pellegrinaggi in altre contrade ritrova e civiltà ordinata, e
gentilezza d’arti, e scienza d’armi, e abilità dì navigare. E il
poeta, il quale dovea vivere nove secoli avanti Cristo, fa predire
da Apollo che Enea otterrebbe ancora regno nella Troade: laonde non
si potrebbe obiettargli la civiltà che qui Enea trovò, secondo una
favola di posteriore invenzione, immortalata da Virgilio. Il qual
Virgilio, elegantissimo espositore delle tradizioni che blandissero
la vanità latina, fa abitata l’Italia da popoli selvaggi[18], senza
proprietà stabile[19], che sol ricordavano d’essere usciti da tronchi
di rovere[20], allorquando (dovette essere quattordici secoli prima di
Cristo) calò fra loro Saturno, che quella gente indocile e dispersa ne’
monti raccolse, la insegnò nell’agricoltura, nell’innestar gli alberi,
nel valersi dei bovi, mentre la vite era introdotta da Sabino[21].
Ed anche al tempo che qui fa approdare il pio trojano, quel gentile
poeta ci descrive bambino l’incivilimento degli Itali, divisi in
borgatelle, occupati a rompere la gleba, andar a caccia, cavalcare;
alcuni pochi dell’Etruria a lavorare il ferro, forse tratto dall’Elba;
armati sempre, taluni perfin tra le fatiche agricole; faceansi elmi
e schinieri con pelli di lupo e scorze di sovero, e sapeano trar di
fromba e d’arco, anche con saette avvelenate[22]. Il re, capo d’un
piccolo cantone, avea solo autorità di convocare il popolo alle
assemblee e condurlo in guerra; suo distintivo pelli d’orso, di leone,
di pantera[23]; sua reggia una capanna di paglia; e spesso congiungeva
al comando gli uffizj e il carattere di sacerdote[24]. Di fuori s’erano
importati molti riti sacri, dall’Arcadia i Lupercali, dalla Grecia i
Baccanali; altri più severi, probabilmente indigeni, si esercitavano
nelle selve ad onore o degli avi defunti o degli eroi; un feticismo
più grossolano era mantenuto fra alcuni, che prestavano culto ai
fiumi, entro ai quali immergeano i neonati, o si lavavano i peccatori
per purificarsi[25]; nè era dismessa l’orribile eppur tanto diffusa
superstizione de’ sagrifizj umani.
[ELABORAZIONI STORICHE]
A dare significazione storica a questo linguaggio mitologico, a
strigare la continua confusione del reale coll’immaginario, che si
trova nella leggenda, la quale altera il fatto reale, talvolta lo
contraddice apertamente, ma pure conserva un fondo di vero, o almeno
di non falso, faticarono l’erudizione e la fantasia; e non volendo
accettare quel mistero che involge tutte le origini, ogni tratto
presentasi alcuno a trinciar le quistioni colla facilità propria di
chi non le ha studiate, e tacciando chiunque lo precedette; vantasi di
nuovi fatti, d’insoliti paradossi, che poi riescono a luoghi comuni:
per tacere degli sguajati, che aborrendo dalla verità cercata per se
stessa, delle sapienti elucubrazioni fanno un’occasione di strapazzi;
e perchè Müller o Niebuhr traggono i Pelasgi dai Germani, Freret e
Thierry dai Galli, gl’insultano come minaci alla nazionale indipendenza.
Se alcuna cosa attendibile si può raccogliere, è che la popolazione
all’Italia venne in più riprese, e di genti che un lasso di secoli
e diversità di clima e di consuetudine aveano distinte, benchè non
ne cancellassero le originarie somiglianze. Il discenderle è tanto
più arduo perchè la scarsezza di monumenti toglie di spiegarli e
correggere a vicenda; e l’appoggiar le induzioni sopra errori falsa
necessariamente le conseguenze.
Gli antichissimi non iscrissero le loro storie, od a noi non
pervennero; fossero anche pervenute, ce n’avrebbero potuto rivelare le
origini? Le tradizioni si sformarono pel passare di bocca in bocca,
per l’ignoranza del vulgo, per la scaltrezza sacerdotale, per la
boria patriotica. Quei che primi tolsero a fissarle collo scritto non
le seppero vagliare, ignorarono molti monumenti, o non ne intesero
il valore; intanto sovvertimenti naturali, sovrapposizione di nuovi
popoli, inenarrabili sventure mutavano faccia, costumi, credenze,
lingue ne’ paesi: sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando
nè uno storico nè un logografo, essendo ignota fin la lingua delle
poche iscrizioni sopravanzate, riesce quasi disperata l’investigazione
della verità, che è il primo scopo della storia.
