Partenza pel Demavend. — Ingresso nell’Elburz. — Hafdscheh. — Valle
del Lar. — Ask. — Grande formazione di travertino e di conglomerato
vulcanico. — Reinah. — Abigerm. — Stazione Thomson. — Roccie del
Demavend. — Salita al gran cono. — Ritorno alla stazione. — Precedenti
ascensioni e misure del Demavend. — Resto di attività di questo
vulcano. — Sua probabile epoca. — Leggenda del re Zuhaq. — Cenni
zoologici. — Città di Demavend. — Ritorno a Tedgrisch.
Grazie alle sollecite disposizioni del nostro ministro, ai consigli ed
alla cooperazione attiva de’ signori Fane e Watson, segretari della
legazione d’Inghilterra, in meno di due giorni tutto fu allestito
per la nostra escursione al Demavend. La brigata riescì composta di
me, Lessona, Orio, Ferrati, Clemencich, Doria, Centurioni, e del sig.
Champain, capitano del genio dell’armata delle Indie, gentile e colto
signore, ospite del signor Alison. Mirza Alì fu incaricato del doppio
uffizio di dragomanno e di _golam_.
Il 9 agosto sul meriggio, muoviamo pieni di lena dal nostro quartiere
generale di Tedgrisch, verso oriente, per viottoli e campi, lunghesso
le falde della grande parete del Schemran, fin dove questa si abbassa
per aprire un varco, deviando alquanto verso il nord, e spiccando un
contraforte verso mezzogiorno, che, decomposto in una zampa d’oca di
colline aridissime di tritume marnoso, va perdendosi nella steppa.
Passando a ridosso di questo contraforte raggiungiamo ben presto la
strada di Teheran, per la quale ci impegniamo nella salita della
montagna. Giunti sull’altura, ecco aprirsi al nostro sguardo una
valle profonda, ben cultivata, con alberi e villaggi, e per un pendìo
assai ripido vi scendiamo. La sponda opposta della valle è scoscesa, e
lambita da un fiumicello, e nell’ampio taglio che si presenta a noi di
prospetto vedesi in basso un’emersione porfidica; per tutto il resto
calcare marnoso, che a contatto del porfido diventa screziato. Più in
basso, seguendo alquanto il corso dell’aqua, la scarpa è tagliata in
un immenso deposito di tritume. Lì, passando il fiumicello su di un
ponte in muratura, dopo breve ascesa si giunge a Sinak, bel villaggio
fra campi e prati e filari di piante, oltrepassato il quale si passa
di nuovo su di un ponte, il ramo principale del Dschadscharud, limpido,
vivace, rumoreggiante fra grossi massi di puddinga. Tutt’attorno, come
in ampio anfiteatro circoscritto da pittoreschi scogli, i zampilli, i
rivoletti che si portano al fiume, animano la vegetazione. Eravamo in
questo punto entrati nell’Elburz, e da questo punto non si presentano
più al nostro sguardo che nude gigantesche rupi, e nelle valli freschi
verdeggianti pascoli.
Dopo una mezz’ora di cammino nella valle, riprendiamo la salita lungo
il ciglio di un profondo burrone nel cui fondo, rotto da cascatelle,
scorre un altro piccolo affluente del Dschadscharud. Qui si incontra
ancora puddinga alla base, e sovra di essa strati inclinati di marna
argillosa alternanti con altri di calcarea, i quali, più resistenti
alla corrosione, sporgono a guisa di muraglie. Probabilmente queste
roccie spettano alla formazione carbonifera. Eravamo saliti così ad
una nuova altura, ad un altro scalino dell’Elburz, e già annottava;
ma un bel chiarore di luna ci illumina la via e tutta la scena
dintorno. Passiamo presso il villaggio di Kubad sepolto fra grandi
alberi, in un profondo vallone sulla nostra sinistra, e giungiamo
infine alla stazione di Hafdscheh, ove prendiamo alloggio nel castello
del Sadrazam. La notte fresca, serena, chiara, ci lascia scorgere
distintamente il bel paese che si domina dal terrazzo, le case sul
pendìo del monte, e la popolazione che si è posta a dormire sui tetti.
Inanzi radunarci per la partenza, il mattino seguente, profittammo
fin della prima luce per spartirci in piccole scorrerie ne’ dintorni,
e deliziarci all’aspetto di una natura così differente dalla triste
monotonia delle steppe. Tutto il villaggio apparteneva all’infelice
Sadrazam, del quale mi è occorso far cenno nel capitolo precedente. Il
castello è principesco, solidamente costrutto di pietra da taglio e di
mattoni, in vari grandiosi corpi connessi fra loro per ampie gradinate
a terrazzi e giardini, sull’erto fianco del monte, d’onde lo sguardo
scende pei vari accidenti di una valle pittoresca. I pianerottoli, le
convalli, i burroni circostanti, sono rivestiti di bella vegetazione,
con folto cespugliame e grandi alberi in dense macchie od in filari
intersecanti campi cultivati e prati naturali.
Gli uccelli da me visti in questa breve escursione sono:
_Pica caudata, Pyrgita domestica, Euspiza melanocephala_ (giovani in
branchi numerosi), _Hirundo rustica, Chelidon urbica, Parus major;
Muscicapa grisola, Luscinia lusciola, Ruticilla phœnicura_, e, come
novità, un’altra specie non descritta per lo addietro, la quale per
vari caratteri, e specialmente per la livrea e pei costumi, deve formar
il tipo di un genere apposito nella famiglia delle _Saxicolinæ_. È la
mia _Irania Finoti_.
Da Hafdscheh, ripigliando la salita, la strada serpeggia per lungo
tratto sul culmine di un immenso dosso tutto costituito da tritumi
incoerenti e massi di varia mole frammisti senz’ordine, ricolmante una
profonda valle, e solcato a’ suoi lati dalle aque torrentizie. Più
oltre procedendo, qua e là ai lati del nostro cammino, si scorgono
altre convalli ingombre da formazioni di ugual natura. È un fatto
meritevole di particolare attenzione la grande potenza di questi
depositi di tritumi nell’Elburz, perchè nelle Alpi simili formazioni
di trasporto sono dovute in parte principale all’azione dei ghiacciaj,
mentre nell’Elburz si cercherebbero invano le traccie anche remote
di un periodo glaciale, come non riescì al sig. Abich il trovarne nel
Caucaso.
Dopo una breve discesa che ci conduce in un piano che sembra un letto
di torrente, pieghiamo sulla destra, ove il piano si allarga come ad
anfiteatro, e di là s’incomincia la salita di un monte calcareo, per
un sentiero angusto tortuoso ed erto, fra dirupi e burroni. La nostra
marcia è resa ancor più difficile dall’incontro di una carovana lunga e
spezzata di muli, carichi di carbone del Mazanderan. Varie interessanti
specie di uccelli mi si offrono in questo tratto di strada: di nuovo
l’_Irania Finoti_, una _Saxicola_ o meglio _Dromolæa_ di nuova specie,
nettamente caratterizzata (_Dr. chrysopygia_ De F.), la _Fringilla
nivalis_, il _Serinus pusillus_, frequente in numerosi branchi, e
nell’istesso modo frequente una _Otocoris_ che io ho chiamata _O.
larvata_, l’_Emberixa hortulana_, la _Cotyle rupestris_ e la commune
_Saxicola oenanthe_ in gran numero.
