XV.

Teheran. — La cultura publica in Persia. — La giustizia. — L’Emir —

Il Sadrazam. — Confronti. — Massacro della legazione russa nel 1829. —

Guerra coll’Inghilterra nel 1856 — Herat. — L’armata. — I Turcomanni. —

Le febbri a Tedgrisch. — Lo Schah. — L’udienza imperiale. — Il ministro

degli affari esteri. — Dopo l’udienza.

Teheran è posta nel deserto, a breve distanza dalla catena dell’Elburz,

nello spazio tra le ridenti oasi del Schemran e le rovine della biblica

Rages. L’italiano Della Valle, il pellegrino che la visitò sullo

scorcio del secolo decimosettimo, la chiama la città de’ platani; la

descrive come grande, ma poco popolata, intersecata da ruscelli, ricca

di giardini e di frutteti. Già anticamente, in varie riprese, l’aveano

scelta a loro temporanea sede alcuni re della Persia; ma al rango

di capitale del vasto impero non salì che verso la fine dello scorso

secolo, col surgere della nuova dinastia. Aga Mohamed khan vi costruì

nuovi aquedotti, bazar, moschee, palazzi, e pago infine dell’opera sua

trasferì nella rifatta città la residenza dei Re de’ Re, abbandonando

l’antica sontuosa metropoli di Ispahan. Una sola costante legge governa

in Persia le capanne ed i palazzi, gli umili villaggi e le grandi

città; tutto è predestinato alla rovina sin dalla fondazione, ed i

Persiani non riparano, ma ricostruiscono.

Io non farò la descrizione di Teheran, rimandando il lettore a

quanto ne scrissero i viaggiatori e più recentemente, colla maggiore

accuratezza, il sig. Brugsch[41]. La fisonomia generale di questa

città non è gran fatto diversa da quella delle altre città persiane:

il materiale di costruzione vi è il medesimo: fango, puro fango: le

contrade sono strette, sudicie, irregolari, estremamente polverose

in estate, e fangose nella stagione della pioggia. Un’alta muraglia

di fango ed un gran fossato asciutto la ricingono, e vi danno accesso

sei porte, che dal tramonto al surgere del sole rimangono gelosamente

chiuse. Alcuni gruppi di casolari, presso le porte, formano i suburbj,

uno dei quali, dal lato del Schemran, trovammo intieramente stemperato

da una pioggia diluviale e da una innondazione dell’anno precedente.

Nell’ampia distesa di casipole e muricciuoli di fango surgono, qui più

che altrove, opere monumentali della moderna arte persiana, costrutte

in buoni mattoni cotti, con eleganti mosaici di mattoni smaltati. Le

porte fiancheggiate di torri, le moschee, i bazar, sono per una certa

magnificenza di stile, per le decorazioni, per la freschezza, quanto

di più bello si può vedere in tutti i dominj degli Schah. La porta

del nord, detta la porta dell’impero, e lì presso il mausoleo che

racchiude la testa del Khan di Khiva, furono i primi bei monumenti che

si offrirono al mio sguardo nella visita fatta alla città. Da questo

lato si trova il più importante dei quattro quartieri, nei quali la

città stessa è divisa. Oltrepassata quella porta si percorre una strada

lunga e diritta, regolarmente selciata, rasente il muro di cinta del

giardino dello Schah, ed a questo muro sono attaccate in lungo ordine

molte cassette vetrate, nelle quali arde di notte una candela, tutto

il contorno della residenza imperiale essendo illuminato, quando il

resto della città è nelle tenebre. Per quella strada si giunge a una

grande piazza, circondata di frontoni maestosi, che servono d’accesso

a’ bazar, a’ caravanserai, al palazzo dello Schah e de’ suoi ministri.

Nel mezzo di questa piazza sta quella che da noi si direbbe la gran

guardia: una batteria di cannoni di diverso calibro, ed uno fra essi

di enormi dimensioni, con gruppi di soldati quali in sentinella, quali

accosciati fumando tranquillamente il kalian.

Il giardino dello Schah è imponente pel lusso della vegetazione,

per maestosi viali, per grandi piscine, per la pulitezza, l’ordine,

l’eleganza che domina dappertutto, e rivelano arte, gusto, costumanze

d’Europa. Il direttore, infatti, è un francese. Non mi accingo tampoco

a descrivere l’interno del palazzo, la favolosa ricchezza de’ troni,

l’addobbo sontuoso di alcune sale, contrastanti in singolar modo colla

nudità, colla decadenza de’ fabricati imperiali che avevamo fino allora

visti. Varj grandiosi edifizj, tutti press’a poco del medesimo stile,

co’ loro grandi talar prospicienti l’immenso giardino, compongono

questa residenza del Re de’ Re. Alcuni servono d’abitazione a’ grandi

di corte, altri al ricevimento de’ dignitarj nelle varie solennità;

altro infine chiude il tesoro reale, indescrivibile assembramento di

perle, di rubini, di smeraldi, di diamanti, della più rara bellezza,

per un ammontare che vien calcolato oltre 1,250,000,000 di franchi.

Da questa parte della città, presso la porta dell’impero, trovasi

il collegio, istituzione europea, che la volontà dello Schah attuale

mantiene, che un altro regnante può distruggere, senza che ne rimanga

tampoco la memoria nell’indifferenza del paese. È una specie di

istituto politecnico, nel quale ad una quarantina di allievi si dà

una istruzione elementare nella fisica, nella chimica, nella mecanica,

nella topografica, nella lingua francese. Naturalmente vi sono addetti

professori europei, ma già si manifesta e si traduce in effetto

l’intenzione di sostituire loro a poco a poco professori persiani. Un

italiano, il signor Focchetti, vi tenne per alcuni anni la catedra

di fisica e di chimica, ed ha lasciato buon nome e desiderio di sè,

non solo fra i pochi suoi connazionali, ma fra gli altri Europei

e le istesse più intelligenti notabilità persiane. Noi trovammo in

costruzione un grandioso fabricato nel quale sarà ben tosto trasferito

il collegio che lo Schah ha intenzione di chiamare a nuova vita.

L’Inghilterra tiene lo sguardo fiso sopra Herat, e pel resto si appaga

del grande sfogo che aprono alle sue manifatture i bazar persiani. La

Russia pure inonda la Persia delle sue merci, e contiene la politica

dello Schah colla salutare paura. Fino dai tempi del primo Napoleone, e

della spedizione del generale Gardanne, Parigi è, nel concetto generale

de’ Persiani, il centro del _Frengistan_; e la Francia spiega ancora la

prevalente influenza ne’ consigli dello Schah. La maggior parte degli

officiali europei al servizio della Persia sono francesi. A Parigi il

governo persiano mantiene una cinquantina di allievi, perchè abbiano

ad istruirsi nell’industria manifatturiera, nelle arti dell’ingegnere,

nella medicina. Qual profitto essi ne traggano la loro patria non cura.