[STORICI PRIMI]
Ultimi degli antichi popoli d’Italia, i Romani colla spada raserò le
vestigia dei precedenti; nei paesi soggiogati cercarono i lavori di
appariscente bellezza onde rubarli, non ciò che avrebbe gittate qualche
lume sui tempi trascorsi; i loro scrittori distinguendo i popoli
conquistati per provincie, non per nazioni, venivano a confonderli;
e vilipese le arti e le lingue italiche, non chiesero gloria che
dalle vittorie. I Greci furono il popolo dell’antichità meglio dotato
del sentimento del bello, sicchè ci lasciò i lavori più insigni
nelle arti del disegno come in quelle della parola, e nel bagliore
della sua luce involse quella degli altri, che ascrissero a vanto
il derivare da quello le origini o l’educazione propria. Ed anche i
Romani nella storia e nella filologia greca indagarono le etimologie
e i tesmofori, sfrenandosi in aeree congetture, senza sentire il
bisogno di confrontare, di discutere, d’accertare, ed acchetandosi ad
un _si dice_. Se gl’Italiani così le negligevano, come sperare che
con amore ne cercassero le origini que’ Greci, i quali, non senza
titoli, si tenevano ad essi di tanto superiori? Oltre il vezzo di
tutto personificare, di tradurre gli eventi in miti, di presentare in
un uomo o in un fatto le complessive vicende d’un’età e d’un popolo,
quanto essi ne raccontano de’ primordj del nostro paese ridonda a unico
vanto della Grecia; di là le colonie, di là ogni arte, ogni sapere,
ogni personaggio. Ciò scema fede a quanto de’ primi abitatori d’Italia
narra Dionigi d’Alicarnasso, benchè egli venisse a Roma allorchè di
fresco Catone avea scritto sull’origine delle città, era appena morto
Cicerone, vivo Varrone; e mostri aver copiato gli annali e le lapide
di ciascun paese, le quali, appunto perchè municipali, non restavano
travisate dal proposito sistematico di metterle in accordo colle
altre[26].
[CONGETTURE]
Di questo Varrone, predicato come il maggiore erudito di Roma,
smarrimmo i libri; ma i frammenti che ci rimangono danno a temere
ch’egli pure si buttasse alla fantasia o ad un’erudizione di
provenienza greca, anzichè indagar la originale e indigena. Presumiamo
altrettanto di Catone, romano anch’esso, che avea radunato memorie
sulle origini di ciascuna città, le quali Eliano sommava a mille
centonovantasette[27]; e dei trentatre storici, che avevano trattato
della fondazione di esse. Strabone e Plinio, venuti più tardi,
raccolgono tradizioni, ma nè discutendo nè combinando come è proprio di
chi sente il bisogno della certezza.
L’erudizione moderna, chiedendo alla filologia e all’etnografia un filo
onde ravviarsi in tal labirinto, inventa sistemi sempre nuovi, sempre
incompiuti, sempre facili a erigersi quanto ad abbattersi. Interi libri
si compilarono per null’altro che informare delle varie opinioni, le
quali, come avviene delle congetturali, hanno ragione dove confutano,
torto dove asseriscono. E noi, ponderatele tutte, non soddisfatti
d’alcuna, esponiamo a guisa di chi è certo di non appagare altrui,
perchè non è persuaso egli stesso.
Nel movimento di popoli che precede l’età storica, le grandi migrazioni
non succedono che per via di terra; e dai varchi alpini devono essere
scesi i primi abitatori all’Italia. Altri, sopragiungendo alle spalle,
cacciavansi innanzi que’ primi, i quali trasferivano altrove il nome
proprio, e nella terra abbandonata lasciavano traccie di sè in qualche
particolare denominazione di paese. Pertanto in una penisola, i primi
venuti pajono doversi rintracciare nella più lontana estremità; verso
quella essendosi calati, finchè, non potendo più oltre procedere, le
genti primitive si mescolarono colle avveniticcie.
