Questi sepolcri, che stendonsi per molte miglia, parrebbero destinati

ciascuno ad una famiglia. Il tumulo, ossia il mucchio di terra, n’è

la forma originaria, talvolta alla base circondato di pietroni, che

talaltra ascendono gradinati a formare un cono, ma non mai a foggia

di piramide. Se dall’apertura a imbuto tu scendi per tacche fatte

nella parete, ti trovi in camere traenti luce sol dall’entrata,

con volte quali a botte come le nostre, quali a lacunari, quali a

spinapesce, sorrette da pilastri quadrati di tufo, con membrature di

semplice e robusto profilo; e dipinti su ogni cosa combattimenti, o

rappresentazioni dello stato postumo delle anime, come i lari col

vigile cane, demoni alati che tirano in cocchio il defunto, o con

martelli percuotono una figura virile, ignuda e prostesa. Altre camere

sono a loculi come i colombarj di Roma, in cui collocare l’urnetta

delle ceneri vulgari; nè di rado sviluppansi in sembianza di labirinti.

Preso a scandagliare il suolo, tesori si rinvennero dappertutto. Le

cucumelle presso Vulci sono camere circolari entro il tufo, sopra cui

colline di cotto: la più insigne gira non meno di settanta metri, e

nel mezzo una torre quadrilatera, forse un tempo circondata da quattro

altre a cono, di cui una sola or è in piedi. Toscanella e Bomarzo

nella val della Matra n’hanno di scavate nelle roccie perpendicolari,

alcune colla porta a fregi; presso Cortona son coniche, a modo de’

nuraghi; e di muro una che intitolano la grotta di Pitagora. Degli

ipogei di Agilla, uno vastissimo è preceduto da vestibolo, come i

tempj moderni. Cere, che ora è Cervetri, sulla destra della via romana

per Civitavecchia, rivelò la sua necropoli a lacunari, e con lunghi

corridoj e porte archeggiate o piramidali, e panchine, tutto ricavato

nel nenfro, tufo vulcanico.

Un sepolcro trovato nel 1836 con volta acuta, che vorrebbesi dell’età

pelasga e certamente anteriore alla influenza greca, constava di

due lunghe celle, comunicanti per una porta, chiusa fin a mezzo da

un parapetto, sul quale posavano due vasi di bronzo; due d’argento

pendeano dalla sommità d’essa porta. Appo l’entrata stava un caldano

di bronzo su tripode di ferro, poi una specie di candelabro da

profumi, adorno d’animali simbolici; là vicino un caldano minore; in

faccia rottami d’un carro a quattro ruote; e sulla dritta un letto

di bronzo, formato di lamine in croce: letto e carro fabbricati per

vivi, e qui conversi ad uso funereo. Ai due capi del letto sorgevano

due altarini di ferro: in faccia si vedevano sospesi otto scudi di

bronzo sottilissimo, misti con freccie e stromenti da battaglia e

da sacrifizj. Davanti al letto e in una camera laterale trentasei

idoletti d’argilla nera, figuranti un vecchio che il mento barbuto

appoggia alle mani. Chiovi di bronzo nella volta sosteneano vasi dello

stesso metallo; e in fondo alla cella una raccolta di vezzi d’oro e

d’argento, i manichi di sei ombrelli, e coppe e piatti d’argento. Il

cadavere, probabilmente femminile, era coperto di tanti giojelli, che

dei frantumi d’oro misti alla terra si potè empiere un capace paniere;

oltre un diadema, una collana, due braccialetti, catene, fibule, e un

pettorale in filagrana d’oro, composto di nove zone concentriche con

rilevate moltissime forme simboliche.

Altre tombe somigliano a tempietti, forse per famiglie sacerdotali.

