Solo dopo che nel 1792 si scopersero ruine sul monte Circeo, venne

fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti

più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si

trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella

Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da

Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia

ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e

nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina

(_Anxur_); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte

di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi

irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia,

Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia

di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad

Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da

questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini,

sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i

resti a Cicolano e a Rieti, dove già furono Tiora, Nursi, Sura, e

verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma

nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a

Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne

ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e

sul monte Erice.

Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda

ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano

montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina,

regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella

porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di

cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva

sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e

in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a

Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di

Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.

Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi

soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che

messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto

dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire

agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin

d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo,

veniva dall’Arcadia, loro stanza.

Molto soffersero[43] in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e

siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare

furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria,

ove le loro città vennero insalubri per le esalazioni delle paludi,

formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse,

sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano;

l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per

questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica,

era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.

Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono

l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati

perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe,

non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve

ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i

capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi

migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad

occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano

mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non

distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti

in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli

Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi

rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse

a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più

tardi serbano carattere di robustezza.

Chi visiti San Pietro d’Alba nei Marsi, riconosce tre gradini di

costruzione pelasgica, sormontati da un tempio romano, al quale i

Goti aggiunsero una tribuna ad abside, e il medioevo una facciata,

mentre l’interno è ornato da sei colonne di marmo corintio. Questa

mescolanza non è il simbolo perpetuo della storia degli Italiani? e

sarà mai sperabile che altri pianti un sistema, il quale valga unico a

spiegare le mille varietà? Sanno d’alchimia più che di chimica cedeste

manipolazioni della storia, per cui a cinquemila anni di lontananza

si pretende dar la formola delle affinità, indicare la separazione

dei popoli, ridurre a calcolo il caos. Ogni ipotesi troppo generale

soccombe alla sincera indagine; e se è sconfortante che i dotti

rimangano ambigui, ed i migliori sforzi riescano soltanto ad un forse,

è umiliante che per quel forse si palleggi dall’uno all’altro il titolo

d’ignorante o di presuntuoso.

_Nota del 1874._

[ANTICHITÀ PREISTORICHE]

Le recenti scoperte di oggetti antichissimi, di rozzissimi arnesi,

d’armi di silice, d’ossa rosicchiate o intagliate, di teschi umani

entro grotte o ne’ paduli o nelle torbiere, e fin sotto a terreni

di altra età geologica, portarono a un nuovo studio, che chiamarono

antichità preistoriche. Ergendo ipotesi arditissime sovra fatti

ancora indeterminati, si negò l’unica derivazione dell’uomo, si volle

perfino crederlo null’altro che la trasformazione graduale di scimie

antropomorfe, avvenuta in diverse parti del globo, e nel volgere di

milioni d’anni.

Tutto ciò non ha a fare colla storia, la quale non può prender le mosse

che dalle tradizioni nostre, dai nostri monumenti. I quali in verità

attestarono uno stato quasi selvaggio delle popolazioni indigene,

che, non possedendo ancora i metalli, si valeano delle pietre; poi

usarono il rame, che più facilmente si trova puro; tardi approfittarono

del ferro, divenuto poi principale stromento di civiltà. Giancarlo

Conestabile assevera all’età del rame fosse contemporaneo l’uso

del ferro, che trova _spessissimo_ presente e mescolato all’altro

metallo ne’ lavori artistici e industriali; donde induce che l’uso

del ferro cominciò qui assai prima che nel Settentrione. Questi

uomini preistorici sarebbero o brachicefali nell’Italia superiore, o

dolicocefali nella inferiore: misti nella centrale.

Accordando colle scoperte recenti le tradizioni, abbiamo che, dopo il

periodo pliocenico, l’Italia era occupata dal mare, donde sporgeano

come isole le vette dei monti. Fra le selve d’alto fusto viveano genti

selvagge con elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi da enormi corna,

bovi primigeni ed altre specie perite. Da queste difendeansi con arme

di selce: albergavano entro grotte, ovvero su palafitte in mezzo alle

acque, dove rimasero gli avanzi de’ loro cibi. Così passarono l’età dei

ghiacci: allo squagliarsi de’ quali la pianura andava asciugandosi, e

le genti vi scendevano, perfezionando il vivere, gli utensili, le armi.