Il navigare non costituiva una scienza ed arte complicata come oggi;
e piccoli legni con ampia carena, capaci di cento in ducento uomini,
spinti a remi e con una vela, bastavano ai viaggi, massime in mari
circoscritti come quello fra l’Asia, l’Africa e noi[28]. A questo modo
dovettero venire altre genti all’Italia, le quali piantavano piccole
colonie e più civili sul mare, mentre i mediterranei tenevansi sui
monti. Il nome di Aborigeni, attribuito ai più antichi Itali, suona
montanaro (ὄρος _monte_); e forse dinotava una prima immigrazione di
genti giapetiche, denominata de’ Tirseni o Tirreni o Raseni, i quali
comunicarono il proprio nome a tutta la penisola e al mare che la bagna
ad occidente; intanto che quello a levante fu denominato Adriatico da
Adria, città anch’essa tirrena. Platone, nel _Critia_, fa i Tirreni
contemporanei degli Atlantidi al par degli Egizj, vale a dire anteriori
ad ogni storia; la favola gli associa ai ricordi di Bacco, di Giove,
dei Satiri; ed Esiodo, contemporaneo di Omero, rammemora «i forti
Tirreni, illustri fra gli Dei e gli eroi».
[ABORIGENI]
Erano di quest’antichissima genìa gli Euganei e gli Orobj, che
precedettero gli Umbri; e così i Camuni, i Leponzj ed altri del
Trentino; sia che da quelle parti settentrionali fossero calati in
Italia, sia che fra quelle alpi avessero piantato stazioni per riparare
la penisola dalle correrie dei Galli[29]. A que’ Tirreni apparteneano
per avventura anche i Taurisci, o montanari nella subalpina
occidentale; e nella media Italia gli Etruschi e gli Opici, appellativo
fors’anche questo generico, indicante terragni[30], e contratto in
Opschi ed Oschi, al quale aggiungendo l’articolo, n’esce il vocabolo
Toschi. Certo i Tirreni sono considerati dagli antichi come diversi dai
Siculi e dai Pelasgi: la loro lingua sembra rimanesse al fondo delle
italiche; ed anche nel fiore di Roma la plebe e la gioventù prendeano
spasso dalle Favole Atellane, cantate in osco; poi quando la maestà
romana declinò, l’osco sopravvisse col vulgo rimasto, e divenne forse
padre dell’odierno idioma.
[IBERI]
Ma un elemento semitico vi si mescolò, se pure non li precedette, per
opera degli Iberi, gente finnico-tartara o, come dicono i più recenti,
turanica, venuta dall’Iberia asiatica vicina all’Armenia, diciotto
secoli avanti Cristo, e largamente diffusa in Europa, dove per mare
procedette fin nella Spagna, alla quale attribuì il proprio nome, e
dove lasciò ne’ Baschi la propria favella, non meno che ai Finnici,
nell’estremità opposta d’Europa[31]. A questo nome si apparentavano i
Liguri nell’alta Italia; nella media forse gl’Itali, collocatisi lungo
la marina occidentale fra la Macra e il Tevere; nella bassa i Sicani,
che Tucidide chiama Iberi. Esso Tucidide riscontra il fiume Sicano
nelle vicinanze de’ Liguri, che (dic’egli) abitavano a mare sopra
Marsiglia: e poichè il nome de’ Sicani accostasi a quel de’ Sequani,
assisi alla sorgente della Senna, v’ha chi arguisce doversi ascrivere
al loro lignaggio i Celti, e a ciò attribuisce le molte parole che
nell’italiano, e più nel siciliano, rimasero di celtica radice[32].
[LIGURI]
Secondo alcuni dunque la gente Ibera sarebbe abitata in Italia prima
ancora che vi venissero gli Indoeuropei, e di là trarrebbero le tante
parole dei nostri idiomi, estranie alle lingue ariane, e massime i
vocaboli di luoghi. Ma ecco altri invece dedurre i Sicani dall’Epiro, e
farli identici coi Pelasgi (CORCIA); altri crederli un ramo de’ Tirreni
(ABEKEN), che modificato dalla mistione cogli Aborigeni o Caschi, formò
i Latini. Anche gli Umbri, altri popoli primissimi in Italia, da alcuni
si vorrebbero Liguri: ma questo nome di Liguri ci sembra generico
anzichè speciale, e certo era diffuso su grande ampiezza; gli Oschi
medesimi si denominavano Liguri; Edwards, mediante la storia naturale
e il confronto de’ cranj, ravvicinò la stirpe ligure alle celtiche:
in modo che non uscirebbe di buona congettura chi ascrivesse tutti
i prischi Italiani alla grande migrazione che si dinota col nome di
Celti, estesissima razza, che forse non è diversa dalla scitica.