Valicata quest’altura scendiamo nella valle del Lar, nella quale
troviamo stabilita una famiglia di pastori nomadi. Le aque del fiume,
limpide come cristallo, si diramano in un ampio letto fra isolotti
e praticelli. La _Ferula_ del galbano, in piena fioritura, copre,
specialmente verso la sponda sinistra del fiume, lunghe liste di terra,
colle grandi foglie e gli steli oltre l’altezza d’un uomo. Oltrepassata
questa valle e tagliato un altro ramo del fiume, incassato in un
profondo solco, ridiscendiamo al Lar, il cui ampio letto è rivestito
di giunchi e pingui pascoli. Le bellezze di una natura alpestre e
selvaggia si spiegano sempre più col nostro avanzare. Ci si presenta
qui in tutta la sua mole l’eccelso cono del Demavend, ma non ancora
la roccia di questo gran focolaio vulcanico; i monti che rinchiudono
la valle sono sempre di calcarea grigia. Il sole indorava ancora le
alte cime circostanti, quando i nostri _ferrasch_ ci allestivano
le tende per la notte presso il casolare solitario di Hanlar-khan
unico per grande estensione in queste valli. Potei dunque profittare
dell’ultimo ritaglio del giorno per un’escursione attorno al nostro
campo. Il terreno è tutto bucherato da una piccola specie di _Arvicola_
ch’io ho chiamata _A. mystacinus_. Molte specie di uccelli hanno qui
il loro convegno estivo: _Serinus pusillus, Carpodacus erythrinus,
Saxicola oenanthe, Pratincola rubetra, P. rubicola, Phyllopneuste
trochilus, Anthus arboreus, A. aquaticus, Coturnix dactylisonams,
Aegialites minor, Totanus ochropus_. Seppi dagli abitanti del casolare
essere qui frequenti l’_Argali_, la _Capra ægagrus_, ed il _Tihu_
(_Ammoperdix griseogularis_). Tra i rettili devo indicare l’immancabile
_Stellio caucasicus_, ed una piccola lucerta, assai ovvia anche
a più elevato livello, e che, malgrado il ventre rosso di fuoco,
non si può distinguere dalla commune _Lacerta muralis_ d’Europa,
mancante al piano. Copiosa vi è pure la rana commune. Il Lar abonda
straordinariamente di trote, tanto che ne ebbimo ad esuberanza pel
nostro desinare. Il pieno disco della luna surse a vestire di nuovo
incanto questa scena maestosa. Conversando e passeggiando fino ad ora
assai tarda, malgrado le fatiche della giornata, passammo una notte
deliziosa. Il termometro segnava +11° C.
Il mattino seguente (11 agosto), per la sponda destra della valle,
ricca di profonde cristalline surgenti, seguiamo il corso del fiume,
quindi lo passiamo a guado, ove, dalla sinistra della valle, vi
affluisce un rivo di aqua lattiginosa, probabilmente per contenere
in sospensione del caolino. Di lì attraversiamo un ampio pascolo,
circondato da una gran curva del fiume, ed animato da numerosi armenti
e da tende della tribù nomade de’ Curdi Biati, che, guidata da Hanlar
khan, sorta di principe vassallo, lascia ogni anno in estate la
pestifera steppa paludosa di Veramin, per riparare alla fresca ubertosa
valle del Lar. Questi Iliati non sono rapaci come i Curdi del confine;
le loro donne tengono il viso scoperto, e mostrano i tratti d’un bel
tipo. Mentre le pecore e le capre pascolano sul pendio de’ vicini
monti, il piano verdeggiante è di preferenza riserbato ai cavalli. Il
nostro Mirza Alì, che avevamo perduto di vista, ci raggiunge guidando
un bellissimo puledro che egli dice aver acquistato al prezzo di 14
tomani, e che al prezzo medesimo cede o finge di cedere volontieri
al capitano Clemencich. Al ritorno, quando già eravamo ad una sola
marcia da Teheran, il puledro scompare, e Mirza Alì giura e bestemmia
che gli fu rubato, che non gli sarebbe possibile il ricuperarlo; ma
una comminatoria secca ed energica del nostro amico, una minaccia
pronunciata con tutto il tono di volerla mantenere, fanno sì che
l’innocente Mirza Alì ribatta la strada, e riprenda felicemente
il puledro ai ladri, ossia lo sleghi dal nascondiglio ove l’avea
trafugato.
Oltrepassato questo pascolo, ove il Lar si ripiega verso il Demavend,
rinchiuso in un profondo burrone, incontriamo per la prima volta la
roccia vulcanica. Essa forma una corona di monti depressi attorno
al gran cono, ed è tutta screpolata a grossi frantumi angolosi,
ingombranti anche i circostanti campi, onde è reso molto difficile il
nostro cammino. Da questo luogo si può rilevare come un lembo della
massa vulcanica si estenda oltre il fiume, in un avvallamento della
montagna calcarea: fatto importante che si collega ad altri osservati
nel seguito, e si riferisce ad una delle ultime grandi fasi di questo
centro vulcanico. Codesti monti sono parte di una immensa corona che
circonda il cono proprio del Demavend, come Somma circonda il Vesuvio.
Qua e là, per grandi breccie in questa corona, scappa fuori un enorme
ventaglio di tritumi vulcanici.
La linea che battiamo quasi sempre senza traccia alcuna di strada
o di sentiero, è un grande arco di cerchio alla base del Demavend.
Inanzi giungere ai monti che sovrastano ad Ask, il nostro progredire
è fatto straordinariamente difficile, per l’ingombro di enormi frane.
Quindi valichiamo un dosso di grossolano conglomerato vulcanico,
per scendere ancora nel solco del fiume, dalle cui pareti s’erge una
bella vegetazione che ci preannuncia un luogo popoloso. La discesa
è così difficile che alcuni di noi, ed io fra questi, reputiamo
prudente il farla a piedi; ma giunti in basso eccoci ad un ruscello
d’aqua fortemente ferruginosa, sì grosso che per guadarlo mi è forza
risalire a cavallo. Da questa parte lo stesso cemento della puddinga è
ferruginoso a notevole altezza sull’ima valle. I monti del lato opposto
del fiume sono pure di conglomerato vulcanico. Una grande scogliera di
basalto prismatico s’erge dirupata a dominare il sentiero che ci porta
ad Ask.
Ask è una piccola città, capo luogo del distretto del Laridjan,
rinomata in tutta la Persia per le sue aque minerali, salino-termali,
solforose, ferruginose, che in larghe vene, come produtti dell’azione
vulcanica, zampillano da molti punti nelle sue adiacenze, e nella città
stessa. Quantunque il paese abondi naturalmente dei migliori materiali
di costruzione, la città è quasi per intiero formata del solito
fango, qui non più di necessità, ma di inconcepibile elezione. Le sue
case, fra le quali ve n’ha di grandi e signorili, sono in modo assai
pittoresco accavallate sulla sponda sinistra che scende per erto pendio
al fiume, spumeggiante nel profondo, fra dirupi di travertino. Pel
declivio delle stradicciuole anguste, tortuose, quasi impraticabili,
che mettono all’unico ponte gettato ove il burrone del fiume è più
angusto e scosceso, andiamo a prendere quartiere al di là del ponte,
in un abituro isolato. La scelta di questo sito non poteva essere più
favorevole, e per godere dell’incantevole orrida bellezza della valle,
e per osservare i tagli naturali delle sponde, ne’ quali sta scritta la
storia delle ultime fasi di questa contrada vulcanica.
