XVII.

Separazione della nostra ambasciata. — Chi rimane in Persia e chi

ritorna in Europa. — Carovana della quale faccio parte. — Da Tedgrisch

a Kazvin. — Da Kazvin al passo di Kharzan. — Prima impressione del

Ghilan. — Rustemabad. — Avventure di viaggio. — Bellezza del paese. —

Rescht. — Industria serica nel Ghilan. — Il Murdab. — Enzell. — Addio

alla Persia.

La durata del soggiorno nella capitale della Persia era pe’ singoli

componenti la ambasciata italiana misurata dagli ufficj rispettivi, ed

a ben pochi poteva cader in mente il prolungarla per suo particolar

diletto: il desiderio più forte e più generale era scapparne al più

presto. — Lo stesso giorno dell’udienza imperiale si incominciò

a parlare, nel nostro campo di Tedgrisch, della separazione. Il

ministro Cerruti, cogli addetti alla sezione diplomatica, aveano

ancora da sostenere la gran lutta contro l’ostinazione persiana,

onde conchiudere un trattato di commercio che potesse giovare alla

tanta compromessa industria serica in Italia; ma gli altri avendo

compiuto al loro ufficio di fare da comparsa all’augusta presenza del

re de’ re, pensarono subito alle disposizioni pel ritorno in Europa,

ciascuno essendo libero della sua linea, in conformità alle proprie

inclinazioni, agli stretti legami di famiglia, ad altri impreteribili

doveri di ufficio. Premeva sovratutto il raggiungere i piroscafi russi

in stagione ancora favorevole alla libera navigazione del Volga.

A noi naturalisti il soggiorno di Tedgrisch non presentava alcuna

attrattiva: il nostro tempo vi era assolutamente perduto. Il marchese

Doria che per la sua età e per la sua posizione sociale era libero

di seguire gli impulsi del suo ardore per la scienza, avea divisato

di esplorare le provincie meridionali della Persia, unendosi al sig.

conte de la Rochechouart, della legazione di Francia, che stava appunto

per recarvisi; a me ed a Lessona importava il poter rimanere per

qualche tempo in riva al mar Caspio. Fu data opera adunque a rifare i

particolari bagagli, a disporre le cavalcature, l’accompagnamento, i

necessari firmani del governo, ed i passaporti russi, che ci vennero

con assai cortese sollecitudine rilasciati dal sig. di Anitschkoff. I

sigg. Paulow e dott. Bretschneider, addetti alla legazione russa ebbero

anche la gentilezza di fornirci istruzioni, indirizzi, e commendatizie.

Una volta decisa la partenza, ci separammo in piccole brigate. Primi a

lasciar Tedgrisch furono i professori Lignana e Ferrati ed il marchese

Centurioni, ultimi il conte Grimaldi, il capitano Clemencich, il

fotografo sig. Montabone ed il dott. Orio; convegno generale ad Enzeli

per raggiungere il piroscafo russo il 12 settembre.

Io e Lessona, col preparatore Ballerini, approfittammo della gentile

offerta dei sig. Nicolas, il quale doveva ritornare in Francia colla

sua famiglia, cioè colla sua signora e due bambine, l’una di due anni,

l’altra di due mesi. Il signor Nicolas si era già mostrato per noi un

vero e schietto amico, e volle porre il suggello a questo carattere

facendoci godere i vantaggi della sua lunga esperienza del paese, della

sua padronanza delle lingue orientali, dell’ottimo suo cuore. Dobbiamo

a lui se questo viaggio, intrapreso colla qualità di semplici privati,

senza lusso di scorte e di tende, potè condursi al termine senza

incagli ed anzi con tutti quegli agi della vita giornaliera che sono

compatibili colla natura della Persia e dei Persiani.

