Anzi sembra che oggi stesso la crosta terrena in molte parti

NOTE DEL TRASCRITTORE

—Corretti gli ovvii errori tipografici e di stampa.

—Il testo spaziato (gesperrt) è stato reso come ~testo spaziato~.

—Le doppie accentazioni o le grafie multiple presenti nell’opera,

quando non si tratta palesemente di errori di stampa, sono state

mantenute per aderenza all’opera originale.

—Le note a margine riportanti gli anni cui si riferiscono gli argomenti

trattati nel paragrafo interessato sono stati raggruppati all’inizio

del paragrafo stesso.

C. CANTÙ

STORIA DEGLI ITALIANI

TOMO I.

STORIA

DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE

RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO I.

[Illustration: LOGO]

TORINO

UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE

1874

AI LETTORI

L’UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE

_Nella prima edizione del 1854 dicevamo che buon augurio sarebbe alla

nostra UNIONE il cominciar dal nome d’Italia; e che il frastuono

d’interessi tutt’altro che letterarj, e le assordanti attualità della

politica, del teatro, dei giornali non impedirebbero gl’intelletti serj

e la gioventù generosa dal fissare l’attenzione s’un libro, come questo

del Cantù, che_ pel primo _offriva_ compiuta _la storia del nostro

paese dai primordj dell’incivilimento fino ad oggi, scritta dalla penna

stessa, sotto unico punto di vista, e colle più recenti guise tanto

d’erudizione che di maniera di giudicare e disporre._

_Proemiando a quella, noi esponevamo poche cose a nome dell’Autore;

poche, giacchè il comprendere i motivi, l’intento, l’economia

dell’opera doveva riuscire tanto meno difficile, quanto meno l’Autore

ha costume di involgersi in timide formole._

_Lo spazio che altri consuma in battaglie e guerre, egli l’ha serbato

agl’incrementi della civiltà, alle particolarità caratteristiche, agli

uomini insigni, allo sviluppo delle arti e delle lettere, che sono

una delle forme più pronunziate, sotto cui l’indole d’un popolo si

manifesta nel nascere, crescere, decadere._

_Fra i classici che non citavano mai, ed i moderni a cui i repertorj

somministrano facilissima abbondanza di citazioni, egli ha tenuto

quel mezzo, che non istrazii l’attenzione fra le parole delle fonti

e le induzioni dello scrivente. I fatti si trovano sostenuti dai

migliori appoggi; quanto alla parte congetturale e induttiva, sarebbe

intolleranza inquisitoria il voler imporre un sistema o il pregiudizio

proprio ad un autore; sarebbe imbecillità il preporre quello

improvvisato da una critica effimera o da prestabilita opposizione, a

quello studiato con lunghissima pazienza e provato nella più multiforme

contraddizione._

_L’esito mostrò come il pubblico l’intendesse, a malgrado di coloro

che aveano o interesse o puntiglio di svisarne le parole e i fini.

E sebbene quest’opera non potesse circolar liberamente in paesi che

temeano la verità esposta lealmente e ragionatamente, dovemmo ben tosto

raddoppiarne la tiratura; poi intraprenderne una nuova edizione nel

1857, mentre la prima non era ancora compiuta. Anzi contemporaneamente

se ne faceano contraffazioni a Napoli e a Palermo, e cogliamo

quest’occasione per protestar di nuovo a nome dell’Autore, non tanto

contro la pirateria degli stampatori, quanto per la slealtà di avere,

non solo taciuto frasi e periodi di lui, ma messogli in bocca parole e

sentimenti affatto alieni da’ suoi._

_Nuovi e più violenti casi mutarono la faccia politica dell’Italia e

insieme la economica, la politica, quasi la morale. In circostanze

così diverse riproducendo ora quest’opera, l’Autore avrà ben poco a

cangiare de’ giudizj e fin delle congetture, perchè non le foggiava

sulla moda. Le cognizioni che ebbe ad acquistare o rettificare pel

tanto accumularsi di lavori storici, pe’ consigli altrui, per la

propria meditazione, innesterà egli ai debiti posti; le note aggiunte

nella seconda o in questa edizione distingueremo coll’asterisco, per

non alterare la numerazione delle prime. Le vicende dell’ultima epoca

porterà fino al compimento dell’unità, valendosi anche dell’altra opera

che noi ne stampiamo_, L’INDIPENDENZA ITALIANA.

_Voglia il pubblico e all’Autore e a noi continuare il suo favore in

imprese dove ci proponiamo dall’utile individuale non separar quello

della società, e specialmente del paese che, come scrive il Cantù,_

«_ci unisce tutti nella lingua, nelle memorie, nelle speranze_».

_Torino, il settembre 1874._

LIBRO PRIMO

CAPITOLO I.

Dell’Italia, e della sua storia.

La penisola italica, estesa su trentatre milioni di ettare fra il

24º e il 36º meridiano, e fra il 35º e il 47º parallelo, è chiusa a

settentrione e ponente dalla giogaja delle Alpi, che col titolo di

Marittime, Cozie, Graje, Pennine, Leponzie, Retiche, Carniche, Giulie,

disegnano un semicerchio di 1562 chilometri dal Varo, confine di

Francia, sin al golfo del Quarnero al lembo della Dalmazia. Centinaja

di valli solcano que’ monti, alcune leggermente, altre estesamente

profonde, come la Valtellina, la Leventina, quelle del Piave e d’Aosta;

e riescono in un ampio anfiteatro, che forma la parte continentale

dell’Italia. Dove le Alpi s’avvicinano al golfo Ligure presso

Savona, se ne snoda la catena serpentino-calcare degli Appennini,

che, somiglianti ad una spina dorsale, fendono per lo lungo l’Italia

peninsulare; ed elevati verso il centro nel paese de’ Marsi e de’

Vestini fino al monte Velino e al Gran Sasso d’Italia, di là chinano

alla Puglia: quivi fra Venosa e Potenza si suddividono, un braccio

volgendo all’estremo dell’Abruzzo, l’altro nel paese de’ Salentini, al

tallone della gamba di cui essa Italia imita la forma.

[NOMI E CONFINI D’ITALIA]

Quest’ossatura determina nella parte continentale un pendìo alpino,

vergente al mare Adriatico e al Po, il quale lo traversa da sera

a mattina per ducensettanta miglia, mentre l’Italia peninsulare è

conformata dalle due gronde dell’Appennino: quella verso l’Adriatico

non s’allarga oltre settantacinque miglia, tutta colline e torrenti;

l’occidentale verso il mar Tirreno, più scoscesa, finisce in apriche

pianure, serpeggiate da pigri fiumi, o ingombre da infauste maremme.