Testimonj di questi progressi dalla pietra al bronzo poi al ferro non

sono scarsi in Italia, massime nella settentrionale, in abitazioni

lacustri dei laghi di Lombardia, in necropoli dell’Emilia, in capanne,

in terramare; ma segnarne la successione e l’età comparativa è troppo

difficile.

Accontentandoci di esaminare le popolazioni storiche, pare dimostrato

che la stirpe Aria o Indo-europea, partendo dalle terre traversate

dall’Oxo, di là del Caspio e della Scizia, venisse in Europa in quattro

rami, il Celtico, il Germanico, il Greco italico o Pelasgo, il Lituano

slavo. Forse trenta secoli avanti Cristo avvenne la prima emigrazione

di Celti, quasi contemporanea a quella dei Pelasgi, che stabilitisi

nell’Asia Minore e sull’Ellesponto, spinsero ramificazioni in Italia,

dove occuparono le creste degli Appennini, respingendo gli Aborigeni,

dei quali son forse avanzi gli Japigi della Messapia, gli Opsci, gli

Ausonj della Lucania, e i Liguri, che pajono i più antichi abitatori,

nell’età detta della pietra.

Dell’istesso ramo Ario erano gli Umbri e Latini, quelli di dominio più

esteso, questi limitati al paese del basso Tevere.

Viene terza un’immigrazione greco-pelasgica dall’Arcadia, dalla

Tessaglia, dall’Epiro, per mare sbarcando nell’Italia propriamente

detta, ch’è la Calabria, denominata da Enotro e Peucezio, e alle foci

del Po, dove fondarono Spina.

Cozzi dei sopraggiunti coi già stanziati agitarono quell’età pelasgica,

in cui si venivano accostando e fondendo le varie genti; i Pelasgi

dilatarono l’uso dei metalli: costruirono le mura ciclopiche.

Ma quattordici secoli avanti Cristo cominciò l’immigrazione

pelasgo-tirenica dall’Asia Minore alle rive occidentali della penisola

centrale, e comparve il nome di Etruschi; i quali è incerto se fossero

ariani o semitici. Per chiarire questo dubbio e le altre congetture

adopransi argomenti filosofici e altri fisici, che non sempre

s’accordano: nè gli uni sono più decisivi degli altri. Gli antropologi

dissentono fra loro fondamentalmente, e intanto raccolgono cranj delle

varie genti, dalla loro conformazione volendo dedurne l’origine. Ma

venendo al popolo su cui è maggiore la curiosità, convengono che gli

Etruschi sono una mescolanza di gente più civile e men numerosa, cogli

Italioti più numerosi e incolti.

I filologi rifiutano l’origine celtica degli Umbri, ascrivendoli al

ramo ario-pelasgico, come i Siculi e i Liburni, affini cogli Japigi,

de’ quali resta qualche iscrizione non ancora decifrata, ma che accenna

all’Illiria.

Il padre, poi cardinale Tarquinj, fu l’ultimo a sostenere le origini

semitiche e s’appoggiò a nomi geografici, quali

APINNIN sommità, monti a catena.

PISA _Pissa_, abbondanza.

PERUSIA _Perosa_, villereccia.

UDINE _Odina_, amena.

SORA _Isor_, rupe.

ISCHIA _Ischina_, mio desiderio.

VESUVIO _Veth-ubim_, casa delle caligini.

PENNA DI BILLI _pinnath_, sommità di Amone, di Bito, Punta

di Ammone.

ASCOLI _Aschelon_ ne’ Filistei.

ARIMINO _Arimanon_ di là del Giordano.

SIENA _Senaa_ città della tribù di Benjamino.

ROMA _Ruma_ in Cananea, residenza di Abimelec.

CARIDDI _Chor obdam_, antro pericoloso.

ZANCLE _Zalga_, falce.

Ascoli ripudia affatto il concetto del Tarquinj e dello Stickel: e così

Giovanni Flechia, di cui è notevole la _Grammatica storica comparata

dei dialetti italiani_.

Che gli Etruschi siano semitici è negato dallo studio delle arti loro

non meno che dal linguaggio, sebbene pochissimo ancora conosciuto.