La nostra partenza era definitivamente fissata pel 28 agosto. La

piccola carovana del sig. Nicolas che da Gezer doveva fare una punta su

Teheran, per riescire poscia a Khend, si mise in moto fin dal mattino;

noi, avendo a percorrere una linea più breve e più diretta, dovevamo

raggiungerla verso sera. Affaccendati a’ tanti minuti preparativi del

viaggio, un solo pensiero ci aveva fin qui dominati: lasciare infine le

tristi inospitali steppe della Persia, rivedere l’Europa, riavvicinarci

ai nostri cari. Ma sedate le distrazioni e le fatiche di tante cure

materiali, col farsi più vicina e più certa l’ora della separazione

de’ nostri compagni, sentimmo più che mai quanto questi fossero nostri

amici, quanto costasse al nostro cuore il rompere le abitudini di una

lunga convivenza, che, nata dalla sorte commune e dalla disciplina,

erasi fatta immediatamente spontanea e simpatica. La nostra contentezza

fu adunque assai conturbata, e per me si aggiunse un’altra circostanza.

Fin dal mattino mi aveva preso un legger mal essere che io attribuiva

alle fatiche de’ preparativi del viaggio, ed alla commozione morale.

Sul mezzo giorno, quando il carico dei bagagli era pronto, pronte

le cavalcature e le guide, e ce ne avvertivano con ripetute grida e

gesticolazioni i nostri _ferrasch_, quando noi prendevamo commiato

dall’ottimo ministro Cerruti, e da’ nostri amici diplomatici, il

male crebbe rapidamente. I miei compagni, che mi leggevano in volto

i brividi della febre, mi assalirono di consigli e di istanze per

farmi rimanere; mi schierarono dinanzi le conseguenze possibili di una

inconsiderata ostinazione, la minaccia di restar per forza relegato

in qualche villaggio. Io dal mio canto rifletteva che rinunciando al

l’opportunità presente del viaggiar lento in carovana, mi sarei più

tardi trovato nella necessità di un viaggio accelerato da corriere, che

sarebbe stato per me incomportabile. Decisi adunque di partire ad ogni

costo, ribellandomi questa volta alla stessa autorità del ministro. Il

marchese di S. Germano ed il console Bosio vollero accompagnarci. Il

primo, a metà circa del cammino rinovati i saluti ed i buoni augurj,

volse il cavallo, ed in breve ci sparì di vista; Bosio continuò

cavalcando al mio fianco, e ad ogni tratto insistendo amichevolmente

per ricondurmi con lui a Tedgrisch. Arrivammo a Khend a sera inoltrata.

La famiglia Nicolas si era stabilita nel medesimo casino imperiale

di caccia che ci aveva accolti un mese prima nella nostra andata a

Teheran, ed era già in pena pel nostro ritardo. Affranto dalla violenza

della febre mi gettai su di un materasso, lasciando che i pietosi miei

amici mi coprissero ben bene di mantelli. Il mattino seguente venne

la crisi e l’accesso finì, ma io mi sentiva ancora troppo debole per

sostenere una lunga marcia a cavallo. Si ritardò adunque la partenza

oltre il pomeriggio. Nel frattempo il sig. Nicolas m’avea trovato nel

villaggio un vecchio _kegiavé_, e fattolo riparare convenientemente

mi vi adattò abbastanza bene, ponendovi a far contrappeso valigie,

attrezzi, ed un supplemento di sassi. Preso definitivo congedo da

Bosio ci ponemmo in marcia per Kerretsch, ove giunti a notte, ci fu

dato ricovero in uno degli scompartimenti del castello dello Schah,

grandioso ma cadente ed affatto nudo.

Dirò ora come fosse composta la nostra carovana. Il _tartaravan_ ove

stava la signora Nicolas colle sue bambine ne formava il centro; noi

gli stavamo dappresso: nostra guida era un _golam_ di bell’aspetto, e

vestito con qualche eleganza: due servi persiani soltanto ci seguivano;