Ignorando i limiti naturali e la conformazione della penisola, e non

vi riconoscendo unità di politica nè di origine, gli antichissimi non

potevano attribuirle una denominazione comune: e quella d’Italia,

quai che ne siano il motivo e la significazione[1], si tenne da prima

circoscritta al paese meridionale fra i seni Lametico e Scilatico, che

oggi diciamo di Sant’Eufemia e di Squillace; poi crebbe in su, man mano

che smarrivansi i nomi de’ popoli parziali che v’abitavano, e quelli

di Saturnia, Tirrenia, Japigia, Ausonia, Enotria o terra dei venti,

datile dagli stranieri, e d’Esperia o terra occidentale, appropriatole

dai Greci, che per mare ne raggiungevano le piaggie meridionali.

Quando, nella guerra Sociale, otto popoli si strinsero in lega per

opporsi al predominio che Roma acquistava sui prischi abitatori, al

vocabolo municipale di Roma opposero il nazionale d’Italia, ampliandolo

sino ai fiumi Macra a ponente e Rubicone a levante. All’età poi degli

Scipioni già indicava l’intera penisola fino alle Alpi[2], terminando

ad oriente all’Arsia verso l’Illiria, e al Varo verso occidente.

[CONFINI]

Tali press’a poco ne sono oggi pure i limiti, entro i quali nella

parte boreale fra l’Alpi e l’Appennino pianeggiano sulla destra del Po

la Flaminia, sulla sinistra la Venezia, protraentesi nella penisola

dell’Istria; seguono la Lombardia ed a ponente il Piemonte, che si

elevano verso le alpi Cozie, Lepontine, Retiche, e verso l’Appennino

settentrionale, del cui duplice piovente si disseta la Liguria.

Questo bacino del Po, di ben settemila cinquecento miglia quadrate,

lenemente declive e a cordonate, vantaggiato di perenni fiumane e laghi

deliziosi, offrì alla stirpe di Caino il campo per grandi battaglie

che decisero le sorti della nazione e de’ suoi padroni[3]; e all’uomo

industre un esercizio d’interminabile solerzia e di assidua vigilanza

per domarvi i torrenti e regolare i fiumi, che, impoveriti ma non

gelati l’inverno, ogni estate traripano; sicchè basterebbero pochi

anni di negligenza perchè le ubertose pascione del Lodigiano e le

fiorenti pendici della Tremezzina e del Benàco tornassero ignudi greti

e deleteriche paludi, come divennero Baja e Pesto.

Maggiore dovizia di memorie storiche impronta i paesi della media

e della bassa Italia: la Toscana fra l’Appennino, il mar Tirreno e

il Tevere; il Lazio e la Campania sul mare stesso; poi su questo e

sull’Jonio e l’Adriatico e allo scarco degli Appennini l’Umbria, il

Piceno, il Sannio, l’Abruzzo, la Lucania, l’Apulia, la Calabria.

[LE ISOLE]

Quivi l’angusto ma profondo faro di Messina ne disgiunge l’isola di

Sicilia, estesa centottanta miglia da levante a ponente, centrentatre

da mezzogiorno a tramontana, e cinquecencinquanta di giro. Gli antichi

la dissero Trinacria dai tre capi; il Peloro, discosto appena tre

miglia dalla latrante Scilla di Calabria; il Pachino o capo Pàssaro,

verso la Grecia; il Lilibeo, che settantacinque miglia di mare

distaccano dal capo Bon in Africa. Elevantesi a terrazzi, alla cui

sommità fuma l’Etna, è divisa nei valli di Démona, Noto, Màzzara; il

primo lussureggiante d’alberi e frutti, gli altri di cereali, che

aveano meritato il titolo di granajo d’Italia a quell’isola, dove alle

scarse pioggie suppliscono profuse rugiade.

Oltre questa, ch’è la maggiore del Mediterraneo, molte isole fanno

ghirlanda all’Italia, e primarie quelle di Corsica e Sardegna. In

quest’ultima si sublima il Gigantino, e si stendono le late pianure

di Ozieri e Campidano, e sopra i vulcani estinti pompeggiano selve

d’aranci e limoni, e superbi alberi di ulivi, di melogranati, di pepe,

di carrube.

Segue l’arcipelago toscano, ove la tufacea Pianòsa, la calcare

Palmajòla, le isole granitose del Giglio e di Montecristo, e le irte

Gorgòna e Capraja; e maggiore l’Elba, madre del ferro, le cui roccie

cristalline e stratiformi decomponendosi preparano vigoroso nutrimento

a lecci, querce, castani, noci non solo, ma agli aloe, al fico opunzio,

alla palma dattilifera.

[ISOLE]

Nell’arcipelago Circeo emergono la trachitica Ponza, Palmarola,

Ventotene; nel partenopeo Capri, Prócida, Ischia, che gli Eretrj

dovettero abbandonare pei tremuoti e per le eruzioni del terribile

Epoméo. E tutte plutoniche sono le isole dell’arcipelago eolio, Salìna,

Vulcana, Stròmboli, Villamica, Astica, e maggiore di tutte Lìpari, da

cui si tira tutta la pietra pomice. Dall’Adriatico sporgono le isole

Diomedee (Trémiti) e le cento su cui sorge Venezia. Alcuno v’aggiunge

le otto Égadi, di cui la più vasta è Favignana; le tre Pelagie, in cui

Lampedusa; e il gruppo di Calipso, cioè Malta, Gozo, Comìno, che le

recenti classificazioni ascriverebbero al mare africano, e che forse

sono frammenti d’una grand’isola aderente alla Sicilia.

[ETÀ GEOLOGICA]

La storia geologica dell’Italia concorda colla generale dei continenti,

dallo stato embrionale svolgendosi per forze naturali, operanti in

un’infinità di secoli. Il primo comparire della vita coincide colla

prima fisionomia de’ suoi terreni: e le reliquie fossili servono alla

storia primitiva del globo come le medaglie a quella della società.

