Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione

fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55],

l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di

fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano

in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai

gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i

concetti e i sentimenti nostri.

Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi

grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero

di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in

seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo

il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel

quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che

vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua; nel sesto l’uomo, il cui

lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.

[DIVINITÀ]

Nella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra

o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio

in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa

trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato

come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore

degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo

che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine,

facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre

delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti,

che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene

Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso

s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene

le chiavi da aprir l’anno e le porte della città, e col doppio volto

guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo

si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.

Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che

prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus

olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi

raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli

Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in

qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or

Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere,

più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino,

identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.

Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio

custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono

a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la

sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del

mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio,

uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e

turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze

che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva

nell’atrio (_larario_), e cui altare era il focolajo domestico, mentre

i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni,

assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso.

I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e

Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa,

ed erano stati uomini[58]. Un’anima uscendo dal corpo, diventa Lemure

o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi il

_lare domestico_; se per le iniquità è agitata, v’appare come _larva_,

spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad

or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate

solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava

la commemorazione.

Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un

ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche

pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche,

espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i

loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della

scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che

il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando

a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra

l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasi _cardine_

la linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra

detta _decumana_; e l’intersezione costituiva il tempio.

Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare

ogni atto pubblico e privato; gli uomini vengono governati per

interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non

costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia

la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti.

La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori

(_lucumoni_), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i

pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono

giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute

a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di

primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la

porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri,

fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da

ciascuna città.

Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano

compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che

li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e

appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiò sempre

nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del

vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia

degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese,

e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già

tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli

tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.

Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano

plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i

quali perciò riduceansi a cavalleria.

[LUCUMONI. PLEBE]

Lucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno

diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme

eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio

di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite,

abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa

dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè

ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma

tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si

costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita

dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai

braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di

testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta

rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse

stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune

plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi

si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva

tolte di mezzo le prische distinzioni.

L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza

forestiera; e singolarmente uno sciame greco, probabilmente venuto

dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce

difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei

festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di

vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo

fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori

maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle

oscene loro dipinture.

[CITTÀ. COMMERCIO]

Gli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e

diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano

città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri

simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al

mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure,

e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a

cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale

Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare

applicassero al traffico, pel quale l’Etruria serviva d’intermedio

fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro

padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico;

navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse

sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi

gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità,

sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri

lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione,

che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di

commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo

stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in

un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al

par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima per

corseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione,

che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti

alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe,

e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i

Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena

non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così

quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era

in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa

provincia d’Italia[68].

Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o da

_tiremh_ coltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di

sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove

città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj;

conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno,

elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi,

come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia

e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa

per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai

laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi

sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però

riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso,

diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli

sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature;

anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia

libera compirà.

[ARTI E SCIENZE ETRUSCHE]

Versati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il

tempo. Cominciavano il giorno dal mezzodì, a differenza di quel

sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece

della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari,

d’udienza, di giustizia, di mercati (_nonæ, nundinæ_). Trentotto ottave

formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci

di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo,

diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari,

all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre

ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila

e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni

trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi;

più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di

otto minuti e ventitre secondi[69].

Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco

centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della

loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo

preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola

tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui

numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo

romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il

corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli

schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle

navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla

d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolari colla scure, lo scettro

sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la

pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’

trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi,

le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i

circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in

tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’

comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma

anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come

una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.

[LETTERATURA ETRUSCA]

L’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal

fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene,

ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura

furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco,

autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome di

_histriones_, dall’etrusca parola _ister_; d’Etruria vennero a Roma

letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da

educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri

per la salvezza della patria.

Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di

poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e

nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è

rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri,

Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e

Scricchio dal settentrione, unendola insomma al gruppo indo-germanico;

mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo,

cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di

Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro

trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia

lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo

ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie

opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che

meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è

figliata dal latino.

Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico,

un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche?

come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo

trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di

rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse

al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da

jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in

Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa

non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè

gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che

gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla

fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla

morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora

cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra

coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi

tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi

moderni, non parlavano che di sè: i Romani, sprezzatori di ciò

che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che

non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i

sepolcreti, i vasi.

[COSTRUZIONI ETRUSCHE]

È disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di

Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di

Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento.

Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli,

che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre

altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’

Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati,

appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi

che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la

pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è

la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della

presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un

fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione,

e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.

E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo

blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse,

e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla

perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici

il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita

pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio

esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono

duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu

distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma,

onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che

n’escono tuttodì. Agli Etruschi spetta il merito delle opere più

antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura

del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una

seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo,

combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso

di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra

il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario,

e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino,

con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro

metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire

i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si

scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri

sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse

posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici

secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago

Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico

per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la

volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre

il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere

del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti

cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta

all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di

diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente

effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite

sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi

l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano

usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v

secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre

cuneiformi. Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella

rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche

l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada

selciata.

L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni;

ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè

verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano

quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre

celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne

molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra

la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente:

costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case

disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale

camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto

circostante (_impluvium_).

[SEPOLCRI]

Varrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam

tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche,

era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici,

con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre

a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri

ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un

cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette

quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre

cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono

presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e

Curiazj.

E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in

Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè

d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse

all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per

celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose

marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano

lungo le strade.

Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di

Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto,

dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe

di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne,

specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo

graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e

l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.

Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non

tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i

disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di

Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie;

poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli

di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera

sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe

di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e

lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che

gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della

federazione etrusca.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 4 / 37 段