un ragazzotto che aveva lo speciale incarico di attendere alle bambine,

e con esse dovea continuar fino a Parigi, ed un cuciniere, un mezzo

_cordon bleu_, altrettanto abile quanto lesto, che in un’ora o poco più

dal nostro arrivo alla tappa giornaliera, ci faceva trovar allestito

un pranzetto molto _confortable_. V’erano infine cinque mulattieri

o _tscharvadar_, il cui abbigliamento completo consisteva di una

sdruscita camiciuola di tela azzurra, in una calotta di feltro, e in

un pajo di ciabatte. Costoro seguivano a piedi vigili e snelli a tutti

gli accidenti della carovana, correndo or qua or là a ricondurre muli

in linea, a stringer funi, a rimettere carichi in equilibrio, facendo

così tutto il cammino a zig zag. E con tanto sciupìo di forze, il

loro giornaliero nutrimento altro non era che qualche frusto di pane

secco e qualche spicchio di cocomero. Si direbbe che si avessero preso

l’assunto di dare una mentita alle leggi fisiologiche della dietetica

animale.

Il 30 agosto, lasciammo Kerretsch di buon mattino, e, fatta breve

sosta ad un _tschaparkhaneh_, si giunse alle quattro pomeridiane a

Kassemabad, povero villaggio abitato da agricultori curdi. Il _golam_,

che ci aveva preceduti di una mezz’ora, ci fece trovar sgombra una

delle meno miserabili case, composta di una camera, d’una stalla

abbandonata, di una tettoja, e d’uno spazioso cortile, il tutto, non

occorre il dirlo, di rozzo fango. Nella camera il solo mobile era una

specie di vasca di fango bizzarramente ornata con frantumi di specchio.

Attraverso una parete stava l’arma inseparabile del Curdo, una lancia,

ma non vedevasi chi l’avesse a portare. Quella casa era abitata da una

vecchia e da una giovine rimasta vedova da poco tempo. Costei, come le

donne curde in generale, portava il viso scoperto, bello, pienotto,

con due grandi occhi, e, per barbaro vezzo, una stella incisa nella

cute fra le sopraciglia, ed un altra sul mento. Nella notte io fui

preso di nuovo dalla febre, aggravata questa volta dalla complicazione

di un accesso di asma, simile a quelli provati nell’escursione al

Demavend, ma di tale forza che io credeva morirne, e andava pregando

il buon Lessona, che mi sorreggeva, onde mi aprisse le vene. Questo

insulto d’asma fortunatamente cessò verso il mattino, nè ebbe mai

più a rinovarsi in seguito. La febre continuava, ma ben adagiato e

ben coperto nel _kegiavé_, potei rimettermi senza ritardo in viaggio

cogli altri, e perfino ristorarmi per via di quel sonno che mi era

mancato nella notte. La marcia fu assai lunga, fino ad Abdullahbad, ove

prendemmo alloggio in un’abitazione abbastanza pulita. Da qui in avanti

le febri mi lasciarono per vari giorni libero e così ristabilito in

forza da poter rimontar a cavallo.

Il primo settembre assai per tempo facemmo il nostro ingresso in

Kazvin, col proposito di prenderci un riposo di due giorni. Il

nostro _golam_ si era recato come corriere dal governatore onde

farci assegnare un alloggio; il governatore stava in colloquio col

_kelantar_ o capo della polizia della città, il quale, al sentire

il nome del sig. Nicolas, suo antico conoscente, rispose subito che

l’alloggio era bell’e fissato in sua casa ed a tal fine spedì al nostro

incontro, alla porta della città il suo proprio figliuolo apportatore

del cortese invito. Mirza Assad-Ullah, _kelantar_ di Kazvin, è il

più schietto onest’uomo da noi conosciuto in Persia: il suo volto,

i suoi tratti, spirano sentimenti umani e cordialità sincera. Ci

accolse con ogni dimostrazione di festa, pose a nostra disposizione

la sua casa, una della più grandi e signorili della città, ci fece

ammannire un lauto pranzo, e solo dopo vive e ripetute istanze del sig.

