popolavano quel che ora chiamasi Piemonte. Rustici, con chiome
prolisse, diceasi, gracil Ligure valere più che forte Gallo, e che le
loro donne avevano la gagliardia degli uomini, questi il vigor delle
fiere: lavoravano a gran fatica il terreno, guadagnato artifizialmente
colà dove oggi pure trentamila ettari sono sostenuti da muricci:
guerreggiavano coi Tuschi e coi Greci di Marsiglia, che per frenarli
posero le due colonie di Nizza e Monaco: i Romani stessi non li
poterono domare che trasportandoli.
Ausonj, Aurunci, Opici, Osci, pajono esser varie denominazioni della
gente che abitava il lembo occidentale della bassa Italia, dove Amicla
città sul mare; Fondi, col suo lago dalle isole galleggianti; Formia,
denominata dai molti suoi porti, e sede già de’ Lestrigoni; Cajeta, che
nelle favole trojane serbò il nome della nutrice d’Enea; Lamo, dove
Ulisse riconosceva un buon porto; e fra terra Minturno col bosco sacro
della ninfa Marica e colle paludi formate dal Liri; Caleno, vantata per
vini squisiti, siccome il campo Cécubo. Il nome d’Aurunci si restrinse
poi agli abitanti della parte montuosa, dov’è Sessa (Suessa); e di
Aurunca lor capitale si riconoscono le ruine presso Rôcca Monfina.
Le varie tribù degli Osci formarono i Volsci, gli Euni, i Rùtuli, gli
Ernici. Presso al Lazio sedevano gli Equi, nella valle dell’Aniene
e sulle prime alture degli aspri monti circostanti, afforzandosi
principalmente a Preneste e Tiburi; più addentro verso le sorgenti
dell’Aniene e del Liri gli Ernici, colle città di Anagni, Veroli,
Alatri, Ferentino: a mezzogiorno i Volsci, in paese pieno di popolo e
di fortezze, tra cui Corioli, perita senza lasciar vestigio, Aquino,
Arpino, Frosinone, Vellètri, Signia, Corba, Cassino, Sulmona, Sora,
Priverno; la lor capitale Suessa Pomezia sedeva nel centro della non
ancora morbifera pianura Pontina. Seguivano altri popoli dell’origine
stessa, «destinati quasi in eterno esercizio a’ guerrieri romani»[91].
Venticinque città contavano sulla marina, or infesta dalla mal’aria: ed
Anzio, celebrato santuario della Fortuna e terribile nido di pirati,
Circeo, Terracina, dovettero al commercio grandi ricchezze, e fiorivano
d’arti belle; presso Velletri si trovarono ammirati bassorilievi di
terra cotta; Turiano da Fregelle eseguì il Giove Capitolino ed altre
opere in Roma[92]. I Rutuli aveano Ardea per metropoli.
[SABELLI]
Di fronte a loro stava un altro gruppo di popoli, con cui però appajono
spesso mescolati, e che probabilmente uscivano da pari origine, i
Sabelli. Presso Amiterno, posta nell’Abruzzo là presso d’Aquila sulle
più alte montagne appennine donde piovono il Fortore e la Pescara, e
nelle cui valli stanziava quella gente fastosa e guerresca, era un
rustico villaggio detto Testrina, dal quale una migrazione votiva di
giovani, o, com’essi dicevano, una primavera sacra sciamò sulle terre
degli Aborigeni attorno a Reate, prendendo il nome di Sabini dal dio
nazionale Sabo; e si spinsero avanti pel monte Lucretile e pel Tetrico,
e la valle dell’Aniene, fino al Tevere che li dividea dai Vejenti,
come la Nera dagli Umbri. Agricoli e guerreschi, con un’aristocrazia
sacerdotale, da un mare all’altro occupavano la larghezza di dodici
leghe sopra quaranta di lunghezza sulle due coste. Cure (città degli
Astati) al confluente del Correse e del Curbulano, era il loro convegno
nazionale: Sanco, detto pure Fidio e Semone, dovette essere un loro
tesmoforo, onorato poi come dio. Ma dapprima non prestavano culto che
ad un’asta confitta in terra; al quale feticio surrogarono poi nove Dei
maggiori, adorati con misteri in Trebula[93].
