La navigazione sul Volga. — Sarepta. — Le due sponde del fiume. —
Kasan. — Nishnyi-Nowgorod. — Mosca. — Pietroburgo. — La Russia.
Il passaggio dalla state all’inverno è rapido nel mezzogiorno della
Russia. Noi eravamo ad Astrakan allo spirar di settembre; il sole non
si facea meno sentire che in Italia, e già le compagnie di navigazione
sul Volga faceano gli apprestamenti per l’inverno con una previdenza
che a noi parve eccessiva, ma che trovammo poi nel fatto pienamente
giustificata. Erano quelle, siccome già ci aveano detto, le ultime
corse regolari fino oltre Nishnyi Novgorod; e la loro durata, e la
loro tratta, dipendevano intieramente dal capriccio della stagione,
al quale non era prudenza per noi l’affidarsi. Adunque la mattina
del 29 settembre ci imbarcammo sul _Likoi_, disposti a passar undici
continui intieri giorni sul maggior fiume d’Europa, il bastimento
non era di primo rango, ma almeno eravamo noi i padroni delle celle
di prima classe, mentre sopra coperta v’era folla stipata di donne,
di contadini, di merciajuoli, ma sovratutto di soldati. La stagione
delle corse di piacere, se mai ve ne possono essere sul Volga, da vari
giorni era chiusa: il personale di servizio licenziato, rimanevano
soltanto un cuoco ed un cameriere per tutti i viaggianti di prima e di
seconda classe. I guasti dell’ormai spirata campagna, e per esempio i
vetri rotti alle finestre, erano lasciati stare, fino alle riparazioni
generali del maggio. Le celle non erano tampoco provedute di coperte,
mentre i russi puro sangue, affollati sul ponte, conoscitori del clima
del loro paese, erano già inviluppati nel loro bisunto _touloup_[79].
Il freddo delle notti si fece infatti subito sentire molto vivo, e
ben presto si prolungò nel giorno, sino a rendersi permanente, ed i
nostri mantelli, le nostre coperte erano insufficienti. Le provigioni
non mancavano a bordo: ve n’era ancora un abbastanza grosso avanzo,
e d’altronde sarebbersi potuto ogni giorno rifare. Ma il _sicciäss,
sicciäss_ (subito subito) che l’affacendato cameriere rispondeva ad
ogni nostra ordinazione avea finito per esser da noi tradutto in _fra
due ore_.
Poi v’erano altre dolcezze quotidiane. I piroscafi del Volga non
bruciano altro materiale che legna, e le grandi cataste sul ponte sono
presto consumate. Ogni compagnia adunque, tiene su tutta la tortuosa
linea del fiume, ripartiti a misurata distanza, i suoi depositi, ove
all’arrivo del battello sono già pronte schiere in massima parte di
donne, per rifar la provigione. Tutti i portatori, l’uno dopo l’altro
giunti sul ponte, e precisamente sovra le nostre teste, lasciavano
cadere di piombo il carico, attorno al quale altri s’affacendavano per
ricomporre la catasta, e non è dirsi il fracasso infernale, onde noi
chiusi come in una cassa armonica, avevamo straziati e timpano e nervi!
Questo trattamento ci toccava almeno due volte nella notte, che di
giorno sapevamo evitarlo, passando noi stessi a terra.
Con tutto ciò, e malgrado la tetra monotonia delle sponde del Volga,
la noja era bandita a bordo del _Likoi_. La lettura, il conversare, il
rivolgere il pensiero alle cose vedute, le impressioni nuove che pur
non mancavano e che ciascuno analizzava a suo modo ad alta voce, davano
pascolo al tempo.
Ma principale distrazione era per noi la vista della città lungo
questa grande arteria della Russia. Il giorno susseguente a quello
della nostra partenza approfittammo subito della opportunità di una
fermata di qualche ora per visitar Sarepta, distante circa una versta
dal fiume, nella bassa pianura coltivata, d’onde s’ascende subito ad
un immenso deserto. La città è piccola, raccolta, pulita, con belle
case ed una piazza a guisa di _square_. La sua popolazione di circa
3 mille anime è tutta tedesca. L’industria principale consiste nel
raccolto e nella manipolazione della senape, che poi viene spedita in
tutta la Russia. Vedendo molti passeggeri, che erano scesi con noi,
recarsi difilati e processionalmente alla farmacia, situata appunto
nella piazza, mi prese la curiosità; ed entrato io pure, vidi tutta
quella gente far ricerca di un balsamo che ci si disse godere di
immensa riputazione per tutto il paese all’intorno, come di una panacea
universale. Nessuno passa da Sarepta senza provederne per sè e pei suoi
amici. Ve n’ha di due forme, di unguento e di estratto liquido, ed il
più ricercato era l’unguento.
Altra più caratteristica singolarità di Sarepta è la perpetuazione
tradizionale, rispettata come sacra ed inviolabile, de’ vincoli
ond’eransi in origine legati i fratelli Moravi fondatori della
colonia. In questa isola segregata affatto dal tramestio di cupidigie
e di passioni della grande società europea, vige un sistema di
amministrazione generale dei proventi de’ singoli individui, che molto
rassomiglia alla famosa utopia de’ socialisti francesi.