Nicolas, acconsentì a lasciar a noi la cura del nostro vitto. Questi

due giorni di riposo furono per noi di gran conforto. Il suntuoso

bagno, onde va tanto rinomata la città di Kazvin, era a pochi passi

dalla nostra abitazione, ed a noi pungeva non la vana curiosità,

ma l’imperioso bisogno di una radicale lavatura del corpo, sotto la

spazzola e l’insaponata nello stile orientale. Ma i bagni persiani sono

gelosamente chiusi agli infedeli europei, e dopo Tauris, ove ci era

aperto un bagno armeno, avevamo dovuto rinunciare a questo benefizio

così prezioso in Oriente, non per la sola polizia, ma ben anco per

l’igiene del corpo. A costo di far torcere il naso al benigno lettore

io devo aggiungere che noi eravamo tormentati dai pidocchi, da quella

specie particolare del Levante che annida di preferenza ne’ panni, e

sotto il calore del letto trafigge la pelle di sì acute punture da non

lasciar riposo. Col mutar delle camicie e delle flanelle si cacciano

i vecchi pidocchi, ma poi ne sopragiungono di nuovi. Mirza Assad-Ullah

pregato istantemente di procurarci l’accesso al bagno, fu da principio

sorpreso e quasi spaventato della prova alla quale erano messi i

suoi sentimenti e quasi i suoi doveri di ospite; ma infine cedette, e

ci promise il per noi tanto desiderato ristoro. A notte, quando gli

abitanti di Kazvin si erano già ritirati nelle loro case, eccolo il

buon uomo, colla faccia atteggiata alla grande responsabilità che si

tirava sulle spalle, invitarci a seguirlo ma cautamente, in silenzio,

come malfattori che s’accingano al delitto. La timida fiammella d’un

lampione c’era di guida fra le tenebre. Per via e davanti alla porta

del bagno alcune ombre immobili erano senza dubio fidi del _kelantar_

messi a custodia degli sbocchi delle vie. Entrammo così furtivamente

nel bagno, e gli scarsi lumicini sotto quell’immensa vôlta, il profondo

silenzio, le affrettate manipolazioni de’ lavatori, davano al complesso

di quella scena un non so che di grave e di terrifico.

Il mattino seguente ebbimo il divertimento di veder il _kelantar_

nell’esercizio delle sue funzioni. Accosciato fuori della porta della

sua casa, coll’inseparabile kalian, avea davanti una piccola schiera

di suoi dipendenti che uno per volta, avanzandosi verso di lui, gli

facevano il rapporto del giorno precedente, ricevevano i novelli

ordini, e se ne andavano. Di registrazioni, di archivii, di protocolli

non v’è in Persia neppur la stampa, nè è questa la più grave magagna

del paese.

Il nostro gentile ospite ci volle accompagnar fino alla prima stazione,

a soli tre _farsach_ da Kazvin, ad Aga Baba, villaggio chiuso da

un’alta muraglia di fango, con bei pascoli e vigneti. Presso il

villaggio è un piccolo _tepe_ rivestito della solita vegetazione delle

steppe; noi vi eravamo appunto in cima, quando, pensando sempre a

queste curiose formazioni, mi suggerì di interrogare Mirza Assad-Ullah

sulla tradizione che a sua notizia vi fosse congiunta nel paese. Mi

rispose essere credenza generale che siano monticoli fatti inalzare

dalla regina Semiramide, per contemplar da quelle alture la sua armata.

Da Aga Baba la strada sale a poco a poco per immense scalinate, ed

il paese assume un carattere sempre più montuoso completamente arido,

fuorchè per brevi tratti ed isolati, ove trapeli dal terreno qualche

venuccia d’aqua. La roccia dominante è il porfido, in qualche luogo

attraversato da vene e filoni di dolomite. Giungiamo sul mezzodì a

Kharzan, gruppo di miserabili catapecchie sul passo della catena che

separa l’Irak dal Ghilan, e lì prendiamo stanza nel _tchaparkhanéh_.

Il meno schifoso rifugio, ossia una specie di terrazzo coperto sovra

la porta, era già occupato da un altro viaggiatore che all’aspetto

si poteva prendere per uno straccione qualunque, ed era invece

niente meno che un principe del sangue. Ci impossessammo adunque,

la famiglia Nicolas della meno sucida stanza terrena, io co’ miei

compagni dell’altra che appena sarebbesi potuta chiamare stalla.