[PICENI]
Crescendo di popolazione e bisognosi d’attività, spedirono frequenti
colonie nella bassa Italia e in su, fra cui una guidata dalla pica,
uccello sacro per essi, fu detta dei Piceni, e un’altra de’ Pretuzj,
tribù numerosissime. I Piceni abitavano sull’Adriatico dall’Esi al
Tronto, quella che oggi diciamo marca d’Ancona, e le città di Ascoli,
Fermo, Pollenza, Ricina (Macerata?), Treja, Tolentino; e mescolati
con Etruschi e Illirici, rimisero delle abitudini bellicose. I
Pretuzj stavano a mezzodì del Tronto sin al fiume Matrino (Piomba),
or provincia di Téramo (Interamna), lauta di vini e biade. Altri si
piantarono nel Lazio, delle cui fortune come più grandiose diremo a
parte. In somma queste stirpi sabelliche inondavano la pianura, mentre
quelle rimase fra i monti chiamavansi Casci, Equi, Volsci.
Attorno al Gran Sasso d’Italia, ove oggi i due Abruzzi, fra natura
selvaggia e rupi e caverne s’annidavano Vestini, Marrucini, Peligni,
Marsi, colle temute città di Pentri, Telesia, Alita, Esernia, Boviano.
Il loro convegno navale era Aterno, ove oggidì Pescara, e i Vestini
mercatavano di cacio, i Peligni di cera e lino. Ai Marsi, principali
fra tutti e situati attorno al lago Fùcino, si dà lode di valore e amor
di patria; diceasi nè potersi vincerli, nè poter vincere senz’essi; e
vi s’aggiungeva fama d’incantatori, avendo imparato le virtù delle erbe
da Angizia sorella di Circe.
[SANNITI]
Benchè di lingua affini, si andarono diversificando al punto, che
ben si discerneva il Sannita dall’Osco, come il Piceno dall’Umbro,
il Sabino dal Romano. Gente bellicosa furon tutti costoro: il romano
Papirio Cursore che li vinse, ne portò via più di due milioni di libbre
di rame; e Carvilio Massimo suo collega colle armi tolte ai Sanniti
fece fondere un colosso di Giove sul Campidoglio, che discerneasi fin
dal monte Albano: e i loro sepolcri abbondano tuttora d’armi offensive.
Strabone geografo riferisce che i Sanniti metteano in piedi ottantamila
fanti, ottomila cavalieri; e quando si temeva un’invasione di Galli,
offersero ai Romani settantamila fanti e settemila cavalli. I Peucezj
poteano allestire cinquantamila pedoni, diciassettemila cavalieri;
trentamila pedoni e tremila cavalieri i Messapi; ventiquattromila i
Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini; il che darebbe oltre duecentomila
combattenti da un paese che forma appena un terzo del regno di Napoli:
insomma un milione e mezzo d’abitanti sovra milletrecento leghe, e
in conseguenza mille e cento teste per lega. Ma quanto credere agli
storici? quanto all’esattezza di quei che li trascrissero?