Il travertino, in istrati irregolari e grandi mammelloni occupa il
fondo della valle. È in massima parte compatto o leggermente cavernoso,
ma passa per gradi a’ due stati estremi di tufo e di alabastro, e
contien anche straterelli di gesso cristallino candidissimo. Esso è
stato sepolto da un immenso deposito di sabbia e ciottolame vulcanico,
che ha dovuto, un tempo, ostruire la valle. Seguendo per breve tratto
la corrente del fiume, ove questa forma un angolo, si vede la parete
sinistra della valle tagliata a picco, per un’altezza (misurata ad
occhio) dai 200 a 250 metri. Tutto questo taglio è nella puddinga
e nella ghiaja vulcanica, con disposizione in strati orizzontali.
Risalendo dal lato opposto ad un centinajo di passi dal ponte, si
arriva ad altro taglio elevato e scosceso nello stesso deposito di
sabbia e ghiaja vulcanica, ora incoerente ora cementata, e qui si può
vedere benissimo la transazione del travertino alla ghiaja, in modo che
gli strati superiori del travertino sono sabbiosi, gli strati inferiori
della sabbia sono più o meno solidificati da cemento calcareo. In
questi strati veggonsi eziandio copiosamente sparsi cristalli isolati
di gesso, a dimostrar sempre più il legame fra il travertino e il
deposito incoerente che lo ricuopre.
La roccia solida in posto, che costituisce i monti del lato destro
della valle, è una calcarea grigia, compatta. In faccia alla città,
oltre il ponte, ove una grande scogliera scoscesa forma un piccolo
seno, anche le frane della roccia calcarea sono state legate da cemento
di travertino. Più verso il nord, dicontro all’angolo del fiume, si
può vedere un piccolo promontorio della stessa roccia calcarea grigia
inviluppata da una gran crosta di travertino, che ha riempita anche una
fessura, a guisa di un piccolo filone.
Chiunque guardi la posizione di Ask, le nude e verticali pareti della
valle, il burrone sul quale è gettato il ponte, deve necessariamente
acquistar la convinzione che qui la massa del travertino, la cui
recente formazione non potrebbe mettersi in dubio, con tutto quanto
le sta sopra, è stata spaccata sotto un violento parossismo della
forza vulcanica, onde venne aperto un nuovo passaggio alle aque del
Lar. Questa spaccatura gira per grande tratto intorno alla base del
Demavend, e in generale segna il limite fra il circo proprio del
vulcano e quello più esterno delle montagne calcaree, però non senza
che lingue di roccie vulcaniche si sovrapongano alla calcarea alla
destra del fiume, e inversamente propagini de’ monti calcarei passino
alla sua sinistra.
Il giorno 12 lasciamo Ask di buon mattino, nell’intento di portarci a
pernottare al piede del cono proprio del Demavend. Fuori della città
si entra subito in una scura gola, aperta nel conglomerato vulcanico, e
nelle cui pareti gli abitanti hanno scavate molte grotte, alcune delle
quali sono chiuse da imposte. Poscia la via ripiega a destra sul monte,
erta e difficile, fra l’ingombro di massi enormi, che ci incutono serie
apprensioni sul passaggio de’ nostri muli col voluminoso carico delle
tende e delle provvigioni. Questo monte è dello stesso conglomerato,
con varia tenacità del cemento, onde lo sporgere orrendamente confuso
delle masse che hanno più resistito alle corrosioni delle aque
meteoriche. Vinta la salita si giunge ad un altopiano ben coltivato,
e quindi a Reinah[43], gruppo di case ombreggiate da grandi alberi.
Mirza Alì, tutto fiero di farci vedere un _echantillon_ di donne
persiane, ci mette in attenzione della decantata bellezza di queste che
avremmo incontrate nel villaggio. Accorsero infatti, allo scalpitar
della carovana le donne, che non avean pensato a coprirsi il viso;
ci guardarono il tempo necessario a soddisfar la loro e la nostra
più discreta curiosità, poi fuggirono a precipizio. Mirza Alì aveva
ragione.
Oltre Reinah il cammino, girando sempre attorno alla base del Demavend,
attraversa dossi arrotondati, propagini de’ monti marnosi-calcarei
separati dalla massa principale dalla grande spaccatura del Lar. La
roccia eruttata dal vulcano ha invase le depressioni fra questi dossi.
In più luoghi si vedono anche breccie e puddinge vulcaniche con cemento
ed incrostazioni di travertino.
Eran le 9 dello stesso mattino quando scendemmo di cavallo ad Abigerm.
Lì, in praticelli a’ piè dell’erto pendìo del monte, ombreggiati da
filari di salici, fumano le surgenti termali che danno il nome al
villaggio. Il getto principale si versa immediatamente in un bacino
cinto da un muricciuolo, d’onde l’aqua trascorre in rigagnoli ed
in vaschette a certe costruzioni che hanno più l’aspetto di tumuli
che di celle da bagni. Alcune donne nude stavano lavando pannilini,
ed al nostro approssimarsi si posero frettolosamente un cencio sul
capo, e fuggirono al villaggio. La temperatura dell’aqua, allo sbocco
della sorgente, era di +63,5° C. Dovemmo far sosta per l’asciolvere,
per aspettare i muli co’ carichi più pesanti, e sovratutto per fare
gli ultimi preparativi per la salita. Mirza Alì spedito al prossimo
villaggio in cerca di guide, di alcune delle quali, già sperimentate
nell’ascensione de’ Prussiani e degli Inglesi, avevamo il nome scritto,
ritornò con alcuni uomini di mala voglia, i quali, forse per caricare
la mercede da pattuirsi, esagerarono la difficoltà dell’impresa, la
lunghezza del cammino, ed insistevano onde si pernottasse in Abigerm.
Tenemmo consiglio, e riescì felicemente a trionfare la fermezza del
capitano Champain; onde si deliberò di partir subito, e passar la notte
nel circo interno del Demavend, a’ piedi del gran cono. Mentre noi
eravamo affaccendati a semplificar i bagagli, onde non portar lassù con
noi se non le provvigioni e gli equipaggi di prima necessità, le guide
persiane si raccolsero in numero di dieci, prepararono bastoni, e certe
scarpe di strana foggia, formate da pezzi di pelle di capra con trafori
nel lembo, pei quali si passa una correggia che stringe il piede come
in una borsa. Sottometto questo modello di scarpe all’approvazione de’
club alpini; dirò intanto che pochi di noi si decisero ad adottarlo.