Dovettero essi venir dall’Asia Minore per mare, non già dalle Alpi;

dove trovansi bensì loro reliquie, ma che provano solo essersi anche

colà esteso l’impero degli Etruschi, i quali andavano fin sul Baltico

in cerca dell’ambra.

Le lingue dei tre popoli più antichi, Osci, Umbri, Etruschi, ben

distinte fra loro, vennero assorbite o distrutte dal latino, ma dai

pochi avanzi si accerta che nel linguaggio degli Osci o Sanniti non

è traccia di semitico, ed è affine al latino arcaico. L’umbro si

scosta dalle forme del Lazio, pure le sette tavole eugubine conducono

a riconoscerlo d’origine comune coll’osco-romano, esclusa ogni

derivazione nè semitica nè celtica.

Non così d’accordo si va per l’etrusco, pure nol si spiega con

nessuna lingua semitica nè celtica: e i monumenti numerosissimi ma

di pochissime parole e di nessuna importanza storica, malgrado le

abbreviazioni, le scorrezioni, le alterazioni fonetiche, l’assicurano

al ramo ariano.

Tali sono le induzioni ultime di Corssen, di Fabretti, di Conestabile.

CAPITOLO III.

Gli Etruschi.

La gente da cui i Pelasgi si trovarono incalzati, doveva esser quella

che da sè chiamavasi dei Raseni, dai Greci fu detta dei Tirseni o

Tirreni[44], e dai Romani degli Etruschi o Tuschi.

Chi erano essi?

[ORIGINE DEGLI ETRUSCHI]

Misteri succedono a misteri; e qui pure, invece di riposare sulla

dimostrazione, siamo ridotti ad ipotesi, desunte dal carattere

generale. Erodoto fa uscire gli Etruschi dalla Lidia, annestandone

l’origine alle vicende degli Eraclidi. Ellanico, padre della storia

greca, li vuole tutt’una cosa coi Pelasgi approdati a Spina. Dionigi

d’Alicarnasso ripudia entrambe le opinioni, propendendo a quelli che

li fanno indigeni d’Italia: ma la perdita dei libri ove espresso egli

trattava degli Etruschi, ci sottrasse gli argomenti ai quali esso

appoggiava. I moderni campeggiano coll’una e coll’altra credenza, niuno

con prove trionfanti, ma al solito mescolando erudizione e fantasia,

esame e passione, e non già mentendo il vero, ma dissimulando gli

argomenti in contrario. Però quante assurdità, mascherate d’invenzione,

si risparmierebbero se si sapesse che da tanto tempo furono e sostenute

e confutate!

Gli uni dicono:—Tant’è vero ch’erano Greci, che consultavano l’oracolo

di Delfo; usavano un ordine architettonico che è semplificazione del

dorico; fabbricavano vasi identici coi greci per la materia, pel

lavoro, pei soggetti, per le iscrizioni».—No (soggiungono altri),

erano indubbiamente Pelasgi; e lo provano i numeri simbolici, le

austere dottrine, l’essersi mantenuti in relazione con Mileto e Sibari,

città joniche ed achee, sorelle dei Pelasgi, mentre avversavano a

Siracusa e agli altri Dori». Sopraggiunge chi tenta conciliare le due

opinioni inventando i Pelasgi-Tirreni, detti così perchè Tirrenia fosse

chiamata l’Etruria dai Greci, e tirreniche le popolazioni in Grecia

più affini ad essi: tal nome deriverebbe da Tirra, città nella Lidia;

lo perchè Erodoto chiamò Lidj i Tirreni[45]. I Pelasgi-Tirreni si

discernerebbero dalle altre propagini pelasghe in quanto non abitavano

le coste, ma regioni interne, come la Tessaglia e l’Arcadia; non pirati

ma agricoli; ed affini sì, pur differenti di religione e di favella.

E inclinazione d’animi onesti e d’ingegni temperati il porre la ragione

fra due estremi; e già quel Greco vantava la potenza delle medie

proporzionali. Ma a questi asserti come chetarci se dappertutto gli

Elleni ci si rappresentano quali oppressi dei Tirreni? I confronti

della lingua, delle credenze, della civiltà non autorizzano a sì

precise conseguenze chi, come noi, ammetta una fratellanza di popoli,

anteriore alle nazionali separazioni. Su di che, noi proponemmo di

aggregare i Tirreni alla prima immigrazione che si conosca in Italia:

ridotti servili ne’ secoli che qui stettero i Pelasgi, si rialzarono

poi a nuovo dominio.

