Carattere della fauna della Persia occidentale, in probabile accordo
colla formazione recente di quelli altipiani, e co’ dati geografici
dell’Avesta. — Materie a ricerche future.
La regione elevata circoscritta dalle ultime propagini del sistema
Tauro-caucasico e dall’Elburz a settentrione ed all’occidente,
dalla linea congiungente le scaturigini degli affluenti del Tigri
a mezzogiorno, ed a levante perdentesi nel gran deserto salato, è
una ben definita unità geografica, alla quale dovrebbe corrispondere
un qualche particolare stampo nella fauna e nella flora, ma questa
corrispondenza non si trova affatto. Sotto l’aspetto della fauna e
della flora, questa regione non è che una provincia di un assai più
vasto regno, che è il regno delle steppe, comprendente la Turania,
ossia la grande depressione Aralo-Caspica. La differenza di livello
fra gli altipiani della Persia occidentale ed il bacino del Caspio,
compensa in parte la differenza della latitudine; ma tra i due paesi
s’interpone, nella direzione quasi di un circolo parallelo, la catena
dell’Elburz, seguita per tutto il suo versante settentrionale dalla
oasi paradisiaca del Mazanderan e del Ghilan. Una grande continua
barriera di questa fatta, comportandosi come le altre catene principali
della superficie terrestre, dovrebbe servire di separazione tra due
faune sensibilmente distinte, eppure non separa nulla. V’è una assai
maggiore differenza nella fauna al di qua e al di là delle Alpi,
all’oriente ed all’occidente d’Europa, che non in quella al nord ed al
sud dall’Elburz.
La fauna della Persia occidentale si distingue prima di tutto per la
grande prevalenza di specie europee. Ma se bene si riflette, un gran
numero di queste specie, e nel caso nostro le più caratteristiche,
sono limitate all’Europa orientale, e sarebbero più propriamente da
chiamarsi specie dell’Asia occidentale, se lasciando noi il vezzo
di far centro del mondo il nostro gabinetto, riferissimo piuttosto
le specie ai loro veri focolaj naturali. La fauna della Persia
occidentale, priva di uno stampo suo particolare, è fondamentalmente
una fauna turanica. Quando io vidi in Pietroburgo la collezione fatta
da Karelin nelle steppe de’ Kirgisi, rimasi colpito dal trovarla in
gran parte costituita dalle medesime forme che io aveva osservate
nella Persia; cioè dalle stesse precise specie, o da specie fra loro
pochissimo differenti.
La Turania forma nell’Asia, dal punto di vista zoologico, il regno de’
Criceti, degli Spermofili, de’ Merioni, de’ topi saltanti (Dipus),
delle Otarde vere, delle Glareole, degli Ophiops, de’ Frinocefali,
degli Ablefari, degli Storioni, e di particolari forme di ciprinidi
(Abramis, Aspius, Pelecus).
Ora se il carattere turanico della fauna della Persia occidentale non è
puro, ciò non dipende dal miscuglio con tipi proprj a questa provincia
dell’Asia, ma da elementi venuti dal difuori, da paesi circonvicini. Ed
è poi di sommo interesse l’osservare come questi paesi abbiano concorso
con tributi differenti: le più orientali regioni dell’Asia con specie
di mammiferi e di uccelli; l’Africa coi rettili; il bacino dell’Eufrate
coi pesci. Infatti la tigre, ed il ghepardo si trovano in questa parte
della Persia al loro estremo confine occidentale; e lo stesso può dirsi
dell’_Otocoris penicillata_, dell’_Ammoperdix griseogularis_, e del
_Tetraogallus_[74]. Alcune specie meno decise, alcune razze locali,
manifestano parimenti ne’ loro tratti distintivi, rapporti della
medesima natura, così l’_Ovis Gmelini_ congiunge ai caratteri del vero
_O. musimon_ la cornatura del vero Argali dell’Altai[75]; le sue corna
cioè sono triquetre, colla faccia anteriore piana, non arrotondata
come nel mufflone? d’Europa. Così il mio _Picus khan_ collega il _P.