Già il Boccaccio poneva mente alle conchiglie petrificate dei colli di

Certaldo; ma quella che era vaghezza di curiosità, divenne rivelazione

d’arcane meraviglie dacchè il Soldani, fin dal 1780 prevenendo le

sottilissime indagini di Ehrenberg, in ducentottantotto grani d’una

pietra delle colline di Perlascio numerò diecimila e ducenventiquattro

nautili e ducentrenta ammoniti, pesanti centottantun grano; il resto

frantumi di conchiglie e spine di echini. Appena col microscopio si

riconoscono i testacei dei colli di Siena e Volterra e della Lombardia;

intantochè iguanodonti si dissotterrano dal cretaceo inferiore degli

Abruzzi e del Gran Sasso, ossami di mastodonti, tapiri, daini,

rinoceronti, ippopòtami e zanne elefantine nel val d’Arno, massime

dal renaccio a Montanino, con frutti oggi maturanti soltanto nella

Luigiana, e con bestie della Siberia; enormi rettili sauroidi, impronte

di lepidoti e semionoti ed ammoniti appajono fra gli strati di schisto

intorno al lago di Como; di pesci fossili sono impastati Pietra Roja

nel Napoletano e il monte Bolca nel Veronese; il colle miocenico di

Superga è un cimitero di specie perdute; cetacei e lamantini scopronsi

in cento luoghi, e caverne rinzeppate d’ossa ferine, ed erti banchi di

denti, di cui alcuni fin di venti metri di lunghezza e di uno e mezzo

d’ampiezza. La grotta di San Ciro presso Palermo, colma di avanzi

fossili, a sessanta metri sopra il mare è traforata e incrostata di

serpule e litodomi che vivono solo alla superficie delle acque. Un

migliajo di metri sopra il mare ad Ascoli nel Piceno tu incontri

potenti strati di marmo tufaceo, il quale non potè formarsi che in

fondo a un lago scomparso; e così in cima alla montagnuola di Civitella

del Tronto, e alla sorgente del Volturno in Terra di Lavoro.

Su queste reliquie, fra questi accidenti i geologi or creano, or

impugnano ipotesi, fra le quali fortunatamente non è obbligato

invilupparsi lo storico. Esaminando i fondi calcari coperti di

conchiglie siluriane, le effimere terre coperte di intatte foreste

nell’età carbonifera, l’avvicendato inondare e ritirarsi del mare,

le piante terrestri conservate nel trias nell’epoca giurassica,

essi argomentano che i fondi del mare oscillavano di continuo,

sicchè talvolta si ebbero mari interni chiusi, tal altra il libero

mare portava fin sulle maggiori alture le spugne e i coralli. Poi

all’età della creta il fondo dell’Italia si parte in due regioni; a

settentrione una formazione littorale di gneis e calcari marnosi, con

alghe, conchiglie, puddinghe quali vedonsi nelle Alpi, nelle colline

della Brianza e del Varesotto, nell’Appennino settentrionale e nella

Toscana; a mezzodì i lidi della Dalmazia, il Capo Gargano, la Sicilia.

[ALTERAZIONI GEOLOGICHE]

Nè l’Italia era ancora conformata, nè avria potuto resistere agli urti

di quelle onde immense; essa appare solo nell’età terziaria, quando in

seno al libero mare si formano gli Appennini. Quali cause portarono

l’età dei ghiacci? come essi spiegano i nostri laghi, le smisurate

morene, i giganteschi trovanti? come comparvero le grandi isole ed

ultimo il gigantesco bastione granitico delle Alpi? Avanzavano ancora

grandi laghi dolci in quelle che l’uomo (allora non per anche nato)

denominò val d’Arno superiore, val d’Elsa, val di Chiana, ed in altre

della Toscana, dell’Umbria, dell’Abruzzo, sulle cui rive pascevano

quelle strane specie d’animali, di cui perì la razza. Dalle correnti

furono dati al terreno italico la configurazione fisica e il rilievo

presente a un bel presso; e concentrato il fuoco sotto una crosta di

terra sempre più solida, ridotte le acque a comune livello, l’atmosfera

si disnebbiò, il suolo venne asciugandosi così, da potere appropriarsi

a stanza dell’uomo.

Chi questi fenomeni sgranati saprà con potente sintesi riunire così,

che rivelino le rivoluzioni del nostro suolo prima che l’uomo vi

venisse a lavorare, soffrire, meritare?

[TRADIZIONI MITICHE]

Neppure dopo che la parola sonò vi mancarono grandi sovvertimenti, che

troviamo talvolta adombrati in favole e tradizioni. Forse quando, rotte

le dighe dei Dardanelli e di Calpe (evento fisico, personeggiato nel

mito di Ercole), si congiunsero l’Oceano, il Mediterraneo, il mar Nero,

l’acqua coperse contrade già fiorenti d’agricoltura e di città al lembo

dei nostri monti, dei quali non soprastettero che le vette. Tradizione

più recente e il nome di Reggio[4] farebbero indurre che dall’Italia

abbiano con improvviso strappo divelta la Sicilia le correnti,

favolosamente pericolose nel Faro. Fors’anche le isole Eolie aderivano

alla Calabria lungo la costa dal Pizzo al capo Vaticano; e fra i due

golfi di Squillace e Sant’Eufemia s’imboccava un canale traverso

all’Italia, in modo che restasse isola la Calabria meridionale[5]. Da

Camporeale a Monteforte potè fluttuare per quaranta miglia un lago,

donde ergevasi la Serra negli Irpini, ed isola era il monte Soratte.

[MUTAMENTI POSTERIORI]

La mitologica battaglia degli Dei con Tifeo nella Campania e ad

Enarime, cioè Ischia; Giove che, minacciato dai Titani, tre ne cava

fuori dal suolo, gli altri sobbissa, e ad essi sovrappone i monti di

Sicilia, non esprimono l’affondarsi di antiche e l’emergere di nuove

montagne? Il piano scabroso che divenne talamo a Roma, fu già seno

di mare, colmato da terreno plutonico: marne terziarie, ed arenarie

lacustri o marine miste a tufi ignei costituiscono quei colli e i

margini de’ laghi di Castel Gandolfo e di Nemi, impozzatisi entro

crateri estinti. Altri laghi invece si esaurirono, come quelli di

Baccano, di Monterosi, di Capena, d’Aricia, di Castel Savello, e il

Regillo presso Frascati, segnalato dall’ultima battaglia del patrizio

eroismo romano: il travertino a’ piedi delle montagne di Tivoli non

potè esser prodotto che in fondo a un lago, del quale sopravanzano i

piccoli dei Tartari e della Solfatara[6].

