:

nelle _primavere sacre_ facevasi voto di sacrificare agli Dei tutto

quanto nascesse in quella stagione, non eccettuando i figliuoli;

poi fu sostituito di mandar questi altrove in colonia. Nelle feste

Argee venivano buttate persone nel Tevere, delle quali poi tennero

vece ventiquattro o trenta figure di giunco: nelle Larali, teste di

fanciulli, surrogate poi da papaveri. Terribili riti praticavano i

Sabini: nei gravi frangenti di guerra, i soldati, accolti in un ricinto

scarso di lume, fra il silenzio, le vittime e le spade, doveano giurare

obbedienza, con tremende imprecazioni contro chi vi mancasse. Dal monte

Soratte scendevano gl’Irpi, calcando a piè nudo carboni ardenti. I

Marsi maneggiavano serpi, secondo n’erano stati istruiti dalla maga

Angizia, cui veneravano nel sacro bosco presso al lago Fucino[111].

Queste ed altre memorie accennano la fierezza de’ primitivi abitatori,

che fu poi temperata da’ tesmofori. I quali, regolando nel credere

e riformando nel vivere, se non riescono ad abolire la guerra,

la moderano col dritto feciale, per cui un sacerdote presentasi

all’offensore, assegnandogli un termine entro il quale riparare i

torti; scaduto questo indarno, gli è intimata nimicizia.

Le religioni rendevano dunque reale benefizio alla società, al brutale

diritto della forza opponendo leggi sancite da una volontà superna.

È vero che i sacerdoti non rappresentavano il popolo, nè sostenevano

i diritti di questo: ma intanto moderavano i prepotenti, frenavano i

vizj, diffondevano concetti di giustizia, di moralità, e ai re metteano

per limite i dettami della coscienza, o le cerimonie e i decreti degli

Dei.

[SIMBOLISMO. AFFRATELLAMENTO]

Spesso le costituzioni sociali e i governi riproduceano in terra

l’immagine del Cielo; o i numeri simbolici, tratti da idee

sovrasensibili, ripeteansi nei fatti umani. Così i trecento senatori di

Roma corrispondono ai giorni dell’anno ciclico di dieci mesi: trenta

porcellini partorisce la troja veduta da Enea sul posto ove Roma

sorse: trenta città componeano la federazione latina: trenta Sabine

furono rapite, dal cui nome Romolo intitolò le trenta curie: sono sette

i colli di Roma, due volte sette le regioni d’Augusto; dodici le città

fondate dai Pelasgi e dagli Etruschi, come dodici avoltoj appajono

a Romolo. Mentre degli Etruschi, come d’altri popoli marittimi, era

rituale il numero 12, il 10 era rituale per gl’Italioti, come pei

popoli meno civili; e il 3 e il 10 vediamo dominare ne’ primitivi fatti

dell’Italia e di Roma.

[COSTUMI]

Civilmente la religione serviva di vincolo alle popolazioni isolate.

Il luco Ferentino, oggi Marino, quello sacro a Diana presso Aricia,

l’altro di Venere fra Lavinio e Ardea servivano a convegni religiosi

comuni: i Toscani s’accoglievano nel tempio di Voltumna, i Sabini in

quello di Cere: sul monte Albano alle ferie Latine consumavasi solenne

sacrifizio, distribuendo carne a tutte le tribù del Lazio, alle quali

il comune dio Fauno rendeva oracoli dal profondo della selva Albunea.

In questi periodi della società (non proprj dell’Italia più che del

restante mondo) si va estendendo l’idea di doveri reciproci, dapprima

comprendendo la sola famiglia, poi la tribù; ma chiunque è fuor di

questa, vien considerato come nemico, si può ucciderlo, ridurlo servo,

non altrimenti che si farebbe d’una bestia. L’aggregazione in città

e Stati allarga questo sentimento; viepiù la religione: ma sempre

troveremo abbracciarsi nell’idea del dovere soltanto i membri della

propria società; finchè il vangelo, annunziando la fratellanza di tutti

e un’unica religione universale, gli estenda a tutti i figli di quel

Padre nostro che è ne’ cieli.