Partimmo ad una mezz’ora dopo mezzo giorno. Passato il villaggio di
Abigerm la salita si fa subito molto erta, in un vallone le cui pareti
sono di strati fortemente inclinati e ripiegati di arenaria e di
marna alternanti (del terreno carbonifero?). La vegetazione arborea
s’arresta al villaggio; continua invece una svariata e rigogliosa
vegetazione erbacea. Incontriamo un’altra surgente ferruginosa, di
sapore sommamente piccante e stitico. La ripidezza della valle e
tutta la difficoltà del cammino crescono col mutar della roccia, col
passare ad un potente deposito di conglomerato vulcanico che sporge in
erte scogliere, ed ingombra il terreno di frane; quindi si incontra
la roccia vulcanica massiccia, tutta rotta in massi angolosi, sui
quali si perde ogni traccia di sentiero: è questa la roccia che forma
la corona basale del Demavend. Alle 5 scendiamo dall’orlo dirupato
di questa corona nell’immenso circo da me già paragonato a quello
del monte Somma, orribilmente ingombro di frantumi angolosi, eppure
non spoglio di verdura. Vi trovammo infatti una mandra di cavalli al
pascolo. Piegando sulla sinistra andammo a cercare un posto conveniente
per passarvi la notte, e dopo varie esplorazioni ci riescì trovare due
ajuole rettangolari, circoscritte da informi muricciuoli formati co’
massi tolti dall’interno: testimonianza sicura che già qui, prima di
noi, altri europei aveano fatta stazione. Qui dunque ci arrestammo.
D’ogni intorno gorgogliavano rivoletti e cascatelle, od allo scoperto
o ne’ profondi vani fra i massi petrosi. Il nostro cuoco si diede ad
ammannire un parco desinare, i nostri _ferrasch_ a preparar l’unica
tenda della quale potevamo disporre, essendo caduto e morto per via un
mulo che portava l’altra. Alcuni di noi, ed io precisamente fra questi,
dovettero rassegnarsi a passar la notte, come dicono i Francesi, alla
_belle étoile_. Pieni di lena passammo una lietissima sera, e non ci
coricammo prima di aver ad una voce battezzato questo sito col nome di
stazione _Thomson_. Preghiamo i viaggiatori futuri, e sovratutto chi
farà la carta del Demavend, a conservarlo, in memoria del primo europeo
che toccò la sommità di quell’eccelso cono.
Qualche _touriste_ ha cercato lasciare più stabile memoria di sè.
Sulla parete verticale di un masso prossimo all’accampamento io
trovai scolpite queste lettere A B P, come principio di una iscrizione
incompiuta. Non mi riesce interpretare questo enigma con alcuno de’
nomi a me noti de’ visitatori del Demavend. Quel masso intanto starà
come un segnale della stazione Thomson.
[Illustrazione: Fig. 7. — Veduta del Demavend e del nostro
accampamento alla stazione Thomson. Da un disegno del capitano
Champain.]
La notte fu molto fredda: al mattino il termometro segnava ancora -3°
C, e d’ogni intorno brillavano croste e stallattiti di ghiaccio. Per
buona sorte eravamo bene proveduti di mantelli e di coperte. Più che il
freddo riescì molesta a me la rarefazione dell’aria, a quell’altezza di
3,600^m; ond’ebbi a provare un grave insulto di asma notturno.
Io ho sempre parlato fin qui di roccie vulcaniche in genere, senza mai
pronunciare alcun nome particolare, evitando perfino di servirmi della
parola spicciativa _lava_ che adoperano i viaggiatori quando parlano
del Demavend. Egli è che in fatti sulla strada da noi percorsa, non si
incontra in alcun luogo una vera lava, come quella, per esempio, che
io ho trovata presso Hissar, o come quella eruttata da vulcani attivi
d’Europa. La sola distinzione netta e precisa che si possa fare delle
roccie onde è costituita la gran massa del Demavend, è quella delle
due categorie che hanno per tipi rispettivi il basalto e la trachite,
presentanti ciascuna varietà secondarie di struttura, di colore, di
diverse proporzioni de’ minerali elementari. Le roccie basaltiche,
ben caratterizzate anche dalla presenza dell’olivina, hanno la pasta
ora compatta ora cristallina, e contengono in varie proporzioni
cristallini feldspatici, fino ad assumere la vera struttura porfidoide,
come, per esempio, accade del basalto prismatico di Ask. Le roccie
trachitiche presentano due estreme varietà ben distinte di colore,
l’una bianca, con struttura più cristallina, e mica nera, l’altra
rossa, con struttura più compatta, e mica color tombacco: l’una varietà
si fonde nell’altra per tutti i possibili passaggi. Il nome di lava
si potrebbe tutt’al più adoperare per indicare la crosta di trachite
rifusa, leggermente scoriacea e bollosa, sulla quale si cammina per
lungo tratto in salire alla sommità del cono. Nella collezione di
saggi di roccie fatta in Persia dall’insigne botanico russo Buhse,
e scientificamente descritta da Grewingk[44], si parla di pomici, di
lave, di pietra picea, che possono tutt’al più riferirsi a qualche rara
ed affatto isolata varietà di roccie delle suaccennate due categorie.
Altri autori parlano di pomici del Demavend, Kotschy specialmente, il
quale per di più segna nella sua carta, al lato nord-ovest intorno
al cratere, grandi monticoli e scarpe di lapilli e frantumi di
questa sostanza. I saggi di Buhse sono stati raccolti sulla strada
medesima da noi percorsa, e fino alla base del monte presso Abigerm.
Per quanto io facessi particolare attenzione alle roccie sul nostro
cammino, non mi venne mai dato di trovare alcun frammento paragonabile
veramente, e pei caratteri e pel modo di formazione, alle vere pomici
dei vulcani d’Italia. Gli stessi saggi di Buhse che io ho visti nel
Museo mineralogico dell’Academia delle scienze di Pietroburgo, non
mi sembrano esattamente determinati come pomici. Alcuni pezzi di
assai apparente aspetto pumiceo raccolti dal prof. Lessona intorno al
cratere, uno fra gli altri coperto da bellissimi cristallini di ferro
oligisto, sono frantumi di trachite profondamente alterata da soffioni
solforosi: vi si possono infatti distinguere colla lente minuti
cristallini, anche della caratteristica mica, sfuggiti all’azione di
vapori alteranti. Io credo perciò che, fino a nuova più sicura prova
del contrario, si possa mettere in dubio l’esistenza di vere pomici al
Demavend, per quanto la produzione di questa sostanza sia ne’ vulcani
legata coll’esistenza delle roccie trachitiche.
È impossibile determinare in una semplice escursione, e per un solo
lato del Demavend, l’ordine di successione delle emersioni trachitiche
e basaltiche. Il solo fatto che mi sia risultato ben chiaro è questo:
che le prime sono prevalenti nel cono centrale, le seconde nella corona
basale del vulcano. È pure da notarsi, come assai importante che, nel
perimetro di questa corona, le roccie eruttive riposano generalmente
sovra conglomerati, i cui frammenti sono ancora delle stesse roccie
basaltiche e trachitiche. In alcuni luoghi, come per esempio presso
Ask, il basalto è compreso fra due depositi di conglomerati. Questo
prova che l’aqua ha avuto una parte molto importante nelle dejezioni
del Demavend, come in generale di tutti i vulcani.