[VULCANI]

E d’un vulcano ci pare indubbio simbolo quel Caco, che in Virgilio

vomita fuoco[7]. Un cranio rinvenuto in un letto di pozzolana di monte

Mario, un gran lenzuolo chiuso nel peperino del monte Albano, un antico

ossario sotto alle lave di questo vulcano, testimoniano di mutamenti

avvenuti dopo che v’abitava gente consociata. E ben venticinque vulcani

tu potresti numerare in doppia tesa da Verona fino all’Etna, i quali

ancora si manifestano dove in crateri ignivomi, come a Stròmboli,

all’Etna, al Vesuvio, il più attivo d’Europa, dove in soffioni e mufete

e borborismi e bulicami, o ci lasciarono di sè testimonianza nella

forma del suolo e nelle sovrapposte stratificazioni. Napoli e Cuma,

fondate undici secoli avanti Cristo, posano sopra quattro scanni di

lava; e convien dire che da lungo tempo tacesse il Vesuvio, se non si

dubitò di piantare così vicino ad esso una città. In fatto i Greci,

sebbene ne conoscessero la natura, non ne ricordavano alcuna eruzione;

eppure Ercolano sorge sopra una lava simile a quella che lo sepellì,

e con vestigia di coltivazione. In quella vece ardeva il Voltùre,

spingendo lava e ceneri sino al limite orientale degli Irpini; tutta

ignea è la vallea del Garigliano; e attorno a Napoli si additano ben

ventisette fumajuoli estinti, de’ quali uno a Capodichino, l’altro a

Capodimonte, uno a Sant’Elmo e a Pizzofalcone, due al Posílipo, altri

a Soccaro, a Pianura, a Fuorigrotta nel monte de’ Camáldoli; i laghi

Lucrino, Averno e d’Agnano furono crateri; a dir solo i più manifesti,

se ne riscontrano al monte Gauro, a Cuma, al Marmorto, al capo Miseno;

Procida aderiva ad Ischia; e il nome de’ Campi Flegrei esprime

abbastanza la natura del semicircolo che s’arcua fra Gaeta e il capo di

Minerva.

[ALTERAZIONI POSTERIORI ALL’UOMO]

Poco innanzi al tempo di Plinio era sorta dal mare la Liscabianca,

una delle isole liparee; poi nell’età di Tolomeo due altre, Dátoli e

Basiluzzo; e mentre a ricordo storico quattro sole se ne contavano,

ora quelle isole son dieci; e noi stessi vedemmo, nella secca del

Corallo fra Pantellarìa e la città di Sciacca, emergerne una nuova, poi

scomparire. Nel 1538 di mezzo al lago Lucrino in pochi giorni si elevò

quel che ancora denominiamo Montenuovo.

Nei contorni di Acireale in Sicilia il canonico Recúpero riconobbe

sette scanni di lava, alternati con un erto terriccio. L’inglese

Brydone, pubblicando nel 1773 quest’osservazione nel _Viaggio per

la Sicilia e Malta_, argomentò che a formare un tal letto vegetale

occorrono almeno duemila anni; laonde quella montagna deve contarne

quattordicimila. L’asserzione fu raccolta avidamente in un tempo, in

cui ogni scienza arrolavasi per isbugiardare il genesi mosaico; ma

primieramente chi accerta in quanto tempo il terriccio si formi sopra

la lava? arida e nera vediamo tuttora la vomitata dall’Etna nel 1536,

mentre su quella del 1636 frondeggiano alberi e vigne; vene di terre

coltivate sono frapposte alle sei lave accumulate sopra Ercolano, della

cui distruzione conosciam l’anno appunto. Cadeva dunque l’arguzia

sillogistica davanti ad una migliore valutazione dei fatti, anche

prima che il valoroso naturalista Dolomieu verificasse nessuno strato

vegetale interporsi alle lave di Jaci[8].

Consta che a volta a volta ridestaronsi alcuni vulcani; Archippa in

età remota andò sommersa nel lago Fúcino; altre irruzioni distrussero

nella foresta Ciminia una città, e quella de’ Volsinj, ed una

chiamata Sucinio da Ammiano Marcellino, tanto antica che nessuno ne

fa ricordo. Era tradizione che Aremulo Silvio re d’Alba (863 a. C.)

fosse colla reggia inghiottito da una fauce del monte Albano, e Dionigi

d’Alicarnasso aggiunge si notavano ancora nel lago i ruderi del suo

palazzo: sotto quel di Bracciano additavano una città sobbissata, di

nome ignoto: nè d’altra indole doveva essere la voragine spalancatasi

nel fôro romano, entro la quale si precipitò Curzio: Tito Livio trovava

riferito negli annali di sassi piovuti a Vejo, sull’Aventino, sul monte

Albano, ad Aricia, a Lanuvio. Novantun anno avanti Cristo due montagne

a Modena parvero avvicinarsi, e forse allora inabissò la città che

giace sotto alla presente; il monte Epomeo divampò in modo, che le mura

di Reggio ne ebbero conquasso.

[ACQUE]

Nuovi cambiamenti portò l’allungarsi dello sbocco dei fiumi. Le paludi

Pontine erano mare fino ai monti di Sezze, Sermoneta, Vellétri, ed

isola il promontorio Circeo. Le maremme da Pisa fino ad Orbitello,

comprendenti il delta dell’Arno e le spianate ove impigrano la Cécina,

la Cornia, l’Ombrone, l’Albenga, da pochi secoli furono sottratte al

mare: a Rutilio Numaziano nel iv secolo, navigando rasente il lido

etrusco, erano visibili gli avanzi di Populonia, or posta troppo

addentro ne’ morbiferi pantani di Piombino e Scarlino: e la Tavola

Peutingeriana, del secolo iii, fa sboccar l’Ombrone fin presso alla

via Aurelia. Sembra il Tirreno flagellasse le mura di Tarquinia, che

ora ne dista tre miglia: Luni e Lavenza sedevano sul mare, cui lambiva

la via regia, or separatane da un miglio o due. Pisa da Strabone è

collocata a tre miglia dal mare, a quattro nel 1173 da Beniamino di

Tudela, mentre ora è a sette. Trajano costruì allo sbocco del Tevere il

porto, che oggi dista duemila ducento metri dalla riva; e cinquecento

cinquantaquattro una torre fabbricata da Alessandro VII sulla marina.

Tiensi per dimostrato che l’Arno presso Arezzo si dividesse in due

bracci, un de’ quali colava al mare per Firenze e Pisa, l’altro pel

val di Chiana confluiva nel Tevere; finchè le alluvioni de’ torrenti

tributarj a quella valle, o sollevamenti di terreno separarono i due

bacini. Certo il val d’Arno superiore fu un lago, sfogatosi poi per la

rotta, che ancora da ciò serba il nome d’Incisa; come di Ripafratta una

strozza, che nei colli di Filettole e Castiglioncello squarciarono le

acque del Serchio e dell’Ozzeri.