A breve distanza di Sarepta è Tzaritzin, ove è la stazione del piccolo
tronco di strada ferrata che congiunge il Volga al Don. Il sobborgo
lungo il fiume è una bella fila di case di legno nuove ed eleganti. Qui
termina il governo di Astrakan.
Da Nishnyi Nowgorod fino a Tzaritzin la sponda destra del Volga è alta
e scoscesa, la sinistra invece depressa e piatta, tanto che i russi
chiamano la prima sponda montana, la seconda sponda dei prati, perchè
essendo soggetta alle ricorrenti innondazioni del fiume, è anche più
rivestita di pascoli. Già Pallas avea notata come costante questa
differenza di livello fra le due sponde in tutti i fiumi della Russia
meridionale. La mente perspicacissima del sig. di Baer cercandone
la ragione ha visto in questo caso particolare la manifestazione di
una legge generale, per lo addietro inavertita, che regola ne’ fiumi
la direzione della forza laterale della corrente, quindi la forma
del letto, in dipendenza del moto di rotazione della terra. Risulta
da questa legge che in tutti i fiumi dell’emisfero boreale l’azione
della corrente si esercita particolarmente sulla sponda destra, sulla
sinistra invece nei fiumi dall’emisfero australe. Questa azione è
sovratutto evidente nei fiumi aventi una direzione prossima a quella
di un meridiano, e ciò per ragioni facili ad intendersi, ma si deve
pure ammettere pei fiumi aventi la direzione di un parallelo. Le
osservazioni del signor di Baer hanno la data del 1853, e furono
publicate in Russia nel 1854, cinque anni prima che il signor Babinet,
senza citare alcun predecessore, trattasse questo medesimo argomento,
arrivando alle stesse conclusioni, nel seno dell’istituto di Francia
(_Comptes rendus_, vol. 49, 1859). Il signor di Baer ha in seguito
nuovamente esposte ed estese le sue osservazioni in una classica
memoria che forma il numero VIII de’ suoi _Kaspische Studien_.
Il giorno 2 di ottobre si fece altra più lunga fermata in Saratow,
grande città, con strade dritte, spaziose, intersecantisi ad angolo
retto, e magnifici fabricati, ma così deserta come non vidi mai altra
città al mondo. Per intiere strade, fin dove l’occhio poteva giungere,
non un’anima vivente. Saratow è centro di un governo. Il grande tronco
di ferrovia che la deve congiungere a Mosca, ed infondervi così vita
novella, era in costruzione assai inoltrata, ed ora, mentre scrivo, è
compiuto. Qui lasciammo il Likoi per passare sovra di un’altro molto
più elegante e spazioso battello, il Kasan, appartenente alla stessa
compagnia Samolet, la quale possiede non meno di 36 piroscafi sul
Volga.
Il giorno 5 visitammo la bella città di Simbirsk che due anni dopo
doveva esser intieramente distrutta per mano di quella terribile
ed occulta società di incendiarj che fa vedere fino a qual punto si
sa esser barbari in Russia, quando si vuol esser barbari, e contro
la quale a nulla finora valsero gli occhi d’Argo della polizia di
Pietroburgo.
Il freddo si era frattanto reso molto intenso. Nella notte dal 5 al
6 (ottobre) nevicò a larghe falde, e nella susseguente il termometro
scese a -7° C. Le sponde del nostro battello brillavano di ghiacciuoli.
La campagna era verde e gelata.
Io voleva veder Kasan, una della più importanti città della Russia,
presso l’estremo confine orientale di Europa. Mi era anche di
particolare interesse il far una visita al dottor Nicola Wagner,
professore in quella università, e chieder schiarimenti sovra la sua
scoperta della generazione delle larve in alcuni insetti (Cecidomine),
che trovava affatto miscredenti i naturalisti di Germania, ai quali
era stata communicata. Orio si lasciò facilmente sedurre ad essermi
compagno, e giunti allo scalo ci separammo dalla nostra brigata, che ci
avrebbe aspettati a Nishnyi Nowgorod.
Lungo la sponda del Volga si distende anche qui il solito sobborgo,
con qualche buona taverna, ed una lunga fila di botteghe di legno che
forma un vero bazar. La città è discosta tre verste che percorremmo
celeremente in _droschki_. La strada è da principio alquanto difficile,
ineguale, pantanosa per le ricorrenti piene del fiume, poi si fa larga
e piana fra una campagna vestita di boscaglie paludose; e passato un
altro sobborgo di ville signorili e giardini, si giunge ad un ampio
greto, solcato da’ rami di un piccolo fiume, la Kasanka, e che si
attraversa su di un lunghissimo ponte-terrapieno, terminante alla porta
stessa della città. Prima di giungere a questa ci colpì lo sguardo un
grande tronco di piramide, sorgente, dalla sinistra sponda del fiume.
È un mausoleo eretto in onore di Ivan Vassilievitsch e dei suoi prodi
caduti nella vittoria riportata sui Tartari.
La città di Kasan è grande, popolosa, con belle contrade e grandiosi
fabricati e si presenta assai pittorescamente anche di lontano, colle
sue case affollate su di un piccolo dosso. Gli abitanti sono ancora in
massima parte Tartari, perfettamente assimilati co’ loro conquistatori.
