e queste si mescolano, trasponendo tempi e luoghi, accumulando s’un
personaggio le imprese di molti, confondendo gli avvenimenti umani
colle vicende della natura o colla storia degli Dei; sicchè riesce
difficilissimo l’appurare alcuna verità, e l’assegnare epoche anche
approssimative, anzi perfino lo stabilire una priorità fra gli
avvenimenti che precedono la storia.
Ne’ personaggi pertanto che questa ricorda, si può piuttosto vedere
simboleggiata un’età, uno stadio dell’incivilimento; e sebbene forse
davvero il loro sandalo abbia calpestato la terra, il tempo ne cancellò
l’orma, e la poesia ne ingrandì la statura fino a comprendervi un’epoca
intera. Eruditi nostri contemporanei diressero robusti e sensati
sforzi a scoprire la verità di sotto al velame della mitologia,
e indietreggiare così i tempi storici: ma delle controverse loro
conchiusioni una critica più schifiltosa si valse per rigettare nella
mitologia anche parte di quella che soleasi accettare per istoria.
Comunque sia, giova conoscere quegli eroi e que’ numi primitivi, perchè
da essi trapela l’indole delle nazioni; indole che poi resiste ai
sovvertimenti, ed entra come elemento nella futura civiltà.
[RELIGIONI]
I popoli non sono uniti e ordinati soltanto dalla forza e dalla
parentela, ma anche da credenze e da riti. Colla parola l’uomo
ricevette ab origine le verità primitive, che non avrebbe potuto
acquistare coi sensi, e che poi furono offuscate dal peccato, il quale
pose in disaccordo l’intelletto, la fantasia, i sensi. Offuscate,
non tolte; e i popoli qual più qual meno ne conservarono, e si può
riconoscerle di mezzo agli errori onde vennero contaminate. Alcuni
uomini, o piuttosto alcune tribù raffigurate in personaggi quali
furono per noi Giano e Saturno, custodirono più pure quelle verità,
e insegnandole si fecero dirozzatori delle nazioni. La credenza d’un
Dio unico era comune fra que’ nostri progenitori; ma ciascun popolo
immaginava questo Dio sotto nomi e figure e simboli e attribuzioni
differenti. Varie genti o confederandosi o soggiogandosi mettevano in
comune il proprio dio, e veniva così a formarsi nel concetto vulgare
un Olimpo di divinità. La moltiplicità delle quali non fu da principio
che moltiplicità di nomi secondo le lingue; ma dall’adorazione di
un Dio sotto nomi diversi era facile lo sdrucciolare all’adorazione
di diversi Dei. I sacerdoti e i savj li tenevano come multiformi
manifestazioni dell’Ente per eccellenza, e questo arcano insegnavano
ne’ misteri: ma perchè il privilegio di offrire sagrifizj, consultare
gl’Iddii, palesarne il volere, offriva comodità di dominare sui
vulghi e dirigerne le cieche volontà in nome del Cielo, a questi
insegnavasi una religione subordinata all’interesse di pochi, e
acconcia alle grossolane fantasie. Così i sacerdoti, indotti non tanto
da capriccio d’ingannare, quanto dall’istintiva necessità de’ men
buoni di sottostare e ricevere educamento e direzione, valevansi della
scienza a strumento di potere; onde formavansi i governi teocratici,
mirabilmente opportuni a popoli rozzi, perchè l’oracolo della divinità
dispensa dal dovere spiegare le necessità e le combinazioni politiche.
E dove Varrone, nella _Rustica_, dice che la religione in Italia fu
sempre dominata dall’interesse, null’altro credo significhi se non la
pendenza pratica che sempre fu carattere della nostra nazione: dove il
fine sociale è indicato dallo stesso nome latino di _re-ligio_, cioè
rannodamento.