Mentre eravamo in attesa del pranzo, ecco giungere un altro viandante

in abito europeo: era il dott. Küsten sassone, medico a Rescht,

diretto a Teheran, col quale passammo assai aggradevolmente una buona

mezz’ora[46]. Poi ecco nuovi avventori: un mollah con un suo compagno.

Il povero mollah raccontava singhiozzando come fosse stato poco dianzi

aggredito da quattro mariuoli che lo aveano spogliato di tutto il suo

avere, una cinquantina di tomani, e per di più fieramente bastonato.

Il mattino seguente era freddo e nebbioso da lasciarci appena

discernere fra que’ nudi greppi il tracciato della via che scende,

subito dopo Kharzan, con ripido pendìo, di tratto in tratto rotta

e tortuosa tanto da obbligare la signora Nicolas a smontare dal suo

_tartaravan_. Quando la cresciuta brezza montana venne a dissipar la

nebbia, si aprì al nostro sguardo uno stupendo paesaggio alpestre. Alla

sinistra del sentiero scogliere verticali concedenti appena un angusto

passo ai viandanti, e grandi squarci con pendii ripidi e sassosi fino

alla cima del monte; a destra un vallone profondo con gole e burroni

laterali dominati da potenti dirupi salienti a creste e guglie più

lontane. Il carattere nuovo di questo versante s’appalesa subito dagli

arbusti che scappano dai fessi delle roccie, o già riuniti in macchie

vestono qua e là i clivi meno erti, e chiusi pianerottoli. Il frequente

chiocciar delle pernici, gli stormi che s’alzano strepitando a volo,

non appena alcuno di noi esca dal sentiero battuto, ci svegliano una

potente tentazione di sostare a far un po’ di caccia, ma vinse il

bisogno di guadagnar tempo. Dopo due ore circa di questo cammino eccoci

al fondo, ad un letto di un torrente abbastanza ampio, oltre il quale

surge un caravanserai. Da qui in avanti le sponde de’ torrenti e de’

rivi sono segnate da grandi liste cultivate a canne (_Arundo donax_.)

Si giunse poscia al Scharud, le cui aque limpidissime dopo breve

tratto s’intorbidano d’improviso, per l’affluenza di torrenti montani.

Costeggiamo il fiume, e presso un gran ponte solidamente costrutto, in

un piccolo spazio ombreggiato da uno scoglio, fra i salici, i giunchi

ed i tamarici, ci ristoriamo con una buona refezione. Oltrepassato il

ponte, la strada non incontra più il fiume che in qualche suo angolo.

La vegetazione si fa sempre più rigogliosa. Quella graziosa specie

di piccola pernice che i Persiani chiamano _tihu_, e che è tanto

frequente anche al sud dell’Elburz, qui pure è abondantissima, e ne

uccidiamo senza scostarci dalla strada. Un vento impetuoso, surto

quasi d’improviso, ci molesta grandemente, ed a questo si aggiunge

l’altra difficoltà di un rivo profondo, gonfio di aqua, attraversante

il cammino, e che passiamo a guado non senza gravi stenti. Ed eccoci

infine in una valletta aprica, cinta da poggi verdeggianti, al

villaggio di Mendjl. Qui incomincia veramente la ricca vegetazione del

Ghilan; qui cresce già l’ulivo. Un bel caseggiato di stile europeo sul

pendìo di un colle, appartiene ad una compagnia russa che vi esercita

l’industria dell’estrazione dell’olio. Il nostro _golam_ ci procura

alloggio in una casa nel centro del villaggio.

Il porfido che forma la sommità de’ monti lasciati il mattino, cessa

ad un’ora di distanza da Kharzan, e gli succedono potenti masse

stratificate di arenaria e di puddinga con grossi elementi, rotte

ancora di quando in quando da emersioni porfidiche. Questi monti,

discostandosi, comprendono la valle del Schahrud, ma alle loro falde si

estende d’ambo i lati una serie di colline di formazione più recente,

costituite da strati di arenaria e di marna alternanti, in direzione

quasi orizontale, o parallela all’inclinazione generale della valle

stessa.