Il sole già prossimo al tramonto non ci permise che la vista esterna
del magnifico palazzo dell’università, della grande colonnata e
dell’atrio. Il prof. Wagner ci accolse cortesemente; mi espose pel
minuto la sua interessante scoperta, oramai confermata; e mi volle
anche fornire materiali affinchè potessi io medesimo, nelle rimanenti
ore di ozio sul Volga, verificarne alcuni particolari. Professor di
fisica alla stessa università è un italiano, il signor Bolzani; ma ci
mancò l’occasione di farne la conoscenza personale, non essendo egli
peranco di ritorno da Londra, ov’erasi recato per la grande esposizione
industriale. Alloggiammo all’albergo Resanoff, albergo di primo rango,
ove però non sono ancora introdotti i letti all’Europea. Il mattino
seguente, dopo altro giro per la città allo scopo anche di provederci
di difese contro il freddo, ritornammo al sobborgo alla sponda del
fiume. Mancava ancora da circa un’ora alla partenza del battello,
e passeggiando noi oziosamente lunghesso la fila delle botteghe,
scortane una di libri, entrammo. Non fu poca la nostra maraviglia nel
trovare quasi null’altro che produzioni della letteratura parigina
contemporanea, edizioni di Hachette e di Levy: qui, presso che alle
porte della Siberia! Per mio conto comperai un libretto di Alfonso
Karr: _la pêche_ che mi ha divertito assai, e per que’ saporiti frizzi
che piovono così spontanei dalla penna dell’autore delle _guèpes_, e
per una sequela di grosse castronerie che il buon Karr si è lasciate
sfuggire.
Dopo altri due giorni di navigazione, raggiungemmo finalmente i nostri
compagni a Nishnyi Nowgorod, la celebre città, ove si tiene la più
grande fiera del mondo. La città propriamente detta, sulla sponda
destra del fiume, elevata tanto da dominar di colassù grande estensione
di paese; vince in bellezza ed in amenità di situazione le altre
città del Volga. Ha un bel giardino publico, spaziose contrade, ed una
grande piazza che dà accesso al Kremlin, o cittadella, ampio recinto
contenente caserme e la residenza del governatore. A piè dell’altura,
in parte lungo il Volga, ed in parte lungo il suo confluente Oka, è
un grande sobborgo abitato particolarmente da mercanti. Una seconda
immensa città, nell’angolo compreso fra i due fiumi, tutta magazzini
e case di legno, scompartita in isolati regolari da lunghe contrade
rettilinee, è popolata soltanto durante la fiera, vuota affatto nel
resto dell’anno. Anche questa ora è diventata un mucchio di ceneri!
Io ed Orio ci recammo subito a far visita al governatore, pel quale
avevamo una lettera di presentazione. Il generale Alexis Odyntzoff ci
accolse colla più squisita cortesia, condita da una certa apparente
ruvidezza militare, e volle assolutamente che sedessimo a mensa colla
sua famiglia. V’erano, oltre la sua signora, due graziose bambine e
due istitutrici francesi. Si parlò della ricchezza del paese, della
grande fiera, e di viaggi. Seppimo in questa occasione che due mesi
prima erano passati per Nishnyi Nowgorod il signore e la signora di
Bourboulon, che erano venuti per via di terra da Pekino; dura impresa
per un uomo rotto alla vita del cavallo e della tenda, mirabilissima
per una donna.
La fiera di Nishnyi Nowgorod si apre ai 29 di luglio, e si chiude verso
la metà di settembre, non ad un giorno assolutamente fisso, potendosi
anche prolungare, come appunto avvenne nel 1862 oltre il termine
consueto. Le nazioni manifatturiere d’Europa vi sono rappresentate,
ma in scarso numero al confronto delle popolazioni asiatiche, de’
Tartari, de’ Kirgisi, de’ Tongusi, de’ Kamtschadali, de’ Mongoli, de’
Cinesi, de’ Persiani. Vi affluiscono tutte le produzioni del mondo
antico, dai tessuti di Manchester e dai giuocatoli di Norimberga,
ai cuoi della Tartaria, ai tappeti persiani, alle pelliccie della
Siberia, al thè della China. Quest’ultimo è anzi uno de’ principali
articoli. Quasi tutto il thè di cui si fa così esteso consumo in
Russia, è portato dalle caravane a questo grande centro di commercio,
sebbene ora vada prendendo piede la concorrenza della via di mare e
degli emporj inglesi. La fiera del 1862 fu delle più animate. Vi si
portarono mercanzie pel valore complessivo di 96 millioni di rubli,
e ne furono smaltite per 95 millioni. Mancando i mezzi ed il tempo
per l’applicazione di un più esatto metodo di statistica, si fece
approssimativamente il calcolo del numero delle bocche dalla quantità
di pane cotto nei forni in eccedenza della consumazione ordinaria, e si
giunse così alla cifra di 60,000 persone accorse alla fiera.
A Nishnyi Nowgorod eravamo finalmente ad uno degli estremi capi della
gran rete di ferrovie dell’Europa centrale. Fra gli impiegati alla
stazione trovammo un nostro compatriota, un genovese, che si adoperò
con molta premura a toglierci da molti imbarazzi, e primo da quello
della regolare consegna dei nostri bagagli.
