fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55],
l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di
fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano
in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai
gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i
concetti e i sentimenti nostri.
Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi
grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero
di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in
seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo
il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel
quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che
vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua; nel sesto l’uomo, il cui
lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.
[DIVINITÀ]
Nella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra
o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio
in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa
trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato
come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore
degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo
che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine,
facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre
delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti,
che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene
Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso
s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene
le chiavi da aprir l’anno e le porte della città, e col doppio volto
guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo
si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.
Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che
prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus
olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi
raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli
Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in
qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or
Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere,
più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino,
identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.
Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio
custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono
a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la
sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del
mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio,
uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e
turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze
che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva
nell’atrio (_larario_), e cui altare era il focolajo domestico, mentre
i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni,
assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso.
I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e
Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa,
ed erano stati uomini[58]. Un’anima uscendo dal corpo, diventa Lemure
o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi il
_lare domestico_; se per le iniquità è agitata, v’appare come _larva_,
spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad
or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate
solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava
la commemorazione.
Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un
ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche
pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche,
espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i
loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della
scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che
il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando
a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra
l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasi _cardine_
la linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra
detta _decumana_; e l’intersezione costituiva il tempio.
Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare
ogni atto pubblico e privato; gli uomini vengono governati per
interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non
costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia
la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti.
La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori
(_lucumoni_), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i
pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono
giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute
a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di
primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la
porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri,
fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da
ciascuna città.
Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano
compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che
li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e
appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiò sempre
nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del
vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia
degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese,
e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già
tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli
tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.
Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano
plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i
quali perciò riduceansi a cavalleria.
[LUCUMONI. PLEBE]
Lucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno
diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme
eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio
di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite,
abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa
dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè
ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma
tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si
costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita
dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai
braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di
testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta
rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse
stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune
plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi
si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva
tolte di mezzo le prische distinzioni.
L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza
forestiera; e singolarmente uno sciame greco, probabilmente venuto
dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce
difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei
festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di
vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo
fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori
maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle
oscene loro dipinture.
[CITTÀ. COMMERCIO]
Gli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e
diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano
città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri
simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al
mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure,
e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a
cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale
Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare
applicassero al traffico, pel quale l’Etruria serviva d’intermedio
fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro
padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico;
navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse
sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi
gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità,
sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri
lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione,
che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di
commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo
stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in
un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al
par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima per
corseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione,
che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti
alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe,
e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i
Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena
non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così
quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era
in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa
provincia d’Italia[68].
Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o da
_tiremh_ coltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di
sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove
città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj;
conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno,
elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi,
come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia
e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa
per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai
laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi
sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però
riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso,
diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli
sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature;
anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia
libera compirà.
[ARTI E SCIENZE ETRUSCHE]
Versati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il
tempo. Cominciavano il giorno dal mezzodì, a differenza di quel
sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece
della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari,
d’udienza, di giustizia, di mercati (_nonæ, nundinæ_). Trentotto ottave
formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci
di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo,
diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari,
all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre
ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila
e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni
trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi;
più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di
otto minuti e ventitre secondi[69].
Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco
centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della
loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo
preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola
tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui
numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo
romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il
corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli
schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle
navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla
d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolari colla scure, lo scettro
sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la
pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’
trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi,
le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i
circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in
tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’
comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma
anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come
una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.
[LETTERATURA ETRUSCA]
L’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal
fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene,
ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura
furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco,
autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome di
_histriones_, dall’etrusca parola _ister_; d’Etruria vennero a Roma
letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da
educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri
per la salvezza della patria.
Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di
poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e
nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è
rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri,
Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e
Scricchio dal settentrione, unendola insomma al gruppo indo-germanico;
mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo,
cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di
Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro
trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia
lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo
ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie
opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che
meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è
figliata dal latino.
Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico,
un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche?
come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo
trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di
rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse
al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da
jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in
Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa
non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè
gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che
gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla
fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla
morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora
cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra
coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi
tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi
moderni, non parlavano che di sè: i Romani, sprezzatori di ciò
che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che
non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i
sepolcreti, i vasi.
[COSTRUZIONI ETRUSCHE]
È disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di
Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di
Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento.
Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli,
che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre
altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’
Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati,
appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi
che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la
pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è
la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della
presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un
fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione,
e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.
E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo
blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse,
e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla
perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici
il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita
pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio
esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono
duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu
distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma,
onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che
n’escono tuttodì. Agli Etruschi spetta il merito delle opere più
antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura
del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una
seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo,
combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso
di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra
il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario,
e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino,
con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro
metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire
i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si
scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri
sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse
posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici
secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago
Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico
per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la
volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre
il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere
del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti
cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta
all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di
diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente
effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite
sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi
l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano
usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v
secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre
cuneiformi. Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella
rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche
l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada
selciata.
L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni;
ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè
verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano
quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre
celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne
molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra
la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente:
costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case
disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale
camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto
circostante (_impluvium_).
[SEPOLCRI]
Varrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam
tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche,
era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici,
con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre
a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri
ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un
cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette
quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre
cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono
presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e
Curiazj.
E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in
Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè
d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse
all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per
celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose
marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano
lungo le strade.
Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di
Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto,
dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe
di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne,
specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo
graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e
l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.
Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non
tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i
disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di
Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie;
poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli
di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera
sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe
di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e
lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che
gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della
federazione etrusca.