Non appena vi abbiano fatto ritorno, l’harem ed il kalian riprendono

il loro pernicioso dominio, e svanisce perfino quella vernice parigina

che ingentilisce il vizio. Pure ciò che è buono nella natura dei

Persiani è ottimo: e questo è l’ingegno aperto, vivace, che li rende

atti ad apprendere con mirabile facilità ogni arte, ogni industria,

ove la memoria, i sensi, e la destrezza fisica abbiano la parte

prevalente. I lavori che i Persiani, per tradizione secolare, e con

strumenti imperfettissimi, riescono a fare, sono veramente stupendi.

Non si perverrà forse giammai ad imitare in Europa le tanto apprezzate

sciabole del Korassan, mentre, sotto la direzione di abili officiali e

capi officine francesi, la fabricazione delle armi da tiro, anche di

precisione, sul modello europeo, ha preso, nell’arsenale di Teheran,

rapido sviluppo. Dal 1861 è teso un filo telegrafico, che, partendo

da Teheran, si biforca a Kazvin, per terminare con un estremo a

Tauris, coll’altro a Rescht. Il primo stabilimento, o, come direbbesi,

l’impianto di una novità così inconcepibile alla scienza orientale,

fu naturalmente affidato ad Europei; ma in sì breve spazio di tempo

il servizio del telegrafo è già intieramente passato a funzionari

persiani, e procede nel modo più regolare.

Non sia giudicata frivola cosa quest’altra prova del singolare ingegno

imitativo dei Persiani, ch’ebbe con profitto grandissimo suo e dalla

scienza il mio amico Doria. Durante il suo viaggio nelle provincie

meridionali della Persia, vennegli in pensiero di addestrare a ricerche

naturali il suo cuciniere, giovinotto di non ancora venti anni, nativo

di Schiraz, di nome Kerim, ed in breve riescì a sviluppare in lui

un talento straordinario, un perspicace senso pratico, una decisa

passione per tutti gli artifizi delle collezioni zoologiche. Condottolo

seco alla sua nativa Genova, bastarono poche lezioni del bravo e

compianto preparatore De-Negri a fare per soprapiù del giovane Kerim

un tassidermista abilissimo. Così il marchese Doria si è assicurato un

prezioso ajuto, che ogni naturalista ha ragione di invidiargli.

La cultura dello spirito è molto più apprezzata dai Persiani che

dai Turchi. Tengono la suprema gerarchia del sapere i _mollah_, che

sono i dottori del Corano, ed i conservatori sacri delle tradizioni

storiche e filosofiche. Poi vengono i _mirza_, o letterati communi,

e di questi grande è il numero. Senza che il governo se ne curi gran

fatto, l’istruzione elementare è più diffusa in Persia che in alcune

provincie della stessa Europa; se non che l’islamismo è un irremovibile

ostacolo a ciò che ne scaturiscano que’ frutti che essa virtualmente in

sè racchiude. Quasi tutti coloro che al vestito si palesano superiori

all’umile plebe sanno leggere e scrivere, e portano abitualmente nelle

saccoccie del vestito un astuccio con penne e calamaio, ed un rotolino

di carta alla cintura. Quasi ad ogni moschea si trova annessa una

scuola (_madrassèh_), ove, sdrajati sovra rozzi tappeti, vedi ragazzi

intenti a deciferare scritture, a tracciare scarabocchi sulla carta.

Nelle città, ne’ villaggi, si incontrano molto frequentemente crocchi

di uditori intenti alla lettura entusiastica de’ novellieri e de’

poeti, onde la Persia mena giustamente sì gran vanto. Tra le botteghe

de’ bazar se ne trovano alcune di librai. La stampa si fa col mezzo

della litografia. Nè mancano giornali: uno è pubblicato in Tauris dallo

stesso nostro primo mehmendar Kulikhan; l’altro in Teheran, sotto la

personale alta direzione dello Schah e de’ suoi ministri, e questo è

adorno di disegni, o, come direbbesi tra noi, illustrato.

I Persiani riconoscono la supremazia degli Europei in tutto quanto si

riferisce al benessere materiale della vita, compiangendo però i vani

bisogni in cui si sono avviluppati, e la conseguente complicatezza

delle industrie per sopperirvi; ma in fatto di teologia, di filosofia

e di letteratura, essi tengono gli Europei per bambini, o, senza

cerimonie, per barbari. Rompendo l’ordine del mio diario, intercalerò

qui un saggio abbastanza curioso della filosofia naturale de’ Persiani.

La scena è in un caravanserai di Kazvin, ove ci troviamo io e Lessona

in compagnia del sig. Nicolas, in crocchio con vari notabili della

città. Mentre l’ottimo dragomanno disputava cogli altri del crocchio,

in lingua persiana, io e Lessona, che non comprendevamo verbo,

stavamo badando ad uno scalpellino che lì presso lavorava un masso di

bellissima trachite rosea; e raccoltone alcune schegge le esaminavamo

colla lente.

«Che fanno que’ signori?» domandò uno dei Persiani del crocchio al sig.

Nicolas.

«Guardano di quali elementi il buon Dio ha composta quella pietra.

«Che necessità di guardare? Lo diremo noi: quella pietra è fatta di

aria, di aqua, di terra e di fuoco.

«Questa è scienza antiquata e morta. Noi Europei sappiamo da quasi un

secolo che l’aria, l’aqua, la terra, non sono elementi, ma sostanze

composte, e che il fuoco non è una sostanza particolare.

«Se accettate la discussione su questa materia, noi siamo pronti, e vi

convinceremo del vostro errore:»...... — e via di seguito, dissertando

con un miscuglio di Aristotele e di Maometto d’uno in altro argomento;

asserendo che la terra non si muove, che è portata sulle corna di

un bue, e questo riposa su di un pesce; che è assurdo ammettere

l’esistenza degli antipodi; e concludendo sempre che quella è la vera,

la sola scienza.

Al sentir di queste belle cose, io e Lessona non potevamo tenerci

dal farne, ridendo, le alte maraviglie; se non che venne tosto ad

ammorzarle una triste riflessione. La scienza che è di sua natura

incoercibile come l’etere, indefinitamente progressiva, che non conosce

confini, e meno ancora contrasti di nazioni, procede forse nel nostro

stesso paese senza spinte retrogade, senza inciampi di strane zavorre?

Non abbiamo anche fra noi consorterie di dotti ignoranti, i quali

per rifiutare altrui il diritto del libero esame, incominciano dal

respingerlo essi medesimi, come un incommodo peso? Che per cullarsi in

beato ozio sotto le ali oscuranti di qualche Aristotele di provincia,

convertono perfino in danno permanente quelle che pur sarebbero glorie

storiche della nazione? Buona gente del resto, che non domanda altro

che di esser lasciata vivere, e a chi dà rende incensi a larga mano.

Ma ahimè, per l’incessante proclamarla quella che non è punto, la loro

scienza non diviene la sola, la vera, la intangibile, meglio che nol

sia quella de’ dottori delle moschee.