Dopo Mendjl il cammino, internandosi da prima in un bosco d’ulivi,

si dirige al fiume principale del Ghilan, al Sefidrud (fiume bianco)

che si varca sovra un bel ponte nuovo di sette archi, costrutto ove

la valle si ristringe, e il fiume s’impegna in una forra dirupata.

La roccia delle erte scogliere ad ambi i capi del ponte è un porfido

con fitti cristallini feldspatici, impastante massi di varia mole,

ora angolosi ora rotondati, di altre roccie, tanto da prendere qua e

là l’aspetto d’un conglomerato. Procedendo nella direzione del fiume,

succedono al porfido strati alternanti e sconvolti di calcarea, di

marna, di arenaria e di puddinga del terreno carbonifero: sottili

straterelli di litantrace si presentano infatti in alcuni tagli. Qua

e là queste masse stratificate sono rotte da guglie e _dicche_ di

porfido.

La bellezza del paese, la pompa della vegetazione crescono col

progredire nella valle del Sefidrud. Fra le spesseggianti macchie de’

melagrani, de’ pruni, de’ cornioli, de’ frassini, spiccano i bei fiori

persichini del _Paliurus aculeatus_; fronzuti oliveti si estendono

lungo il letto del fiume, e su per le vallette che vi scendono; i

fianchi più elevati dei monti sono rivestiti da boschi di cipressi e

di tuje; il fondo della valle è tutto pascoli e risaje, intersecato

da folte siepi, ombreggiato da grandi alberi. Qual contrasto col

regno delle steppe del versante opposto dell’Elburz! L’umidità del

terreno, le sorgenti, i ruscelli che s’incontrano ad ogni passo

scendenti da quelle balze montane, ne danno ampia ragione. Sulla destra

del Sefidrud tutta la china di un monte è scompartita in scaglioni

regolari, cultivati in risaje colle aque di un canale diramantesi dal

vertice. Il grosso villaggio di Rudbar che attraversiamo è in un vero

giardino, e al di là il sentiero percorre un gran bosco di annosi

ulivi stracarichi di frutti. Dopo circa sette ore di cammino che non

ci sembrarono troppo lunghe in sì ridente e vario paesaggio, facciamo

sosta a Rustemabad, ove non è possibile trovare meno orrendo ricovero

che nel _tchaparkhanéh_. Anche là, come a Kharzan, un principe del

sangue, specie più che vulgarissima in Persia, ci aveva preceduti, ed

occupava la tettoja (non oso dir camera) sovra la porta. L’unica scura

cameraccia terrena che serve di sala pei viandanti, fu occupata dalla

famiglia Nicolas; per me e pe’ miei compagni fu spazzato alla meglio

un pollajo ove stendiamo i nostri materassi. La vasta pianura tra la

strada ed il fiume, tutta siepaglie, fratte e boschi, intersecanti

prati aquitrinosi, risaje e canneti, mi ricorda la valle di Batum. In

un’escursione ornitologica dopo il pranzo ebbi a notare le seguenti

specie europee, non rinvenute per lo addietro in Persia: _Cuculus

canorus, Gecinus viridis, Sitta cœsia, Orites caudatus, Coccothraustes

vulgaris, Fringilla cælebs, Columba palumbus_.

Il seguente mattino (7 di settembre), all’ora fissata per la partenza,

muli e mulattieri se ne stavano ancora tranquillamente al pascolo

lungi dal villaggio, nè accennavano a moversi di là per una ragione

che, venuta in chiaro ben tosto, ci pose in estrema agitazione. Le

stemperate pioggie de’ giorni precedenti aveano ingrossate le aque

de’ torrenti e de’ fiumi, ed un altro Schahrud, a poca distanza

da Rustemabad, sulla strada di Rescht, avea rotto il ponte e reso

impossibile il passaggio. Tutte le notizie che il signor Nicolas

si faceva premura di raccogliere confermavano questo per noi grave

disastro. Due grandi carovane stavano lì coi loro carichi a mucchio,

accampate ne’ vicini prati, condannate con gravissimo loro danno ad

aspettare un qualche provedimento lontano ed incerto che stabilisse

il passaggio. Si pensi ora allo spavento di cui fummo invasi noi

stessi, al pericolo imminente di perdere l’occasione, quasi certamente

ultima nell’anno, del corso regolare dei piroscafi russi del Caspio

e del Volga! A consolare la signora Nicolas, Lessona cercava di

farle comprendere come un inverno a Rustemabad potesse anche passare

discretamente, ma la sanguinosa celia moriva a fior di labra, e nel

pensiero v’era tutt’altro. Mentre stavamo tormentando il cervello in

ricerca di qualche espediente, venne il _tschapar,_ ossia il mastro

di posta, a dirci che se avessimo avuto fiducia in lui, ed un po’