[DEI. FESTE]
Ma se la diversità dei culti italici palesa le molteplici origini della
popolazione, si trova che, dal fondo delle tradizioni primitive, tutti
dedussero idee sublimi della divinità. Nel carme Saliare, Giano era
detto _deorum deus_[107], e questo solo fra i numi antichi non trovasi
contaminato di colpe. Ma riservando i dogmi più puri agl’iniziati,
al vulgo si porgeva quel culto materiale della natura, che dicemmo
derivato dalla supposta dualità de’ principj: sicchè adoravansi Opi e
Saturno, dio e dea della terra, il Tevere, il Numicio, il Vulturno; e
le divinità moltiplicaronsi, fino ad averne ogni fonte, ogni casa, ogni
città, nel culto tutto nazionale dei Genj[108]. Anna Perenna, la madre
nudrice, era figurata nella luna che presiede all’anno, venerata nel
fiume Nemi, con feste tutte gajezza e canzoni oscene; a Pale, dea de’
pastori, continuò feste anche Roma conquistatrice colle ferie Latine e
coi Lupercali, in rimembranza dell’agreste origine sua; Fauna o Fatua,
buona dea della pudicizia, era venerata da sole donne e al bujo; sotto
ficaje selvatiche celebravansi le None Capretine; contro le malìe
invocavasi Cardina, contro i fulmini Furina; Carmenta, colle sorelle
Antevorta e Postvorta, alludeva ai parti; Tacita era madre dei Lari; e
appellano a quelle vetustissime tradizioni Fortunata, Mania, Larunda,
ed altre donne venerate. Ogni lavoro campestre era raccomandato a
un nume particolare: Seja e Segestia proteggano i grani seminati,
Proserpina quelli in germoglio, Nodoso quei che allegavano, Putelina
quelli spigati, Tutulina quelli conservati ne’ granaj; e Roma invocava
il Dio Vangatore, Ripastinatore, Aratore, Solcatore, Innestatore,
Erpicatore, Sarchiatore, Suroncatore, Mietitore, Adunatore, Ripostore,
Porgitore[109]. È ben a dolersi che siansi perduti gli _Indigitamenta_,
ove i sacerdoti aveano raccolto i nomi e le storie di ben trentamila
divinità, il cui complesso ci avrebbe porto idee men triviali sulla
teogonia antica, e insieme sulla scienza umana, che ai primordj della
civiltà non si esprime che colle forme della divina.
Nelle feste Fordicidie si sagrificavano trenta giovenche pregnanti;
nelle Sementine imploravasi prospera la seminagione; nelle Rubiginali
la preservazione dal bruciore, versando sul fuoco del vino e le viscere
d’una pecora e d’un cane. Nelle Terminali i due confinanti ergevano
un’ara, la donna vi portava il fuoco, il padrefamiglia formava il rogo,
il fanciullo vi buttava del frumento, la figlia presentava del miele,
si libava vino, s’immolava un agnello o una porchetta, e banchettavasi:
festa derivata dai Sabini. Immagini ingenue se volete, ma inette ad
elevare l’uomo a sane idee sulla natura di Dio, e alla pratica della
pura morale.
I Sabini veneravano Matula dea della bontà, Mamerte (Marte) colla
moglie Neriene dea della forza, Vacuna della vittoria, Feronia della
libertà, Vesta della terra e del fuoco, Sanco, dio dai tre nomi
(_Sancus Fidius Semon_), Sorano e Februo ministro della morte, e Sumano
del fulmine. Nel 1848 presso Agnone nel Napolitano fu trovata una
lamina di bronzo; in cui per ventisette linee d’una parte e ventitre
dall’altra in osco si enumerano da venti divinità indigene, Giove
custode del Comune e regolatore delle fatiche giornaliere, Panda
guardiana delle messi, Geneta preside alle nascite, Ercole custode del
limitare e della proprietà, e così via.
L’osceno Fallo è spesso rappresentato sui monumenti italici e sulle
tombe. Singolarmente era adorata la Fortuna sotto infiniti nomi,
chiedendone i responsi colle superstizioni più varie. A Preneste si
deducevano le sorti da bastoncelli mischiati alla rinfusa, e tratti
fuori dal supplicante; pratica germanica: due automi con cenni
complicati rivelavano la buona o la trista ventura ai Volsci: nel
tempio di Giunone a Vejo un’altra immagine augurava col capo. Qualcosa
di barbaro e di antico conservava il culto di Circe, la gran fata delle
trasformazioni, che compare sui promontorj a sgomento de’ naviganti;
e ben tardi si continuò la devozione di lei sui capi, quel di Sorano
sulle alture, di Feronia alle paludi e fontane.