syriacus_ coll’_hymalayanus_; la _Motacilla alba_ è rappresentata da
una razza che fa passaggio alla _dukunensis_, e la _Budytes flava_ lo
è dalla razza melanocefala che predomina tanto nelle Indie. La stessa
derivazione orientale si dovrà forse riconoscere per altre specie che
dalla Persia si estendono verso occidente nell’Africa settentrionale,
come per esempio, il _Canis corsae_, la Jena rigata, il Leopardo,
il _Pterocles chata_, ed il _Pt. arenarius_ ecc. Tutto fa credere
che dal principio dell’epoca attuale il movimento estensivo della
specie di mammiferi e di uccelli, nel così detto continente antico,
prevalga nella direzione da oriente verso occidente. Lasciando da
parte gli animali che possono aver subita l’azione diretta o indiretta
dell’uomo, i pochi ma ben constatati esempi di nuove colonie fondate
a nostro propria testimonianza da qualche specie dell’anzidette due
classi, ne danno ampia dimostrazione. È troppo nota, per esempio la
diffusione del _Mus decumanus_. Il _Carpodacus erythrinus_, specie per
rispetto alla stessa Persia affatto orientale, si è da circa trent’anni
stabilito in Finlandia, ove era prima affatto sconosciuto. Tutti i
giornali zoologici hanno parlato in questi ultimi anni dell’emigrazione
del _Syrrhaptes paradoxus_, fin nell’occidente d’Europa, e della
nidificazione avvenuta di queste specie nel Jutland. Non v’ha dubio
che senza la persecuzione de’ cacciatori questa specie sarebbesi
definitivamente stabilita anche in Europa.
Basta soltanto percorrere l’elenco schierato nel precedente capitolo
per vedere quanto siano prevalenti il carattere africano nella fauna
erpetologia della Persia occidentale, ed il carattere siriaco nella
povera fauna ittiologica degli altipiani di questa regione.
Al cospetto di questi fatti si è tentati di credere che la Persia
occidentale abbia preso l’attuale suo assetto dopo che l’ordinamento
dei centri di diffusione delle specie era compiuto, come una terra
nuova e neutra colonizzata poscia da immigrazioni dalle terre vicine.
Si è tentati, dico, e ben riflettendo si trova che cedere a questa
tentazione è accostarsi alla verità.
Lo stampo caratteristico proprio della fauna e della flora è il
vero blasone geologico di un paese. Così, per esempio, quel grande
continente australe che ha preso il nome di Nuova Olanda, lungi
dall’essere una terra nuova, nella quale la creazione organica non
sia ancora pervenuta allo sviluppo che ha raggiunto negli altri
continenti, si deve ritenere come la terra più antica, come quella
che ha conservato ancora al giorno d’oggi il carattere primitivo di
una flora e di una fauna che nelle altre parti del mondo sono state
rinnovate per intiero da’ successivi cambiamenti geologici[76]. In
perfetta antitesi colla N. Olanda è la Persia occidentale. In questa
regione, geograficamente così ben limitata, la mancanza di un qualunque
carattere proprio, locale, nella fauna e nella flora, è una patente di
nobiltà nuova, di nuova origine.
Alla quale conclusione si giunge pure, ed anzi più speditamente,
per un’altra via, per un’altro genere di ricerche. Le poche ma
sufficientemente chiare e nette osservazioni che io ho potuto fare
nel mio viaggio, mettono in evidenza l’epoca recentissima di quelle
fasi geologiche, per le quali questa parte dell’Asia ha presa
l’attuale sua conformazione. È di somma importanza la sezione naturale
dell’alto-piano dell’Abhar, operata dal fiume nelle intercorrenti
sue piene. L’immensa formazione di tritume porfidico e marnoso onde
questo alto-piano risulta, vedesi molto chiaramente, presso Sainkalè,
sovraposta ad un grande deposito di argilla e sabbia in strati
regolari, orizzontali, contenenti in copia produtti dell’industria
umana, come cocci, ossa d’animali artificialmente rotte, frantumi di
carbone vegetale. Si può dire con certezza che l’altopiano dell’Abhar
è di formazione posteriore alla comparsa dell’uomo, quindi all’ordine
attuale di distribuzione delle più caratteristiche forme organiche. Che
gli altri altipiani della Persia occidentale, per la natura del terreno
e per la continuità così strettamente collegati con questo dell’Abhar,
non debbano far causa separata, è opinione talmente sostenibile, che la
contraria non potrebbe essere ricevuta senza molte valide prove.
I tagli del terreno da Sultanieh a Kirwah parlano abbastanza chiaro.