Del resto le eterogenee popolazioni vivevano di vita distinta, ciascuna

maturando una civiltà particolare. Il nome di patria rimase ristretto

ad angusto territorio; e ben poche genti troviamo annodate in qualche

titolo più generico, e collegate a feste o in assemblea politica quelle

d’una medesima stirpe. Al più stringevano lega coi vicini, duratura

quanto il bisogno; e il pensiero di unità nazionale, quand’anche

noi sapessimo estranio alle popolazioni antiche, restava impedito

dalle reciproche gelosie. Che cosa s’intendesse per popolo, e quanta

parte esso pigliasse ai pubblici maneggi, difficile è determinarlo.

Dappertutto troviamo la potenza aristocratica temperata dalla sovranità

popolare. Ad un senato, composto dei padri della gente conquistatrice,

spettavano i riti religiosi, le cariche, l’interpretar leggi, la

scienza divina e l’umana; sicchè l’aristocrazia era sempre appoggiata

sulla religione, per la quale discernevasi dalle plebi. Il Comune dei

nobili formava la curia[112]. I prischi Latini, Equi, Sabini aveano

imperatori e dittatori, sottomessi però alla sovranità nazionale: i

Lucani in guerra sceglievano un imperatore, che congiungeva il comando

militare e la civile supremazia: e tale era pure il _meddix tuticus_

degli Osci, Volsci e Campani.

I Marsi erano lodati per frugalità e valore; i Sabelli per incolta

costumatezza, e le donne loro e le Apule e Sannite per saviezza e

sobrietà: ai Lucani predatori faceano contrasto i Sabini pii e giusti;

ai molli e timidi Picentini i bellicosi Peligni e Sanniti, devoti a

libera morte. Questi, d’educazione robusta[113], pomposi nelle armi,

frugali nelle case, allevatori di mandre e puledri, e tessitori di

lane, contraevano i matrimonj in freschissima età; in una giornata

solenne sceglievano i dieci giovani meglio costumati e prodi, e davano

loro l’arbitrio di eleggersi le spose[114]; ove se ne rendessero

indegni, n’erano separati. Fra gli Umbri usavano le ordalie, simili ai

giudizj di Dio praticati nel nostro medio evo[115], dove la divinità

era chiamata immediatamente ad attestare con un miracolo la verità

discussa o l’innocenza calunniata. L’atrio (forse così nominato dagli

Adriani, e tutto proprio della nostra architettura) esprime un vivere

comune e all’aperto; e colà, intorno al fuoco dei Lari, s’adunavano

i fanciulli e le donne, non chiuse ne’ ginecei; e gli schiavi

stessi[116], de’ quali grandissimo era il numero.

[FORESTE. AGRICOLTURA]

I dintorni di Roma erano tutti bosco: nella foresta Gallinaria

in Campania, anche ai migliori tempi di Roma, ricoveravano

masnadieri[117]: la foresta Ciminia pareva a Livio impenetrabile e

spaventosa quanto quelle della Germania: Virgilio accenna la foresta di

Sila, che le montagne del Bruzio ombrava per settecento stadj[118]: di

piante era coperto il Gargàno, e così le colline circostanti a Vejo.

Dionigi d’Alicarnasso ammirava le foreste sui colli e nelle vallate

della Cisalpina, da cui si traevano begli alberi da costruzione,

trasportandoli pei tanti fiumi ond’è solcato il paese, e che tanto

giovano al baratto delle merci e derrate[119]; dal loro paese i Liguri

asportavano tronchi di rara grossezza, e il legname de’ paesi bagnati

dal Tirreno era cerco a preferenza di quello dell’Adriatico[120].