Più che al diretto comando degli Schah ha contribuito al rifiorire

di Teheran un Cavour della Persia, un ministro riformatore di rara

intelligenza, che ha lasciata nella storia contemporanea del suo paese

una pagina incancellabile, e la cui tragica fine è ancora materia de’

racconti popolari, ed universalmente compianta. Un figlio di un povero

cuoco di Kermanschah, di nome Mirza Taghi, addetto al servizio del

principe ereditario Nasr-ed-din Mirza, riescì pei suoi talenti, per

la sua operosità, per l’energia del suo carattere, a guadagnarsi i

favori e la confidenza del suo signore, ed a vincere i nemici insurti a

disputare a questi, alla morte di Mohamed Schah, il trono della Persia.

Portato allora egli medesimo al rango supremo di gran Visir, col titolo

di Emir, ottenuta in isposa una sorella dello Schah, Mirza Taghi khan

tutto pose in opera onde riparare le devastazioni della sfasciata

amministrazione precedente, contenere l’avidità spogliatrice de’

governatori e de’ grandi di corte, ordinare i diversi rami del publico

servizio e sovratutto la finanza, nel tempo medesimo che intraprendeva

con prodigiosa attività grandi opere publiche, ponti, strade, bazar,

caravanserai. Ma i rovesci della fortuna sono violenti in Persia, ed

anche per quest’uomo straordinario doveva suonare l’ora fatale. Un

intrigo di corte, abilmente ordito da feroci rivali, da coloro che

sotto quella mano di ferro aveano dovuto cessare da inveterati abusi,

riescì a far credere allo Schah che l’Emir minacciava l’ordine dello

Stato. La memoria degli antichi servigj, l’evidenza de’ nuovi, gli

stessi vincoli del sangue, non valsero a salvarlo. Fu allontanato dalla

corte ed esigliato in una sua villa presso Kaschan, ove non tardò a

raggiungerlo l’ultimo scoppio dell’ira imperiale. L’infelice trovavasi

nel bagno quando gli giunse un messo dello Schah accompagnato dal

carnefice, colla sentenza di morte. L’Emir aveva libera la scelta del

genere di supplizio: gli fu proposto l’avvelenamento con una forte dose

di oppio, ma egli rifiutò. Si fece aprire le vene nel bagno stesso,

e mentre la vita gli andava mancando ebbe ancora la forza d’animo di

scrivere col dito intriso del suo sangue la sacra esclamazione de’

Musulmani: _la allah ill’allah_; non v’è altro Dio che Dio.

Mirza Aga kan che gli succedette nella carica di gran Visir, col

titolo di Sadrazam, fu appena più fortunato coll’aver salva la vita.

Straordinariamente ricco, intraprendente, amante del lusso, padrone

di un sontuoso palazzo nella capitale, di castelli e di terre, dovea

necessariamente suscitare l’invidia e la gelosia dei cortigiani, che lo

accusarono di impinguare i suoi forzieri a danno dello Stato. L’accusa

prese corpo al sopravenire di una crisi annonaria e di una gran penuria

di danaro; ed anche in questa circostanza il despotismo dello Schah si

manifestò in tutta la sua forza. Il Creso persiano dovette sottostare

a taglie enormi, poi infine venne esigliato a Yezd, spogliato dei suoi

possedimenti; e la carica di gran Visir fu abolita.

Da questo esempio, e da altri che ho dovuto narrare nelle pagine

precedenti, si può avere un’idea del modo con cui si amministra in

Persia la giustizia. Tutto il codice è compendiato in un sottinteso

articolo, che si potrebbe esprimere così: la vita e la proprietà de’

Persiani sono in facoltà del sovrano. L’arbitrio, il solo arbitrio,

determina la procedura, la sentenza, il genere e la specie della pena.

De’ carnefici accompagnano dappertutto la persona dello Schah, ed

il capo di essi è una vera dignità in corte. La prigione costerebbe

troppo. Tutte le pene sono pecuniarie o corporali: le prime oscillano

tra la multa e la confisca, ad arbitrio ed a profitto del sovrano; i

gradi delle seconde sono l’esiglio, la bastonatura, le mutilazioni,

la morte, e tanti tormenti quanti se ne possono imaginare. Ma anche

su questa materia non mancano riflessioni e confronti. Ad ogni scoppio

di barbarie musulmane tutta Europa si commove. Noi eravamo in Tiflis,

allorquando i giornali ci portarono la novella del supplizio di

sessanta Turcomanni, che allora aveva avuto luogo sulla piazza d’armi

di Teheran. Quegli infelici, legati tutti in fila, servirono per alcune

ore di bersaglio a’ battaglioni che si facevano successivamente sfilare

loro dinanzi, a tutto tiro di fucile. A tanto orrore noi fummo sul

punto di credere che l’ambasciata italiana non avrebbe proceduto oltre:

ma in seguito, ben ponderate le circostanze, si venne a conchiudere

che la sorte di sessanta ladroni, colti in istato di guerra, non

avrebbe incontrato nella stessa Europa altro diverso trattamento

che nel tempo, nel luogo, ed in una semplice più legale formalità;

differenza sproporzionatamente minore che non sia quella del relativo

stato di civiltà ne’ due paesi. Bisogna ammettere ne’ nostri giudizj

sulla Persia circostanze molto attenuanti. Quel paese è, di confronto

coll’Europa, arretrato di dieci secoli, ma gli orrendi supplizj de’

Babi, che non mi bastò l’animo di descrivere pel minuto, sono ancora

un pallido raffronto ai tormenti co’ quali, or fa appena un secolo (nel

1757), per sentenza di tribunali, in una metropoli del mondo cristiano,

tredici carnefici, per dodici ore continue, fecero scontare a Roberto

Damiens il delitto di aver attentato alla vita di Luigi XV. La tortura

e la ruota non sono peranco sparite dalla memoria de’ contemporanei;

il supplizio alla bocca del cannone fu trovato molto speditivo ed

esemplare, in certe circostanze, anche da propagatori di civiltà; e

fanno raccapriccio le inumane torture colle quali, or sono pochi anni,

gli agenti del governo delle Indie spremevano ai contribuenti morosi

il pagamento delle imposte, onde altre grida di pietà e di sdegno

risuonarono nella Camera de’ communi di Londra.

Con sì largo e terribile arbitrio in chi comanda, col sentimento morale

così ottuso nelle masse, convien dirlo, a minor onta della natura

umana, gli eccessi del potere da una parte e i delitti dall’altra, sono

molto più rari in Persia di quanto generalmente si creda. Le punizioni

sono strane e violente, ma almeno pronte ed esemplari, ed il più delle

volte applicate a veri e riconosciuti colpevoli. Nelle grandi occasioni

però, quando occorre agire sull’istante, e colpire le masse con grandi

esempi, le vittime si pigliano alla cieca e per categoria.

Al principio del 1861 la gran neve caduta ed il pessimo stato delle

vie di communicazione aveano reso impossibile il regolare trasporto de’

grani per i centomila ventricoli della capitale, e la carestia vi prese

terribili proporzioni. Un giorno, migliaja di donne furibonde, scoperto

il volto in segno di disperazione, circondarono minacciosamente lo

Schah che ritornava dalla caccia, gridando pane e giustizia. Ma il

pane non si crea per volontà di despota; bensì qualche atto clamoroso

al quale dare il nome di giustizia si può sempre improvvisare, e lo

fu in questa circostanza. Sua Maestà fece semplicemente strangolare il

Kelantar, o capo della polizia della città, e trascinarne il cadavere,

per le vie di Teheran, a coda di cavallo; fece bastonare i Ketkodà, o

capi de’ quartieri, e l’insurrezione s’acquietò, come avesse mangiato.