di coraggio, egli sentivasi in grado di condurci sul buon cammino al

di là del Schahrud, tagliandolo fuori, e passando invece a guado il

Sefidrud. La proposta venne subito accettata, e dopo altra perdita

di tempo nel raccogliere i muli, movemmo all’azzardosa impresa. Dopo

breve cammino per la via battuta, la nostra guida ci fece volgere a

destra, e scendere attraverso campi e boscaglie al greto del Sefidrud,

ove questo essendo molto largo, le sabbie lasciano spazio al fiume per

dilatarsi nei suoi serpeggiamenti. Uno stormo di avoltoi (_Neophron

percnopterus_) vi stavano spacciando un cadavere di cavallo, e si

alzarono a volo a due buoni tiri di fucile. Prima la guida cercò il

guado, e superatolo seguimmo felicemente il buon esempio. Così ci

trovammo alla destra del fiume, ma il nostro cammino essendo sulla

sinistra, lo guadammo una seconda volta, dopo aver percorso un lungo

tratto sulla sabbia. Fra un passaggio e l’altro avevamo compreso

lo sbocco del Schahrud, e così la difficoltà che ci aveva atterriti

qualche ora prima era superata. Non fu per altro impresa tanto facile,

perchè l’aqua giungeva al petto dei muli, e la forza della corrente,

oltre all’essere una resistenza da vincere, produceva un’illusione

ottica che tendeva a farci pericolare. I nostri mulattieri furono

mirabili di buon volere e di fermezza. Salimmo così sulla riva

sinistra per una foresta vergine ove, attraverso i pantani, gli alberi

abbattuti, ed ingombri d’ogni natura, riesciva difficile il trovar il

passaggio ai muli, e più ancora al _tartaravan_, ma poi dopo lunghi

andirivieni riescimmo sulla buona via. Non erano per altro ancora

finite le peripezie di questa marcia. Dopo una mezz’ora di cammino,

eccoci ad una nuova rottura della strada, ove questa fa un angolo

in cui, fra macigni sconnessi, scendono le aque delle pioggie da un

piccolo burrone. Lì il _tartaravan_ non poteva passare che vuoto,

ond’io per far la mia parte mi avvicino alla portiera e prendo nelle

braccia la bambina lattante della signora Nicolas; ma in quel mentre

il mio cavallo dà un salto di groppa ed esce nella boscaglia, passando

con forza sotto un fronzuto paliuro, le cui forti ed acute spine

mi trafiggono e lacerano orrendamente il viso; le braccia, tutte

consacrate al carico che mi era affidato, non potevanmi servire di

difesa alcuna. Fortunatamente Lessona era lì pronto col suo astuccio

chirurgico, e con liste di taffetà mi suggellò le molte ferite,

acconciandomi la faccia come un luogo da affissi.

Ho voluto narrare alquanto per disteso queste vicende per far vedere

in qual condizione si trovi la strada da Rescht a Kazvin, che è pure

la principale arteria dell’immenso commercio che la Persia intrattiene

necessariamente colla Russia. Ma, come si vedrà in seguito, questa è

ancora una vera strada trionfale al confronto del tratto da Rescht al

mare.

La giornata era scura, di quando in quando piovigginosa, ed allo

stato del terreno vedevasi chiaramente che molta aqua era caduta ne’

precedenti giorni. Il caravanserai di Imamzadeh-hascem, ove facemmo

tappa, è un grosso edifizio quadrato in solida muratura, e coperto di

tegole. Nell’interno non vi sono stanze, ma casematte allineate per tre

lati dello spazioso cortile che noi trovammo convertito in uno schifoso

pantano di melma nera alta fino al ginocchio, così che l’andare ed il

venire dalle nicchie non ci era possibile che a dorso di cavallo od a

spalla d’uomo. Lì, in un antro sudicio ed umidissimo, dovemmo bivaccare

tutti assieme.