[ONDEGGIAMENTI]

Anzi sembra che oggi stesso la crosta terrena in molte parti si elevi

e si adimi, secondando la marea dell’ignita lava sotterranea. Molte

città e regioni ne portano testimonio in edifizj o depressi o rialzati;

ma il più bizzarro sono le colonne del tempio di Serapide a Pozzuoli,

non solo affondate ora nel mare, sopra il cui flusso posavano, come

l’attestano i sottoposti scoli, ma a grande altezza traforate da

folladi e terebratule, cui abitudine è di rimanere alla superficie

dell’acqua: sicchè fu un tempo in cui anche la loro base sovrastava

alle onde, ed uno in cui vi era sommerso lo scapo fin a metà[9]. Tale

prova si ripete all’occhio indagatore per tutto il delizioso rivaggio

di Baja e Posílipo, e nella roccia calcare di Gaeta e del capo Circeo,

convincendo che quelle terre giacquero fin otto metri sotto all’acqua.

Ma che? i litofagi stessi nel golfo della Spezia non lasciano traccia

al disopra dell’odierno fior d’acqua; prova che l’ondeggiamento non

ebbe luogo colà, o nei molti edifizj lungo quella costa, mentre la

torre di Santa Liberata a capo Argentaro, certo fondata in asciutto,

ora sta sotto al mare; e le paludi mostrano le une avvallamenti, le

altre elevazioni di terreno. Qual induzione trarne dunque? che non v’è

uniformità nel rigonfiarsi e deprimersi del littorale, ma la crosta è

tuttora flessibile, e soggetta a parziali ondeggiamenti.

[ONDEGGIAMENTI]

Di queste disquisizioni c’imputerà solo chi non conosca quanto i

procedimenti d’una nazione, non diremo dipendano, ma si assettino

alla natura dei luoghi che occupa. E però seguitando diremo come

l’Italia continentale dovette lunga stagione rimanere in balìa del Po

e degli altri grossi fiumi, i quali, filando da ghiacciaje alpine,

lasciarono l’impronta del loro dominio nella profonda ghiaja alluviale,

sottostante alla ubertosa belletta della Lombardia e dell’Emilia;

e scarnando i monti, elevarono pianure, colmarono valli e seni, e

spinsero molto addentro nel mare le colmate; opera che proseguono

tuttora a malgrado dell’arte.

[ALTERAZIONI MODERNE]

Vuolsi che nella pianura padovana fluttuasse il mare, da cui sporgevano

a guisa di spòradi i colli Eugànei, gruppo trachitico isolato fra

terreno terziario d’alluvione, e presso ai quali si colloca la

caduta di Fetonte, cioè forse una pioggia di materie vulcaniche e

d’aeroliti. Il Modenese pure, sospeso sovra acque correnti, dovette

formarsi per rialzamento progressivo[10]; e le sue salse eruttano

ancora fanghiglia, acqua salmastra e gas idrogene carbonato. L’Adige

fin verso il 600 dopo Cristo lambiva i colli Eugànei, per isboccare al

porto di Bròndolo. V’è chi sostiene il Po scendesse alla marina cento

miglia più addentro d’adesso, talchè, dopo l’imboccatura del Taro ove

cessa di voltolar ciottoli, fosse tutto maremma quel delta, che or

accomuna in parte anche coll’Adige. La laguna estendevasi da Aquileja

fino a Ravenna, ai confini padovani allargandosi ben trenta miglia,

di maniera che riceveva tutti i fiumi dal Po all’Isonzo; i quali poi

coi loro interrimenti finirono a distinguerla nelle tre di Aquileja,

Venezia, Comacchio. Pel ventaglio del Po, sette canali scaricavano

questo fiume a mezzogiorno di Ferrara; poi assottigliatisi i due

principali di Primàro e Volàno, s’aprì un nuovo corso avvicinandosi

all’Adige in modo da minacciare l’esistenza eccezionale di Venezia, se

col taglio di Portoviro non gli si fosse schiusa la gran vena del Po

grande[11]. Certo de’ terreni, ove il re de’ nostri fiumi liberamente

spagliava, or è mutata del tutto la faccia. Il porto di Ravenna, che

bastava a ducencinquanta vascelli dell’impero romano, Jornandes, che ne

fu vescovo nel VI secolo, lo vedea convertito in giardino; ed ora la

città dista quattro chilometri dal mare; venticinque Adria da quello

cui diede il nome; e a gran fatica coi colossali murazzi Venezia si

schermisce dai fiotti che ostruirebbero i suoi canali.

[CONFINI E PASSAGGI]

Pochi paesi ebbero da natura frontiere così ben determinate quanto

l’Italia, per crescervi una nazione autonoma, dagli stranieri separata

pel mare e per le montagne: eppure da quello e da queste le vennero

continuamente abitanti, educatori, devastatori, padroni. Polibio, un

secolo e mezzo avanti Cristo, indicava quattro passaggi ne’ monti verso

la Gallia: uno per le alpi Marittime littorali, aperto vetustamente da

Ercole, e dove fu poi tracciata la via Aurelia; uno per le alpi Cozie

e la piccola Dora ai Taurini; il terzo pei Salassi di val d’Aosta

scandendo il monte di Giove, che ora è il San Bernardo; il quarto pel

letto del Ticino. I Romani poi resero accessibili nelle alpi Retiche le

vallate del Reno e dell’Adige, e nelle Carniche quelle del Tagliamento

e dell’Isonzo; a tacere il littorale adriatico, ove le montagne

si chinano fino al mare[12]. Lo svilupparsi delle coste per 5844

chilometri, con tante insenature e con eccellenti porti, e il riuscire

poco discosti dal mare anche i paesi dell’interno, rendono l’Italia

appropriatissima al commercio, e a divenire potenza marittima. Ma la

sua lunghezza di seicento settanta miglia dal Capo Rizzuto fino al

monte Bianco, ch’è la più elevata cresta d’Europa, sopra una larghezza

che varia da venti sin a trecento miglia; e tanti fiumi e valli che

la frastagliano, sembrano disporla a rimanere frazionata in piccoli

Stati, quale la sua storia ce la mostra, essendo fin a jeri mancata

di quell’unità di governo e di capitale, di cui si compiaciono altre

nazioni.