Un altro tumulto popolare accaduto in Teheran, in epoca più remota,

e che finì col massacro della legazione di Russia, è raccontato in

qualche libro con alcune varianti da quanto mi venne riferito sul luogo

da persone degne di fede, e tra di loro concordi fin ne’ particolari.

Ecco il tragico avvenimento. Dopo la pace di Turkmantschai era stato

spedito a Teheran, come ministro residente dello czar, il signor di

Gribojedow, con numeroso personale, conformemente al rango, ed alla

circostanza della pace succeduta ad una grossa guerra. Fra i sudditi

dello czar, abitanti in Teheran, e sui quali naturalmente si estendeva

il diritto di protezione del suo ministro, v’era una donna armena,

che era stata a forza chiusa in un harem. Le insistenti domande e

le proteste del sig. di Gribojedow, onde la donna fosse consegnata

alla legazione, non avevano avuto altro effetto che di esacerbare

il fermento della plebe, irritata già dalle conseguenze della guerra

disastrosa che era stata allora suggellata con una pace invisa. Sul

rifiuto ostinato delle autorità locali, il ministro russo mandò i

Cosacchi del suo servizio a strappare la donna all’harem. Il tumulto

salì per questo fatto al colmo; e lo stesso capo della religione, che

fino allora s’era efficacemente adoperato a calmare gli animi, fè cenno

che ormai ogni freno fosse tolto. La plebaglia furibonda si portò in

massa contro la residenza della legazione russa; dalle imprecazioni

passò alle minacce ed all’attacco. La porta chiusa, e fortemente

appuntellata, era sul punto di cedere sotto gli urli della moltitudine,

quando partì di là una scarica di fucilate. In pochi istanti l’onda

inferocita degli assalitori invase l’interno della casa; ed impegnatasi

la lutta corpo a corpo, cinquanta persone, componenti la legazione,

fra le quali lo stesso ministro, ed alcuni fedeli servi persiani,

dopo un’eroica difesa, rimasero scannati. Solo riescì a sottrarsi alla

strage un giovane segretario, arrampicatosi sui tetti, e raccolto dalla

carità di un _mollah_, che lo tenne celato nel sacro inviolabile asilo

del suo proprio harem. Quanto le conseguenze di questo fatto dovessero

presentarsi terribili al governo persiano, ognuno può imaginare. Un

principe del sangue fu immediatamente spedito a Pietroburgo a chieder

umilmente perdono a’ piedi dello czar, e ad offrire pronta riparazione.

La quale fu fatta ampia e clamorosa, con solenne apparato di inchieste

e scena finale di centinaja di nasi, di lingue, di orecchie, e di teste

cadute sotto il coltello del boja. Una seconda ambasciata russa non

tardò molto a giungere in Teheran, accolta con pompa straordinaria.

Altro episodio, in cui del pari figura una donna tra i personaggi

principali, avrebbe potuto avere conseguenze funeste pel governo

persiano, quand’anche non fosse contemporaneamente concorsa al medesimo

effetto un’altra complicazione politica molto più grave. Mirza Haschim,

caduto in disgrazia dello Schah per la sua famigliarità colla legazione

britannica, aveva dovuto infine ricoverarsi definitivamente sotto la

protezione di questa; e dal sig. Murray era stato nominato agente

consolare a Schiraz. Mentre il prevedibile conflitto dava luogo ad

uno scambio di note e di proteste aspre ed energiche fra il ministro

inglese ed il governo persiano, lo Schah fece rapire la moglie del

Mirza, sua parente, accusata non solo di leggerezza in conversare

cogli Inglesi a viso scoperto, ma perfino di rapporti scandalosi

col ministro. Invano il sig. Murray si fece a reclamare, pe’ lesi

diritti internazionali, la restituzione immediata della donna: lo

Schah intervenne personalmente nella questione, scrivendo di suo pugno

al ministro britannico, e caricandolo delle più basse contumelie.

La misura era colma, e l’offeso ministro mandò al governo persiano

un’ultima ingiunzione: che fosse fatta giustizia a’ suoi reclami, che

lo Schah ritirasse l’ingiurioso scritto, od altrimenti egli avrebbe

abbassato lo stemma della sua nazione. Spirato invano l’ultimo termine

concesso a queste riparazioni, la legazione inglese abbandonò Teheran,

ed il sig. Murray scrisse al governatore di Bombay, invitandolo a

far un’imponente dimostrazione armata davanti Bender Buschir. Questo

avveniva nel dicembre 1855. Poco dopo una poderosa armata persiana

invase il territorio di Herat, e si impadronì della città. Il governo

inglese che per vendicar il grave oltraggio fatto, per una frivola

causa, alla sua bandiera, avrebbe dovuto muovere guerra alla Persia,

fu così tratto d’imbarazzo, e, per la nuova causa sopragiunta, troncò

ogni titubanza. Una flotta di 47 navigli, con 5000 marinai ed 8000

soldati, sotto gli ordini del commodoro Leeke e del generale Outram,

si portò nel golfo persico. Le truppe sbarcate bombardarono Bender

Buschir, che si arrese dopo quattro ore di fuoco; quindi, procedendo,

vinsero ancora in varj scontri i Persiani, ed attaccarono la fortezza

di Mohammerah, la quale, sebbene difesa da 13,000 uomini e da numerosa

artiglieria, fu presto evacuata. Malgrado l’enorme sproporzione delle

forze, la vittoria seguiva il vessillo inglese. Ma le vere difficoltà

di questa guerra non sarebbero incorse che più tardi, coll’avanzarsi

nella regione montuosa, e già erano pronti a salpare da Bombay

nuovi rinforzi, quando giunse la notizia al generale Outram che,

per mediazione dell’imperatore dei francesi, un trattato di pace fra

l’Inghilterra e la Persia era stato sottoscritto il 4 marzo (1887) in

Parigi, da lord Cowley e da Ferruk khan. Le ratificazioni non si fecero

a lungo aspettare, ed il signor Murray fece di nuovo trionfale ingresso

in Teheran.

Il miserabile piccolo canato di Herat sarà ancora per molti anni un

pomo di discordia, un punto obbiettivo delle rivalità e della strategia

politica della Russia e dell’Inghilterra, veggenti nel lontano avvenire

la possibilità di trovarsi un giorno di fronte a contrastarsi il

predominio nelle più ricche contrade dell’Oriente. Il possedimento di

Herat è poco meno d’una quistione di vita per la Persia: e per quella

che si chiama in Europa legitimità di aspirazione, non le dovrebbe

esser contrastato. La Persia ha necessità di quella posizione per

dominare le gole dei monti aperte alle invasioni dei Turcomanni nel

Korassan meridionale; e la Russia ve la spinge sottomano, nell’intento

di allontanare sempre più l’influenza inglese, e predisporsi una facile

via che le forze della Persia non saprebbero mai difendere, quando

venga il giorno di stendersi verso le Indie. L’accorta Inghilterra

giuoca l’altra partita, favorendo le ambizioni del suo alleato Dost

Mohamed, sultano del Cabul, nelle cui mani Herat sarebbe un’opera

esterna coprente i confini occidentali de’ suoi propri possedimenti.

