fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti
più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si
trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella
Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da
Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia
ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e
nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina
(_Anxur_); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte
di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi
irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia,
Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia
di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad
Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da
questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini,
sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i
resti a Cicolano e a Rieti, dove già furono Tiora, Nursi, Sura, e
verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma
nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a
Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne
ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e
sul monte Erice.
Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda
ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano
montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina,
regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella
porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di
cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva
sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e
in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a
Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di
Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.
Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi
soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che
messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto
dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire
agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin
d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo,
veniva dall’Arcadia, loro stanza.
Molto soffersero[43] in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e
siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare
furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria,
ove le loro città vennero insalubri per le esalazioni delle paludi,
formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse,
sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano;
l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per
questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica,
era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.
Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono
l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati
perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe,
non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve
ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i
capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi
migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad
occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano
mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non
distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti
in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli
Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi
rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse
a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più
tardi serbano carattere di robustezza.
Chi visiti San Pietro d’Alba nei Marsi, riconosce tre gradini di
costruzione pelasgica, sormontati da un tempio romano, al quale i
Goti aggiunsero una tribuna ad abside, e il medioevo una facciata,
mentre l’interno è ornato da sei colonne di marmo corintio. Questa
mescolanza non è il simbolo perpetuo della storia degli Italiani? e
sarà mai sperabile che altri pianti un sistema, il quale valga unico a
spiegare le mille varietà? Sanno d’alchimia più che di chimica cedeste
manipolazioni della storia, per cui a cinquemila anni di lontananza
si pretende dar la formola delle affinità, indicare la separazione
dei popoli, ridurre a calcolo il caos. Ogni ipotesi troppo generale
soccombe alla sincera indagine; e se è sconfortante che i dotti
rimangano ambigui, ed i migliori sforzi riescano soltanto ad un forse,
è umiliante che per quel forse si palleggi dall’uno all’altro il titolo
d’ignorante o di presuntuoso.
_Nota del 1874._
[ANTICHITÀ PREISTORICHE]
Le recenti scoperte di oggetti antichissimi, di rozzissimi arnesi,
d’armi di silice, d’ossa rosicchiate o intagliate, di teschi umani
entro grotte o ne’ paduli o nelle torbiere, e fin sotto a terreni
di altra età geologica, portarono a un nuovo studio, che chiamarono
antichità preistoriche. Ergendo ipotesi arditissime sovra fatti
ancora indeterminati, si negò l’unica derivazione dell’uomo, si volle
perfino crederlo null’altro che la trasformazione graduale di scimie
antropomorfe, avvenuta in diverse parti del globo, e nel volgere di
milioni d’anni.
Tutto ciò non ha a fare colla storia, la quale non può prender le mosse
che dalle tradizioni nostre, dai nostri monumenti. I quali in verità
attestarono uno stato quasi selvaggio delle popolazioni indigene,
che, non possedendo ancora i metalli, si valeano delle pietre; poi
usarono il rame, che più facilmente si trova puro; tardi approfittarono
del ferro, divenuto poi principale stromento di civiltà. Giancarlo
Conestabile assevera all’età del rame fosse contemporaneo l’uso
del ferro, che trova _spessissimo_ presente e mescolato all’altro
metallo ne’ lavori artistici e industriali; donde induce che l’uso
del ferro cominciò qui assai prima che nel Settentrione. Questi
uomini preistorici sarebbero o brachicefali nell’Italia superiore, o
dolicocefali nella inferiore: misti nella centrale.
Accordando colle scoperte recenti le tradizioni, abbiamo che, dopo il
periodo pliocenico, l’Italia era occupata dal mare, donde sporgeano
come isole le vette dei monti. Fra le selve d’alto fusto viveano genti
selvagge con elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi da enormi corna,
bovi primigeni ed altre specie perite. Da queste difendeansi con arme
di selce: albergavano entro grotte, ovvero su palafitte in mezzo alle
acque, dove rimasero gli avanzi de’ loro cibi. Così passarono l’età dei
ghiacci: allo squagliarsi de’ quali la pianura andava asciugandosi, e
le genti vi scendevano, perfezionando il vivere, gli utensili, le armi.