[GLI ASPETTI]

Di qui pure la portentosa varietà di aspetti, che vi ravvicinano il

clima di Costantinopoli a quello della Norvegia, vuoi in estensione,

vuoi in elevatezza; sicchè tu raccogli limoni e melagrani nelle ridenti

morene che fan piede alle alpi Retiche, sulle cui rapinose vette a pena

il camoscio raspa qualche lichene di sotto al gelo perpetuo; di nevi

s’incorona il Mongibello, le cui spalle sono sparse di scorie, e alle

falde non cessa mai l’estate; come delle Madonìe e del Montisori di

Sicilia un fianco biancheggia di neve, l’altro fiorisce di aromatiche

rarità. Di qui ancora la moltiforme vegetazione: il cupo verde delle

conifere spicca dalla corazza delle ghiacciaje, che il Cenisio, il

San Bernardo, la Spluga oppongono ai dardi del sole e all’avidità

de’ conquistatori; laghi cristallini, ricreati da freschi orezzi e

incorniciati dalla perenne letizia dei mirti e degli allori, foscamente

spiccanti dall’argentino ulivo, colla montana severità circostante

imitano il contrasto della gaja fanciullezza colla pensosa canizie;

a mezzogiorno deserti, ove rosseggia la ruvida soda spinosa; a

settentrione fragranti praterie subalpine nutrono api, mandre, pecore;

tra filari di gelsi cinesi e di pioppe pinate torreggiano in piano

le città lombarde; e in limpidi pelaghetti si specchiano giardini a

terrazzo, e poggi festonati di pampani quasi per una solennità, e

pergolati che schermiscono dalla canicola e dalle protratte aridità

del cielo splendidissimo; l’oro di migliaja d’agrumi rileva sul bruno

delle boscaglie nella Campania, nel Genovesato, nella Calabria;

boschetti di terebinto, di lentischi ombrano le tane de’ Trogloditi;

lance di àgave e spatole di cacti assiepano campi, dove pompeggiano

spontanei l’oleandro, il pistacchio, le palme a ventaglio e sublimi

canne; le roccie irte di fichi opunzj, e i carrubi, e gli aloe sorgenti

fin venti metri, e il castano che fa ombrello a cento cavalli, e i

datteri di Catania e di Girgenti avvertono la vicinanza dell’Africa;

la sorridente guardatura di Palermo e di Mergellina ti fa trovare

veramente, com’è in proverbio, _un pezzo di paradiso caduto in terra_.

E quando d’un’occhiata abbracci Italia e Sicilia, e tante rade e tanti

seni, opportunissimi al comunicarsi della civiltà e delle produzioni;

e tanta ricchezza di minerali, tanti agi del vivere, tanti vezzi che

invitano d’ogni plaga gli invidianti stranieri, i curiosi del bello,

i pellegrini dell’intelligenza; e città sepolte sotto i lapilli, o

dimentiche fra gli scopeti e le macìe; ed altre già frequentatissime,

or da pochi e poveri abitate; e i porti, da ciascuno dei quali uscivano

cento navigli, ed ora appena schiusi a qualche barca peschereccia; e

misteri dell’arte non meno stupendi di quei della natura; e memorie

d’ogni gente che da settentrione e da mezzodì venne a bagnarla col suo

sangue e col nostro; e una città eterna, che signoreggiò il mondo prima

per la forza, poi per le leggi, indi per la religione: allora ti senti

preso di maggiore affetto per un paese di glorie privilegiate e di

privilegiate sventure, e che tre volte risuscitato dalle proprie ruine,

nell’operoso silenzio rifà le ali della speranza.

[LA STORIA]

E poichè un popolo tanto più sente la propria dignità quanto è più

lungo il tempo a cui dilata la sua storia, diventa un dovere di pietà

lo studiar quella degl’Italiani dai primordj fino al presente. E

quanti già la raccontarono! eppure senza toglierne la voglia ad altri,

avvegnachè ogni età abbia un linguaggio suo proprio, ogni autore un

proprio modo di scorgere, di connettere, di valutare i fatti, pur beato

chi può dire,—La patria ha inteso il mio!

E noi, quando giovinetti domandavamo ai maestri una storia d’Italia,

approvata dai dotti, intelligibile agli indotti, accettata dalla

nazione, e non ce la sapevano indicare, un eccelso concetto ci

formavamo di questo lavoro di memoria, d’immaginazione, di giudizio,

di sentimento; e che a compirla bisognasse raccogliere con erudizione

sicura e vagliare con logica sagace le sempre crescenti notizie; le

quistioni affrontare con intrepidezza, risolvere con imparzialità;

ostinarsi a scoprire, accertare, depurare il vero, volerlo dir tutto, e

non dire che quello; evitare i luoghi comuni, pur senza avventarsi nei

paradossi, nè sostituire alle osservazioni l’intuizione, alla indagine

le divinazioni e i presentimenti, alle particolarità vivificanti le

metafisiche generalità; non assegnare a grandi effetti piccole cause,

bensì spinger l’occhio nella storia interiore, di cui l’esterna è mero

riflesso; non credendola fatale ma neppure fortuita; nello svolgimento

de’ fatti cercar quello delle idee, l’eterna realtà sotto alle volubili

contingenze; non che disanimarsi a tanto spettacolo di miserie, di

bassezze, d’iniquità, a tante esperienze ove al desiderio fallirono

le forze o alle forze la perseveranza, riconoscere che la giustizia

e il senno di Dio si compiono anche mediante le ingiustizie e gli

sbagli degli uomini, e serbar fede a quel progresso cristiano, che,

dopo lunghe interferenze, si manifesta in una più giusta economia

della società, in una più chiara luce degli intelletti, in una più

saggia moralità delle azioni: credevamo infine si dovesse tutto esporre

con nettezza, calore, rapidità, atteggiando i personaggi col loro

carattere, avvivandoli coll’alito del loro tempo, non coi pregiudizj e

i risentimenti del nostro; aspirando a quell’originalità che deriva da

verità sentite e volute, espresse senz’arroganza, nella lingua meglio

intesa.

[LA STORIA D’ITALIA]

E ogniqualvolta alcuno si segnalasse nel tormentoso esercizio dello

scrivere, noi chiedevamo perchè non tessesse una storia d’Italia,

onde preparare alla nazione un altro pegno d’unità e di fiducia;

onde emendare la febbrile abitudine del leggere a corsa, del credere

o negare senza esame, del ricevere per consenso le immagini e le

impressioni, anzichè esercitarvi la propria attività; onde prevenire

alcuna delle rovinose temerità, che nascono da incommensurabili

pretensioni accoppiate con cortissima esperienza.