Qui non si tratta di depositi circoscritti, isolati, distinti, ma di
una sola continua formazione, di un terreno di trasporto disteso sul
fondo di tutto l’altipiano. Sull’epoca sua più o meno antica, per
rispetto ad altre formazioni consimili di Europa, si può discutere,
ma già soltanto per la sua estensione e grossezza, in nessun rapporto
con cause locali possibili od anche soltanto immaginabili dell’epoca
attuale, non si può esitare ad applicare la denominazione di terreno
diluviale a tutto il deposito di ghiaja e sabbia disteso in questo
altipiano sotto il limo delle steppe. Non resta più che a cercare
in questo terreno qualcuna di quelle che si chiamano _medaglie della
natura_, come sono i denti di elefante e di rinoceronte, e le accette
di pietra nel famoso terreno di Abbeville. Ora qui abbiamo qualche
cosa di egualmente solenne ed incontrastabile, qui abbiamo gli strati
argillosi di Sainkalè con sì chiare e numerose traccie dell’industria
romana. Anzi riprendendo qui in esame i fatti già esposti, e i diversi
livelli di Sultanieh, Sainkalè, Kurremdereh, e Kirwah, si trova che
il gran deposito di ghiaja e sabbia di questo altipiano ne ha occupato
particolarmente il più basso fondo, assottigliandosi verso i lembi, ove
il terreno era più elevato; ed ivi ricoprendo strati preesistenti, con
avanzi dell’opera umana.
La località di Sainkalè è da prendersi, allo stato presente come punto
di partenza per le questioni che si vorrebbero trattare sul terreno
di trasporto degli altipiani della Persia occidentale. Gli strati di
argilla, con frammenti di carbone vegetale e di stoviglie grossolane,
ivi ricoperti da uno strato di ghiaia e sabbia che si continua e prende
uno sviluppo crescente a livelli inferiori, costituiscono un orizonte
geologico di una chiarezza incontrastabile.
La formazione di questa gran massa di terreno di trasporto, non
potrebbe, a mio avviso, essere considerata come un fatto isolato,
locale, senza contraccolpo in Europa. Io sono ben lontano dall’avere
come dimostrata l’opinione la quale considerasse, per esempio,
l’oramai celebre terreno di trasporto di Abbeville come dovuto a
cause affatto locali; ma ben si può dire che l’opinione contraria
non emerge necessariamente dalla posizione di questo terreno; e lo
stesso può ripetersi di altri depositi corrispondenti, situati a
pochi metri di altezza sul livello del mare. Qualora non intervengano
altre considerazioni in contrario, l’azione della causa che li hanno
produtti, potrebbe imaginarsi ristretta ne’ limiti di determinati
bacini. In Persia la cosa è ben differente: là abbiamo una molto estesa
formazione detritica a grande altezza sul livello del mare. Prendiamo
per ora i soli limiti nei quali questa formazione fu da noi presa in
speciale considerazione; cioè i due estremi di Sultanieh e di Kirwah,
distanti fra loro in linea retta dai 70 agli 80 chilometri. Dalle
osservazioni ipsometriche fatte accuratamente ad ogni stazione dal mio
amico e collega prof. Ferrati, risulta che Sultanieh è all’altezza
di 1860 metri sul livello del mare, Sainkalè 1724, Kirwah 1450. Ora
la causa produttrice di una così sterminata irruzione di aque, come
quella che era necessaria per formare a tanta altezza un tale deposito,
non può a meno che aver avuto un assai esteso perimetro di azione. Ed
anche supponendo questo deposito formato ad un livello inferiore, poi
sollevato lentamente e per gradi, si può subito scorgere che questi
cambiamenti pei quali si costituirono infine al posto e coll’estensione
attuale gli altipiani della Persia occidentale, non possono non aver
spiegata una influenza anche sul clima dell’Europa.
Alla formazione de’ terreni di trasporto dell’Europa centrale ha
contribuito in gran parte l’azione dei ghiacciaj e di correnti parziali
da questi direttamente provenienti. Io ho già avuto occasione di notare
l’enorme sviluppo de’ cumuli di tritumi nell’Elburz, ma la assoluta
mancanza di massi erratici, e di formazioni corrispondenti alle morene.
Io credo che le rispettive antiche condizioni delle Alpi e dell’Elburz
siano veramente rappresentate da’ loro stati attuali: là sulle più
elevate creste nevi perpetue, sulle valli più elevate ghiacciaj residui
dell’antico periodo glaciale, qui invece, come ricordi di antiche
potentissime nevicate poche liste di nevi perenni entro i solchi ed i
valloncini de’ più elevati cumignoli. Soltanto dalla fusione di questi
grandi masse di nevi si potrebbe derivare l’ingente massa di aque
che ha lasciato il deposito diluviale degli altipiani della Persia
occidentale. Perchè il periodo _nevale_ della Persia non potrebbe esser
sincrono del più recente periodo glaciale delle Alpi?