Scendemmo alla stazione di Mosca al matino del giorno 11, ed ivi stava
aspettandoci un signore prevenuto dal nostro arrivo che, scortici alla
fisionomia, ci accostò rivolgendoci la parola un po’ in francese un
po’ in italiano. Era il signor Billo che ci offriva ricovero nella sua
_pensione_ nel quartiere della grande _Lubianska_. Fu una vera fortuna
per noi il non avere da fare altro che seguire il nostro ospite, il
quale, come un esperto capitano, con cenni e parole monche distribuite
qua e là, diede prestamente tutte le disposizioni che facevano al caso
nostro, e fattici salire in _droschky_ ci condusse di filo alla sua
casa, ove per la prima volta, dopo sei mesi, potevamo riconfortarci
di tutti gli agi di tutte le ricercatezze della vita materiale, non
richieste veramente dalle nostre ordinarie abitudini, ma dallo stato in
cui eravamo ridotti dalle febri persiane. Ne’ tre giorni da noi passati
in questa splendida metropoli il signor Billo fu tutto per noi, e
spinse la cortesia sino a volerci fare egli medesimo da Cicerone.
Le mura di questa immensa città portano scolpita la storia delle grandi
epoche della Russia. Nel 1300 Mosca era tutta compresa nell’angusto
perimetro dell’attuale Kremlin, difesa per un lato dal fiume (la
Moskova), e pel resto da una siepe, finchè in quel medesimo secolo il
gran duca Demetrio Donskoy non la ricinse di mura; le quali dovettero
sostenere numerosi assedj dai Tartari e dai Lituani, e distrutte infine
per le ingiurie degli uomini e del tempo, furono riedificate e munite
di torri sotto lo czar Giovanni III, per opera di architetti italiani.
Questo primitivo recinto fu presto insufficiente, crescendo rapidamente
la popolazione col costituirsi del novello impero: molte case sorsero
d’attorno, poscia tutte rinchiuse in un secondo muro di cinta,
che sussiste ancora e limita la così detta _citè_, (_Kilay-gorod_)
tutt’attorno della quale crebbero ne’ secoli successivi le più recenti
costruzioni che formano la massima parte della Mosca attuale.
Mosca ha veramente uno stampo affatto proprio, nelle costruzioni non
posteriori all’epoca di Pietro il Grande, e sovratutto nelle chiese e
nei conventi: ma negli edificj moderni va sempre più sacrificando il
carattere nazionale alla purezza dello stile, così che si trovano in
questa città le più strane e dissonanti associazioni, dal più mostruoso
barocco, nella cattedrale della Intercessione della Vergine[80],
all’estremo dell’eleganza e della magnificenza nel palazzo imperiale.
Fra le costruzioni moderne si distinguono i sontuosi palazzi dei
così detti baroni dell’aquavite, ossia degli arricchiti nell’appalto
dell’imposta sui liquori spiritosi, che forma una delle principali
rendite della finanza russa. Le case dei privati sono eleganti, ma
generalmente basse, di un sol piano oltre il terreno, il che determina,
per una sì grossa popolazione, la vastità dell’area occupata. Gli
edificj publici sono colossali. La cavallerizza, per esempio, è un
salone, col soffitto piano, avente non meno di 170 metri di lunghezza,
e 44 di larghezza, ove possono manovrare tremila cavalli. L’albergo
dei trovatelli è una città nella città, poichè vi si dà ricetto ed
istruzione a non meno di quindici mila derelitti. Una vera maraviglia,
un vero museo di grandiosi monumenti, è il Kremlin, il vaticano del
culto greco, il cuore di Mosca, come Mosca è il cuore della Russia.
Quattro cattedrali abbaglianti di stendardi ricchissimi, di imagini
sante, di candelabri, di oro e di gemme, il palazzo imperiale, il
palazzo del patriarca, gli arsenali storici della Russia, il tesoro,
sono, ciascuno per sè, un tale stipato assembramento di singolarità
stupenda, da sottrarsi ad ogni descrizione. Non esiste città al mondo
ove le chiese siano tante numerose come a Mosca. Non le ho contate, ma
fui assicurato esservene intorno alle quattrocento, ciascheduna con
molti campanili terminati da una cupola rigonfia, e questa alla sua
punta da una enorme croce dorata. Dal baluardo del Kremlin io rimirava
una sera per l’immensa città questa selva di torri crucigere. La vôlta
del cielo, d’un triste uniforme grigio, andava oscurandosi; solo verso
ponente una gran zona purpurea circoscriveva l’orizzonte. Quando il
sole vi passò nel suo tramonto, le croci dorate delle chiese brillarono
improvisamente di viva luce spiccante dal fondo scuro del cielo, e fu
per alcuni minuti uno spettacolo incantevole, come di un gran fuoco
d’artifizio per tutta la città.