A tali culti personali e topici mancava ogni unità di fatto o d’idea;
nè le divinità aggregavansi in famiglia, ma ermafrodite da prima, poi
decomposte in maschio e femmina, sempre però sterili, sinchè non vi
s’intrecciarono le favole greche. Leggendo che gli Dei non avevano
statue, forse dobbiamo intendere che non si effigiassero in sembianze
umane: in fatto il Marte sabino era venerato in forma di lancia; anche
dopo introdotto il culto idolatrico, il fuoco della dea Vesta continuò
ad ardere silenzioso sull’altare senza immagine; e ne’ tremuoti
pregavasi senza invocare alcun dio conosciuto e determinato.
[FIEREZZA PRIMITIVA]
Quando poi la città romana assorbiva le altre d’Italia, anche le
religioni particolari venivano assorte dalla vincitrice, e gli Dei
locali da quelli di Roma che più vi somigliavano. Da qui i moltissimi
nomi od epiteti attribuiti a ciascun dio, talmente che Varrone ebbe a
contare trecento Giovi in Italia. Taluno anche degli Dei sabini penetrò
con quelli de’ conquistatori, come Semone Sanco allato al Giano latino:
ma del culto locale e famigliare, tanto italico d’indole, rimase
traccia negli Dei domestici delle varie genti (_sacra gentilia_, _dii
gentiles_).
L’espiazione, fondamentale concetto delle religioni, portò da
principio fino a sacrifizj umani, che si continuarono in tempi di men
fiere consuetudini[110]. In Falera immolavansi fanciulle a Giunone:
nelle _primavere sacre_ facevasi voto di sacrificare agli Dei tutto
quanto nascesse in quella stagione, non eccettuando i figliuoli;
poi fu sostituito di mandar questi altrove in colonia. Nelle feste
Argee venivano buttate persone nel Tevere, delle quali poi tennero
vece ventiquattro o trenta figure di giunco: nelle Larali, teste di
fanciulli, surrogate poi da papaveri. Terribili riti praticavano i
Sabini: nei gravi frangenti di guerra, i soldati, accolti in un ricinto
scarso di lume, fra il silenzio, le vittime e le spade, doveano giurare
obbedienza, con tremende imprecazioni contro chi vi mancasse. Dal monte
Soratte scendevano gl’Irpi, calcando a piè nudo carboni ardenti. I
Marsi maneggiavano serpi, secondo n’erano stati istruiti dalla maga
Angizia, cui veneravano nel sacro bosco presso al lago Fucino[111].
Queste ed altre memorie accennano la fierezza de’ primitivi abitatori,
che fu poi temperata da’ tesmofori. I quali, regolando nel credere
e riformando nel vivere, se non riescono ad abolire la guerra,
la moderano col dritto feciale, per cui un sacerdote presentasi
all’offensore, assegnandogli un termine entro il quale riparare i
torti; scaduto questo indarno, gli è intimata nimicizia.
Le religioni rendevano dunque reale benefizio alla società, al brutale
diritto della forza opponendo leggi sancite da una volontà superna.
È vero che i sacerdoti non rappresentavano il popolo, nè sostenevano
i diritti di questo: ma intanto moderavano i prepotenti, frenavano i
vizj, diffondevano concetti di giustizia, di moralità, e ai re metteano
per limite i dettami della coscienza, o le cerimonie e i decreti degli
Dei.
[SIMBOLISMO. AFFRATELLAMENTO]
Spesso le costituzioni sociali e i governi riproduceano in terra
l’immagine del Cielo; o i numeri simbolici, tratti da idee
sovrasensibili, ripeteansi nei fatti umani. Così i trecento senatori di
Roma corrispondono ai giorni dell’anno ciclico di dieci mesi: trenta
porcellini partorisce la troja veduta da Enea sul posto ove Roma
sorse: trenta città componeano la federazione latina: trenta Sabine
furono rapite, dal cui nome Romolo intitolò le trenta curie: sono sette
i colli di Roma, due volte sette le regioni d’Augusto; dodici le città
fondate dai Pelasgi e dagli Etruschi, come dodici avoltoj appajono
a Romolo. Mentre degli Etruschi, come d’altri popoli marittimi, era
rituale il numero 12, il 10 era rituale per gl’Italioti, come pei
popoli meno civili; e il 3 e il 10 vediamo dominare ne’ primitivi fatti
dell’Italia e di Roma.