[CAMPANIA]
La Campania[94] si distendeva sul mare dal Liri al Sìlaro, bagnata
dal Vulturno, con campi ubertosissimi, dilettose città, e la festa
de’ vigneti, di cui sosteneano gli onori il vino cecubo, il falerno,
il caleno, il massico. I Pelasgi v’aveano fondato Larissa, che poi i
Romani nominarono _Forum Popilii_ (Forlimpopoli). I monti Tifati sopra
Capua rendeano devoti i tempj di Diana e Giove: Atella presso Aversa
diè nome alle Favole atellane: Nocera voleasi fondata dai Pelasgi. Il
Vesuvio taceva; ma i suoni de’ campi Flegrei, le battaglie dei Giganti,
le dimore sotterranee di Tifone, accennano le rivoluzioni naturali cui
andò soggetto quel paese. Attorno al golfo che curvasi da Sorrento a
Miseno, erano scesi gli Opici, indeboliti poi dagli Enotrj, spogliati
dagli Etruschi della più fertile posizione del loro paese. Sulla parte
meridionale s’assise una colonia di Picentini, gente sabellica, la cui
città fu poi detta Vicenzia.
Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Vulturno e dell’Ofanto,
scesero i Sanniti conquistando, e trucidati gli Etruschi mentre nel
sonno digerivano l’ubriachezza, tolsero a loro Vulturnio, ch’essi
chiamarono Capua[95]; allora divenuti Campani, presero d’assalto la
greca Cuma; sotto il nome di Mamertini, come a dire soldati di Marte,
si posero al soldo di chi bisognava di combattenti, ed estesero fin
a Pesto la propria lingua, la qual forse era la stessa che parlavano
Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti nella Japigia cioè
nel sud-est della penisola, che Strabone fa d’una sola favella
(ὀμογλώττους). Probabilmente erano Pelasgi, perocchè alla foce del
Sile sorgeva un tempio a Giasone, eroe pelasgo al pari di Diomede,
cui attribuivasi lo stabilimento di Argirippa (_argos hippium_). I
Dauni stanziavano attorno al monte Gargàno; seguivano i Peucezj; poi
sulla penisola che forma il tallone dell’italo stivale, ora povero di
coltura e d’abitanti, fiorivano i Messapi, ricchi di città, quali erano
sul littorale adriatico Guathia (Fasano), Brindisi, Valezio (Baleso),
Otranto; sul golfo di Tàranto, la città che gli dà nome, Nereto
(Nardò), Alezio (l’Alizza), Uzento; nell’interno Celio, Uria, Rudie
(Ruggie), Vaste (Basta)[96]. Regolavansi a re, supremo magistrato che
univa le incombenze sacerdotali, siccome nell’età eroica de’ Greci.
[LUCANI]
I Lucani occuparono l’estremità d’Italia dal Silaro al Lao, che
oggi chiamiamo la Basilicata, soggiogando gli Enotrj, e durando
nimicissimi alle colonie greche ed ai tiranni di Siracusa. In que’
pascoli scendevano d’estate le greggie dell’Apulia e della Calabria.
La parte più alpestre, dove gli alberi davano la miglior pece e il
miglior legname da navi, rimase ai Bruzj, il cui nome indica non
schiavi fuggiaschi ma ribelli. Accertare però l’origine di ciascuno
e i confini è impossibile quanto superfluo: e Orazio Flacco, nato
a Venosa, sullo scarco del monte Vulture che formava confine tra
Irpini, Lucani ed Apuli, non sapea determinare se all’Apulia o alla
Lucania appartenesse la sua patria[97]. Sovente ne sono scambiati i
nomi, e i Greci in generale titolano Liguri quelli dell’alta Italia,
Ausonj quelli della meridionale. Tante diversità sin dall’origine,
contribuirono certo ad impedire che lunghi secoli di lotta, di
conquiste, di violenze, di sventure potessero ridurre l’Italia ad unità.
[COLONIE FENICIE]
I più trafficanti fra i popoli antichi furono i Fenicj, che aveano
popolato di loro industria il lembo della Siria, ergendo le città di
Tiro e Sidone; poi sulla costa settentrionale d’Africa fabbricarono
quella Cartagine, che tanta parte rappresenterà nelle vicende italiane.
I Fenicj empirono il mondo di loro colonie; e la traccia di queste
e del loro commercio è simboleggiata nei viaggi dell’Ercole Tirio.