Quelle di Castel d’Asso o Castellaccio presso Viterbo sono

importantissime fra le ricavate nel tufo per l’architettura esterna,

con ricchi frontoni e cornici a triglifi, e porte rastremate, che,

come la generale inclinazione a piramide delle pareti, rammentano

lo stile egizio: del dorico sentono invece quelle di Norcia, dove

si vede un bassorilievo, che è l’unico compiuto ed esteso frontone

in Italia. Le traccie di colori sopra molti membri attestano che

si usava la decorazione policromatica, che testè credevasi misero

ripiego del medioevo, e invece compare sulle statue più classiche e

nei tempj meglio vantati dell’antichità. Al sepolcro de’ Volumnj,

scoperto a Perugia il 1840, nulla fu scomposto per farne cortesia

agli osservatori: è nel tufo con camere semplici senza pitture nè

altro ornamento che una colonnetta esterna portante la scritta;

regolarmente costruito col tetto a doppia tesa, a croce latina, il cui

fondo ad abside serve alla sepoltura: dentro v’ha urne, iscrizioni,

statuette[76]. Ivi stesso, due anni dappoi, si trovò una figura

di bronzo giacente, che nel seno conteneva le ossa, come era pure

dell’Adone del museo Gregoriano. In questo e nella raccolta Campana a

Roma accolgonsi arredi d’oro cavati dalle tombe, di tale squisitezza da

scoraggiare gli orafi nostri più esperti.

Queste tombe rivelarono la vita e la civiltà degli Etruschi, come

Ercolano e Pompej quella de’ Romani, essendovi imitate o simboleggiate

le azioni della vita privata, talora anche nella forma esterna, più

spesso nella disposizione interiore e ne’ profusi arredi domestici. E

gli scheletri e le pitture ci attestano come a ragione gli Etruschi

fosser detti _obesi et pingues_[77], avendo viso pieno, grandi occhi,

naso grosso, mento prominente, testa grande, piccola statura, braccia

corte, corpo tozzo. Rasi la barba; spesso inghirlandati la fronte;

l’anello al mignolo della mano sinistra[78].

Nelle iscrizioni non leggi parola che indichi dolore nè melanconico

addio. Nessuna statua di marmo sinora, bensì di metallo, tufo calcare,

alabastro, argilla; alcune per accessorio di ciste, candelabri, patere;

altre isolate e più franche e originali; ma tutte rigide di membra,

faccia ovale molto allungata, occhi a fior di testa e tirati in su,

come anche la bocca; gambe parallele, e talora non disgiunte; fisonomia

senza carattere: più volte stendonsi lettere sull’abito o sulle coscie.

A Corneto fu restituita dal suolo una statua intera di cotto, che a

grandezza naturale figura un uomo di piena virilità, con corona d’oro.

Il Bacco giacente, pure di colto, tratto dalla necropoli di Tarquinia

e conservato a Corneto, è delle statue più grandiose ed eleganti fra

le etrusche. La lupa del Campidoglio, che forse è il monumento posto

al fico ruminale a Roma nel 204 avanti Cristo, emula qualvogliasi

capo d’arte per robusta espressione. Graziosa è la Menerva e ben

lavorata, comechè priva d’idealità. Il Metello, detto l’Arringatore

della galleria di Firenze; il fanciullo abbracciante l’oca nel museo di

Leida, di sì cara ingenuità; il guerriero di bronzo, venuto da Todi al

museo Gregoriano, vanno fra’ meglio pregiati lavori, se s’aggiunga la

donna ornata, senza testa, che da Vulci passò alla gliptoteca dì Monaco.

Gran merito hanno le pietre incise, con soggetti di mitologia greca.

Dai sepolcri di Perugia uscì una delle più belle, rappresentante

i sette eroi sotto Tebe, coi loro nomi greci in forma etrusca. Lo

scarabeo, comunissimo fra gli Egiziani, è pure forma molto solita

delle pietre etrusche, e se ne trovano nelle tombe infilati per lo

lungo, o legati in anelli e versatili. Si ammirano pure i disegni

fatti sul rovescio degli specchi di bronzo e sulle ciste mistiche.