Esiste in Mosca una celebre università, fondata nel 1755, aggrandita
da Caterina seconda, e dotata dal principe Paolo Demidoff di un esteso
dominio lavorato da 3500 servi, e di un forte capitale in danaro
per sopraggiunta[81]. Ha pur sede in questa città una società di
Scienze naturali che è tra le più celebri academie di Europa. Con tali
elementi fa maraviglia la povertà delle collezioni scientifiche, ed in
particolare della collezione zoologica, ove tolti una dozzina di pezzi
capitali che sono un monopolio della Russia (uno scheletro di Mammouth,
per esempio, ad uno di Ritina), il resto, anche numericamente ben poca
cosa, è sformato, cadente, e per di più deturpato da errori madornali
nelle determinazioni sistematiche. Nello spiattellare questa verità
devo aggiungere, che il professore di zoologia nell’università, signor
Bogdanow, non ha alcuna ingerenza nel Museo.
Dall’antica alla moderna capitale dell’impero moscovita, corrono venti
ore di ferrovia.
Lo spettacolo della prospettiva di Newsky che percorremmo per gran
tratto nel recarci all’albergo Klee, fu il preludio delle impressioni
vive e profonde fra le quali passammo otto giorni in Pietroburgo. Non
può entrare nel mio piano il descrivere la magnificenza delle contrade,
de’ palazzi, de’ templi, le multiformi meraviglie d’arte accumulate
in questa città, surta per incanto, ad un cenno del più grande despota
creatore che abbia esistito. Ogni dì le nostre particolari inclinazioni
ci portavano oltre la Newa, a quei stupendi santuarj della scienza
che sono l’osservatorio di Pulkova, il giardino botanico, il museo del
Corpo delle miniere, l’academia imperiale delle scienze. Dovunque fummo
accolti colla gentilezza più squisita ed operosa, ed a me è grato in
particolar modo il ricordare il prof. Besser, il generale di Helmersen,
il colonnello di Kocktscharoff, il prof. Brandt, i signori Strauch e
Moravïtz addetti al museo zoologico, e l’academico Carlo Ernesto di
Baer. Io aveva già avuto la fortuna di conoscere in Milano, sedici anni
prima, questo decano illustre de’ viventi naturalisti, e grande fu la
mia soddisfazione in rivederlo, malgrado le infermità fisiche della
vecchiezza, vivace e robusto di spirito come all’epoca in cui fondava
le basi dell’embriologia.
Ma se rinuncio a descrivere le grandi monumentali opere di Pietroburgo,
non posso trattenere una esclamazione di orrore per le traccie che vi
ha lasciato il genio della distruzione. Tutta Europa fu scossa dalla
notizia del terribile incendio che nel maggio del medesimo anno 1862 ha
ridotto in cenere il gran quartiere dell’Apraxine dvor e del ministero
dell’interno.
Non si può vedere il teatro di questo disastro senza rimanere
soprafatti dal pensiero della potenza del male. È un isolalo immenso,
centro del commercio della metropoli; e le ricchezze distrutte, le
famiglie gettate nella miseria, fanno raccapriccio. Quando io visitai
questo desolato campo di macerie fuliginose vi erano risorte in gran
numero botteghe improvisate, e tutt’attorno era in pieno corso l’opera
della riedificazione. Ma dove si reclutano queste mute invisibili
masnade volanti di furie? Nessuno lo sa, ognuno lo crede a suo modo,
e intanto le fiamme spente in un luogo, divampano in un altro. I
giornali asseriscono che la reazione e la rivoluzione si ribattono in
Russia l’accusa di una così insana e feroce barbarie: noi veramente non
abbiamo udite queste recriminazioni de’ partiti estremi e piuttosto
fummo sorpresi dall’indifferenza generale del paese come di eventi
oramai abituali. Il paese era preoccupato di ben altro.
Il tratto più spiccante nella fisionomia morale del popolo russo è lo
spirito religioso, o per dir meglio l’abbondanza del culto esterno.
Lungo le contrade più frequentate delle città sono di quando in quando
appese al muro imagini sacre con adobbo più o meno vistoso di cerei,
e nessuno passa di là senza far tre inchini e tre segni di croce, od
almeno levarsi molto rispettosamente il cappello. A Mosca una delle
sei porte del Kremlin è la così detta porta santa. L’imperatore stesso
nel passarvi scende di carrozza e si scopre il capo, onde tener vivo in
tutti il buon esempio. Pe’ dimentici o per gl’ignari di questo atto di
riverenza è appostata una sentinella.
In ogni camera abitata sta appesa in un angolo, e molto in alto,
un’imagine sacra, con una lampada ardente; e ciò basta perchè la camera
sia convertita in un vero santuario, e lo starvi a capo scoperto sia
di assoluta prescrizione. Nella sala de’ _Traktyr_ (osterie), ove
conviene il publico, due oggetti sono immancabili: un grande organo
a cilindro che ripete le arie nazionali, e specialmente l’inno allo
Czar, e l’imagine santa nella sua cornice dorata e col suo lumicino
perpetuo. Così il luogo è santificato; un leggero oblio di questa
circostanza fu sul punto di involgerci in una vertenza che avrebbe
potuto avere conseguenze molto serie. Uno de’ nostri compagni, tenendo
il berretto in capo, si facea servir da pranzo nel salotto commune del
nostro albergo in Astrakan, ove stavano seduti, attorno ad una tavola
separata, alcuni giovinotti di civile condizione, ma già riscaldati
dal vino. Scorso qualche tempo noi li vedemmo confabulare tra di loro
in modo assai concitato, di quando in quando accennando al nostro
compagno che stava tranquillamente smaltendo una porzione di _hucha_,
ossia di zuppa di sterletto. Il sig. Nicolas che per caso giunse nella
sala, ed intendeva perfettamente il russo, ci mise in avvertenza delle
esclamazioni di que’ giovinotti diretti contro di noi, per non sapeasi
qual insulto fatto da un italiano al nobile sangue russo. Il nostro
compagno finito il suo pranzo, si era tranquillamente allontanato,
e nullameno la scena prendeva col vuotarsi di nuovi bicchieri un
carattere sempre più minaccioso, tanto che l’oste medesimo impaurito
mandò per un commissario di polizia, il quale accorse prontamente, ma
durò molta fatica ad impedire uno scandalo e ad avviare quei giovani
alle case loro. L’insulto era nella profanazione del luogo pel berretto
in testa del nostro compagno, veduto e giudicato attraverso i fumi del
vino.