Testimonj di questi progressi dalla pietra al bronzo poi al ferro non
sono scarsi in Italia, massime nella settentrionale, in abitazioni
lacustri dei laghi di Lombardia, in necropoli dell’Emilia, in capanne,
in terramare; ma segnarne la successione e l’età comparativa è troppo
difficile.
Accontentandoci di esaminare le popolazioni storiche, pare dimostrato
che la stirpe Aria o Indo-europea, partendo dalle terre traversate
dall’Oxo, di là del Caspio e della Scizia, venisse in Europa in quattro
rami, il Celtico, il Germanico, il Greco italico o Pelasgo, il Lituano
slavo. Forse trenta secoli avanti Cristo avvenne la prima emigrazione
di Celti, quasi contemporanea a quella dei Pelasgi, che stabilitisi
nell’Asia Minore e sull’Ellesponto, spinsero ramificazioni in Italia,
dove occuparono le creste degli Appennini, respingendo gli Aborigeni,
dei quali son forse avanzi gli Japigi della Messapia, gli Opsci, gli
Ausonj della Lucania, e i Liguri, che pajono i più antichi abitatori,
nell’età detta della pietra.
Dell’istesso ramo Ario erano gli Umbri e Latini, quelli di dominio più
esteso, questi limitati al paese del basso Tevere.
Viene terza un’immigrazione greco-pelasgica dall’Arcadia, dalla
Tessaglia, dall’Epiro, per mare sbarcando nell’Italia propriamente
detta, ch’è la Calabria, denominata da Enotro e Peucezio, e alle foci
del Po, dove fondarono Spina.
Cozzi dei sopraggiunti coi già stanziati agitarono quell’età pelasgica,
in cui si venivano accostando e fondendo le varie genti; i Pelasgi
dilatarono l’uso dei metalli: costruirono le mura ciclopiche.
Ma quattordici secoli avanti Cristo cominciò l’immigrazione
pelasgo-tirenica dall’Asia Minore alle rive occidentali della penisola
centrale, e comparve il nome di Etruschi; i quali è incerto se fossero
ariani o semitici. Per chiarire questo dubbio e le altre congetture
adopransi argomenti filosofici e altri fisici, che non sempre
s’accordano: nè gli uni sono più decisivi degli altri. Gli antropologi
dissentono fra loro fondamentalmente, e intanto raccolgono cranj delle
varie genti, dalla loro conformazione volendo dedurne l’origine. Ma
venendo al popolo su cui è maggiore la curiosità, convengono che gli
Etruschi sono una mescolanza di gente più civile e men numerosa, cogli
Italioti più numerosi e incolti.
I filologi rifiutano l’origine celtica degli Umbri, ascrivendoli al
ramo ario-pelasgico, come i Siculi e i Liburni, affini cogli Japigi,
de’ quali resta qualche iscrizione non ancora decifrata, ma che accenna
all’Illiria.
Il padre, poi cardinale Tarquinj, fu l’ultimo a sostenere le origini
semitiche e s’appoggiò a nomi geografici, quali
APINNIN sommità, monti a catena.
PISA _Pissa_, abbondanza.
PERUSIA _Perosa_, villereccia.
UDINE _Odina_, amena.
SORA _Isor_, rupe.
ISCHIA _Ischina_, mio desiderio.
VESUVIO _Veth-ubim_, casa delle caligini.
PENNA DI BILLI _pinnath_, sommità di Amone, di Bito, Punta
di Ammone.
ASCOLI _Aschelon_ ne’ Filistei.
ARIMINO _Arimanon_ di là del Giordano.
SIENA _Senaa_ città della tribù di Benjamino.
ROMA _Ruma_ in Cananea, residenza di Abimelec.
CARIDDI _Chor obdam_, antro pericoloso.
ZANCLE _Zalga_, falce.
Ascoli ripudia affatto il concetto del Tarquinj e dello Stickel: e così
Giovanni Flechia, di cui è notevole la _Grammatica storica comparata
dei dialetti italiani_.
Che gli Etruschi siano semitici è negato dallo studio delle arti loro
non meno che dal linguaggio, sebbene pochissimo ancora conosciuto.