Altre ricchezze già ricavarono da quei tesori inesauribili; uno scudo

cesellato di tre piedi di diametro, un mascherone di bronzo cogli occhi

di smalto, idoletti smaltati, coppe d’argento, armadure, specchi di

bronzo, che altri crede patere, intagliati nella parte concava.

[VASI ETRUSCHI]

Dovizia ancor più speciale e vantata sono i vasi etruschi. Accennarono

i Romani che in Etruria se ne fabbricassero di terra, ma ad uso

comune[79]. Plinio, che ragionò tutte le varietà delle arti belle,

nulla toccò de’ vasi figurati; nè alcuno menziona l’uso di sepellirli

nelle tombe. Ne’ musei se n’aveano alcuni d’incerta provenienza,

e dopo Lachausse, Bergier, Dempstero, Montfaucon, pubblicarono

il disegno d’alcuni i nostri Gori, Bonarroti, Passeri. Primo il

Targioni-Tozzetti, descrivendo la gita dalla Gonfolina all’Ambrogiana,

riferisce che in San Michele a Luciano il 1752 si trovò un pozzo

«rinterrato dalle alluvioni del vicino Arno. La particolarità più

curiosa si è che, vuotandosi questo rinterro, vi si trovarono molti

vasi di antico lavoro fatti a ruota, di terra cotta parte nera, parte

sbiancata sottile, e alcuni con vernice o nera o carnicina, ma senza

pitture. La loro forma è molto varia, ma per lo più sono del genere

di quei vasi che chiamavano _urcei_, con un solo manico ben fatto,

sull’andare delle moderne mescirobe e de’ boccali, e non hanno il

marco del figulo. Molto malagevole si è l’intendere come mai tanti di

questi antichi vasi sieno restati sommersi in questo pozzo... Chi sa se

esso pozzo nel tempo del paganesimo non fosse sacro, o che o i vicini

popoli, o i passeggieri per la contigua via militare, non vi gettassero

dentro tali vasi con qualche liquido, per offerta o sagrifizio alle

false deità?»[80].

Essendo ancora una rarità, venivano giudicati con idee sistematiche;

e Millin, Lanzi, Maffei, Zanoni, Tischheim, Böttiger, Winckelmann

li giudicavano indubbiamente opera greca, e quest’ultimo sfidava a

produrne alcuno trovato in Toscana. Ma dopo che dal territorio al nord

di Civitavecchia, dove già furono Tarquinia, Cere, Clusio, Bomarzo,

Vulci, in un sol anno fin tremila se ne estrassero, a migliaja furono

trovati in tutti i sepolcri di Toscana; onde fu forza credere ad

un’arte veramente etrusca e originale.

Ma ecco sbucare vasi simili d’altre parti, al settentrione di Roma come

al mezzodì, a Velitra de’ Volsci come a Preneste dei Latini, dalle

rovine d’Adria come nella Magna Grecia, dove a Locri e Taranto pare

si fabbricassero e diffondessero all’interno e sulle coste d’Apulia e

Lucania: altri ne diè Napoli, e Rovo nell’Apulia quelli forse di più

stupenda bellezza, sopra un solo trovandosi ben cencinquanta figure

d’uomini, maschere, uccelli, pesci: Canusio n’ha a ribocco, e le

contrade montuose della Basilicata o le mediterranee della Puglia;

alquanti Pesto e Sorrento, e molti Nola, di popolazione osca passata

poi agli Etruschi e ai Sanniti; e Cuma, le cui tombe rivelate nel 1843

estendonsi per venticinque secoli. In Sicilia ne offrono principalmente

la costa orientale e la meridionale, come Agrigento, Gela, Camerina;

pochi Siracusa, molti Leontini ed Acre; altri il paese che di buon’ora

venne occupato dai Cartaginesi. Fu dunque proposto di chiamar questi

vasi, non più etruschi, bensì italioti: ma che? Corinto, Atene, altri

luoghi di Grecia ne discoprirono pur essi, e le isole, e perfino la

Crimea, e le altre colonie greche dell’Eusino, e la Cirenaica.