All’alba del 13 agosto incominciò la salita vera del cono. Avevamo
avuta la previdenza di far tener pronti alla stazione Thomson i nostri
muli, i quali ci giovarono per circa un’ora di cammino, frammezzo
alle frane, infinchè l’erta cessò dall’esser praticabile anche da muli
persiani. La superficie del cono è assai ineguale, ma i rilievi e gli
avvallamenti hanno una visibile disposizione come di raggi che partono
dalla sommità, e si allargano verso la base. Gli avvallamenti, non
occorre il dirlo, sono letti di neve. In qualche sinuosità più riparata
ne avevamo già viste alla base alcune pezze isolate; queste crescono
naturalmente di numero e di estensione coll’altezza, così che, verso la
sommità, imponenti distese di nevi perpetue occupano tutto lo spazio
tra le coste del monte. Seguimmo da principio per lungo tratto una
cresta, poi scendemmo in un gran letto di lapillo trachitico, onde il
procedere era fatto ancora più faticoso. Da questo passammo su di una
crosta scoriacea di trachite rossastra che si continua fin presso la
sommità del monte, come una gran colata fluita dal cratere.
L’effetto della rarefazione dell’aria non tardò molto a farsi sentire
in alcuni di noi. Da prima si arrestò una delle nostre guide di Abigerm
presa da vomito, poi Doria; ed infine, a quattro quinti della salita,
dovetti io pure rinunciare con profonda invidia a dividere co’ miei
compagni la gloria di toccare la cima del grande vulcano. I sintomi
che ebbi a provare furono nausea, vertigini, affanno di respiro, ed un
sonno invincibile non appena m’arrestassi a prendere alquanto riposo.
Dovetti quindi cedere e ridiscendere alla stazione, accompagnato da una
delle guide.
Prendo dalle relazioni verbali avute sul luogo il giorno istesso, e
specialmente dal giornale del mio amico Lessona il racconto del resto
della salita. Piegando alquanto verso oriente si lascia la roccia
solida per passar ancora sul lapillo, da cui escono qua e là punte e
scogli di trachite; quindi si arriva al passo più pericoloso, al così
detto _Bamsi bend_ (passo del gatto), che è uno stretto sentiero da
indovinarsi attraverso un immenso ripidissimo letto di neve entro un
avvallamento della montagna. All’opposto lato la difficoltà cresce
ancora per lo sporgere della roccia, sotto la quale conviene curvarsi
per passare, dividendo l’attenzione fra la testa ed i piedi; e se un
piede manca, si è irreparabilmente perduti, scivolando nell’abisso. Il
prof. Lessona ed il capitano Champain furono i soli che, governando
prudentemente il bastone, escirono da questo passo senza ajuto delle
guide, mentre altri due non furono salvi che per la prontezza onde
furono soccorsi. Al di là di questo passo l’erta riprende faticosissima
su di una cresta rocciosa, poi di nuovo su di un’erta di lapilli più
ripida delle precedenti. Da questo punto si vede già l’orlo del cratere
tutto giallo di solfo. Succede un nuovo avvallamento occupato da una
gran massa di neve meno erta della precedente, ma non meno pericolosa
in altra ora od in altra stagione, quando, solidificata dal freddo,
non ceda sotto il passo. Qui il prof. Lessona ed il capitano Champain
sentirono contemporaneamente uno scoppio dalla cima del monte, e
videro sollevarsi un denso getto di vapore: l’aria d’ogni intorno era
piena di esalazioni solfuree. — Si compie l’ultimo tratto della salita
nella neve cosparsa di polvere di solfo, o nella roccia incrostata di
solfo. Primo a toccar la sommità (eran le 2 pomeridiane) fu Orio, che
fece sventolar il fazzoletto sulla punta del bastone, gridando _viva
Italia_. Fu immediatamente raggiunto dal capitano inglese, poi dagli
altri. Mirza Alì, ed alcune guide che soffrivano della rarefazione
dell’aria, s’arrestarono più in basso, in una caverna scavata nello
solfo.
Il cercine del cratere ha la figura di un’elisse, il cui maggior
diametro, dall’ovest all’est, misurerebbe, all’occhio del prof.
Lessona, trecento metri, l’altro ad esso perpendicolare, forse cento.
All’est ed all’ovest vi sono due depressioni, al nord e al sud due
rialzi. Tutto il cercine era coperto di neve, meno che dalla parte tra
l’est ed il sud, ove tutta la apparente sua massa era purissimo solfo.
L’interno era un piano di neve e di ghiaccio sul quale nessuno osò
avventurarsi. Quando i miei compagni vi arrivarono vi si vedeva ancora
dalla parte verso l’est un vano circolare che in breve si chiuse: era
forse di là partito il getto di vapore osservato poco prima.
Il barometro del capitano Champain si era guasto per via: quello del
prof. Ferrati invece, perfettamente conservato, giunse felicemente
alla cima. I miei amici vi si promettevano la vista delle selve
del Mazanderau e, più lungi, del Caspio: non videro invece, verso
il nord, che uno sterminato mare di nebbia, al sud-ovest l’immensa
distesa dell’altopiano iranico, dalle altre parti nubi e vertici di
montagne, che dal basso sembravano giganti e di lassù pigmee. Rimasero
sull’orlo del cratere un’ora, spesa anche in parte nelle osservazioni
barometriche; scrissero i loro nomi su di un foglietto che fu riposto
in una bottiglia, e questa, ermeticamente chiusa, abbandonata colà,
come documento ai futuri _touristes_.
Alle 3-1/2 le guide instavano onde si discendesse precipitosamente.
Una nuvoletta avea ravvolta per un istante tutta la brigata, altre
maggiori accennavano di seguirla ingrossando, ed il pericolo era
imminente di non poter discernere più, nel fitto della nebbia, il
buon cammino. La discesa fu senza inconvenienti. Alcuna delle nostre
guide, sui piani inclinati di neve, si lasciava scivolare in basso.
Mirza Alì per discendere in questo modo, s’accoppiò stranamente con un
altro persiano, ma presto rotolarono entrambi, e furono ben fortunati
di poter riprendere il cammino più lento ma più sicuro della roccia.
Io medesimo, avendo incautamente ceduto alla seduzione di questo mezzo
accelerato, corsi pericolo estremo di vita.
Alle ore sei eravamo tutti radunati alla stazione Thomson, lieti
del successo, ed il nostro amico prof. Ferrati lietissimo di poter
intervenire autorevolmente nella discordia delle cifre dell’altezza del
Demavend. Al desinare, mancandoci il vino che avevamo espressamente
lasciato ad Abigerm, un po’ d’aqua tinta di rhum ne tenne le veci al
_toast_. Lì pernottammo di nuovo, e il dì seguente fummo di ritorno ad
Ask così per tempo da passare in quell’interessante località tutta la
giornata.
L’unica via per la quale si possa ascendere il Demavend è quella che
abbiamo seguita; per tutto il resto del perimetro del gran cono l’erta
è impraticabile, od almeno non fu ancora tentata. Ho già detto come
il Demavend, visto dai contorni di Teheran, si presenti col suo asse
sensibilmente inclinato verso ovest, come se la sua base fosse stata
sollevata verso oriente. La posizione di Ask corisponde appunto alla
elevazione del piano di questa base, onde viene che da qui la retta
applicata sul pendio, in un piano verticale all’orizonte, formi con
questo un angolo più acuto che non altrove. È importante l’osservare
subito che a questa parte del monte corrisponde pure la grande
spaccatura che aprì il corso alle aque del Lar: sulla quale circostanza
dovrò tornar fra poco.