Dovettero essi venir dall’Asia Minore per mare, non già dalle Alpi;
dove trovansi bensì loro reliquie, ma che provano solo essersi anche
colà esteso l’impero degli Etruschi, i quali andavano fin sul Baltico
in cerca dell’ambra.
Le lingue dei tre popoli più antichi, Osci, Umbri, Etruschi, ben
distinte fra loro, vennero assorbite o distrutte dal latino, ma dai
pochi avanzi si accerta che nel linguaggio degli Osci o Sanniti non
è traccia di semitico, ed è affine al latino arcaico. L’umbro si
scosta dalle forme del Lazio, pure le sette tavole eugubine conducono
a riconoscerlo d’origine comune coll’osco-romano, esclusa ogni
derivazione nè semitica nè celtica.
Non così d’accordo si va per l’etrusco, pure nol si spiega con
nessuna lingua semitica nè celtica: e i monumenti numerosissimi ma
di pochissime parole e di nessuna importanza storica, malgrado le
abbreviazioni, le scorrezioni, le alterazioni fonetiche, l’assicurano
al ramo ariano.
Tali sono le induzioni ultime di Corssen, di Fabretti, di Conestabile.
CAPITOLO III.
Gli Etruschi.
La gente da cui i Pelasgi si trovarono incalzati, doveva esser quella
che da sè chiamavasi dei Raseni, dai Greci fu detta dei Tirseni o
Tirreni[44], e dai Romani degli Etruschi o Tuschi.
Chi erano essi?
[ORIGINE DEGLI ETRUSCHI]
Misteri succedono a misteri; e qui pure, invece di riposare sulla
dimostrazione, siamo ridotti ad ipotesi, desunte dal carattere
generale. Erodoto fa uscire gli Etruschi dalla Lidia, annestandone
l’origine alle vicende degli Eraclidi. Ellanico, padre della storia
greca, li vuole tutt’una cosa coi Pelasgi approdati a Spina. Dionigi
d’Alicarnasso ripudia entrambe le opinioni, propendendo a quelli che
li fanno indigeni d’Italia: ma la perdita dei libri ove espresso egli
trattava degli Etruschi, ci sottrasse gli argomenti ai quali esso
appoggiava. I moderni campeggiano coll’una e coll’altra credenza, niuno
con prove trionfanti, ma al solito mescolando erudizione e fantasia,
esame e passione, e non già mentendo il vero, ma dissimulando gli
argomenti in contrario. Però quante assurdità, mascherate d’invenzione,
si risparmierebbero se si sapesse che da tanto tempo furono e sostenute
e confutate!
Gli uni dicono:—Tant’è vero ch’erano Greci, che consultavano l’oracolo
di Delfo; usavano un ordine architettonico che è semplificazione del
dorico; fabbricavano vasi identici coi greci per la materia, pel
lavoro, pei soggetti, per le iscrizioni».—No (soggiungono altri),
erano indubbiamente Pelasgi; e lo provano i numeri simbolici, le
austere dottrine, l’essersi mantenuti in relazione con Mileto e Sibari,
città joniche ed achee, sorelle dei Pelasgi, mentre avversavano a
Siracusa e agli altri Dori». Sopraggiunge chi tenta conciliare le due
opinioni inventando i Pelasgi-Tirreni, detti così perchè Tirrenia fosse
chiamata l’Etruria dai Greci, e tirreniche le popolazioni in Grecia
più affini ad essi: tal nome deriverebbe da Tirra, città nella Lidia;
lo perchè Erodoto chiamò Lidj i Tirreni[45]. I Pelasgi-Tirreni si
discernerebbero dalle altre propagini pelasghe in quanto non abitavano
le coste, ma regioni interne, come la Tessaglia e l’Arcadia; non pirati
ma agricoli; ed affini sì, pur differenti di religione e di favella.
E inclinazione d’animi onesti e d’ingegni temperati il porre la ragione
fra due estremi; e già quel Greco vantava la potenza delle medie
proporzionali. Ma a questi asserti come chetarci se dappertutto gli
Elleni ci si rappresentano quali oppressi dei Tirreni? I confronti
della lingua, delle credenze, della civiltà non autorizzano a sì
precise conseguenze chi, come noi, ammetta una fratellanza di popoli,
anteriore alle nazionali separazioni. Su di che, noi proponemmo di
aggregare i Tirreni alla prima immigrazione che si conosca in Italia:
ridotti servili ne’ secoli che qui stettero i Pelasgi, si rialzarono
poi a nuovo dominio.