Ma i Tirreni erano poi tutt’una cosa cogli Etruschi? Certamente gli

Etruschi non usano linguaggio analogo al greco, come i Pelasgi;

hanno lucumonie, e federazioni, e religione di genj, e vaticinj, al

differente dei Tirreni-Pelasgi. Le tribù che abitavano attorno ad Adria

forse si strinsero cogli Oschi in una lega chiamata degli Atr-Oschi,

donde il nome d’Etruschi. Alcuno suppone che un popolo nuovo, detto

i Raseni, scendesse dalla Rezia sopra l’Italia, la conquistasse,

piantandosi fra le città pelasgiche dell’interno e della costa, e

fosse chiamato degli Etruschi, come furono detti Britanni gli Angli,

Messicani e Peruviani i creoli di Spagna, e Longobardi noi. Niuna

traccia per altro fra gli antichi di tale conquista rasena.

A negare che gli Etruschi fossero greci varrebbe, oltre il loro parlare

affatto distinto, il vedere che i Latini applicarono il nome di Pelasgi

ai Greci[46] ed anche agli schiavi; dal che noi inducemmo che gli

avanzi de’ Pelasgi rimanessero al nord soggiogati dagli Umbri-Galli,

come al sud gli Enotrj e i Peucezj da’ Pelasgi-Elleni, formando il

vulgo servile. Al tempo di Catone chiamavansi Etruria il paese, Tuschi

gli abitanti; e possiamo credere che quel nome vivesse nelle bocche,

donde, sotto gli ultimi imperatori, fu fatto il nome di Tuscia, non

prima scritto.

L’accertare l’origine degli Etruschi, e quanta parte di civiltà qui

recassero, riesce viepiù difficile perchè i sacerdoti, in cui mano

stavano gli annali, poterono alterarli a loro talento: poi micidiali

guerre li distrussero, ed i Romani affettarono disprezzarli, benchè

alle famiglie illustri fosse vanto il derivare da quel popolo[47].

[CITTÀ E COLONIE ETRUSCHE]

Per raccogliere il poco che possiamo, gli Etruschi, o entrati allora

in Italia, o ridestatisi dal servaggio, si trovarono incontro gli

Umbri, ai quali tolsero trecento città[48], confinandoli in una sola

provincia, che serbò il nome di Umbria, sebbene poi li ricevessero

in alleanza e in comunione di sacrifizj[49]; si distesero nelle

campagne che or sono il Bolognese, il Ferrarese e il Polesine, e nelle

pianure fra l’Alpi e l’Appennino. Il Po difese da loro i Veneti, gente

illirica: i Liguri ricovrarono fra i monti, cedendo il pian paese e il

golfo della Spezia, dove essi Etruschi fondarono Luni, possedendo così

tutta la costa.

Dappertutto gli Etruschi collocarono colonie; fondarono sul Po una

nuova Etruria che, come l’interiore, contava dodici città, fra cui

Adria sul mare allo sbocco del Po e dell’Adige, Fèlsina, Melpo

(Melzo?), Mantova, così detta forse da Mantus, loro Bacco infernale,

e divenuta poi capo della confederazione circumpadana. Nel Piceno

fabbricarono Capra montana e Capra marittima, e l’Adria picena.

Piombali sui Casci, prischi abitatori del Lazio, stabilirono per

confine l’Albula, assoggettarono le terre dei Volsci, passarono il

Liri, e nella felice Campania piantarono altre dodici colonie, tra

cui Nola, Ercolano, Pompej, Marcina, e prima fra tutte Vulturnio: pure

sembra che il grosso della popolazione osca vi rimanesse in qualche

luogo, in altri i Sanniti rivalessero alla loro conquista.