Perciò fin dal 1853 era stato conchiuso un trattato fra la Persia e

l’Inghilterra, per il quale il governo persiano rinunciava ad ogni

pretesa di sovranità sopra di Herat, obligandosi a non invadere questo

territorio se non in quanto fosse strettamente richiesto per difenderne

l’indipendenza dagli attacchi effettivi del Cabul. Fu appunto la

violazione di questo trattato che obligò l’Inghilterra a ricorrere alle

armi, siccome ho narrato. Il trattato di Parigi conferma essenzialmente

la clausola del 1853, ed aggiunge che alla minaccia di una lutta

colle forze di Dost Mohamed, la Persia non abbia ad intervenire se non

dopo aver esperimentati i buoni officj dell’Inghilterra verso il suo

alleato, officj che l’Inghilterra stessa obligavasi ad interporre.

Fu anche contemplato il caso di Mirza Haschim, e stabilito che

l’Inghilterra, conservando la sua protezione ai Persiani che già aveva

assunti al suo servizio, si obligava a non estenderla ad altri, fuorchè

nel caso che un simile diritto fosse più tardi stato accordato dal

governo persiano ad altre potenze.

L’occasione non tardò per metter a prova il trattato di Parigi.

Noi eravamo appunto in Teheran, quando vi era giunta da poco la

notizia che Dost Mohamed era di nuovo penetrato con forze imponenti

nel territorio di Herat, e stringeva d’assedio la città. Fra i varj

pretesti dell’invasione v’era pur quello, probabilmente vero, che

Ahmet, khan di Herat, fosse creatura dello Schah. La Persia non s’era

per anco rifatta dall’infelicissima spedizione contro i Turcomanni,

epperò non poteva opporre al sultano del Cabul che una debole armata

di 18,000 uomini, sotto il comando del vecchio Murat Mirza, zio dello

Schah, e governatore del Korassan; ma risovvenutosi in buon tempo degli

accordi stipulati col governo inglese, domandò formalmente l’esecuzione

dell’art. 6 del trattato di Parigi. Il sig. Eastwick fu spedito sul

teatro della guerra, come incaricato d’affari del governo inglese,

ma non si diede tampoco la pena di vedere Dost Mohamed, e si limitò a

scrivergli onde impedisse dalla sua parte il passaggio de’ Turcomanni

sul territorio persiano. Herat fu assalita e presa, ma il suo

conquistatore, già gravemente ammalato all’incominciar della campagna,

morì qualche giorno dopo la vittoria.

L’esercito persiano consta di 80 battaglioni di fanteria, ciascuno

nominalmente dagli 800 ai 1000 uomini, ma effettivamente aggirantesi

intorno alla metà di queste cifre: di 4 reggimenti di cavalleria

regolare, e 2 di artiglieria. In caso di guerra questa armata può

esser rafforzata da un numero indeterminato di uomini di cavalleria

irregolare. Ho già riferite altrove le cure dell’attivo ed intelligente

Abbas Mirza, per introdurre in quest’armata la disciplina, o piuttosto

l’istruzione europea. Nasr-ed-din, lo Schah regnante, continua

questa tradizione. I nostri compatriotti, colonnelli istruttori, si

dimostravano molto contenti de’ successi delle loro fatiche, della

facilità colla quale i battaglioni della fanteria persiana aveano

imparate le mosse e le manovre di campo, tanto da non rimanere in ciò

molto al disotto delle truppe d’Europa. La piazza d’armi di Teheran

biancheggiava di tende pei battaglioni che vi erano adunati in campo

d’istruzione; e fino a Tedgrisch perveniva il suono delle fanfare,

il rullo dei tamburi, il rumore della moschetteria degli esercizj

giornalieri. Il conte Grimaldi, il capitano Clemencich, che formavano

la sezione militare della nostra ambasciata, invitati un giorno dai

colonnelli italiani ad una gran manovra, ne rimasero soddisfatti oltre

ogni aspettazione. Però quella che veramente si chiama organizzazione

dell’esercito è ancora tutta da creare: e la truppa persiana, che può

fare abbastanza buona figura ad una rivista, è intieramente sfasciata

in una campagna guerresca. Il servizio che suol dirsi delle intendenze

e delle ambulanze è affatto negletto, ed il soldato deve provedere da

sè alle necessità ed alle contingenze quotidiane, anche sul teatro

dell’azione; ond’è scomposto ogni ordinamento delle fila, quando

appunto maggior ne sarebbe il bisogno. S’aggiunga a tutto questo che

gli officiali europei sono semplici istruttori; hanno il comando dei

battaglioni sul campo delle manovre, ma fuori di là, quando venga il

caso di far valere il profitto di questa istruzione, i soldati che

hanno imparato ad ubbidire, passano sotto gli ordini di officiali

indigeni, che non sanno comandare. Per questo complesso di circostanze

non solo l’esercito persiano è stato e sarà costantemente battuto da

corpi sproporzionatamente inferiori di truppe europee, ma ebbe perfino

a subire una totale ignominiosa sconfitta dalle orde indisciplinate de’

Turcomanni.

Queste orde, rapaci per indole e per odio, non lasciano tregua ai paesi

limitrofi della Persia, ed or qua or là piombano d’improviso sulle

carovane, sui villaggi, e fin sulle città popolose del Mazanderan e

del Korassan saccheggiano, rubano armenti, e traggono seco prigioni i

miseri abitanti, che poi vendono come schiavi sui mercati di Khiva e

di Bukhara. Il governo persiano decise finalmente una grande spedizione

militare onde infliggere loro una tremenda lezione.

Nel 1860 un esercito di 24,000 uomini, sotto il comando del governatore

del Korassan, irruppe sul territorio turcomanno, senza incontrare

alcuna resistenza, chè le popolazioni, a modo barbaro, andavano mano

mano ritirandosi verso l’interno, e concentrandosi. Così senza colpo

ferire i Persiani giunsero alla città di Merve, che era stata del pari

evacuata, e se ne resero facilmente padroni. Il principe Hamza Mirza,

comandante in capo, spedì corrieri allo Schah apportatori di tanto

liete novelle, che furono accolte nella capitale con grande entusiasmo

e fuochi di gioja. Dopo un successo così inatteso credettero i Persiani

non aver altro a fare che raccogliere i frutti della vittoria, ma

quando i Turcomanni ebbero maturati gli artifizi, ed assalirono

infine i Persiani, le sorti della guerra mutarono a precipizio, ed

alla spensieratezza degli illusi seguì un generale irrefrenabile

spavento. Hamza Mirza con pochi battaglioni riescì a trovare uno

scampo, rientrando nel Korassan, tutto il resto dell’armata fu preso.