Le osservazioni precedenti determinano l’epoca la cui gli altipiani
della Persia occidentale presero la estensione e la conformazione
del presente: fanno vedere che allorquando entrarono in azione le
cause formatrici di questi altipiani, già in alcune poche parti
abitabili del paese, ed in propagini delle regioni vicine l’uomo si era
stabilito, ed aveva raggiunto tale grado di coltura da saper lavorare
e cuocere le terre. La vita distrutta o cacciata durante il periodo
nevale ricomparve nel ricomposto paese, per immigrazione dalle terre
circostanti.
Qui non mi posso difendere da altri ravvicinamenti. I moderni
commentatori de’ libri sacri de’ Parsi convengono tutti nel riconoscere
nel primo libro dell’Avesta un monumento geografico di grande autorità.
Ora le province nominate in quel capitolo, ed anche ne’ susseguenti,
spettano tutte all’Iran orientale, al paese fra l’Indo, l’Oxus, il
Caspio, ed il gran deserto salato. Una sola provincia ne sarebbe
esclusa, l’Ayriana vaedscha, la creduta patria di Zoroastro, che i
più autorevoli iranologi[77] collocano all’esterno lembo occidentale
e settentrionale della Persia, cioè alle falde dell’Ararat. Della
regione frapposta, corrispondente appunto agli altipiani di formazione
recente, della Media e della Partia, non si fa cenno alcuno. Se
questo frutto degli studi de’ moderni iranologi è così sicuro quanto è
asseverantemente proclamato, ne risulterebbe una singolare coincidenza,
forse non affatto fortuita, fra la carta geologica della Persia
all’epoca immediatamente anteriore all’attuale, e la carta geografica
tracciata sui documenti dell’Avesta.
Un accordo fra l’interpretazione dell’Avesta e l’induzione geologica è
non meno apparente, ed a mio credere veramente fondato, sovra un altro
punto. Abbiamo veduto come, a spiegare la derivazione dell’ingente
massa di aque necessaria al trasporto de’ tritumi per gli altipiani
della Persia, sia forza ricorrere, se non ad un vero periodo glaciale,
di cui non v’ha nelle montagne dell’Elburz alcuna traccia, almeno ad
un periodo corrispondente di grandi nevate, rappresentate tuttora dalle
nevi perpetue sui più eccelsi culmini. Ecco ora nell’Avesta accennarsi
al dominio del gelo, alla desolazione del verno, nella provincia
dell’Ayriana vaedscha, per l’influenza di Arimane nella sua lotta col
genio creatore Ahura-Muzda. È estremamente probabile, a mio senso, che
le parole dell’Avesta, piuttosto che al freddo presente della regione
fra l’Arasse ed il Caucaso, alludano al freddo passato del periodo
nevale che ha dominato anche su tutta la catena dell’Elburz; così che
sotto la forma del mito, la storia avrebbe registrata una delle ultime
fasi geologiche per le quali la Persia occidentale ebbe il presente suo
assetto.
Io vedo perfettamente quanto sia il disaccordo fra queste idee e
l’opinione generalmente dominante sull’antichità rispettiva del periodo
glaciale e dell’origine della schiatta umana; ma io non saprei arrivare
a differenti conclusioni co’ fatti che mi stanno dinanzi alla mente.
Una circostanza da tenersi nel massimo conto si è l’analogia di
composizione fra alcune formazioni di sedimento della Persia,
indubitatamente naturali, e le formazioni reputate umane de’ _Tepe:_
limo, sabbia, cocci, carbone vegetale, ossa artificialmente rotte nelle
une e nelle altre, a Sainkalè, come a Sultanieh, come a Marend. Nuove
ricerche sui _Tepe_ sarebbero del più grande interesse, poichè, siccome
ho già detto, non si hanno intorno ad essi che assai indeterminati
e poco attendibili tradizioni, congetture emesse dietro la prima
impressione, e come alla sfuggita, nessuna ricerca veramente condotta
con metodo e con scopo scientifico. Lo stesso signor Brugsch che, per
la natura stessa degli studj nei quali si è acquistata una così bella
fama, avrebbe potuto addentrarsi di proposito in tale questione, non
fa che riprodurre, accordandole intiera fede, la volgare tradizione
che attribuisce quelle singolari formazioni ai ghebri, ossia agli
adoratori del fuoco e del sole, e le considera come gli altari de’ loro
sacrifizj. Ecco le sue parole.