[UMBRI]
Illirio, Celta, Gallo, nati da Polifemo e da Galatea, popolarono il
primo l’Illiria, gli altri due l’Italia col nome di Umbri. Questo
linguaggio mitologico adombra la migrazione antichissima de’ Celti,
i quali, scampati al diluvio[33], dalla Tesprozia e dalla Tracia si
estesero a settentrione dell’Europa fin al capo Domes-ness nella
Curlandia, e sulle coste occidentali sino al Finisterre della Spagna.
Nel lunghissimo vagare per la selva Ercinia, che allora ombreggiava
tutta l’Europa boreale, e per l’Alta Asia sino alle frontiere della
Cina, perdettero la memoria della loro provenienza. Non è del nostro
intendimento il cercare se fossero semitici, per la lunga dimora e
per la mistione tramutati poi in indo-europei. Restringendoci alla
storia, diremo che col nome di _Ambra_ o _Amhra_, in loro favella
significante nobile, prode, scesero in Italia, e vi si divisero in tre
bande, da cui ebbero titolo tre provincie: Oll-Umbria o alta Umbria fra
l’Appennino e l’Jonio; Is-Umbria o bassa, attorno al Po; Vill-Umbria
o littorale, che fu poi l’Etruria. Catone vorrebbe che Ameria, loro
città, sia stata ricostruita trecentottantun anno prima di Roma[34];
epoca storica, al di là della quale non sopravanzano che le favole de’
tempi saturnj. Cacciando Liguri e Siculi, gli Umbri occuparono dunque
la parte orientale dell’Italia, l’occidentale lasciando agli Iberi,
e furono il popolo prepollente della penisola; col nome di Sarsinati
abitarono Perugia, con quello di Camerti Clusio, e possedettero
trecencinquantotto borgate[35].
[PELASGI]
Contemporaneamente a queste ondate d’interi popoli, ne venivano di
parziali; nè tutti erano giapetici: e Titani, Ciclopi, Lestrigoni,
che pajono aver preceduto i Siculi nell’isola che da questi prese il
nome, forse derivavano dalla stirpe di Cam e dall’Africa. Men tosto
migrazioni di popoli interi, che colonie e conquiste sono a dire le
seguenti irruzioni in Italia, e quella che s’impronta col nome de’
Pelasgi.
Nulla più disputato ai dì nostri, che la derivazione, gli andamenti
e l’indole de’ Pelasgi[36]. Alcuni li farebbero semitici: i più gli
adunano alla grande famiglia caucasea degli Sciti, una parte della
quale, traverso alla Tessaglia, si arrestò in Grecia e nel Peloponneso
col nome di Pelasgi ed Elleni, suddivisi poi in Eolj, Jonj, Dori,
Achei, e si dilatò nelle isole dell’Arcipelago e in Italia; un’altra,
valicando il Tauro, occupò l’Asia Minore, la Frigia, la Lidia, la
Troade, e passato il Bosforo, prese stanza nella Tracia.
Che che ne sia, essi precedono ne’ paesi civili quelle generazioni che
acquistarono classica rinomanza. I Greci li faceano favolosi quanto
i Titani e i Ciclopi; barbari del resto, che mandarono a conquasso
le belle contrade, finchè dall’ira divina sottoposti a terribili
disastri, soccombettero e furono ridotti servi. Tal è il linguaggio di
una nuova generazione contro quella che essa spodestò: eppure anche
nelle malevole tradizioni greche i Pelasgi appajono fondatori di città,
cavatori di miniere, maestri di religione, di arti, sin di un alfabeto.
In Italia giunsero in più riprese; e la prima con Enotro e Peucezio
figli di Licaone, che, diciassette generazioni avanti la caduta di
Troja, dall’Arcadia e dalla Tessaglia addussero una colonia, la prima
che per mare uscisse di Grecia[37]. I Peucezj si collocarono sul golfo
Jonico, gli Enotrj a scirocco, incivilendo i popoli campani. Nuovi
fiotti di popoli snidarono altri Pelasgi dalla Macedonia e dal paese
di Dodòna, cui da due secoli coltivavano; onde traverso alla Pannonia,
all’Illirico, alla Dalmazia, approdarono alle foci del Po, dove
fabbricarono Spina.