Tanta ricchezza avviluppò le dispute sull’origine e lo scopo dei

vasi, e sull’originalità dell’arte etrusca, mentre gli artisti non

finivano d’ammirare tanta varietà ed eleganza di foggie, di vernici, di

pitture. Oltre le forme usuali ingentilite, alcuni sono bizzarramente

foggiati a piedi, a barche, ad animali, a corni, a teste; talora il

manico è un leone, una lucertola, un intreccio di serpenti, il Fallo.

Chiusi, residenza di Porsena, diede moltissimi vasi, singolari per

aver le figure rilevate, e non essere fatti collo stampo nè cotti al

forno. Ve n’ha di gialli con figure nere; di neri con figure rosse;

di neri affatto; di color naturale con un leggero soprasmalto; alcuni

effigiati con semplici contorni, altri con fregi; alcuni squisitamente

dipinti da una parte e rustici dall’altra, forse da esser veduti d’un

fianco solo; in altri la composizione gira tutto il vaso, od una scena

è sovrapposta all’altra, o una contraria all’altra, come sarebbe

un idillio e un fatto tragico; ovvero in una pariglia di vasi due

momenti del medesimo racconto. I nuziali ritraggono scene voluttuose;

i panatenaici, le gare ginnastiche a cui si piaceano gli antichi; i

funerarj, l’estremo congedo, o sagrifizj ferali, o genj della morte:

altri figurano scene domestiche. Gli antichi ignoravano la prospettiva,

il cui difetto viepiù si risente su queste superficie convesse o

concave; le figure, invece d’aggrupparsi, compajono al piano stesso,

colle teste e i piedi in profilo, anche le poche volte che il corpo è

di prospetto.

[LORO FORMA ED ETÀ]

Le iscrizioni esprimono o augurj, o eccitamenti al bere, o versi, e

spesso il nome del dipintore. Ma pittore di lècyti sonava come da noi

pittore di boccali; e da siffatti doveano esser dipinti i vasi, sui

quali riproducevano forse le composizioni di artisti, alla buona ma con

molta libertà e colla spigliatezza che vuolsi nel lavorare a fresco.

Laonde questi dipinti ci conserverebbero almeno un ricordo de’ migliori

quadri perduti. Chè del resto la pittura in Toscana non era ancora

un’indipendente imitazione della natura; ma o serviva all’architettura,

o contentavasi di richiamare all’intelletto alcuni segni caratteristici

mediante forme convenzionali. Pertanto valeasi di soli quattro colori,

nè rifuggiva dal fare uccelli e alberi cerulei o rossi, un cavallo

con testa bruna, criniera e coda gialla, collo rosso picchiettato di

giallo, gialle, rosse, nere le gambe, una coscia gialla, una bruna; e

negli uomini il nudo rosso, bianco nelle donne.

Si pretese assegnare una cronologia almeno comparativa tra que’ vasi,

e dicono più antichi quelli di fondo giallastro con figure ranciate

o brune non lucenti, mentre le figure rosse su fondo nero erano da

principio inusate. Questo primo periodo, dal XVI al X secolo, offre

linee dure, attitudini inusate, persone esili, teste ovali, allungate

indietro, finite in menti acuti, cogli occhi tirati in su, le braccia

spenzoloni, i piedi paralleli, le pieghe agli abiti indicate appena

con un frego, e grossieri gli ornamenti. Dal secolo X al V appare un

secondo stile, con contorni meglio decisi, ma esagerate le espressioni,

la musculatura, l’atteggiamento, dita intirizzite, profili risentiti,

ignorante attaccatura di membri. Contemporanei al fiore dell’arte greca

sarebbero i migliori, con ornati gentili, ma le figure sempre peccanti

d’eccessivo e manierato. Via via si sbizzarrì nelle forme, ne’ meandri,

dal delicato si passò all’aggraziato, e si cadde nel negletto e nel

convenzionale.

[ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI]

Anche dalle scene può argomentarsi la maggiore o minore antichità; e

d’altissima vorrebbero quelli che imitano disegni egizj ed orientali,

con persone di duplice natura, sfingi alate, mostri bizzarri, genj a

due o quattro ali, scarabei.

Cronologia convenzionale, perocchè muove dal supposto d’un progresso

regolare, nè tiene conto della diversa abilità degli operaj. Bensì

d’alcuni vasi può il tempo argomentarsi dai luoghi ove si trovano:

Vetulonia antichissima darebbe i primi; i vasi vulcenti sarebbero

anteriori ad ogni anticaglia greca e romana; i neri di Albano, spesso

a campana, tengonsi dovuti ad aborigeni; i più recenti sembrano quelli

d’Ercolano e Pompej, neri e verniciati ma non dipinti.

Gli scrittori d’arti belle aveano asserito che queste derivassero tutte

dalla Grecia; greci eransi detti i primi e pochi vasi etruschi, e

altrettanto volle sostenersi anche quando a migliaja furono resi dalle

terre nostre. Vi dava appoggio il portare alcuni di essi il nome del

pittore o del vasajo, od altra iscrizione greca e principalmente Τῶν

ἀθηνήθεν ἄθλων, cioè _premj dati in Atene_; onde supposero fosser di

que’ vasi che in Atene si distribuivano ai vincitori dei giuochi, e che

qui portati, si deponessero nella tomba del premiato. Molti soggetti

delle pitture si riferiscono a greca mitologia, e recano i noti simboli

delle divinità olimpiche; lo stile poi de’ vasi stessi tiene del greco,

e corrisponde alle varie età delle arti elleniche. Damarato, migrando

da Corinto a Tarquinia, menò seco i vasaj Euchiri ed Eugramo[81]:

linguaggio mitico, che esprimerebbe avere i Toscani imparato dai

Greci il disegnare grazioso e il modellar bene. Pertanto il dire arte

etrusca disconviene quanto il dire americane le opere fabbricate su

l’altro continente da Europei. Perchè i primi lavori in Roma vennero di

Toscana, etrusco chiamarono i Romani lo stile duro e arcaico, ignorando

che questo era proprio anche dei Greci; e viepiù si confermarono in

tale distinzione quando acquistarono in Grecia lavori di squisita

perfezione, al cui confronto credettero proprio degli Etruschi quello

stile, che non era in realtà se non il greco antico.

[ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI]

Così argomentano i grecanici: ma d’altra parte, mentre scarsi

s’incontrano altrove, abbondanti e bellissimi si trovano i vasi in

Italia; e sembra si possa drittamente indurre che là si fabbricassero

ove si adoperavano; e poichè non valeano ad altro uso, giacchè i più

mancano di fondo, ed hanno la superficie nè fusa nè vetrificata come

si vorrebbe per servire al modo delle nostre stoviglie, e trovatisi

affatto nuovi, dobbiamo crederli destinati o interamente o specialmente

ai sepolcri. Ora chi vorrà credere andassero i nostri a cercare dagli

stranieri ciò che serviva ai riti patrj? Certo alla Grecia era insueto

questo deporre i vasi nelle tombe. I somiglianti che si rinvengono

nell’Attica, sono pochi e meno eleganti; quelli della Sicilia,

legatissima colla Grecia, non vincono i veramente etruschi e nolani.