[COSTUMI]
Civilmente la religione serviva di vincolo alle popolazioni isolate.
Il luco Ferentino, oggi Marino, quello sacro a Diana presso Aricia,
l’altro di Venere fra Lavinio e Ardea servivano a convegni religiosi
comuni: i Toscani s’accoglievano nel tempio di Voltumna, i Sabini in
quello di Cere: sul monte Albano alle ferie Latine consumavasi solenne
sacrifizio, distribuendo carne a tutte le tribù del Lazio, alle quali
il comune dio Fauno rendeva oracoli dal profondo della selva Albunea.
In questi periodi della società (non proprj dell’Italia più che del
restante mondo) si va estendendo l’idea di doveri reciproci, dapprima
comprendendo la sola famiglia, poi la tribù; ma chiunque è fuor di
questa, vien considerato come nemico, si può ucciderlo, ridurlo servo,
non altrimenti che si farebbe d’una bestia. L’aggregazione in città
e Stati allarga questo sentimento; viepiù la religione: ma sempre
troveremo abbracciarsi nell’idea del dovere soltanto i membri della
propria società; finchè il vangelo, annunziando la fratellanza di tutti
e un’unica religione universale, gli estenda a tutti i figli di quel
Padre nostro che è ne’ cieli.
Del resto le eterogenee popolazioni vivevano di vita distinta, ciascuna
maturando una civiltà particolare. Il nome di patria rimase ristretto
ad angusto territorio; e ben poche genti troviamo annodate in qualche
titolo più generico, e collegate a feste o in assemblea politica quelle
d’una medesima stirpe. Al più stringevano lega coi vicini, duratura
quanto il bisogno; e il pensiero di unità nazionale, quand’anche
noi sapessimo estranio alle popolazioni antiche, restava impedito
dalle reciproche gelosie. Che cosa s’intendesse per popolo, e quanta
parte esso pigliasse ai pubblici maneggi, difficile è determinarlo.
Dappertutto troviamo la potenza aristocratica temperata dalla sovranità
popolare. Ad un senato, composto dei padri della gente conquistatrice,
spettavano i riti religiosi, le cariche, l’interpretar leggi, la
scienza divina e l’umana; sicchè l’aristocrazia era sempre appoggiata
sulla religione, per la quale discernevasi dalle plebi. Il Comune dei
nobili formava la curia[112]. I prischi Latini, Equi, Sabini aveano
imperatori e dittatori, sottomessi però alla sovranità nazionale: i
Lucani in guerra sceglievano un imperatore, che congiungeva il comando
militare e la civile supremazia: e tale era pure il _meddix tuticus_
degli Osci, Volsci e Campani.
I Marsi erano lodati per frugalità e valore; i Sabelli per incolta
costumatezza, e le donne loro e le Apule e Sannite per saviezza e
sobrietà: ai Lucani predatori faceano contrasto i Sabini pii e giusti;
ai molli e timidi Picentini i bellicosi Peligni e Sanniti, devoti a
libera morte. Questi, d’educazione robusta[113], pomposi nelle armi,
frugali nelle case, allevatori di mandre e puledri, e tessitori di
lane, contraevano i matrimonj in freschissima età; in una giornata
solenne sceglievano i dieci giovani meglio costumati e prodi, e davano
loro l’arbitrio di eleggersi le spose[114]; ove se ne rendessero
indegni, n’erano separati. Fra gli Umbri usavano le ordalie, simili ai
giudizj di Dio praticati nel nostro medio evo[115], dove la divinità
era chiamata immediatamente ad attestare con un miracolo la verità
discussa o l’innocenza calunniata. L’atrio (forse così nominato dagli
Adriani, e tutto proprio della nostra architettura) esprime un vivere
comune e all’aperto; e colà, intorno al fuoco dei Lari, s’adunavano
i fanciulli e le donne, non chiuse ne’ ginecei; e gli schiavi
stessi[116], de’ quali grandissimo era il numero.
[FORESTE. AGRICOLTURA]
I dintorni di Roma erano tutti bosco: nella foresta Gallinaria
in Campania, anche ai migliori tempi di Roma, ricoveravano
masnadieri[117]: la foresta Ciminia pareva a Livio impenetrabile e
spaventosa quanto quelle della Germania: Virgilio accenna la foresta di
Sila, che le montagne del Bruzio ombrava per settecento stadj[118]: di
piante era coperto il Gargàno, e così le colline circostanti a Vejo.