Principalmente noi v’incalzavamo quel venerabile nostro amico che fu

Cesare Balbo, il quale allora dai casi pubblici e dalle accoglienze

fatte ai primi volumi della sua _Storia d’Italia_ trovandosi gittato in

uno sconforto, da cui seppe poi bene rialzarsi, ci rispondeva:—In un

secolo che, educato sistematicamente nello spirito di parte, impugna

la verità conosciuta; l’incontestabile critica storica esinanisce

colla contestabile controversia politica; ciò che ha formato per

secoli la gloria e la venerazione dell’umanità, sacrifica alla parola

convenzionale che ogni giorno gli è suggerita da oracoli d’un giorno;

in un paese sprovvisto d’opinione pubblica, cioè di sentimenti

comuni alla più parte de’ pensanti; con una letteratura vagabonda,

ricca d’orpello, scarsa di bontà e d’amore; con una scienza isolata,

lineare, di meri dilettanti; con leggitori pregiudicati, creduli,

distratti, la cui pazienza a tutto indiscretamente ingojare infonde

la sfacciataggine di tutto dire: dove il sentenziar dei migliori si

rimette assurdamente a Tersiti, presuntuosi più quanto meno competenti;

dove, allorquando il grido de’ nemici accusa, il silenzio degli amici

condanna; dove nessuno coadjuva allo studioso, tutti cospirano a

menomargli quella fiducia che è la condizione d’ogni riuscita; tra

giovani che al grave e al serio preferiscono i dilettevoli nulla e

le ammirate inutilità, o che a vent’anni pronunziano scioperandosi

quella bestemmia di Bruto, che appena avrebbe senso dopo un’intera

vita d’azione; tra adulti che nulla vogliono dimenticare dell’antico,

nulla ammettere del nuovo; tra faziosi inesausti di ciance, il cui

applauso si carpisce coll’incensare l’amor proprio, coll’impudenza

nella ciurmeria, collo sfoggiare gagliardezza contro i deboli; tra

intolleranti che, per liberalità fattisi inquisitori, vogliono guardare

con un occhio solo, e mutilano la verità per costringerla entro la loro

forma; tra riazionarj d’esagerazione opposta, che vi denunziano agli

oppressori come contumaci, agli oppressi come codardi; tra avventati

che compromettono, e pusillanimi che rinnegano l’avvenire, perciò

aborrenti entrambi dall’esperienza; tra il bombo di passioni che non

s’illuminano, d’interessi che non si persuadono, come potrebbe sorgere,

come perseverare uno storico? Perocchè, oltre non professare altro

culto che della verità, altra passione che della giustizia, è dover

suo diffondere luce, benevolenza, abitudine del riflettere; salvare e

invigorire il senso comune contro il sofisma e l’utopia, cioè il falso

in pratica; difendere l’autorità senza vigliaccheria, la libertà senza

sovvertimento, l’ordine senza smentire la generosità e il progresso; e

di tutta l’opera sua fare un atto d’educazione morale e politica, un

esempio di coraggio civile, e di quella tolleranza che è la cortesia

della libertà».

Il calcolare le scabrosità di un’impresa è utile finchè se ne induca la

necessità d’adoprarvi tutte le forze; è viltà se scoraggi dall’usarle:

e mentre aspettando il grand’uomo e l’opera perfetta molti si consumano

in isterili rimpianti, perchè non confortarsi di quel proverbio che

_Chi fa a potere fa a dovere_? E senza reputarsi da più dei precedenti,

nè trovatore di fatti nuovi e di non più concinnati sistemi, uno

può assumere la storia d’Italia, purchè con buona fede, con volontà

perseverante, coll’affetto di chi parla della cosa più caramente

diletta, e insieme colla sincerità di chi teme che il dissimulare i

mali tolga di conoscere ed applicare i rimedj; simile a chi, presso ad

una madre che altri svenò, poi col sangue trattole scrisse _È morta_,

la esplora fra lacrimoso e venerabondo, se mai a qualche guizzo del

cuore potesse consolarsi che morta non è.

Da che _popolo_ divenne parola di partito, popolari si dissero lavori

impregnati di collera e d’orgoglio, vacillanti di principj, frivoli

di concetto, abjetti di forma, chiari forse ma come un ruscello che

al fondo lascia vedere il nulla, e dove l’autore si presta complice

d’insani pregiudizj e di ridicole pretensioni, anzichè elevarsi a

correggere le passioni vulgari, guidare i calcoli, i principj, gli

affetti tra l’abuso dell’esame e quello della credenza. Non a questa

popolarità aspirano i buoni libri; bensì a comparir decentemente fra

intelletti colti, fra donne che si educano per divenire educatrici, fra

studiosi che vi trovino lo stillato del senno, della dottrina, della

pazienza dei loro pari; fra cittadini che la patria amano da mariti

non da vagheggini; fra statisti che sanno la felicità d’un paese non

elevarsi solidamente se non fondandola sulle origini sue e sul suo

passato.

Dopo di ciò, l’autore abbandona l’opera sua a chi si senta il ruzzo

fanciullesco di dilaniarla, o il virile proposito di giovarsene per

compirne una migliore. È appuntato d’errori, di dimenticanze? accetta

la correzione, ringrazia dell’insegnamento, quand’anche vi manchino

quelle forme che gli danno o crescono valore. Trovasi bersagliato dagli

estremi opposti perchè, nè minace nè pauroso, rispettando quella degli

altri, pretende l’indipendenza del proprio pensiero, e fra due abissi

si equilibra soltanto sulla propria coscienza? ascolta a questa che

gl’intima «Vien dietro me, e lascia dir la gente»; e alle tribolazioni,

che oggi rendono opera espiatoria lo scrivere, si rassegna nel sentirsi

sicuro che, se forse ha taciuto cosa che pensava, non disse cosa che

non pensasse; certo di errare, ma non di errare apposta; e sovratutto

di aver amato e rispettato il proprio tema, e speratone alcun

giovamento ai compatrioti che con lui soffrono, lottano, confidano.

E a noi vogliano gl’Italiani perdonare se nei gravi anni ci perigliammo

a compiere l’opera, che fu l’esercizio e la mira de’ fiorenti; battendo

un sentiero corso da tanti, ma pur con passi nostri. Oh felice quel

talento che si guadagna le simpatie, a dispetto della frivola beffa

e della sistematica denigrazione! Ma se noi troveremo anche adesso

l’affettato frantendere, l’interpretare sinistro, la maliziosa

insinuazione, il petulante compatire; se si perseveri ad invidiarci

quella benevolenza dei connazionali, che invocammo unici mecenati nella

fatica, giudici nelle accuse, conforto nelle speranze, ci rimarrà qual

supremo compenso l’esserci procurato questo lungo colloquio col fiore

della nazione, con quelli che maturano per un avvenire più ragionevole,

più libero, più morale.

Il quale allorchè si schiuderà, sappiano almeno i nostri figliuoli che

noi lo vagheggiammo ancora in boccia; e ad inaffiarne il germe portammo

una stilla d’acqua che negavamo ai piaceri nostri e all’agevolezza del

rimanere in pace coi gagliardi violenti e coi fiacchi stizzosi.