L’istruzione publica è tutta nelle mani del governo. Io ho già avuto
occasione di deplorare l’estrema negligenza dell’istruzione elementare,
aggiungo ora che un’epoca riparatrice è surta da poco, ed un grande
salutare movimento per la diffusione delle scuole ne’ villaggi, si è
ridestato in tutti gli ordini della società russa. Le università sono
organizzate militarmente: a ciascuna è preposto un curatore che il più
delle volte è un generale in ritiro; la disciplina vi è rigorosa al
maggior grado; la censura vigile e sospettosa. Fino a questi ultimi
anni il numero degli studenti era determinato per ogni università, e
gli ammessi dovevano sottostar ad enormi tasse, con che l’iscrizione
in un albo universitario era un vero privilegio. Fra le riforme che
segnalarono i primi anni di regno di Alessandro II quella degli studj
fu compresa. Le tasse di molto ridotte, tolto il limite al numero degli
studenti, questi accorsero in folla da tutti gli angoli della Russia
alle università, vi si costituirono in corporazioni, fondarono società
di mutuo soccorso, biblioteche, sale di convegno. La gioventù delle
università è la stessa in tutti i luoghi, facile all’entusiasmo, a
tradurre in atto i primi moti di una nobile passione. Dopo i massacri
di Varsavia nel febbrajo del 61, in tutte le università dell’impero
gli studenti polacchi fecero celebrare un servizio divino in suffragio
delle vittime, e gli studenti russi s’unirono nella mesta cerimonia
ai loro compagni. Pochi mesi dopo una sollevazione di contadini a
Kasan fu domata colla forza delle armi: in segno di compianto gli
studenti raccolti di quella università sparsero di fiori il feretro
de’ caduti. Questi fatti comparvero nelle alte regioni del governo
come preliminari di un movimento che bisognava tosto reprimere. Il
sig. Kovalevski, ministro della publica istruzione che avea secondate
le riforme liberali, cedette il posto all’ammiraglio Poutiatine, per
opera del quale furono ristabilite le tasse annuali d’iscrizione degli
studenti in 50 rubli, richiamati in vigore le più vessatorie discipline
de’ tempi trascorsi. Frutti di queste inconsiderate misure fu una
vera insurrezione degli studenti a Mosca e a Pietroburgo, sciolta
coll’estremo rimedio delle armi.
Tali avvenimenti si eran fatti compiere durante il viaggio in Crimea
dell’imperatore. Al ritorno nella sua residenza Alessandro II fu
vivamente scosso dal trovar chiuse le scuole, gli studenti dispersi
o chiusi in fortezza; e di nuovo l’onda del potere si volse alle
riforme liberali. Un nuovo ministro il sig. Golovnine fu chiamato alla
direzione della publica istruzione.
Un completo riordinamento delle scuole stava appunto elaborandosi al
nostro passaggio per la Russia. Si parlava già di una forte diminuzione
delle tasse scolastiche, e dell’istituzione in tutte le università
de’ privati docenti, fino allora tolerati soltanto alla università
di Dorpat, per concessione all’indole germanica degli abitanti della
Livonia. Le antiche durezze andavano a poco a poco rilasciandosi, la
gioventù ripopolava gli atenei.
La censura de’ libri, per iniziativa stessa del novello ministro,
doveva farsi meno sospettosa ed arcigna. Non possiamo dire se queste
buone intenzioni siano state intese ed obedite. A me recò non poca
meraviglia il trovar sui giornali venuti di Francia o di Germania
un singolare marchio dell’ufficio di revisione. Tutti i fogli sono
regolarmente distribuiti, ma sui periodi che il rigido censore
avrebbe voluto soppressi, si applica uno stampo nero indelebile,
il quale propriamente par che dica: lettore, ecco un brano che ti
deve interessare vivamente; cercalo in ogni modo e leggilo bene.
Accade che de’ giornali portino talvolta delle mezze colonne, delle
colonne intiere di un bel nero, intenso, uniforme, riquadrato con
molta regolarità. A Mosca vidi nella vetrina esterna d’un librajo un
fascicolo di un giornale tedesco sulla Russia: volli comperarlo, ma
il librajo me lo rifiutò pretendendo che io pagassi l’abbonamento
anticipato di un anno. Cercando sodisfar la mia curiosità in
Pietroburgo, i librai ai quali mi diressi soggiunsero che l’opera
era severamente proibita, e non volevano credere che io la avessi
veduta esposta in Mosca. È sempre così: l’arbitrio, il capriccio,
l’intelligenza stessa del revisore fanno veramente la legge. Come mai
gli uomini di Stato della Russia non veggono che la censura dei libri
nuoce perfino all’intento vero pel quale fu istituita; che essendo
misura di governo inefficace e screditata di sua natura, rende popolare
e più audace l’opposizione a tutte le altre!