Dionigi d’Alicarnasso ammirava le foreste sui colli e nelle vallate
della Cisalpina, da cui si traevano begli alberi da costruzione,
trasportandoli pei tanti fiumi ond’è solcato il paese, e che tanto
giovano al baratto delle merci e derrate[119]; dal loro paese i Liguri
asportavano tronchi di rara grossezza, e il legname de’ paesi bagnati
dal Tirreno era cerco a preferenza di quello dell’Adriatico[120].
Questi boschi, di cui più non rimane vestigio, doveano rendere men
torrenziali i fiumi e più rigida la temperatura: in fatto Orazio vedeva
biancheggiare d’alta neve il Soratte, avvenimento ora insolitissimo;
nel 480 di Roma il gelo fece morire molti alberi fruttiferi, quaranta
giorni durò la neve sul suolo, il Tevere agghiacciò; e fra le
superstizioni, Giovenale accenna d’una donna che rompeva il ghiaccio
d’esso fiume per farvi le sue abluzioni. Pure Columella avea letto
nell’agricoltura di Saserna, che contrade, dove lo stridore del
verno non lasciava vivere olivi e viti, allora intepidite davano
abbondantissimi oliveti e festante vendemmia[121]. Varrone fa coglier
l’uva nel Lazio al fin di settembre, e il grano al fin di giugno[122],
che sarebbe alquanto più tardi d’adesso: ma secondo Columella, agli idi
di gennajo si mette mano ad arare, e cacciar il bestiame dai pascoli
ove comincia a venir l’erba; Palladio agli idi stessi dice si seminava
l’orzo gallico[123]; e i calendarj fissano al 25 febbrajo il comparir
delle rondini, e al 26 agosto il sorgere della costellazione del
vendemmiatore.
[AGRICOLTURA]
Ben presto d’agricoltura prosperò l’Italia, e prodotto principale
era il frumento, massime il _triticum durum_, usitatissimo col nome
di _far_ o _adoreum_, e il _triticum compositum_, tanto fruttifero,
che a Leonzio in Sicilia dava sin cento chicchi per uno[124]; e non
che bastare al paese, si mandava fuori[125]. La segale era coltivata
soltanto dai Taurini[126]; poco l’avena: l’orzo serviva solo agli
animali domestici: del miglio e del panico, ricchezza della fertile
Campania, si faceva pane e minestra.
[PIANTE]
Molti e squisiti vini; talchè, anche dopo conosciute Grecia e Spagna,
Orazio onora di suo difficile gusto quasi unicamente i nostrali,
e Plinio dice che di questi soli imbandivansi le imperiali mense.
Columella e Plinio nominarono da cinquanta specie di vigne, ed è
difficile l’accertare quali essi indichino coi differenti nomi,
mentre neppur oggi ci accordiamo a riconoscere al nome quelle che si
coltivano tuttodì. Certo grandissima cura vi adoperavano intorno,
e studiavano a non mescolar le specie, e assegnare a ciascuna il
terreno appropriato, acciocchè conservassero le proprie qualità. La
vite coltivavasi già allora come oggidì, traendo profitto dal terreno
frapposto; ed ora si lasciava serpeggiare per terra, ora sospendevasi
a pali o ad alberi, quali il pioppo, l’olmo, la quercia; e credevasi
migliore il vino delle più elevate. Ma Cinea ambasciatore di Pirro,
assaggiando il vino d’Aricia, esclamò:—Non mi fa meraviglia se è così
aspro, essendo la madre attaccata a una forca sì alta». Oggi pure gli
stranieri stupiscono della nostra storditaggine, essi che legano le
viti a bassissimi pali: ma il vario suolo esige varia coltura; e se
abbiamo vigneti bassissimi e fin a terra in Lombardia, chi conosce il
Polesine, il Ravegnano, la Puglia, comprenderà che cosa significassero
i maritaggi delle viti coll’olmo e coi pioppi, e come fosse possibile
far tavole e porte con tronchi di vigna segati.