Gli officiali di questa armata erano tutti persiani puro sangue, fatta

eccezione di un solo europeo, del sig.^r de Bloqueville, francese, che

di officiale avea il rango e l’uniforme, non però l’autorità, e traeva

seco invece un completo apparato fotografico, onde prender vedute

di paesi intieramente sconosciuti agli Europei. Anche il sig.^r de

Bloqueville cadde nelle mani de’ Turcomanni, e fu tenuto prigioniero,

finchè non venne riscattato al prezzo di 8,000 tomani (96,000 franchi),

che lo Schah sborsò della sua cassa privata. Io ebbi il piacere di fare

la sua conoscenza nell’abitazione del signor Nicolas presso Tedgrisch,

e di sentire da lui narrare le strane vicende di questa guerra.

La dissoluzione dell’armata invaditrice fu così rapida e completa

come non occorse mai per nessuna armata in Europa. Per avanzarsi

sul territorio nemico, attraverso il deserto, i Persiani dovevano

pensare da prima ad assicurarsi l’aqua, ed a tal fine aveano deviato

in un antico canale abbandonato il piccolo fiume di Herat, ma furono

crudelmente delusi, perchè il fiume venne assorbito dalle sabbie. Qui

incominciarono i disastri. Un gran numero di cavalli venne a morir

di sete, ed anche de’ Persiani molti, rompendo ogni ordine, vaganti

in cerca di aqua, erano fatti prigionieri alla spicciolata, all’esca

di qualche scodella d’aqua, che i Turcomanni offrivano agli smarriti,

alla condizione di deporre le armi. L’armata persiana, già a mezzo

sfasciata, si trovò al Mourgab, dietro il quale stavano accampate le

masse de’ Turcomanni: ma, tentato invano il guado del fiume, dovette

pensare a ripiegarsi su Merve. Su questa circostanza aveano abilmente

calcolato i Turcomanni; ed infatti, improvvisamente deviando il corso

del fiume, lo riversarono sulla ritirata de’ Persiani; ed allora la

disfatta fu compiuta. La sola cavalleria già ridotta dalle precedenti

perdite, potè salvarsi: la fanteria fu tutta presa, e quasi si direbbe

pescata. Il fatto accadeva nella notte fra il 2 ed il 3 ottobre.

Il signor de Bloqueville fatto prigioniero appunto in questa

circostanza, ebbe ne’ primi giorni a soffrire ogni sorta di privazioni

quando i Turcomanni stessi mancavano di tutto; ma poi la sua condizione

andò migliorando; il ricovero ed il vitto gli vennero apprestati con

discreta larghezza, e l’apparente generosità de’ suoi padroni andò fino

a permettergli, e procacciargli anzi, sotto buona scorta, il passatempo

della caccia. Il clima, i disagi, i patimenti morali alterarono la

sua robusta salute, e le cure verso di lui raddoppiarono. La ragione

di questo trattamento non è quella che forse per la prima s’affaccia

al pensiero del lettore; non è un sentimento di umanità, è un calcolo

raffinato. Il signor de Bloqueville vivo era una mercanzia di valore,

ed il fatto lo ha comprovato; morto non era che un essere immondo da

lasciar a pascolo degli avoltoj. Peggiore assai fu la sorte del povero

Hamza Mirza, malgrado la sua parentela collo Schah. Chiamato a rendere

conto del mal governo e della precipitata fuga, entrò carico di catene

in quella Teheran che nella sua fantasia orientale si era rappresentata

plaudente alle sue vittorie; e fu spogliato de’ suoi gradi e delle sue

immense ricchezze.

L’esito di questa disastrosa campagna fu doppiamente fatale, la Persia

non si potrà così presto rifare delle perdite subite, mentre dall’altro

canto l’ardire de’ Turcomanni crebbe a dismisura. Nella vicenda delle

rappresaglie qualche abbastanza severa lezione toccò anche a costoro,

e già ho accennato a quella sessantina di fucilati sulla piazza d’armi

di Teheran, ma questi esempi non produssero alcun salutare effetto,

od effetti contrarj. Bisogna aggiungere inoltre che fra i Turcomanni

ed i Persiani lo stato permanente di ostilità è invelenito dall’odio

religioso fra sunniti e sciiti.

Era intenzione di noi naturalisti di comprendere la gita al Demavend

nel nostro viaggio di ritorno in Europa, ed allora, poichè già eravamo

sul cammino, fare un’escursione nel Mazanderan, e raggiungere il

battello a vapore russo ad Astrabad; ma coloro ai quali communicammo

questo progetto, e specialmente i nostri compatrioti residenti in

Teheran, ce ne disuasero affatto, in vista delle continue scorrerie de’

Turcomanni nella parte Orientale di quella provincia, e del pericolo

che vi corrono particolarmente gli Europei, dopo che l’esempio del sig.

de Bloqueville ne aveva tanto rialzato il valore sul mercato.

Adunque, siccome ho detto già altrove, profittammo del lasso

presumibile di tempo, che ancora ci separava dalla udienza dello Schah,

per fare subito un’escursione al Demavend. Eravamo già nel ritorno

presso l’ultima tappa, quando ci venne incontro uno de’ nostri servi,

colla guida di un soldato, recante un biglietto del cav. Gianotti per

sollecitarci, coll’annuncio che la solenne cerimonia doveva compiersi

il giorno 18. Ci trovavamo già naturalmente in misura, epperò non

ebbimo che a proseguire del nostro passo. Giunti alla nostra residenza

di Tedgrisch, fummo dolorosamente sorpresi dal vederla convertita

in ospedale. Quattro de’ nostri compagni giacevano a letto colti da

febre intermittente, con predominante carattere gastrico. Fu quello

il segnale che la stagione delle febri incominciava, e che si doveva

pagar il tributo all’inesorabile clima. Volendo pur cercare un fomite

di miasma in quell’aridissima regione, non poteva rinvenirsi altrove

che nel rigagnolo scorrente presso il muro della nostra residenza. Un

canaletto derivatone dall’alto per l’irrigazione de’ campi metteva di

quando in quando il rigagnolo all’asciutto, ed allora ne’ bacinetti,

fra le balze del suo letto sassoso, rimaneva stagnante l’aqua, d’onde

esalavasi fortemente il tanto caratteristico odor di palude. Dovrei

insistere sulla realtà di questa causa febrifera pel fatto che la febre

onde quasi tutti, a diversi intervalli, fummo colti, scemò quando fu

ridata l’aqua al rigagnolo, e si riaccese quando ne fu tolta di nuovo.

Frattanto, nella tema che non giungessimo in tempo, il comm. Cerruti

aveva ottenuto di far differire di due giorni la nostra udienza dallo

Schah. Il matino del 20 agosto gran tramestio nelle nostre celle, onde

esser tutti pronti in abito di gala per l’ora convenuta. Anche gli

appena convalescenti fecero forza a loro stessi: rimase condannato

al letto il solo atletico, e tanto caro a noi tutti marchese di S.