Ma la Russia è il paese delle grandi contradizioni. Da una parte questo
affanno minuto, geloso, incessante dell’autorità per tener misurata
l’aria vitale all’intelligenza che si spiega, e dirigerne le mosse
a battuta di tamburo, dall’altra favori ed onoranze all’ingegno che
è surto e si impone col prestigio del successo. Nessun altro paese
d’Europa tiene la scienza in maggior estimazione. L’aristocrazia della
dottrina è posta in Russia al medesimo ordine colla aristocrazia
del sangue, e questa non si crede degradata per ciò. Il governo è
larghissimo di mezzi al culto dei severi studi, alla sola implicita
impreteribile condizione che non s’attenti all’ordinamento politico
dell’impero. È una ambizione nazionale il mettersi tra le fila de’
militanti per la scienza: epperò la Russia prende una parte veramente
cospicua al progresso generale in Europa sopratutto delle scienze
fisiche ed etnografiche. Molti de’ suoi dotti più illustri appartengono
ancora all’importazione alemanna, ma la massima parte di essi non
conservano altro segno esterno della loro culla che il suono del nome,
mentre per lingua, abitudini ed affezioni sono perfettamente assimilati
nella nuova patria. La Russia scientifica e la Russia moderna si
confondono nella loro origine dal ferreo antiveggente despotismo
di Pietro il grande, pel quale il paese fu veramente germanizzato.
Nella opinione generale due partiti sono in antagonismo al governo
della Russia, con varia prevalenza; il partito alemanno ed il
partito moscovita, aventi rispettivamente come sede e centro d’azione
Pietroburgo e Mosca, ossia, con espression popolare, la testa ed il
cuore della Russia. Ebbene, continuando il paragone, è facile vedere
che appunto per la divisione del lavoro fisiologico fra questi due
nobilissimi visceri ha potuto crescere con tanto vigore il colossale
organismo della Russia.
Noi trovammo però molto pronunciato un movimento di reazione, così che
le catedre universitarie oramai sono affatto chiuse ai dotti della
vicina Germania. Questa sodisfazione dell’amor proprio nazionale è
tanto più legitima, in quanto che non è congiunta colla pretesa di
una scienza ortodossa russa, diversa da quella dell’occidente, o
colla millanteria narcotica di un primato fittizio. L’importazione
occidentale è cessata, ma i giovani più distinti degli atenei della
Russia sentono vivamente il bisogno di compiere la loro scientifica
educazione col tanto efficace mezzo de’ viaggi, ed annualmente sono
a centinaja quelli che lasciano il loro paese per riprendere la vita
dello studente ne’ principali istituti di Germania, di Francia e
d’Inghilterra. La facilità di apprendere le lingue straniere, ch’è
un carattere particolare delle razze slave, fa sì che nulla rimanga
ignorato ai Russi di quanto si fa di memorabile nei vasto mondo della
scienza.
Fin qui i più grandi lavori de’ Russi sono stati publicati in latino,
in tedesco od in francese, e l’uso della loro lingua fu tutt’al più
riserbato a’ lavori di storia nazionale. Ora dal partito moscovita
puro si vorrebbe cambiato questo sistema, e far adottare la sola lingua
russa anche per le opere di scienze fisiche e naturali. È sperabile che
questo tentativo non riesca, sebbene alcuni abbiano già dato l’esempio.
È troppo presto il pretendere d’imporre all’Europa una nuova lingua
scientifica; non è cavalleresco per parte dei dotti russi il segregarsi
così dai loro confratelli d’occidente, e non è del loro interesse
il rinunciare a quella giusta sodisfazione che consiste nel vedere i
proprj lavori apprezzati oltre i confini del proprio paese.
La veramente grande e generale preoccupazione degli spiriti era
l’emancipazione dei contadini, oramai inapellabilmente decretata con
tutta la forza di una legge organica dell’impero. È noto quale fosse
la loro condizione: veri servi della gleba aveano in usufrutto un
pezzo di terra da cultivare, a condizione di cultivare anche le terre
del padrone, e di prestarsi ad ogni chiamata in schiere (_corvées_),
a certi determinati altri lavori: non poteano possedere, non poteano
abbandonar le loro terre, ed erano esclusi da ogni ingerenza nelle
faccende del commune. I padroni reclutavano pure tra di essi i
contingenti per l’armata. L’importanza de’ possedimenti era misurata ed
espressa dal numero de’ servi che vi erano attaccati.