«Nelle nostre escursioni in Persia, in nessun altro distretto del
paese noi ebbimo ad incontrare _tepe_ in sì gran numero, come in
questo tratto del nostro cammino (presso Rabbat-Kerim, sulla strada
che Teheran ad Hamadan). La ragione di ciò pare sia molto semplice.
Gli altari del sole doveano trovarsi in luoghi elevati, e perciò si
scieglievano nelle regioni montuose alture appropriate come piazze pei
sacrifizj, le traccie de’ quali, secondo la leggenda e le tradizioni,
sono conservate nelle vicinanze di antiche rinomate città. Noi
ricordiamo, a questo proposito, l’altare del sole sul monte dietro Rei,
quello sull’alto dell’Elwend presso Hamadan, e l’_Ateschgâh_ o tempio
del fuoco, presso Ispahan, alla sinistra della strada che da Hamadan
conduce all’antica residenza de’ re persiani. Ove i monti erano troppo
discosti, come nel distretto di cui parliamo, ivi presso le borgate e
le città stesse, venivano erette colline artificiali, sulla cui sommità
erano poscia accesi i sacri fuochi a Mithra (il sole). Noi non abbiamo
tralasciato di salire, all’occasione, di questi _tepe_, per meglio
esaminarli, e ricercarvi traccie dell’opera umana. Queste colline dalla
base piuttosto elittica che circolare, e dell’altezza dai venti ai
trenta piedi, sono terminati da un piano del perimetro dai quindici ai
venti passi, per tutta la sua estensione coperta di frammenti di vasi
in gran parte smaltati, e qua e là ornati di rozzi disegni»[78].
Io non posso contraddire al signor Brugsch se non in un punto,
il quale però sarebbe essenziale. Le sue osservazioni potrebbero
convenire per alcuni _tepe_, e specialmente per quelli sparsi nelle
steppe circostanti a Teheran, ma non per altri, e per esempio per
quello colossale di Marend, posto non solo in una contrada montuosa,
ma anche nel vano lasciato fra due elevazioni naturali. I frammenti
di vasi di terra accennati dal sig. Brugsch non sono nulla di
particolare ai _tepe_, ma si trovano dapertutto: Una cognizione
fondata di queste collinette non si può acquistare se non col
mezzo di scavi. Allora verrà dimostrato che non tutti i _tepe_ sono
identici nella costruzione, nè tutti spettano ad una medesima epoca,
nè tutti forse devonsi attribuire al medesimo modo di formazione. I
_tepe_ che al pari di quelli di Sultanieh e di Marend, racchiudono
strati con frammenti di ossa, cocci, e carbone vegetale, sono essi
pure di fattura umana? E come spiegare in tal caso la inclusione di
que’ materiali con distribuzione stratiforme, nella massa generale
composta di ghiaja, sabbia, e limo delle steppe? Il più volte mentovato
deposito di Sainkalè, sarebbe risultante da un nivellamento di antichi
_tepe_, accaduti prima della diffusione del terreno di trasporto
dell’altipiano?
Questi dati da me raccolti percorrendo rapidamente la linea delle
carovane nella Persia occidentale dimostrano almeno che in questo paese
si racchiudono materiali preziosissimi relativi alle più remote epoche
della storia umana, e fors’anche ai cambiamenti contemporanei nelle
condizioni del clima in una gran parte dell’antico continente. Possano
almeno i risultati apparenti dai pochi ma finora soli fatti messi in
luce, determinare a più ampie ricerche qualche viaggiatore padrone del
suo tempo e delle sue linee di escursione. Una ricca messe scientifica
coronerebbe le sue fatiche. Io non posso che raccomandargli ancora di
prendere la nostra stazione di Sainkalè come punto di partenza. Non
gli sarà difficile il riconoscerla a circa un chilometro all’ovest del
villaggio, ove la sponda destra dell’Abhar e per alcuni tratti tagliata
a picco. Poi non deve essere spenta così presto nella memoria degli
abitanti la ricordanza dell’accampamento dell’ambasciata italiana,
poi infine si troveranno ancora sul posto nel greto dell’Abhar, de’
_Kiökkenmöddings_ ritraenti il carattere di una civiltà tutta moderna,
nelle ossa lavorate dal coltello dello scalco e da denti diplomatici.