Questi boschi, di cui più non rimane vestigio, doveano rendere men

torrenziali i fiumi e più rigida la temperatura: in fatto Orazio vedeva

biancheggiare d’alta neve il Soratte, avvenimento ora insolitissimo;

nel 480 di Roma il gelo fece morire molti alberi fruttiferi, quaranta

giorni durò la neve sul suolo, il Tevere agghiacciò; e fra le

superstizioni, Giovenale accenna d’una donna che rompeva il ghiaccio

d’esso fiume per farvi le sue abluzioni. Pure Columella avea letto

nell’agricoltura di Saserna, che contrade, dove lo stridore del

verno non lasciava vivere olivi e viti, allora intepidite davano

abbondantissimi oliveti e festante vendemmia[121]. Varrone fa coglier

l’uva nel Lazio al fin di settembre, e il grano al fin di giugno[122],

che sarebbe alquanto più tardi d’adesso: ma secondo Columella, agli idi

di gennajo si mette mano ad arare, e cacciar il bestiame dai pascoli

ove comincia a venir l’erba; Palladio agli idi stessi dice si seminava

l’orzo gallico[123]; e i calendarj fissano al 25 febbrajo il comparir

delle rondini, e al 26 agosto il sorgere della costellazione del

vendemmiatore.

[AGRICOLTURA]

Ben presto d’agricoltura prosperò l’Italia, e prodotto principale

era il frumento, massime il _triticum durum_, usitatissimo col nome

di _far_ o _adoreum_, e il _triticum compositum_, tanto fruttifero,

che a Leonzio in Sicilia dava sin cento chicchi per uno[124]; e non

che bastare al paese, si mandava fuori[125]. La segale era coltivata

soltanto dai Taurini[126]; poco l’avena: l’orzo serviva solo agli

animali domestici: del miglio e del panico, ricchezza della fertile

Campania, si faceva pane e minestra.

[PIANTE]

Molti e squisiti vini; talchè, anche dopo conosciute Grecia e Spagna,

Orazio onora di suo difficile gusto quasi unicamente i nostrali,

e Plinio dice che di questi soli imbandivansi le imperiali mense.

Columella e Plinio nominarono da cinquanta specie di vigne, ed è

difficile l’accertare quali essi indichino coi differenti nomi,

mentre neppur oggi ci accordiamo a riconoscere al nome quelle che si

coltivano tuttodì. Certo grandissima cura vi adoperavano intorno,

e studiavano a non mescolar le specie, e assegnare a ciascuna il

terreno appropriato, acciocchè conservassero le proprie qualità. La

vite coltivavasi già allora come oggidì, traendo profitto dal terreno

frapposto; ed ora si lasciava serpeggiare per terra, ora sospendevasi

a pali o ad alberi, quali il pioppo, l’olmo, la quercia; e credevasi

migliore il vino delle più elevate. Ma Cinea ambasciatore di Pirro,

assaggiando il vino d’Aricia, esclamò:—Non mi fa meraviglia se è così

aspro, essendo la madre attaccata a una forca sì alta». Oggi pure gli

stranieri stupiscono della nostra storditaggine, essi che legano le

viti a bassissimi pali: ma il vario suolo esige varia coltura; e se

abbiamo vigneti bassissimi e fin a terra in Lombardia, chi conosce il

Polesine, il Ravegnano, la Puglia, comprenderà che cosa significassero

i maritaggi delle viti coll’olmo e coi pioppi, e come fosse possibile

far tavole e porte con tronchi di vigna segati.

Conosceasi il torcere il picciuolo de’ grappoli già maturi,

alcuni giorni prima di coglierli, come ora si pratica col tokai;

spampanavansi; talvolta si sgranavano le uve, poi si pigiavano, si

torchiavano, e il succo facevasi colare in una cisterna di mattoni

intonacata. Il vino torchiato era di seconda qualità. Il migliore

talvolta raccoglievasi in capaci olle, e si lasciava sottacqua per un

mese e più, presumendo con ciò togliergli la tendenza al fermentare:

sommergendolo nel mare, si credeva acquistasse il profumo di vecchio.