Il quale raccontano che, per portar guerra al figlio di Crisaoro in
Iberia, varcò lo stretto Gaditano, ove eresse le famose colonne di
Abila e Calpe come confine del mondo e dell’ardire umano; sottomise
la Spagna, indi fece ritorno per la Gallia, l’Italia, le isole del
Mediterraneo. Una strada commerciale antichissima fra le Alpi serviva
di fatto al commercio, e prolungavasi fin al Baltico, come si arguisce
dall’ambra che di colà portavasi nell’alta Italia: e Romani e Greci
che di qui la ricevevano, applicarono al Po il nome di Eridano, che è
quello del _fiume lontano_, sboccante nel mare del Nord. L’opportunità
fece dai Fenicj cercare altresì le isole nostre; e in Sicilia
stanziarono lungamente, e v’introdussero il culto della dea Astarte,
colà denominata Venere Ericina.
[SARDEGNA]
Da _sarad_, pianta del piede, vogliono traesse il vocabolo la Sardegna,
per la ragione stessa chiamata Ichnusa dai Greci. Iliani, Tarati,
Sossinati, Balari, Aconiti la abitarono, che forse erano popoli
libici[98], o veramente iberici, i quali vi furono condotti da Norax,
che fondò la prima città di Nora. I Greci, al solito, attribuivano ai
loro primitivi eroi il dirozzamento della Sardegna; ma sembra che tardi
vi si piantassero, quando fabbricarono le città di Carali (Cagliari)
ed Olbia. I Fenici bensì vi posero stabilimenti di commercio; e così
i Cartaginesi, i quali colonizzarono Carali e Sula, e al culto antico
surrogarono il crudele e voluttuoso de’ loro Dei, e tiranneggiarono i
natìi[99], i quali, insofferenti del giogo, vestiti di pelli e della
loro _masturga_, con targa e pugnale, ripararono nelle grotte montane
la selvaggia loro indipendenza. Anche gli Etruschi vi posero stanza;
poscia i Romani, sotto ai quali contava sin quarantadue città, di cui
sole dieci ora sussistono. Fin d’allora il Sardo era robusto e allegro,
coraggioso fin alla temerità, di concitata fantasia, vivo nell’amore,
implacabile nell’odio. Già parlammo dei nuraghi (pag. 56): aggiungiamo
che in Sardegna furono trovate le prime pietre sardoniche; e che,
secondo Dioscoride, vi cresceva una pianta (il gorgolestro), che a chi
ne mangiasse la radice produceva la morte con convulsioni alla faccia
somiglianti al riso: dal che venne detto il riso sardonico.
[CORSICA]
La Corsica, chiamata antichissimamente Teramne, poi Collista dai
Fenicj, indi Tera dagli Spartani o Focesi d’Asia, Cimo o Cernenti dai
Celti, Corsi dai Greci e Corsica dai Romani, collocata fra l’Italia,
la Spagna e la Gallia, è opportuno scanno d’importantissime relazioni.
I Pelasgi forse l’abitarono, trovandovi Liguri ed Iberi[100]; gli
Etruschi la dominarono, fondandovi Nicea sul Golo; poi una colonia
di Focesi, ruinata dai Persi la patria loro, vi fabbricò sulla costa
orientale, quasi in faccia all’Elba e allo sbocco del Tevere e
presso la foce del Tavignano, la città di Aleria, con porto naturale
bastevole alle navi d’allora, al piede di boscose montagne e in mezzo
a una fertile pianura. Ivi si afforzarono a segno, da tener testa a
Etruschi e Cartaginesi; e vinsero ma a grave costo, perdendo quaranta
vascelli e molti uomini, i quali, condotti ad Agila in Toscana, furono
trucidati. Poco stante, gittatasi quivi la peste, l’oracolo di Delfo
consultato rispose, placassero i mani dei Focesi, da loro barbaramente
uccisi: così fecero, annui giuochi istituendo, e la malattia cessò.