Quasi ogni anno i montanari di Reinah e di Abigerm salgono alla cima
del Demavend per raccogliervi solfo, e si racconta che non rari siano
i casi di pagare colla vita l’avidità del guadagno: ma per lungo
lasso di secoli nessun viaggiatore europeo aveva ardito affrontar una
simile impresa. Doveva naturalmente toccare ad un figlio della bionda
Albione il dare il buon esempio, e ad altri poi seguirlo. Il paese che
sotto varj aspetti è ancora una terra incognita, le difficoltà d’ogni
genere che vi si incontrano, il rango di quella montagna fra le più
elevate del globo, la sua stessa natura, le misure discordi ottenute
in varie riprese della sua altezza, fanno sì che, negli annali de’
viaggi, la salita del Demavend sia ancora adesso un fatto meritevole di
registrazione. Ecco in breve, ed in ordine cronologico, le notizie che
ho potuto raccogliere sulle ascensioni e sulle misure ipsometriche di
questo grande vulcano.
1837. Nel settembre. Taylor Thomson è il primo europeo che si cimenti
alla salita del Demavend, portando seco un barometro, ma essendo la
sommità del monte ravvolta tra le nebbie s’arresta ad una caverna
alcune centinaja di metri più in basso, e quivi prende le sue misure
termometriche e barometriche. Ainsworth su queste misure calcolò
approssimativamente l’altezza del Demavend in 13,793 piedi parigini.
Humboldt invece, sui dati medesimi, arriva ad una cifra assai più
elevata: 18,400 p. p.
1838-39. Il capitano Lemm è spedito in Persia dal governo russo,
per accompagnare un invio di doni allo Schah ed al governatore del
Korassan, e coll’incarico di determinare l’esatta posizione geografica
de’ principali punti sulla sua strada. Dalla sua tabella estraggo
queste altezze, misurate trigonometricamente da Teheran.
Teheran: casa della legazione russa 3,579. p. p. sul livello del mare.
Cima del Schemran 12,247. —
Cima del Demavend 18,846. —
1843. Kotschy, dalla metà di giugno ai primi di agosto, percorre in
varie direzioni la base ed i contorni del Demavend, specialmente per
ricerche botaniche. Agli ultimi di luglio intraprende la salita del
cono: ne dà una minuta ed esatta descrizione, ed assai belli disegni.
Percorre l’orlo del cratere in 378 passi. La sua relazione, stampata
molti anni più tardi (_Mittheilungen di Petermann_, 1859), è quanto di
meglio finora fu scritto sul Demavend.
Kotschy non prese misure ipsometriche. All’occasione della stampa della
sua relazione sentenziò esser molto esagerata la cifra dell’altezza del
Demavend data dagli Inglesi; giudicando ad occhio da esperto alpigiano,
com’egli stesso dice, e dalla natura della vegetazione, concede tutt’al
più un maximum di 15,000, p. p.
1852. Czarnotta, ufficiale montanistico austriaco al servizio del
governo persiano. La sua ascensione (in agosto) è qualche cosa di
romanzesco. Abbandonato dalle sue guide passa una notte solo, privo di
coperte e di provigioni, alla distanza di due ore dal cratere, sotto
una buffera di gelo che gli intirizzisce le membra, e fa discendere il
termometro a -17 R. (!!). Dopo stenti infiniti arriva alla sommità e
passa una seconda notte a poca distanza dal cratere. Incontra individui
estranei che sembrano attentare alla sua vita; le stesse sue guide che
più tardi lo raggiungono, dopo averlo derubato de’ suoi istrumenti
e delle sue pistole, non dimostrano più miti intenzioni. Tratta
per la sua salvezza, gettando a quella gente quanto danaro aveva.
Ritornato a Teheran poche settimane dopo muore di tifo. (Vedi ancora le
_Mittheilungen di Petermann_, 1859).
1854. Renold Thomson, fratello dell’altro citato più sopra, e lord
Kerr, salgono il Demavend, ma per mancanza di istrumenti nè fanno
osservazioni nè publicano relazione alcuna.
1858. Gli stessi, in compagnia del sig. di S. Quintin, addetto alla
legazione francese, e del sig. Castelli (di Tauris), ripetono la salita
con un eccellente ipsometro ad ebullizione di Casella. Questo sig.
Thomson è il medesimo che ebbimo la fortuna di conoscere personalmente
ne’ nostri frequenti convegni colla legazione inglese. Il suo rapporto,
publicato nel giornale della società geografica di Londra, è molto ben
redatto. Il risultato dell’osservazione fatta in questa circostanza
darebbe al Demavend un’altezza di 20,192. p. p.
1859. Il sig. Beguer, segretario della legazione russa, ed il sig.
Barthelemy francese, morto poco dopo a Teheran, ribattono il medesimo
cammino, e toccano la punta del Demavend, ma non fanno osservazioni.
1860. Il barone Minutoli, il sig. Grolman, il sig. Brugsch della
ambasciata prussiana, accompagnati dai signori Watson, Fane e Dolmage
della legazione inglese, intraprendono l’ascesa del Demavend verso la
fine di luglio, essi pure muniti di un ipsometro ad ebullizione, mentre
il sig. Nicolas, stando al piede del vulcano, alla stazione di Abigerm,
istituisce contemporaneamente osservazioni di confronto. I dati
ottenuti conducono ad attribuire al Demavend un’altezza di circa 20,000
p. p.
1861. La spedizione russa del Caspio, sotto la direzione del sig.
Iwastschinzow, determina l’altezza del Demavend mediante osservazioni
trigonometriche alle due stazioni dell’isola Aschuradah, nella baja
di Astrabad, e dello sbocco del fiume Tedjen presso Ferhabad. La media
ottenuta è di 17,326 p. p. al disopra del livello del mare generale.
1862. La sezione dell’ambasciata italiana. Le misure barometriche del
nostro collega com.^e Ferrati intervengono molto a proposito fra tanta
discordia di cifre. Sebbene per la natura stessa del metodo siano
da ritenersi come semplicemente approssimative, esse hanno su tutte
le altre precedentemente prese il grande vantaggio di esser state
confrontate con osservazioni barometriche e termometriche eseguite nel
giorno stesso ed alla stessa ora, alla stazione russa di Aschuradah,
sul Caspio, presso la base al nord del Demavend, con istrumenti
regolati, come quelli medesimi del Prof. Ferrati, all’osservatorio
meteorologico di Tiflis.
Ecco ora le cifre datemi dall’egregio collega, come esprimenti altezze
sul livello medio dell’oceano.
Teheran 1240 metri
Ask, presso il ponte 1795 »
Abigerm 2275 »
Cima del Demavend 5670 »
È un errore soventi ripetuto ne’ libri che il Demavend serva di faro
ai naviganti del Caspio. Non potrebbe essere tutt’al più che un faro
diurno ed a ciel sereno, poichè non getta mai fuoco, ed il languido
persistente suo lavoro vulcanico si manifesta ora soltanto con fenomeni
secondarj. Il suo cratere attuale è sproporzionatamente piccolo in
confronto della immensa mole del cono; e nessuna conosciuta memoria
storica accenna a masse fuse di là eruttate. Quella colata di trachite
scoriacea, di cui ho fatto cenno, è ben poca cosa al paragone della
massa compatta attraversata da potenti _dicche_ onde tutto il cono è
formato. La sommità del monte è una solfatara attiva. Lo solfo che
incessantemente vi si sublima, accompagnato da soffioni di vapori
aquei, è in fiori ed in minuti cristalli, inquinato da gesso. Vi si
trova anche, nella trachite alterata da questi soffioni, qualche
sublimazione di ferro oligisto. Alla stessa causa interna, onde è
alimentata la solfatara della sommità, si collegano le surgenti termali
e solforose della base.