Trovavano essi i Tirreni già soggiogati e in condizione di schiavi, gli
Umbri assisi sul pendìo orientale, gli Iberi o Liguri nell’occidentale,
e potentissimi i Siculi. Dato di cozzo in una tribù di questi,
chiamata degli Aurunci od Ausonj, i Pelasgi applicarono il nome
d’Ausonia all’intero paese. Provarono nemici gli Umbri, e alleati gli
aborigeni della Sabina, che aveano cominciato addensare le capanne
senza chiusa di mura, e che allora popolarono di città le creste
dell’Appennino.
I Pelasgi non naturarono mai la loro padronanza sul nostro paese;
malvisti sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi
armati; tre secoli lottarono coi Siculi, finchè li spinsero nell’isola
che da loro ebbe nome di Sicilia.
[RELIGIONE DE’ PELASGI]
Erodoto, il più antico storico greco, dice che i Pelasgi «sacrificavano
pregando gli Dei, ai quali però non applicavano nè nomi nè soprannomi,
chiamandoli soltanto Dei»[38]. Forse ciò esprime che tenessero un
Dio solo: ma probabilmente nel loro culto era divinizzata la natura,
le forze feconde e ordinatrici di essa esprimendo in simboli, di cui
restò orma nel culto italico, come i Fauni, Vesta, Anna Perenna,
Pale, ed altre divinità estranie all’Olimpo greco. Il dio Termine
per loro simboleggiava i possessi stabili: Vesta, la sanzione divina
dell’associazione della donna coll’uomo: onde avrebbero essi introdotto
fra i rozzi Italioti queste personificazioni religiose dello stato
famigliare e del diritto di proprietà, importantissimi dove la
costituzione pubblica riposa sopra la domestica[39]. A Vesta ardeva il
fuoco perpetuo, custodito da vergini per le quali era delitto capitale
il lasciarlo spegnere e il macchiar la castità. Nella Sabina posero un
oracolo, somigliante a quel dell’Epiro.
Particolare al nome Pelasgo era pure il culto dei misteriosi Cabiri o
Dioscuri; i quali al vulgo erano offerti come pianeti personificati,
che in forma di stelle o di fuochi apparivano ai naviganti; mentre
agli iniziati de’ misteri, cui sacrarj erano l’isola di Samotracia e
Dodòna nell’Epiro, esprimevano il concetto di una trinità, formata
dell’onnipotente, del gran fecondatore e della gran fecondatrice[40].
Ad essi serviva di ministro un Casmilo; nei loro misteri, che tennero
gran parte nelle religioni italiche, garantivansi gl’iniziati contro
le procelle ed altre sventure: ma le cerimonie tendeano principalmente
alla purificazione delle anime. Il neofito confessava i suoi peccati,
subiva prove severe, sacrifizj espiatorj; il sacerdote poteva assolvere
anche dall’omicidio: ma lo spergiurare e l’uccisione nei tempj erano
colpe riservate a un tribunale, che poteva anche punirle di morte.
Nelle iniziazioni il neofito, coronato di ulivo e cinto d’una fusciaca
purpurea, era collocato sopra una seggiola; e in cerchio ad esso
gl’iniziati, tenendosi per mano, guidavano una danza al canto d’inni
sacri. L’iniziato più non deponea la sacra benda, che fu poi adottata
anche nei riti bacchici, coi quali aveano pure comuni le cerimonie
impudiche.
Le somiglianze del culto italo coll’ellenico non isfuggirono ai Greci;
e Dionigi d’Alicarnasso avverte che non trattasi solo d’identità di
tipi e di forme, esprimenti le idee generali di potenza o protezione
speciale, ma fin d’attributi, di vesti, d’usi tradizionali, di tregue
religiose, di pompe e sagrifizj, di costruzione rituale dei tempj.