Ben potè qualche Etrusco aver riportato un premio panatenaico: ma

riflettendo alla difficoltà di comunicazione degli antichi, e alla

fragilità dei vasi stessi, chi s’adagerà a credere che questi a

migliaja fossero trasportati, e non per altro che per sepellirli? Le

leggende e i soggetti greci mostrerebbero soltanto come antico sia

l’andazzo dell’imitare, e quanto forte l’influenza greca ed estesi

i poemi omerici, i quali del resto raccolsero rapsodie vocali, che

poteano esser divulgate fra Pelasgi e Tirreni, o fra quelli comunque

nominati, che antichissimamente popolarono e la Grecia e l’Italia,

senza che si possa asserire qual prima. La scritta che riferimmo,

potrebbe anche esprimere _uno dei certami provenienti da Atene_, che

cioè fossero distribuiti nei giuochi che Italia imitava dall’Attica.

Sappiamo che i vasi etruschi di bronzo erano cerchi in Grecia[82]; poi

dai sepolcreti uscirono e statue e arredi e fregi e pitture, più che

non n’abbia dati la Grecia. Almeno le pitture murali sarà forza dirle

eseguite in luogo: or bene, esse vanno sull’identico stile dei vasi.

In questi poi non mancano soggetti originali e riferibili alla

mitologia etrusca, con genj ignoti alla ellenica: le stesse scene

greche vi appajono ritratte con qualche originalità; ne’ panatenaici

più belli, lo scudo di Menerva porta gli stemmi delle città etrusche;

soggetti greci sono accompagnati da caratteri e da cifre all’etrusca.

La superbia ellenica sarebbesi piegata a blandire la nazionalità

straniera? Le figure qui sono sempre di profilo, coll’occhio rotondo

e di prospetto a guisa degli uccelli, naso prominentissimo, elmi

chiusi, abiti attaccati alle corazze e aderenti alle gambe. V’ha poi

particolarità di paese, per le quali gli esperti discernono i vasi

vulcenti dai nolani e dagli apuli: circostanza che basterebbe ad

attestare operaj locali, se pure i grecanici non si schermissero col

dire che greci artisti venissero a lavorarli qui.

Certamente sull’Adriatico da Spina e da Ravenna, e sul Tirreno da

Agilla, Alsio, Tarquinia si mantennero corrispondenze colla Grecia; ma

le somiglianze d’arte provenivano da queste comunicazioni, oppure da

immigrazione e conquista? Poi gli Etruschi al par de’ Greci deducono

la loro civiltà vogliasi dire dai Pelasgi, o più genericamente da una

comune fonte orientale, che dà ragione delle somiglianze. L’Italia

precorse in coltura la Grecia; onde di qui potè l’arte esser trasferita

nell’Ellade che la perfezionò, e quel mirabile concorso d’evenienze

potè poi di ricambio rimbalzare sugli Etruschi. Probabilmente e Greci

ed Etruschi fabbricarono i vasi che qui si trovano; e forse ai Greci

vanno attribuiti quelli di terra più fina e leggera, neri dentro, fuori

gialli o rossicci e talvolta pur neri; etruschi ritenendo quelli di

Tarquinia, Volterra, Perugia, Orvieto, Viterbo, Acquapendente, Corneto,

giallo pallido i più, con vernice rossastra e figure in nero, abiti

nostrali, barba e capelli prolissi, divinità alate[83].

[VASI ETRUSCHI]

Poi si domanda a che servissero, qual cosa significassero tanti vasi.

Non ad uso alcuno, nè tampoco al banchetto funerale, perchè i più

mancano di fondo, e tutti son vergini. Erano un segno d’iniziazione,

deposto con quelli addetti ai misteri? inviterebbero a crederlo i

soggetti, appellanti spesso a riti dionisiaci ed eleusini: ma quasi

a sventare le ingegnose induzioni, una tomba a Vulci presentò ben

novecento ciotole ordinarie e rozze, come una bottega di scodellajo.