Germano, pel quale incominciava allora una lunga iliade di febri

persiane, non vinte che assai tardi nel clima benefico della sua

patria. Ci occorreva un dragomanno di rango, e mancandone la nostra

ambasciata, convenne accettarne uno della legazione di Francia. Il

dragomanno titolare di questa legazione vivendo ritirato, come ho detto

altrove, in aperta scissura col conte Gobineau, questi offerse il suo

cancelliere sig. Querry, che fu bene accetto al nostro ministro. È

a sapersi che nelle solenni udienze dello Schah, ed anche in quelle

del Sultano a Costantinopoli, l’etichetta richiede assolutamente che

la communicazione fra il sovrano e l’ambasciatore straniero si faccia

col mezzo di un interprete, anche quando i due personaggi principali

potrebbero intendersi direttamente.

Una ventina di cavalli delle scuderie dello Schah piuttosto

modestamente bardati, uno stuolo numeroso di _ferrasch_ e di soldati,

erano già raccolti all’ingresso della nostra abitazione. Alle 10

ore montammo in sella, e la lunga processione, preceduta da un forte

picchetto di guardie, sfilò al non lontano castello di Niaveran, ove lo

Schah stava aspettandoci. Ma ora è bene farci un’idea dell’altezza del

personaggio al quale andavamo a far riverenza.

Se il decantarsi grande vuol dire esserlo, non v’è certamente grande

nazione al mondo quanto la Persia, non v’è tanto sublime regnante che

sia all’altezza di colui che siede sul trono di Dario e di Ciro. Schah

significa re, ma propriamente il sovrano della Persia ha il titolo di

_Schahynschah_, ossia Re dei Re, parola che il linguaggio araldico

d’Europa non ha saputo tradurre altrimenti che _imperatore_. È però

sottinteso che in questo titolo si abbiano a mentalmente compendiare

tutti gli altri, che nel discorso non si potrebbero recitar di fila

senza perder il flato. L’elenco di questi titoli non corrisponde, come

pe’ sovrani europei, ai vari dominj che riuniti hanno costituito il

reame o l’impero, ma è una litania magniloquente di appellativi di

grandezza, in stile orientale. Eccola, quale Chardin si è preso il

gusto di trascriverla:

«_Il più alto dei viventi — Surgente della maestà — Surgente della

grandezza, della potenza, e della gloria. — Capo dei grandi re, il cui

trono è la staffa del cielo. — Agente del cielo nel mondo — Centro

del mondo — Oggetto de’ voti di tutti i mortali. — Dispensatore dei

buoni e grandi nomi. — Signore delle sorti. — Capo della più sublime

setta dell’universo. — Sedente sul trono imperiale del primo essere

temporale. — Il più grande, il più luminoso. — Principe de’ fedeli.

— Nato e uscito dal trono che è l’unico trono della terra. — Re del

primo ordine. — Monarca de’ sultani e de’ comandanti dell’universo. —

Ombra di Dio massimo sparsa sulla faccia delle cose sensibili. — Primo

nobile e della più antica nobiltà. — Re, figlio di re, discendente dai

più nobili re. — Sovrano, figlio di sovrano, discendente dai più nobili

sovrani. — Imperatore di tutti i tempi e di tutti gli esseri corporali.

— Signore delle rivoluzioni e del mondo. — Padre delle vittorie. —

Principe della potenza sovrana. — Dispensatore delle corone e de’

troni._»

Nas’r-ed-din, attuale Schah di Persia, appartiene alla stirpe

turcomanna de’ Kagiari, originaria di Astrabad, la quale, nelle guerre

civili che desolarono la Persia, nella seconda metà del secolo scorso,

erasi già fatta indipendente, e regnante sul Mazanderan, quando nel

1793 Aga Mohamed Khan, l’eunuco, giunse ad impadronirsi del trono di

Persia. Nas’r-ed-din, quarto Schah di questa dinastia, successe a suo

padre Mohamed nel 1848 nella giovanissima età di dieciotto anni. È

uomo di bella corporatura, di aspetto intelligente e piacevole, con

due grandi baffi neri e due grandi sopraciglia, che gli artisti suoi

sudditi dipingono con tale esagerazione da spiccar soli nell’ovale

del viso. La caccia forma la prediletta sua occupazione, ed in questo

esercizio spiega tutto il fasto e la potenza d’un sovrano d’Oriente.

Lo seguono dignitari di corte, l’archiatro Tholozan, e milliaja di

ferrasch e di soldati, quelli per ammirare la sua veramente grande

destrezza, questi per stendersi in catena e muovergli incontro la

grossa selvaggina, della quale soltanto l’imperiale Nembrod si diletta.

Relativamente all’ampiezza ed alle tradizioni del potere degli Schah

Nas’r-ed-din è di animo buono e mite, inclinato alla giustizia,

favorevole agli Europei. Assai culto egli stesso nella sua nazionale

letteratura, apprezza per istinto la scienza straniera che gli si

manifesta per immediate utili applicazioni, e vorrebbe trapiantarne i

germi nel suo impero: infine è per la Persia un principe civilizzatore.

Attorno alla villa imperiale di Niaveran stava accalcata, al nostro

arrivo, una folla immensa di curiosi, contenuta da due battaglioni

scelti, bene armati di fucili moderni, in assetto di parata, che

in doppia fila al nostro passaggio ci fecero gli onori militari con

precisione europea. Scesi di cavallo, ci accolse dapprima una gran

tenda, ove i ministri dello Schah ed altri personaggi, fra i quali

l’immancabile Iahja Khan, compierono il prologo della cerimonia con

inchini, saluti, felicitazioni, colle libazioni consuete di thè e di

_scherbeth_, e la consueta circolazione de’ kalian. De’ Persiani i

soli militari portavano un uniforme semieuropeo: le altre dignità,

non avendone alcuno, vestivano la lunga tunica in tessuto ricamato a

fiorami. Tutti sfoggiavano al petto la stella dell’ordine del leone

e del sole: il ministro degli affari esteri inoltre portava pendente

al collo da un nastro cilestro il distintivo supremo del ritratto

dello Schah contornato di brillanti; ed impugnava, come emblema del

suo rango, un bastone con gran pomo tempestato di preziosi giojelli.

Entrammo poscia tutti nel cortile del castello, ove ci salutò il rullo

de’ tamburi, ed il presentar delle armi di altri soldati disposti

in quadrato. Lì il mastro della cerimonia, nel mezzo della corte,

rivolgendosi all’unica sala superiore o talar, quella precisamente

ove stava attendendoci lo Schah, pronunciò ad alta voce non so quali

parole; poi salimmo noi stessi, per un’angusta ed erta scaletta, alla

sala d’udienza. Bisogna che io ricordi qui che i Persiani stanno in

casa co’ piedi scalzi ed il capo coperto, e che questa tenuta è di

assoluto rigore alla corte. Non permettendoci il nostro costume di

cavar gli stivali, lasciammo invece a piè del talar le soprascarpe

delle quali ci eravamo appositamente calzati; e tenemmo noi pure, ben

s’intende, il nostro cappello in testa. Il Re de’ Re stava in piedi,

quasi nel mezzo della sala: a’ suoi lati, ed a certa distanza da lui,

stavano parimenti in piedi i ministri e le altre dignità persiane:

noi ci schierammo lungo il lato della porta d’ingresso. Un magnifico

tappeto, un gran cuscino ricamato, alcune sedie a bracciuoli in legno

dorato, formavano tutto il mobiliare della sala.