Alcune divinità greche furono introdotte nel culto latino a tempi
conosciuti, come Apollo nel 429 di Roma, Esculapio nel 459, nel 449
l’ara massima di Ercole: ma le maggiori avrebbero potuto piantarsi dopo
già costituite quelle società, così tenaci della tradizione, senza
eccitarvi un generale sovvertimento? e l’opposizione avrebbe potuto
dalla storia essere inavvertita? Convien dunque supporle venute qui
coi popoli stessi, massime coi Pelasgi, tanto più se si ponga mente
alla fisionomia nazionale di esse divinità, e alla loro coerenza colle
istituzioni civili.
Questo poco e null’altro sapremmo de’ Pelasgi, se non ci rimanessero
avanzi di meravigliosi loro edifizj. A principio l’uomo nel
procacciarsi un’abitazione non pensa che a schermirsi dalle intemperie
e dalle belve, fortunato ove il suolo gli offre caverne naturali od
opportunità di formarne, come le tante di Sicilia, massime in vai
di Noto, al Peloro, a Spaccaforno, ad Ipsica, sovrapposte talvolta
come i solaj d’una casa o i loculi d’un colombario. Colà doveano
abitare i Lestrigoni, i Lotofagi, i Polifemi, quegli altri mostri in
cui l’età poetica raffigurò le genti fuori del civile consorzio, e
che limitavansi ad abbellire le grotte ove si ricoveravano, o dove
riponevano la moglie, l’iddio, le reliquie dei cari estinti. Sacri
spechi perciò incontriamo nelle più remote storie: in uno il re Numa
Pompilio conferiva colla ninfa Egeria; da un altro la sibilla di Cuma
rendeva i suoi oracoli; molti sotterranei mostrano l’antica Etruria e
le isole del Mediterraneo[41], ornati coi primi tentativi dell’arte;
e sovra tutti notevole è l’ipogeo presso l’antica Fiesole, in pietra
arenaria compatta di strati distinti, che il vulgo attribuisce alle
fate, e l’erudito non sa a qual uso.
[TROGLODITI]
Agli scavi trogloditici succedono le costruzioni sopra terra,
nominate ciclopiche dai nostri Ciclopi di Sicilia, supposti giganti,
che poterono sovrapporre massi enormi, non isquadrati, stanti
per la propria mole, disposti in torri ovvero in mura con porte.
Queste mura alcune sono di pietroni di varia grossezza, affatto
scabri, e rinzaffati con ciottoli e scaglie; altre di macigni
poligoni disposti al modo medesimo, grossolanamente martellati, e di
forma e mole disuguale; altre di parallelepipedi rozzi, collocati
perpendicolarmente: cemento non appare in nessuna. Nell’isola di Gozo
fu così costruita la torre de’ Giganti, forse dai Fenicj, composta di
due monumenti internamente comunicanti. Sono pur tali i Nuraghi di
Sardegna, coni elevati da dodici a quindici metri, e finiti in tondo,
fatti con dadi d’un metro negli strati meno erti, irregolari sempre e
senza calcina. Sorgono sopra alture, cinti talvolta d’un terrapieno fin
del giro di cento metri, fortificati da un muro alto tre e di simile
costruzione, circuiti talora da altri simili coni di minor dimensione.
Chi li crede trofei, chi are del fuoco: ma se si riflette che ne
esistono forse tremila, non si può crederli che abitazioni o sepolcri,
principalmente di sacerdoti, lo perchè non vi si trovano mai armi,
bensì ornamenti femminili e idoletti[42].
[EDIFIZJ CICLOPICI]
Chi ha precisato quali caratteri distinguano l’architettura ciclopica
dalla pelasgica? Questa, ammirabile non per regolarità come la greca,
ma per la mole dei materiali e per somiglianza colle opere della
natura, non adopravasi a servigio di re o ad onore di numi, ma ad utile
sociale, in mura, vie, acquedotti, canali; e quel vivo sentimento della
vita cittadina, rivelato dalla costruzione di tante città, sopravvisse
ne’ futuri Italiani, propensi sempre alla vita di comune. Di tal
maniera sussistono muraglie, od isolate o cintura di città: e fattura
del diavolo le dice il vulgo, attonito a quegli ingenti massi, quali
irregolari, come a Cosa, ad Arpino, ad Aufidena; quali riquadrati, come
nell’antichissimo bastione di Roma, e in quei di Volterra e Fregelle;
quali regolari, come a Cortona e Fiesole; spesso ancora di costruzione
mescolata, sempre senza calce, e che mostrano l’uso di molte braccia e
portentosa gagliardia.
[MURA PELASGICHE]