Ma i Tirreni erano poi tutt’una cosa cogli Etruschi? Certamente gli
Etruschi non usano linguaggio analogo al greco, come i Pelasgi;
hanno lucumonie, e federazioni, e religione di genj, e vaticinj, al
differente dei Tirreni-Pelasgi. Le tribù che abitavano attorno ad Adria
forse si strinsero cogli Oschi in una lega chiamata degli Atr-Oschi,
donde il nome d’Etruschi. Alcuno suppone che un popolo nuovo, detto
i Raseni, scendesse dalla Rezia sopra l’Italia, la conquistasse,
piantandosi fra le città pelasgiche dell’interno e della costa, e
fosse chiamato degli Etruschi, come furono detti Britanni gli Angli,
Messicani e Peruviani i creoli di Spagna, e Longobardi noi. Niuna
traccia per altro fra gli antichi di tale conquista rasena.
A negare che gli Etruschi fossero greci varrebbe, oltre il loro parlare
affatto distinto, il vedere che i Latini applicarono il nome di Pelasgi
ai Greci[46] ed anche agli schiavi; dal che noi inducemmo che gli
avanzi de’ Pelasgi rimanessero al nord soggiogati dagli Umbri-Galli,
come al sud gli Enotrj e i Peucezj da’ Pelasgi-Elleni, formando il
vulgo servile. Al tempo di Catone chiamavansi Etruria il paese, Tuschi
gli abitanti; e possiamo credere che quel nome vivesse nelle bocche,
donde, sotto gli ultimi imperatori, fu fatto il nome di Tuscia, non
prima scritto.
L’accertare l’origine degli Etruschi, e quanta parte di civiltà qui
recassero, riesce viepiù difficile perchè i sacerdoti, in cui mano
stavano gli annali, poterono alterarli a loro talento: poi micidiali
guerre li distrussero, ed i Romani affettarono disprezzarli, benchè
alle famiglie illustri fosse vanto il derivare da quel popolo[47].
[CITTÀ E COLONIE ETRUSCHE]
Per raccogliere il poco che possiamo, gli Etruschi, o entrati allora
in Italia, o ridestatisi dal servaggio, si trovarono incontro gli
Umbri, ai quali tolsero trecento città[48], confinandoli in una sola
provincia, che serbò il nome di Umbria, sebbene poi li ricevessero
in alleanza e in comunione di sacrifizj[49]; si distesero nelle
campagne che or sono il Bolognese, il Ferrarese e il Polesine, e nelle
pianure fra l’Alpi e l’Appennino. Il Po difese da loro i Veneti, gente
illirica: i Liguri ricovrarono fra i monti, cedendo il pian paese e il
golfo della Spezia, dove essi Etruschi fondarono Luni, possedendo così
tutta la costa.
Dappertutto gli Etruschi collocarono colonie; fondarono sul Po una
nuova Etruria che, come l’interiore, contava dodici città, fra cui
Adria sul mare allo sbocco del Po e dell’Adige, Fèlsina, Melpo
(Melzo?), Mantova, così detta forse da Mantus, loro Bacco infernale,
e divenuta poi capo della confederazione circumpadana. Nel Piceno
fabbricarono Capra montana e Capra marittima, e l’Adria picena.
Piombali sui Casci, prischi abitatori del Lazio, stabilirono per
confine l’Albula, assoggettarono le terre dei Volsci, passarono il
Liri, e nella felice Campania piantarono altre dodici colonie, tra
cui Nola, Ercolano, Pompej, Marcina, e prima fra tutte Vulturnio: pure
sembra che il grosso della popolazione osca vi rimanesse in qualche
luogo, in altri i Sanniti rivalessero alla loro conquista.