Altre volte nell’està seguente esponeasi per quaranta giorni alla vampa

del sole. Da poi si scoprì che l’acqua di mare, ridotta a un terzo col

bollire, ed aggiunta al vino, lo _maturava_. Coll’ebollizione pure si

restringeva il vino troppo acquoso e talvolta formavasi il vin cotto:

metodi tutti non affatto dismessi.

Grand’attenzione si prestava a tagliare i vini, mescolando le varie

qualità; e vi si univano pece, trementina, fiori di vite, bacche di

mirto, foglie di pino, mandorle amare, cardamomo, altre erbe fragranti.

L’acidità se ne correggeva introducendo creta, latte, conchiglie

pestate, gesso, ghiande torrefatte, scorbilli di pino; o tuffandovi un

ferro rovente: aggiungeanvi pure del solfo, ma non pare vel bruciassero

per solforare come oggi si fa, nè che si sapesse chiarificare

coll’albume d’uovo, sebbene Orazio indichi che a ciò s’adoprava

talvolta il torlo d’uovo di piccione.

Il professor Tenore e il danese Schouw vollero ricercare quali piante

fossero conosciute nell’antico Pompej, inducendolo e dagli avanzi

che se ne scoprono e dalle pitture. Queste rappresentano talvolta

paesi egiziani od altri stranieri, oppure del tutto fantastiche, come

quella dove un lauro rampolla dal fusto d’un dattero: ma quando pare

si volesse copiare il vero, gli alberi più consueti sono il pino

pignuolo e il cipresso, il pino d’Aleppo, l’oleandro, l’edera: si

trovarono anche pinocchie carbonizzate; ma non le due vegetazioni, oggi

caratteristiche di que’ paesi, l’agave americana e il fico opunzio,

introdotte solo dopo scoperta l’America. È difficile accertare se fosse

coltivato il dattero, che nelle pitture di Pompej figura soltanto in

soggetti egizj o con significato simbolico. Teofrasto dice abbondava

in Sicilia la palma nana (_chamerops humilis_), che oggidì trovasi

appena rarissima nella baja di Napoli, ed è la sua gemma terminale

quella che alcuni scambiarono per un ananas. Il cotone, che ora veste

i campi attorno a Pompej, non appare dalle pitture, e coltivavasi

solo nell’India e nell’Egitto, donde fu recato fra noi dagli Arabi.

Ignoto era pure il gelso bianco. Vedonsi cipolle, rafanelli, rape,

zucchette e mazzi d’asparagi, che non somigliano ai nostri coltivati.

L’ulivo era delle coltivazioni più importanti, e alcuni de’ suoi frutti

si trovarono in conserva. Fichi e viti erano comunissimi; e peri,

pomi, ciliegi, pruni, peschi, melogranati, nespoli compajono nelle

composizioni: ma non mai nè limoni, nè cedri, nè aranci, che sembra non

s’introducessero qui prima del iii secolo. De’ cereali il più coltivato

era il frumento, poi l’orzo; non la segale, nè l’avena: è dipinta una

quaglia che becca una spiga d’orzo, e un’altra una di panico.

[ANIMALI]

Da’ bovi si disse venuto il nome d’Italia[127]: i majali della Gallia

cisalpina nutrivano eserciti interi[128]: le lane supplivano ed alla

seta nei vestiti signorili, ed alla tela nelle trabacche militari.

Quella d’Apulia otteneva il vanto fin sulla milesia, e per conservarla

morbida e immacolata, rivestivansi le pecore con altre pelli: di

quelle finissime del Padovano si tessevano abiti e tappeti[129]; di

bianchissime se ne tondeano intorno al Po, di nerissime a Pollenza;

e per riputate che fossero le spagnuole, le nostre vinceanle in

durata[130]. Di cavalli pure s’abbondava; i veneti erano cerchi anche

fuori, e numerose razze nutriva la Puglia[131].

[ECONOMIA. COMMERCIO]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 7 / 37 段