L’attività vulcanica del Demavend è manifesta eziandio da terremoti.
Morier ha fatto una relazione di quelli del 1805, e del giugno del
1815; il quale ultimo, come risulta pure da un rapporto di Bell, ha
cagionato gravi sconvolgimenti. Alla base del monte verso occidente,
sulla strada da Amol a Teheran, tra Karu e Balkulum, Bell ha visto,
come effetti di questo terremoto, rovine di edifizj, ponti distrutti,
i cui pilastri non si corrispondevano più. Molti villaggi pure furono
sconquassati, e le strade fatte impraticabili per due anni dopo
l’avvenimento.
Abbiamo precedentemente veduto: 1º che la formazione di travertino
di Ask, e la ingente massa di tritume e conglomerato vulcanico che
vi sta sopra, si debbono considerare come di formazione recente; 2º
che il burrone del Lar, circuente per gran tratto, a sud-est, la base
del Demavend si è aperto nel travertino stesso. È molto probabile che
il medesimo terremoto, per forza del quale si è fatta questa grande
spaccatura, abbia sollevata da questa parte la base del vulcano, ed
inclinatone l’asse verso occidente. Aggiungerò pure come sia antica
tradizione, tuttora vigente in Teheran, che il Demavend abbia cambiato
di forma.
L’età moderna di questo vulcano si desume anche da altri dati. È
impossibile non vedere una continuità di processo tra la formazione del
travertino del burrone di Ask, e le aque solforose-termali che sgorgano
da questa parte in sì gran copia; fra il ruscello d’aqua ferruginosa
che si passa arrivando ad Ask da Teheran, ed il cemento ferruginoso
fino ad assai notevole altezza della puddinga vulcanica a’ piè della
quale scorre il ruscello stesso.
Devesi poi fare particolare attenzione a questo, che, per quanto
risulta dalle mie osservazioni, nè le tanto caratteristiche roccie
del Demavend, nè altre roccie vulcaniche in istretto senso, trovansi
rappresentate nel tritume generale degli altipiani della Persia
occidentale; per il che sarebbe da concludersi che le formazioni
vulcaniche dell’Elburz sono posteriori alla dispersione de’ tritumi
onde quegli altipiani furono costituiti. Abich ha osservato la stessa
cosa nel Caucaso e nell’Armenia. Certamente poi la ingente mole del
Demavend non è surta tutta in una sol volta, ma prima si formò la
corona basale, poscia il cono centrale. Nel tratto percorso della base
di questo monte, io ho quasi dapertutto osservato che le masse eruttive
delle roccie, e specialmente delle basaltiche, riposano sovra strati
più o meno potenti di conglomerato vulcanico.
Ho accennato più sopra alla mancanza di un attendibile documento
istorico di lave roventi eruttate anticamente dal Demavend. Un qualche
dato della antica maggiore attività del vulcano sembrami tuttavia
trasparire dal velame della leggenda mitologica del re Zohaq, ancora
oggi tanto popolare fra gli abitanti del nord della Persia, e così
poeticamente narrata dal loro immortale Firdusi. L’empio Zohaq, nato
ne’ deserti dell’Arabia, erasi legato in patto infernale con Arimane,
e coll’ajuto di questi aveva ucciso il proprio padre, per usurparne la
corona. Il genio del male che, sotto forma di un bel giovinetto, erasi
posto al suo servizio, e lo nutriva di sangue, gli chiese un giorno
di potere imprimer sulle di lui spalle un bacio, come segno e mercede
della sua fedeltà. Non appena le labbra infuocate di Arimane toccarono
le spalle del suo signore, spuntarono da queste due neri serpenti,
che nessun arte valse a distruggere, e che si dovettero satollare
di cervella umane. Zohaq, eletto poscia re dagli Irani, stendeva sul
paese da oltre un secolo il suo terribile scettro, ed ogni giorno gli
erano immolate due vittime umane; quando il fabro Kawe, al quale erano
stati presi sedici figliuoli per farne pasto ai serpenti, sul punto
di vedersene tolto ancora uno, chiamò gli Irani all’insurrezione. Un
giovine eroe, Feridun, nato nelle aspre gole del Demavend, intraprese
la lutta col potente Zohaq, e, fattolo prigioniero, lo rinchiuse
nell’immensa interna spelonca di quella montagna, ove carico di catene
_strepita_ e _mugge_ il vinto tiranno. Come segno che doveva annunciare
tutt’all’intorno la vittoria, Feridun accese, sulla sommità del
Demavend, _un fuoco di gioja_. Ogni anno, l’ultimo giorno di agosto,
nella città che trae il nome dal grande vulcano, la festa commemorativa
della caduta del re Zohaq è celebrata con grandi clamori, corse
tumultuanti di cavalli, e fuochi[45].
Ora se anche in questa, come in ogni altra leggenda tradizionale,
è lecito ricercare qualche fondamento di reale, due cose fermano
l’attenzione: la fiamma accesa da Feridun sulla cima del Demavend,
probabile indizio di materie ignee eruttate, o di vapori illuminati
dalle bragie del cratere ora da secoli estinto; e gli strepiti, i
muggiti dell’incatenato Zohaq, alludenti a rumori di vera attività
vulcanica, piuttosto che all’impeto de’ soffioni attuali. Non può a
meno anche di far impressione alla mente l’analogia fra la leggenda
persiana ed il mito greco di Encelado fulminato da Giove, e chiuso
nelle viscere dell’Etna.
Non lascerò Ask senza aggiungere qualche cenno sulla fauna di questa
parte culminante dell’Elburz. Due sole specie di rettili ho trovato
attorno alla corona del Demavend, la _Lacerta muralis_, varietà del
ventre rosso di fuoco, e lo _Stellio caucasicus_. Quest’ultima è
quella che si porta a maggior altezza, ma non fino a passare nel
circo attorno al cono centrale. Il carattere alpino della fauna
ornitologica già dianzi osservato, si fa sempre più evidente. La
_Sitta syriaca_ riempie la solitaria vallata di Ask delle sonore
sue note. La _Pyrgita domestica_ qui scompare, ed è sostituita dalla
_Pyrgita montana_ abbondantissima ne’ campi e negli orti attorno alla
città. Nel pianerottolo di Reinah trovai ancora la tortora commune
(_Turtur auritus_), e stormi di _Fregilus graculus_. Il _Serinus
pusillus_, l’_Otocoris larvata_, la _Petrocincla saxatilis_, salgono
fino all’orlo della corona del Demavend. Nel circo al di là di questa
corona si trovano: la _Ruticilla tithys_, l’_Accentor alpinus_, ed il
_Pyrrhocorax alpinus_; e fin qui sale del pari la pernice (_Caccabis
chucar_), il cui chiocciare ripercuotevasi al mattino per que’ dirupi.