Centro di questo dominio era l’Etruria propria fra l’Arno e il Tevere,
dove fabbricarono altre città, cinte con solide mura di pietroni, o si
valsero di quelle già fortificate dai Pelasgi. Primeggiavano tra esse
Clusio, Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia, Volsinia, Vetulonia, Cere,
Tarquinia, Vejo[50], oltre una schiera di terre lungo il mare, e nel
paese or infamato dalla mal’aria. Rimpetto all’Elba, Populonia occupava
la cima occidentale del promontorio di Piombino. Rusella in forte
postura sovra uno sprone del monte, dominava la maremma grossetana.
Vejo circuiva sette miglia, s’un dirupo a dodici miglia da Roma, ricca
di territorio ubertoso in poggio e in piano sulla destra del Tevere,
abbracciando fin i colli del Gianicolo e del Vaticano. Tarquinia
consideravasi come cuna del popolo etrusco, e fondata da Tarconte,
l’eroe divino in cui di questo sono personificate le imprese, e da cui
diceansi pure fondate Pisa e Mantova. Cere, che i Pelasgi nominavano
Agilla, fu loro metropoli religiosa, e teneva a Delfo l’erario comune,
indizio, se non di derivazione, almeno di parentela ellenica. Nelle
tradizioni di questa ricordavasi un tiranno crudelissimo, Masenzio,
simbolo dell’oppressione etrusca sopra que’ paesi; e forse a lor
dominio stettero anche i Volsci e i Rutuli: Tusculo ne conserva il
nome; anzi sin il monte Celio, uno dei sette di Roma, la qual Roma
forse non era che la fortezza più meridionale della confederazione
etrusca.
Parve un momento che gli Etruschi potessero congiungere tutta Italia:
ma sconfitti da Gerone di Siracusa, si trovarono costretti a limitare
all’Etruria il loro imperio, rinserrato più sempre dalla riazione di
Liguri, Galli, Sanniti, infine distrutto dai Romani.
E scarsissime memorie ci rimasero della stupenda loro civiltà, in
parte greca od asiatica, in parte originale, non senza influssi
dell’aborigena e della pelasga. Chi però dall’estensione di quella
volesse indurre una grande antichità degli Etruschi, mostrerebbe
dimenticare come la civiltà, in quante storie conosciamo, appaja sempre
dativa, cioè o importata di fuori o rivelata dal cielo: nè diversamente
va il caso per gli Etruschi.
[RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI]
È insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come
cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la
parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla
mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e
capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale
conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi,
iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più
disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere,
le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano
nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante
varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi,
e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che
assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare
quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse,
côgli sempre il culto della natura, vuoi nel complesso, vuoi nelle
parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura,
confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma
coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita,
bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per
volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa
d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose
esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della
natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi
siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede
meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi
ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano
feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci
seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi
sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.
[RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI]
Gli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche
favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un
villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme,
vecchio di senno, il quale _cantò_ una dottrina, fondamento alla
scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo
sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne
l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vita stabile
degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e
sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia
sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria
potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie,
il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj
fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici
popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale;
per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e
gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri
erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi
la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo
aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate
i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini,
procelle».
Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli
uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi in _lieti_ annunziatori
di salute e felicità, e _tristi_ che presagivano il contrario. Ciascuna
classe poi suddivideasi in altre molte: _volsgræ_, che si straziavano
un l’altro col becco e cogli artigli; _remores_, la cui apparizione
ritardava un’impresa; _inhibæ_, _inebræ_, _enebræ_, che l’arrestavano;
_arculvæ_, _arcivæ_ o _arcinæ_, che la stornavano. Non si conviene sul
senso degli _oscines_ e _præpeles_: ma sembra i primi fossero quelli
la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri,
il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato
all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio
sinistro (_altera avis_), restava eliso l’augurio precedente. Noto è
quanto tale scienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti
gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva
sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco;
l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].
Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre (_elicere_) i
fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori,
e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54].
Ritualmente distinguevano i fulmini in _fumida_, _sicca_, _clara_,
_peremptalia_, _affectata_.....: i _pubblici_ riguardavano a tutto lo
Stato, e davano augurj per trent’anni; i _privati_, a un individuo,
valendo per dieci anni al più; i _famigliari_, ad una casa sola, e
riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.