Ma i Focesi, accorgendosi di non poter reggersi nell’isola, migrarono
in Italia e sulle coste della Gallia. Più tardi Plinio vi contava
trentatre città: Callimaco la chiamava la Fenicia insulare.
Diodoro Siculo attesta che gli schiavi côrsi superavano gli altri
per robustezza in tutti i servigi utili alla vita[101]; Strabone,
all’opposto, narra, «qualvolta un generale romano, penetrato
nell’interno paese e sorpresovi qualche forte, ne mena a Roma alcuni
schiavi, è singolare a vederne la ferocia e la stupidità; o ricusano di
vivere, o rimangono in assoluta apatia, finchè stancano i padroni, e
fanno rincrescere il poco denaro speso per comprarli». Forse Strabone
interpretava così l’amore di libertà, che in quel popolo non venne
mai meno, e pel quale mantenne tanta originalità di carattere e di
costumi. Polibio ci dipinge aspro e selvoso il paese, ove scioltamente
pascolavano numerosi armenti, obbedendo al conosciuto corno del
mandriano; vedea questi avvicinarsi navi all’isola? sonava, e le bestie
accorrevano; in tutto il resto simili a selvaggi.
[ELBA]
All’isola d’Elba, detta Etalia dai Greci, Ilva dai Romani, cavavasi da
immemorabile antichità il ferro, detto populonio perchè in Populonia
erano i forni per fonderlo. La possedettero gli Etruschi, al pari
della fumante Lipari ricovero di pirati, e delle altre isolette
dell’arcipelago Tirreno, ed alcune anche dell’Adriatico. A Malta ed in
altre isole i Fenicj aveano introdotto manifatture, onde provvedere la
Grecia e l’Italia.
CAPITOLO V.
Istituzioni italiche.
Chi dice storia d’Italia suol intendere storia romana: ingiustizia,
a cui converrebbe riparare volgendo l’interesse sopra il maggior
numero de’ vinti, fra’ quali si riscontrano gli elementi durevoli, che
sopravvissero alle società conquistatrici, esaurite da’ proprj sforzi.
Tentiamo farlo cogli scarsi documenti e coll’analogia.
[TESMOFORI]
La prima società sono le famiglie; e poichè i legami domestici
stringono più tenaci quanto più semplice è un popolo, molte famiglie
si conservano unite e d’egual tenore, formando le tribù. I membri
d’una tribù lavorano e viaggiano di conserva, si difendono a vicenda,
tolgonsi a capo il più vecchio, il più capace, il più esperto di
mandre, il più arguto osservatore degli astri e delle stagioni: il
qual capo, come savio, proferisce anche i giudizj; come sperimentato,
possiede la dottrina; come anziano, rende culto alla divinità; padre,
re, giudice, sapiente, pontefice. Quest’è il governo patriarcale, tanto
disdicevole a civiltà adulta, quanto comune alle nascenti.
Dove i sensi e l’intelletto prevalgono sopra la riflessione, domina
l’eroismo, che è la consacrazione della forza per mezzo del sentimento,
e del sentimento per mezzo della forza; e da esso derivano la
soggezione e la fede. Avvegnachè, quando tutte le anime ricevono le
medesime impressioni, e si guidano a norma di queste, facilmente si
persuadono che un uomo faccia movere un popolo intero, o tutto un
popolo sia identificato in un uomo, nel quale ravvisino sfolgoranti
i concetti e i sentimenti, che oscuri ritrovano in sè. A quell’uno
pertanto attribuiscono tutti gli atti d’una generazione o d’un’età: e
in tal guisa si formarono que’ caratteri poetici di Giano, di Saturno,
di Fauno, che troviamo come uomini-dei al limitare della storia
italiana. Il padre Giano, il quale non si connette a veruna genealogia
di Dei, tiene del settentrionale, e compare fra genti non ancora
stabilite: Saturno ha fisionomia orientale, trova una gente agricola,
e forse è simbolo di colonie fenicie, le quali, espulse di Creta, qui
approdarono: Fauno personifica la vita pastorale[102].