Conosceasi il torcere il picciuolo de’ grappoli già maturi,
alcuni giorni prima di coglierli, come ora si pratica col tokai;
spampanavansi; talvolta si sgranavano le uve, poi si pigiavano, si
torchiavano, e il succo facevasi colare in una cisterna di mattoni
intonacata. Il vino torchiato era di seconda qualità. Il migliore
talvolta raccoglievasi in capaci olle, e si lasciava sottacqua per un
mese e più, presumendo con ciò togliergli la tendenza al fermentare:
sommergendolo nel mare, si credeva acquistasse il profumo di vecchio.
Altre volte nell’està seguente esponeasi per quaranta giorni alla vampa
del sole. Da poi si scoprì che l’acqua di mare, ridotta a un terzo col
bollire, ed aggiunta al vino, lo _maturava_. Coll’ebollizione pure si
restringeva il vino troppo acquoso e talvolta formavasi il vin cotto:
metodi tutti non affatto dismessi.
Grand’attenzione si prestava a tagliare i vini, mescolando le varie
qualità; e vi si univano pece, trementina, fiori di vite, bacche di
mirto, foglie di pino, mandorle amare, cardamomo, altre erbe fragranti.
L’acidità se ne correggeva introducendo creta, latte, conchiglie
pestate, gesso, ghiande torrefatte, scorbilli di pino; o tuffandovi un
ferro rovente: aggiungeanvi pure del solfo, ma non pare vel bruciassero
per solforare come oggi si fa, nè che si sapesse chiarificare
coll’albume d’uovo, sebbene Orazio indichi che a ciò s’adoprava
talvolta il torlo d’uovo di piccione.
Il professor Tenore e il danese Schouw vollero ricercare quali piante
fossero conosciute nell’antico Pompej, inducendolo e dagli avanzi
che se ne scoprono e dalle pitture. Queste rappresentano talvolta
paesi egiziani od altri stranieri, oppure del tutto fantastiche, come
quella dove un lauro rampolla dal fusto d’un dattero: ma quando pare
si volesse copiare il vero, gli alberi più consueti sono il pino
pignuolo e il cipresso, il pino d’Aleppo, l’oleandro, l’edera: si
trovarono anche pinocchie carbonizzate; ma non le due vegetazioni, oggi
caratteristiche di que’ paesi, l’agave americana e il fico opunzio,
introdotte solo dopo scoperta l’America. È difficile accertare se fosse
coltivato il dattero, che nelle pitture di Pompej figura soltanto in
soggetti egizj o con significato simbolico. Teofrasto dice abbondava
in Sicilia la palma nana (_chamerops humilis_), che oggidì trovasi
appena rarissima nella baja di Napoli, ed è la sua gemma terminale
quella che alcuni scambiarono per un ananas. Il cotone, che ora veste
i campi attorno a Pompej, non appare dalle pitture, e coltivavasi
solo nell’India e nell’Egitto, donde fu recato fra noi dagli Arabi.
Ignoto era pure il gelso bianco. Vedonsi cipolle, rafanelli, rape,
zucchette e mazzi d’asparagi, che non somigliano ai nostri coltivati.
L’ulivo era delle coltivazioni più importanti, e alcuni de’ suoi frutti
si trovarono in conserva. Fichi e viti erano comunissimi; e peri,
pomi, ciliegi, pruni, peschi, melogranati, nespoli compajono nelle
composizioni: ma non mai nè limoni, nè cedri, nè aranci, che sembra non
s’introducessero qui prima del iii secolo. De’ cereali il più coltivato
era il frumento, poi l’orzo; non la segale, nè l’avena: è dipinta una
quaglia che becca una spiga d’orzo, e un’altra una di panico.
[ANIMALI]
Da’ bovi si disse venuto il nome d’Italia[127]: i majali della Gallia
cisalpina nutrivano eserciti interi[128]: le lane supplivano ed alla
seta nei vestiti signorili, ed alla tela nelle trabacche militari.
Quella d’Apulia otteneva il vanto fin sulla milesia, e per conservarla
morbida e immacolata, rivestivansi le pecore con altre pelli: di
quelle finissime del Padovano si tessevano abiti e tappeti[129]; di
bianchissime se ne tondeano intorno al Po, di nerissime a Pollenza;
e per riputate che fossero le spagnuole, le nostre vinceanle in
durata[130]. Di cavalli pure s’abbondava; i veneti erano cerchi anche
fuori, e numerose razze nutriva la Puglia[131].
[ECONOMIA. COMMERCIO]