Il pensiero dell’affrancamento de’ contadini, che aveva balenato
appena nel cervello di qualche solitario moralista, prese maggior
consistenza all’avvenimento al trono dello Czar attuale, che sino
da’ suoi primi atti annunciava un’epoca novella alla Russia; ma le
difficoltà dell’esecuzione apparvero così gravi, la crisi conseguente
così spaventosa, che questa radicale riforma sociale fu ritenuta
come da aversi presente allo spirito, ma da effettuarsi in un’epoca
indeterminata. L’_ukase_ imperiale del 19 febrajo 1861 troncò
gl’indugi; dichiarata la libertà de’ servi, stabilì minutamente le
norme affinchè potessero, a prezzo di danaro, diventare veri padroni
delle terre che aveano avuto in uso fino allora da padre in figlio, in
pari tempo redimendosi dal lavoro obligatorio. Due anni di tempo erano
concessi per la transizione dall’antico al nuovo ordine di cose, per
la stipulazione de’ nuovi patti fra i contadini ed i padroni. Questo
biennio era appunto prossimo a spirare quando noi attraversavamo la
Russia, e non s’era ancora presa alcuna deliberazione, e si vedeva
con terrore l’approssimarsi del termine ultimo. Tutta la società era
cupamente travagliata, tutti gli interessi rovinati. I servi non
volevano accettare l’_ukase_ che in una sola parte: in quella che
li scioglieva dalle prestazioni di lavoro a vantaggio del padrone,
e si rifiutavano a qualunque imposizione per esser mantenuti al
possesso di terre che per lunga serie di anni, perfino da secoli,
essi consideravano già come incontrastabile loro proprietà. Noi
apparteniamo al padrone, dicevano essi, ma la terra appartiene a noi; e
frattanto rifiutavansi ad ogni tributo. Pochi mesi dopo la publicazione
dell’_ukase_ diecimila contadini insursero armati nel governo di Kasan,
per reclamare la proprietà assoluta delle loro terre, senza condizione:
e fu d’uopo d’una vera battaglia per sottometterli. Non è a dirsi lo
stato dei proprietarj in una sì violenta crisi sociale!
Questo grande atto che trasforma intieramente la Russia non fu
imposto da alcuna stringente necessità materiale, fu un omaggio reso
alla scienza sociale, alla scienza d’occidente. La vita trascorreva
pei contadini abbastanza tranquilla e contenta. Quelle medesime
condizioni di isolamento che li rendevano industriosi a proveder
a tutti i bisogni della famiglia, agli alimenti, alle vesti, a’
mobili, agli attrezzi rurali, faceva sommo, a’ loro voti, il bene più
facilmente e più sicuramente conseguibile, la rustica agiatezza della
vita patriarcale. Di raro vedevano i loro padroni; alcuni perfino,
invecchiati sul luogo, non aveano mai vista la faccia del signore
al quale pagavano tributo: tutti infine erano attaccati alle loro
terre dall’affezione per la cosa posseduta. La miseria del contadino
della pingue Lombardia è sconosciuta in Russia: ne’ due mesi che noi
passammo nelle provincie russe al di qua e al di là del Caucaso, non ci
occorse mai di vedere una mano stendersi a cercare l’elemosina. Alcuni
servi della gleba hanno potuto perfino accumulare fortune colossali.
Dall’altra parte i signori, scevri da ogni cura di amministrazione
de’ loro beni, potevano darsi affatto liberamente alle alte cariche
dello Stato, circondarsi degli agi e del lusso del loro rango fin
ne’ posti avanzati dell’estrema Asia, ingolfarsi ne’ fasti olimpici
della vita di corte, o nelle dissipazioni della vita parigina. Ora
tutto è cambiato, e pel momento con una grave perturbazione generale.
Surge pe’ contadini, colla dignità dell’uomo libero, la vera lutta per
l’esistenza; si preparano nel loro prossimo avvenire fortune e procelle
per lo addietro ignorate, nuovi desideri, nuovi più elevati godimenti,
ma anche nuove illusioni. Il perturbamento è ancora più grave nella
classe dei signori, non foss’altro per la sospensione delle rendite
durante la lutta pe’ nuovi accordi co’ servi, e non poche fortune, già
minate dalla crisi finanziaria che travaglia ancora la intiera Europa,
andarono in completa ruina.
L’emancipazione de’ contadini è frutto de’ tempi maturati durante
il famoso raccoglimento della Russia, annunciato dal principe di
Gortschakoff dopo la guerra di Crimea; è sintomo e fomite ad un tempo
di uno spirito novello che agita in Russia tutte le classi della
società; è la creazione del terzo stato; radicale riforma da cui
dipendono tutte le altre, che poi necessariamente trascina dietro di
sè. Fin qui non sarebbe stata possibile in Russia che una rivoluzione
di palazzo, od una sollevazione brutale di quella plebe che si palesa
dalla fiaccola devastatrice come il leone dall’unghia; ora è aperta
l’arena alla pacifica, potente e ferace rivoluzione delle idee. Ferve
il lavoro nelle stesse regioni del governo, e già per nuove leggi
sono informate a più liberali principj l’amministrazione della finanza
publica, l’amministrazione communale, la magistratura. La rottura col
passato è ancora più decisa ed energica in ogni manifestazione della
vita publica. Nelle assemblee della nobiltà raccolte lo stesso anno
1862, a Pietroburgo, a Mosca, a Tver, s’udirono le proposte di stati
generali, e di parlamento nazionale; e coloro che le hanno pronunciate
non furono deportati in Siberia.
Notisi questa circostanza come sintomo assai espressivo della attuale
situazione e dell’avvenire della Russia!