[SOCIETÀ PATRIARCALE]
Costoro col nome divino introducevano le religioni, educavano que’
popoli al modo che spesso praticarono i missionarj, cioè trattandoli
da fanciulli, non assegnandovi proprietà distinte, ma lavori comuni,
comuni banchetti di cibi agresti; il che dai posteri, più inciviliti ma
più sofferenti, fu reputato un’età dell’oro. Va fra questi tesmofori
anche Italo, il quale stabilì la comunanza de’ beni nel basso
della penisola, e addestrò nell’agricoltura, della quale i frutti
godeansi in conviti sodalizj, che ancora non erano dismessi all’età
d’Aristotele[103]. Per costoro opera, contro la persecuzione dei
violenti si piantano asili, sotto la tutela dei numi o di un capotribù.
Questi capi divengono patroni; i ricoverati rimangono clienti; e
congiunti soggiogano i nemici, riducendoli schiavi.
[CIVILTÀ PRIMITIVA]
Fin ne’ tempi più civili l’Italia conservò vestigia del primitivo
vivere errante[104]; e gli Dei bucolici, le feste e le divisioni
dell’anno riferibili a pastorizia ed agricoltura, e il culto del
dio Termine, erano rimembranze dell’antico vivere da pastori e da
campagnuoli. I Romani in testa a Giove e alle maggiori deità ponevano
il modio, misura del grano; e _arare_ e _sulcare_ chiamarono lo
scrivere. Perocchè le abitudini agresti, indotte dalla natura del
suolo italiano, modificarono la primitiva civiltà di tribù; e questo
passaggio fu personificato nel mito di Cerere, dea che dicevasi
avere primamente in Sicilia mostrato come coltivare il grano. Essa
fu pure avuta come inventrice delle leggi, avvegnachè i popoli, col
prendere sedi fisse e campi certi, determinano le idee del tuo e del
mio, bisognano di garanzie per conservarlo, di forza ordinata per
difenderlo, di giudizj per rivendicarlo, di regole per trasmetterlo, di
quel complesso d’ordinamenti che costituisce un reggimento civile.
Come molte famiglie compongono la tribù, molte tribù si aggregano in
città e provincie. I varj capitribù non abdicano il loro primato,
e per ventilare gli interessi comuni si congregano in assemblee;
mentre l’agglomerarsi di diverse tribù introduce varietà di vita e
di professioni. Quindi dalla innata eguaglianza di diritti nasce
la disuguaglianza di fortune; l’uomo più industrioso o più accorto
guadagna meglio, arricchisce, trasmette gli averi suoi a’ figliuoli: di
che originano le famiglie illustri, che aspirano a concentrare in sè le
ricchezze, la dignità, il potere. Così nasce il governo di molti; un
patriziato che amministra i pubblici affari, la distinzione de’ nobili
da’ plebei, con un’infinita varietà nel numero e nelle attribuzioni de’
Padri consultati (_senatori_), nel denaro che la tribù mette in comune
(_tributo_), ne’ magistrati, nelle relazioni di ciascuna città col
proprio territorio, e tra le città, le quali confederandosi formano uno
Stato.
[TRIBÙ]
Ma poichè le famiglie precedettero lo Stato, quelle vengono considerate
come elementi necessarj di questo. Pertanto le tribù si accostano, ma
non si fondono; e memori della differente origine, ognuna si tiene
distinta dalle altre; non accomunano le nozze; ed essendo varie di
dignità, si può in esse scendere, non elevarsi. Se v’intervengono
la religione, diversa da una tribù all’altra, e riti particolari
di ciascuna, esse tribù rimangono inalterabili, formando le Caste,
come nell’India o nell’Etruria[105]: altrimenti le distanze vanno
dileguandosi, fino a giungere all’eguaglianza, come accadde in Roma.