Centro di questo dominio era l’Etruria propria fra l’Arno e il Tevere,

dove fabbricarono altre città, cinte con solide mura di pietroni, o si

valsero di quelle già fortificate dai Pelasgi. Primeggiavano tra esse

Clusio, Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia, Volsinia, Vetulonia, Cere,

Tarquinia, Vejo[50], oltre una schiera di terre lungo il mare, e nel

paese or infamato dalla mal’aria. Rimpetto all’Elba, Populonia occupava

la cima occidentale del promontorio di Piombino. Rusella in forte

postura sovra uno sprone del monte, dominava la maremma grossetana.

Vejo circuiva sette miglia, s’un dirupo a dodici miglia da Roma, ricca

di territorio ubertoso in poggio e in piano sulla destra del Tevere,

abbracciando fin i colli del Gianicolo e del Vaticano. Tarquinia

consideravasi come cuna del popolo etrusco, e fondata da Tarconte,

l’eroe divino in cui di questo sono personificate le imprese, e da cui

diceansi pure fondate Pisa e Mantova. Cere, che i Pelasgi nominavano

Agilla, fu loro metropoli religiosa, e teneva a Delfo l’erario comune,

indizio, se non di derivazione, almeno di parentela ellenica. Nelle

tradizioni di questa ricordavasi un tiranno crudelissimo, Masenzio,

simbolo dell’oppressione etrusca sopra que’ paesi; e forse a lor

dominio stettero anche i Volsci e i Rutuli: Tusculo ne conserva il

nome; anzi sin il monte Celio, uno dei sette di Roma, la qual Roma

forse non era che la fortezza più meridionale della confederazione

etrusca.

Parve un momento che gli Etruschi potessero congiungere tutta Italia:

ma sconfitti da Gerone di Siracusa, si trovarono costretti a limitare

all’Etruria il loro imperio, rinserrato più sempre dalla riazione di

Liguri, Galli, Sanniti, infine distrutto dai Romani.

E scarsissime memorie ci rimasero della stupenda loro civiltà, in

parte greca od asiatica, in parte originale, non senza influssi

dell’aborigena e della pelasga. Chi però dall’estensione di quella

volesse indurre una grande antichità degli Etruschi, mostrerebbe

dimenticare come la civiltà, in quante storie conosciamo, appaja sempre

dativa, cioè o importata di fuori o rivelata dal cielo: nè diversamente

va il caso per gli Etruschi.

[RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI]

È insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come

cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la

parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla

mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e

capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale

conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi,

iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più

disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere,

le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano

nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante

varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi,

e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che

assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare

quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse,

côgli sempre il culto della natura, vuoi nel complesso, vuoi nelle

parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura,

confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma

coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita,

bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per

volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa

d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose

esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della

natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi

siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede

meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi

ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano

feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci

seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi

sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.

[RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI]

Gli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche

favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un

villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme,

vecchio di senno, il quale _cantò_ una dottrina, fondamento alla

scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo

sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne

l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vita stabile

degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e

sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia

sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria

potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie,

il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj

fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici

popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale;

per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e

gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri

erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi

la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo

aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate

i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini,

procelle».

Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli

uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi in _lieti_ annunziatori

di salute e felicità, e _tristi_ che presagivano il contrario. Ciascuna

classe poi suddivideasi in altre molte: _volsgræ_, che si straziavano

un l’altro col becco e cogli artigli; _remores_, la cui apparizione

ritardava un’impresa; _inhibæ_, _inebræ_, _enebræ_, che l’arrestavano;

_arculvæ_, _arcivæ_ o _arcinæ_, che la stornavano. Non si conviene sul

senso degli _oscines_ e _præpeles_: ma sembra i primi fossero quelli

la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri,

il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato

all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio

sinistro (_altera avis_), restava eliso l’augurio precedente. Noto è

quanto tale scienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti

gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva

sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco;

l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].

Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre (_elicere_) i

fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori,

e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54].

Ritualmente distinguevano i fulmini in _fumida_, _sicca_, _clara_,

_peremptalia_, _affectata_.....: i _pubblici_ riguardavano a tutto lo

Stato, e davano augurj per trent’anni; i _privati_, a un individuo,

valendo per dieci anni al più; i _famigliari_, ad una casa sola, e

riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 3 / 37 段