Su tutti questi punti disputano, e lungamente ancora disputeranno gli

archeologi; ma a qualunque sistema piaccia attenersi, queste preziose

reliquie, di cui si gloriano tutti i musei d’Europa, attestano una

fiorente civiltà. Esaminate in complesso, non ci fanno vedere quel

progresso regolare, per cui si ammira la Grecia; provano anzi che gli

Etruschi, se sapeano appropriarsi l’altrui, raffinare l’esecuzione

meccanica, applicare all’utilità domestica o alla comune, mancavano

del genio inventivo e di quel libero lancio per cui la Grecia divenne

insuperabile. Pure, nel mentre l’arte orientale rimane immobile, e

gli Egizj, per mutar di secoli, non mutano il modo delle piramidi e

degli ipogei, in Etruria l’arte si conserva fedele al principio, ma sa

procedere e rinnovellarsi.

[FINE DEGLI ETRUSCHI]

Di tanto incivilimento le memorie perirono tutte. Delle tre Etrurie,

la padana fu sterminata dai Galli; la campana dai Sabini, che

precipitatisi dalla montagna, presero Vulturnio e la intitolarono

Capua: Roma fece il resto, e le guerre di Silla distrassero i generosi

patrioti e i monumenti, massime scritti; la vendetta dei vincitori si

compiacque d’annichilare i ricordi di quella che avevano avuta prima

padrona, poi maestra; i poeti lodarono Augusto che avesse rovesciato

gli altari dell’Etruria[84]; nelle città di questa si piantarono

colonie romane che resero dominante la lingua latina, e i proprietarj

ridussero fittuajuoli; i Greci non parlarono più degli Etruschi che

come di corsari e scostumati, i Romani come di aruspici ed artisti;

agli Etruschi stessi non restò altro desiderio che di diventare al

tutto romani. Di Saturnia, nella valle d’Albenga in maremma, non esiste

più nulla che non sia romano. A mezza via tra Roma e Civitavecchia la

famosa Cere si annunzia unicamente per mezzo delle tombe. Vetulonia,

celebrata da Silio Italico, sparve tra le infauste maremme. Vejo,

diuturna emula di Roma, si disputò lungamente dove esistesse, finchè fu

collocata nell’isola Farnese fra terreno morbifero. Di Sutri, che pare

da lei dipendesse, non rimangono che bei ruderi e un insigne anfiteatro

cavato nel masso e mura di sassi riquadrati. Il fano di Voltunna, dove

si congregava la dieta federale etrusca, neppur sappiamo in qual luogo

sorgesse: e di sì gran popolo e di civiltà così fiorente non ci parlano

più che i sepolcri[85].

CAPITOLO IV.

Popoli minori.

[POPOLI DELLA MEDIA ITALIA]

Così incerti sui maggiori, qual meraviglia che degli altri abitanti

d’Italia poco più che i nomi ci siano conosciuti? Nella settentrionale

gli Orobj (vocabolo generico che, come Aborigeni e Taurisci ed

Ernici[86], non significa altro che abitatori dei monti) stanziavano

fra i laghi di Como e d’Iseo, e fabbricarono Como[87], Bergamo[88],

Liciniforo[89], e Bara del cui posto si disputa[90]. Sono asserzioni

di Plinio solo, il quale le appoggia al perduto Catone.

I Veneti, popolo illirico, stendeansi da un lato sin alle foci

dell’Adige, dall’altro alle alture fra questo fiume e il Bacchiglione.

Illirici pure, il che forse vuol dire pelasgi, erano i Liburni assisi

sulle coste dell’Adriatico, e i Dauni all’estremità della penisola; e

fors’anche gli Euganei, che coltivavano i monti e le valli circostanti

ai laghi Lario, Sebino, Benàco, dopo che i Veneti li respinsero dai

colli padovani, denotati ancora col nome loro. Danno l’origine stessa

agli Istrioti, che abitavano il littorale adriatico dalla foce del

Timavo sin al fiumicello dell’Arsia, tenendo città importanti, quali

Tergeste e Pola, e s’appoggiavano alle alpi Carniche e Giulie; ascritti

essi pure all’Italia, benchè non compajano nella storia se non quando

valorosamente difendono la propria indipendenza dai Romani.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 5 / 37 段