Allo Stato però non appartiene se non chi appartenga ad una famiglia
(_gens_) per legittima derivazione: e solo per grande condiscendenza
vi si ammette tal fiata un uomo libero forestiero; od anche una nuova
parentela quando un’altra si estingua, affinchè non resti incompiuto il
novero rituale.
Oltre queste tribù che chiameremmo di famiglia, vi ha tribù di luogo,
rispondenti alla distribuzione di un paese in distretti o borgate;
sicchè n’è tribule chiunque possiede in quel circondario al momento
dell’istituzione; e i discendenti loro continuano ad appartenervi,
se anche perdano o tramutino i possessi. Ne deriva dunque un’altra
specie di genealogia, quantunque meno rigorosa. E se un popolo così
costituito si trapianti in altro paese, egli conserva la costituzione
patria, ma per favore accoglie nel suo grembo i natìi, da cui ebbe
ajuto o da cui spera decoro, e li scomparte nelle varie tribù, giusta
diverse convenienze; di modo che il vincolo fra i contributi non è più
soltanto di sangue e di patria.
Insistemmo su questa costituzione delle tribù, come quella che è più
dissonante dai modi odierni; e senza di essa non sarebbero compresi i
passi delle civiltà antiche, e specialmente della italica.
La regolarità di siffatto procedimento viene alterata dalle conquiste.
Una tribù, per amor di donne, di pascoli, di bottino, per gelosia di
potere, per ambizione di un capo, assale l’altra, la vince, molti
uccide, gli altri _serba_ in qualità di schiavi (_servi_). Il trionfo
invoglia a nuovi: un capo guerresco, sostenuto dai robusti che
desiderano esercitare la propria vigoria, o dai fiacchi che cercano un
appoggio, viene ad imperare su molto popolo soggiogato, e si fa re in
nome della forza; dinastia, cioè forza (δύναμις), chiama la propria
famiglia, e impone il proprio volere, raccogliendo in sè la facoltà di
far leggi, d’eseguirle, di giudicare. Sono ricordati alcuni antichi re
in Italia, quali Giano, Lico, suo figlio Latino, Pallante, Evandro.
[CONQUISTE. CONFEDERAZIONI]
Gli Stati a governo d’un solo o di più, costituitisi in tal maniera,
proseguono fra loro le lotte cominciate fra le tribù; i più forti
invadono i meno, i montanari piombano su’ pianigiani; e gli uni per
difendersi, gli altri per assalire, stringono confederazioni. Questa
forma è antichissima in Italia, e naturale in paese suddiviso da monti
e fiumi, sicchè mal poteano avervi luogo i vasti imperj che fecero
schiava l’Asia, nè l’unità nazionale che fece potenti alcuni popoli
moderni.
Paese bello, ed aperto per così lunghe coste, facilmente era invaso
da genti che o l’ambizione chiamava di lontano alle conquiste, o la
sovrabbondante popolazione o un vincitore snidavano dalle terre natìe;
oppure da colonie che cercavano una patria nuova. I capi degli invasori
spartisconsi il paese, rendono sudditi gli originarj che non sappiano
difendersi o fuggire, e concentrano il dominio nella gente vincitrice.
Talvolta un altro popolo sopraggiunge al primo conquistatore e gli
strappa la signoria, ovvero patteggia con esso, mettono in comunione
gli Dei, e si spartiscono gli uffizj[106]. Così si sovrappongono genti
a genti, separate per origine: pure, conservandosi le singole unite fra
sè, ne derivano distinzioni di classi; e l’una ha il privilegio delle
armi, l’altra del sacerdozio; una ai traffici, l’altra all’agricoltura;
distinzioni non cancellate dal tempo nè dalla superiorità numerica dei
vinti.
[INVASIONI. TIPI MITICI]