Uno stormo di ventisette individui passò a tiro di fucile sulla nostra
stazione la mattina stessa dell’ascesa del cono. Una moltitudine di
avoltoi (_Vultus fulvus_) vedevasi costantemente roteare per l’aria al
disopra de’ pascoli.
Nella sua escursione al Demavend Kotschy racconta aver visto un branco
di venti capre selvatiche, o, come egli dice, stambecchi, scendere
dalla sommità del monte, e mettersi a pascolare tranquillamente fra i
muli della sua piccola caravana. — La gente del seguito avea già data
mano al fucile, ma ne fu trattenuta da Kotschy stesso, che voleva da
una parte evitare il pericolo di ferire invece d’una capra uno de’
muli, dall’altra era curioso di studiare da vicino il contegno di
quelle così circospette bestie. Ad un tratto le capre presero a fuggir
precipitosamente sui greppi inaccessibili a piede umano. Causa di
questo improvviso spavento fu una grossa tigre che Kotschy ebbe agio
di osservare a circa 500 passi di distanza. La fiera che al dir di una
guida era salita dalla parte di Ask, rimase accosciata alcuni minuti,
poi, all’aspetto del fumo dell’accampamento e della gente, si allontanò
di nuovo.
La mattina del 15 agosto, tenuto consiglio per la scelta del cammino
di ritorno, prevalse la proposta di non ribattere quello stesso che
avevamo fatto in venendo, ma di passare per la città di Demavend. Dal
punto di vista delle collezioni zoologiche questa scelta fu infelice.
Io calcolava su di abondante caccia delle specie osservate ne’ giorni
precedenti, e il calcolo, col mutar delle condizioni del paese, andò
fallito.
Lasciata adunque Ask, ribattuta per un certo tratto la strada medesima
per la quale eravamo venuti, giunti al bivio, lasciammo la via di
ponente, scendendo ancora le pittoresche balze fra grandi frane e
pianerottoli erbosi del sistema del Demavend, finchè si giunse al Lar,
ad un ponte in muratura; reso da due anni impraticabile per guasti
che, secondo il costume persiano, lungi dal riparare prontamente si
lasciarono progredire. La rapida corrente si passa su di un ponte
posticcio. Al di là del fiume, prima di impegnarci in una gola fra
roccie calcaree, si incontra, sulla destra del cammino, l’ultima
propagine del Demavend: una lingua di roccia basaltica, separata dalla
sottoposta calcarea, dal solito conglomerato vulcanico, e che cessa
bruscamente. La località è interessante perchè anche qui si può vedere
chiaramente come i frantumi delle roccie caratteristiche del Demavend,
non si estendano oltre le frane della base propria del vulcano. Di là
il cammino continua per lungo tratto chiuso fra monotoni ed aridissimi
dirupi calcarei, con appena qualche po’ di vegetazione lungo un
povero ruscello. Varcato il giogo sul quale s’inerpica il sentiero,
si discende in una valle trasversale aprica, tutta cultivata; e qui
si vede succedere alla calcarea un’arenaria rossa compatta di grana
finissima. Si valica di nuovo un colle formato di strati di calcarea
marnosa indurita, in massima parte di vaghissimo color turchesino, per
ridiscendere ancora in una valle più ampia, benissimo cultivata, con
macchie e filari di alberi, e popolata di armenti. Nel fondo, tra il
denso fogliame dei boschetti e de’ giardini, spuntano le torri e le
cupole smaltate delle moschee della città di Demavend: meta sospirata
dopo una marcia di otto ore.
Il nostro golam-dragomanno ci condusse pei viottoli tortuosi della
città all’estremo opposto, in una casa qualunque che egli si era
prefissa senza che si potesse concepire alcuna ragione della scelta.
Il nostro cuoco era già intento ad ammannire il pranzo, e noi a trovar
qualche posto in quell’orribile catapecchia ove distendere i nostri
materassi, quando supragiunse il padron di casa a lagnarsi di questa
violazione della sua proprietà, e ad intimarci di sgombrare. Mirza Alì
non fece altro, in nostra presenza, che applicargli subito una buona
razione di scappellotti e di calci, e mandare invece lui, il padrone, a
cercarsi un altro asilo per quella notte.
La città di Demavend porta nel mio giornale una nota particolare per
l’abondanza e la squisitezza delle frutta, ed in ispecie dei sugosi e
dolci cocomeri.
Lasciandola alle nostre spalle, il dì seguente, attraversammo da prima
il bosco che la ricinge ad occidente, quindi ancora i bei campi che
formano la ricchezza della città, per salire, dopo breve tratto, sui
colli che da questo lato limitano la valle. Non tardammo ad avvederci
del molto brutto cambio che avevamo fatto mutando strada, lasciando i
fantastici dirupi, le erbose valli, le ridenti oasi del Dschadscharud
e del Lar, per una interminabile successione di grandi onde di colline
marnose orribilmente nude, monotone e tristi. Ad ogni salita movevasi
l’animo nostro alla fiducia di vedere di colassù mutar l’aspetto del
paese, ma invano: un nuovo avvallamento, una nuova salita dello stesso
inesorabile carattere. Dopo lunghe ore di un cammino siffatto, eccoci
finalmente ad un po’ d’aqua nel fondo di un valloncino, e al di là
ad un piccolo caravanserai ove facciamo sosta per la colazione. Vi
trovammo due mercanti diretti alla capitale con stoffe e pelli del
Mazanderan, e traenti seco a spettacolo publico due belli animali
vivi: un grosso babbuino grigio (_Cynocephalus hamadryas_), ed un
giovane leone mansuetissimo, che i due mercanti aveano avuto a Schiraz.
Oltre il caravanserai la strada continua ancora a ridosso di colline
marnose aridissime, rotte però qua e là da masse di melafiro, con vene
e rognoni di mesotipo. Poco prima di scendere ai Dschadscharud, sulla
sinistra del cammino, si può vedere un taglio del terreno cogli strati
marnosi sollevati ricoperti dal tritume generale, i cui frammenti sono
adagiati non già in posizione orizontale, ma secondo l’inclinazione
degli strati sottoposti, onde si dovrebbe inferire che il sollevamento
di queste colline si è compiuto dopo la dispersione del tritume
generale stesso, e forse per opera della emersione del melafiro.
Sul far della sera arriviamo infine all’ultima stazione, al greto del
Dschadscharud, la cui rapida corrente ha qui l’importanza di un vero
fiume, quantunque diretta a farsi tutta assorbire nel deserto. Alziamo
le nostre tende fra una capanna di poveri coloni ed il ponte che, per
caso raro in Persia, era in perfetto stato di conservazione. Il vino
che ci era mancato sul Demavend ci soprabondava qui, ed il proposito
di non riportare a casa che bottiglie vuote è puntualmente eseguito.
I brindisi, gli evviva, le canzoni patrie, risuonano per quella nuda e
squallida solitudine, finchè ci regge il fiato ed il _Bordeaux_ non ci
aggrava le palpebre. Il mattino seguente una breve e lieta cavalcata ci
ricongiunse ai nostri compagni in Tedgrisch.