CAPITOLO II.

Dei primitivi Italiani.

[ANTICHITÀ DELL’ITALIA]

Quell’amore di patria, che pare si acuisca quant’essa e più

immeritamente sventurata, e che cambia di pretensioni secondo la

passione del momento, potè asserire che l’Italia fosse da antichissimo

non solo abitata, ma incivilita a segno, che di là partissero i

dirozzatori della Grecia, dell’Egitto, perfino dell’India. Non v’è

paradosso, a cui non possa imprimere aspetto di probabilità una

erudizione o incompleta o mendace, la quale ignori o dissimuli gli

argomenti contrarj, contentandosi di soddisfare ai dilettanti, la

genìa più numerosa, e la più consueta dispensiera della reputazione,

che è l’orpello della gloria. Chi ben vede, a quella ipotesi[13] trova

repugnare e la natura dei terreni e le testimonianze storiche; alle

quali chi neghi peso quando avverse, non potrà appoggiarvisi quando

favorevoli.

I terreni dell’Italia peninsulare si trovavano (lo vedemmo or ora) allo

scarco orientale dell’Appennino occupati da paludi, e all’occidentale

sommossi da esalazioni vulcaniche; Adige, Ticino, Po e i cento loro

confluenti spagliavano a baldanza nella continentale, e il mare

penetrava ben addentro in quelle ora ubertosissime pianure.

Documenti di remotissima longevità dove si additano fra noi? La

storia più antica, l’ebraica, ci mostra l’Egitto, la Fenicia,

l’Arabia incivilite venti secoli prima di Cristo, e non menziona

tampoco l’Italia, bensì mette per fede quel che le moderne ricerche

d’etnografia, di linguistica e d’archeologia vanno confermando, che la

stirpe umana derivi da un ceppo unico e dal centro dell’Asia, donde

pe’ varj pendìi si diffuse in tre gruppi, distinti eppur fraterni,

designati col nome di Sem, Cam, Giafet. Il primo prevalse per senno,

e per avere conservato maggior quantità di tradizioni morali e

scientifiche: il secondo, segnalato per industria e cultura, precipitò

in tempestiva depravazione: il terzo, famiglia più rozza e meno

corrotta, dovea vantaggiarsi dei progressi delle altre.

Della gente giapetica una parte estendevasi nella penisola indiana e

nella Persia, mentre un’altra risalì al settentrione, e traverso alla

Scizia penetrò nell’Europa nostra. Le lingue parlate in questa, fra

cui la latina e l’italiana, s’annettono fra loro per tante affinità di

parole e di costrutti, che se ne costituì un solo gruppo, intitolato

indo-germanico, di cui le radici sono a cercare fra le misteriose

bellezze del sanscrito, lingua sacra dell’India. Che più? questa

ricchezza di frutti e di grani, quest’utile e dolce compagnia d’animali

domestici, non è indigena dell’Italia, ma seguì le migrazioni, mosse

dalla nativa Asia verso il nostro Occidente: nuova conferma al racconto

biblico.

[PRIME GENTI]

E già fu tempo quando le origini dei popoli non si voleano cercare

che dal genesi mosaico; Noè e suoi figliuoli doveano esser venuti a

popolare la nostra patria, e qualche nome che tenesse somiglianza co’

nostrali, bastava a stabilire una genealogia. Fu allora che il Morigia

faceva occupare l’agro milanese da Tubal figlio di Giafet, trentacinque

anni dopo il diluvio, e fondar la città d’Insubria, detta poi Milano;

che Bernardino Scardeonio empiva la Venezia con colonie menate dai

figli di Noè; che Noè stesso era fatto giungere in Italia dal Merula, e

quivi dal vino denominare Giano[14].

Chi più bada a queste baje de’ frati, nè a quelle degli eruditi che

voleano trar le origini ciascuno dal popolo e dalla lingua su cui avea

diretto gli studj, dai Fenicj il Mazzocchi, il Martorelli, oltre il

Giambullari, il Gelli e gli altri resi famosi col nome di Aramei; dai

Celti il Bochart, Guido Ferrari e il Bardetti; nè a quelle dei poeti,

che metteano Troja a capo di tutto?[15].

[L’ODISSEA]

Questa città richiama a mente lo scrittore classico più remoto e «primo

pittor delle memorie antiche». Omero, guidando il suo simbolico Ulisse

a vedere «i costumi e le città di varj popoli», undici secoli avanti

Cristo nomina i Siculi come primissimi abitatori del centro della

nostra penisola; ma descrivendo le coste di questa, indirettamente ne

smentisce antica la civiltà. Caduta Troja, Ulisse, cacciato dall’ira

divina fra i Lotòfagi del littorale africano, si propone di ritornare

ad Itaca sua patria, isola del mar Jonio. Imbarcato, drizza la prora

verso l’isola delle tre punte (_Trinacria_), la quale ricevette nome

dai Siculi; e presa terra presso l’ignivomo Etna, v’incontra Ciclopi e

Polifemi, cioè gente ferina e antropofago, «che non semina nè pianta,

non ha leggi, non adunanze, non navi, ma abita in antri, signoreggiando

sulla moglie e sui figliuoli». Campato dal costoro dente, uscito

dallo stretto di Messina, approda alle isole Eolie; donde coll’aria

di ponente traversa lo stretto che supponemmo si aprisse fra il golfo

Scilatico e il Lametico (pag. 16). Poi dai numi irati risospinto pel

medesimo varco, sale verso Lamo[16] nel golfo di Gaeta; e da un’altura

esplorando il paese, «non vi scorge ovraggio d’uomo nè di bue», ma solo

i fumi, probabilmente del Vesuvio. Alcuni de’ suoi seguaci, mandati

per informazioni all’abitato, vi trovano i Lestrigoni, giganti che

mangiano uomini, e lanciano pietroni enormi.

Perduta la maggior parte de’ compagni, e ripresa via, Ulisse afferra al

paese di Circe, che probabilmente è il monte Circeo, «isola circondata

dall’immenso mare» che poi interrotto formò le infauste paludi Pontine.

Circe, maga che trasforma gli uomini in bestie, cos’altro simboleggia

che il vivere ferino? Ed essa consiglia Ulisse di veleggiare col vento

di borea ai Cimmerj, ossia nella regione di Cuma napoletana che fu poi

così ridente, e che allora dinotavasi come regno delle ombre e dei

morti o delle sirene, cioè offriva campo agli sbizzarrimenti della

fantasia perchè sconosciuta[17].

[L’ENEIDE]

[LEGGENDA VIRGILIANA]

Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15) · 第 1 / 37 段