Prima nostra impressione fu lo stupore per l’abbagliante ricchezza

del vestito dello Schah. Indossava egli una tunica di velluto

azzurro ricamata a grandi rabeschi di brillanti: sul berettone o kolà

scintillava una gran rosa di magnifici brillanti: tutta l’impugnatura e

tutto un lato del fodero della sciabola erano d’oro coperto d’un fitto

mosaico ancora di grossi brillanti: alla sua cintura luccicava uno dei

più grossi diamanti conosciuti al mondo, il famoso _deria-i-nur_ (mare

di luce).

Il nostro ministro cominciò un discorso che il sig. Querry andava

traducendo periodo per periodo. Parlò delle antiche relazioni

dell’Italia colla Persia[42], e del bene di riannodarle, ora che

l’Italia era risurta tutta unita a nuova potenza; parlò dell’alta

stima del re Vittorio Emanuele per sua maestà imperiale, e della prova

solenne che gliene dava coll’inviargli il gran collare del suo ordine

supremo dell’Annunciata. A questo punto il cav. Gianotti s’avanzò colle

insegne dell’ordine che lo Schah si pose ad osservare con visibile

compiacenza, consegnandole poscia al suo ministro degli affari esteri.

Rispose lo Schah rallegrandosi delle nuove condizioni d’Italia, e

mandando felicitazioni al suo re.

Il commendatore Cerruti fece in seguito la presentazione dei componenti

l’ambasciata, declinando di ognuno i titoli e gli offici, sui quali lo

Schah domandava di mano in mano nuovi schiarimenti. Quando si venne

al prof. Lignana, qualificato come professore di lingue orientali

(la parola filologia comparata sarebbe stata incompresa): «Di lingua

araba» soggiunse lo Schah. «Non di questa sola, rispose il ministro, ma

anche di persiano.» All’udir questo, lo Schah rivolse direttamente la

parola al nostro collega, il quale rispose con franchezza ed in buona

lingua persiana, riportando dall’augusto esaminatore un sorriso di

approvazione. Venne poi il turno del sig. Montabone. Lo Schah, sentendo

come fosse distinto fotografo, espresse il desiderio di vedere i suoi

lavori e di farsi egli medesimo ritrarre. Infine chiuse l’udienza lo

Schah stesso, esprimendo il suo interessamento per la nostra salute,

dicendo che non ci aveva ricevuti subito al nostro arrivo per lasciarci

ben riposare, che però ogni giorno aveva voluto avere nostre notizie.

Di questa accoglienza, e sovratutto dell’esteriore persona dello Schah

Nas’r-ed-din, ci è rimasta assai gradevole impressione.

Passati poscia nuovamente sotto la tenda a ricevere i complimenti per

l’alto favore di sua maestà imperiale disceso sovra di noi, il ministro

degli affari esteri chiese alla sua volta una particolar contezza dei

membri dell’ambasciata. Egli aveva un qualche sentore degli avvenimenti

pe’ quali s’era fatto il regno d’Italia, ma li interpretava alla

persiana; sapeva cioè che uno Stato piccolo ma forte, col quale la

Persia era già stretta in patto d’amicizia, s’aveva un dopo l’altro

uniti altri Stati, e volle sapere anche quali di noi appartenevano

allo Stato forte primitivo, quali invece ai paesi che egli pensava

conquistati.

Il commendatore Cerruti sodisfece immediatamente l’onesta curiosità

indicandoci uno per uno. Ma qui bisognava vedere il diverso contegno

del ministro persiano, secondo che il presentato era, come diciamo noi,

delle antiche provincie, oppure delle nuove: al primo rispondeva il

buon uomo con un inchino in aria compunta ed ossequiosa, al secondo con

ridere sgangherato ed un dar colla mano tagli obliqui al vento, come,

sarebbe a dire: «Ah! te l’hanno fatta! ti sei lasciato prendere!» Le

idee di una volontà nazionale, di una forza conquistatrice diversa da

quella del cannone, della sciabola e della corda, non entreranno mai in

un cervello persiano.

Ritornammo alla nostra abitazione discretamente stanchi, ma più e meno

contenti di questa fazione diplomatica: contentissimi poi coloro pei

quali era così raggiunta la fase culminante del viaggio.

La coda di questa cerimonia doveva essere una frotta di vampiri, ossia

dei più o meno titolati anche di seconda e terza sfera, del seguito

dello Schah, che piombarono a Tedgrisch, a ricevere dalle mani del

nostro ministro, sotto l’apparenza di regalo, la tassa convenuta

tradizionalmente in simili occasioni. Non mancò il buffone di corte,

non mancò neanche il boja, il quale almeno, in compenso di una bella

manciata di tomani, ci portò a regalare un sacchetto di nocciuole.

Noi eravamo stati, fin dal primo giorno del nostro arrivo, in contatto

giornaliero colle legazioni europee, ma in forma privata. Dopo

l’udienza imperiale le visite ripresero in forma solenne, le quali

però, in grazia dei nostri precedenti rapporti, e di quella cordialità

che lega subito europei di diverse nazioni in un paese come la Persia,

ha consistito semplicemente nel vestir l’abito di spada. E prima e

dopo l’udienza quasi ogni giorno alcuno di noi era convitato agli

accampamenti di Francia, d’Inghilterra o di Turchia, o addetti a queste

legazioni sedevano al nostro desco, a subire gli intingoli di _monsù_

Martin; ma poi venne anche il turno dei pranzi diplomatici. Infine

anche nelle steppe e sotto la tenda, od in capanne di fango, abbiamo

fatto un discreto sciupio di cravatte bianche e guanti gialli.

Più animato si fece anche il ricambio delle visite coi nostri

compatrioti; e fu come una festa di famiglia quel giorno in cui

sedettero essi alla nostra mensa colle loro gentili signore. Parlammo

della patria lontana, delle vicende che l’avean fatta risurgere, delle

lutte che l’avvenire le teneva ancora preparate. Ma se la nostra

presenza era per essi una consolazione, era pure un tormento, come

quella che faceva loro sentire più acuta la spina della nostalgia.

Del resto, ben retribuiti, tenuti in considerazione dalle autorità

persiane, la vita materiale trascorrerebbe loro abbastanza agiata. Alle

occupazioni, non punto gravose, del loro officio, altre aggiungono

per elezione. Il colonnello Pesce, abilissimo fotografo, ha radunato

un prezioso _album_ di vedute della Persia, molte delle quali

rappresentanti grandiosi monumenti dell’antica Persepoli. Il colonnello

Andreini si diletta di collezioni di oggetti naturali, ed il museo

di Torino deve alla sua liberalità un buon numero di belli esemplari.

Possano queste poche righe giungere loro come un saluto, ravvivar la

memoria dei pochi giorni passati insieme nelle oasi del Schemran, e la

speranza di rivederci presto sotto il cielo della commune patria.

Note di un viaggio in Persia nel 1862 · 第 21 / 40 题