Bisogna passare alle regioni intertropicali per vedere una vegetazione

più rigogliosa, più splendida di quella che da Rudbar in avanti

domina in tutta la vallata del Sefidrud, anzi, a vero dire, per tutta

l’estensione delle provincie caspiche della Persia[47]. La mitezza del

clima, l’abondanza delle pioggie, ed anche senza queste, la frequenza

delle fontane, de’ ruscelli che le grandi giogaie di separazione degli

altipiani versano in queste provincie, ne fanno la più bella gemma

della corona del re de’ re. Il carattere di questa vegetazione non è

gran fatto diverso da quello della valle del Rioni, però meno monotono.

La parte piana del Ghilan è in massima parte occupata da foreste

vergini, ma più spezzate e più varie; quali folte, impenetrabili,

quali diradate, con grandi alberi facenti ombrello ad un ricco tappeto

del più fresco ed intenso verde. Gli aceri, i pioppi, le quercia, gli

olmi, gli ontani, sui quali s’arrampicano i rovi, la vite, la smilace

eccelsa, costituiscono il folto di queste belle foreste, dal quale

si distaccano pel loro particolare aspetto esotico grandi acacie e

gleditschie. Da Imamzadeh-hascem a Rescht tutto il paese si direbbe

un continuo sontuoso parco. Il gelso è pure abondantissimo, qua e là

in filari o più soventi in grandi siepi fra le boscaglie naturali ed i

campi per lo più cultivati a risaje. In questi campi s’incontrano sorta

di capanne isolate in massima parte costrutte di vimini, che servono le

une per temporaneo magazzino di riso, le altre per bigattiere.

La via molto fangosa per le pioggie de’ giorni precedenti, è per

lunghi tratti regolare, larga più dell’ordinario, fiancheggiata da

canali, come una strada campestre della bassa Lombardia. Avevamo di

poco oltrepassato Duschambe Bazar, quando vedemmo venirci incontro una

brigata di cavalieri in abito europeo: erano i signori Hahnart, Moltoni

e due fratelli Vlasto, i quali, non appena ci scorsero, spronarono i

cavalli per venirci ad offrire a gara l’ospitalità in Rescht. Fu una

vera festa di saluti e di felicitazioni; ma la nostra promessa era

già data al sig. Hahnart fino dal nostro passaggio in Tauris; ed il

sig. Nicolas aveva già accettato l’invito del console russo. I nostri

compagni Ferrati, Lignana e Centurioni che ci aveano preceduti da tre

giorni ed erano del pari stati ospiti del sig. Hahnart, s’erano già

diretti ad Enzeli, col progetto, che poi non poterono eseguire, di fare

una corsa col piroscafo russo fino ad Astrabad.

Rescht, capitale della provincia del Ghilan, si distingue dalle città

degli altipiani della Persia dall’essere le sue case costrutte in

muratura e coperte di tegole, privilegio che essa deve alle frequenti

e diluviali pioggie; ma questo non vuol dire che vi abbia a difettare

l’ordinario inevitabile corredo di rovine e di macerie. Il suo bazar,

molto ben fornito, non è in anditi chiusi, come nelle altre città,

ma consiste di botteghe allineate l’una presso l’altra nelle contrade

più centrali. Si vede subito da queste botteghe quanto vi sia animata

l’industria della seta, in che infatti consiste il principale produtto

dell’intiera provincia.

L’argomento della cultura del filugello nel Ghilan è stato molto

bene e compiutamente esposto dal nostro compagno Orio, in un’adunanza

dell’Associazione agraria di Torino il 19 gennajo 1863. Come ho detto

altrove egli aveva visitata la provincia nella stagione del raccolto

serico, e l’avea trovata immune dalla terribile epidemia che devasta

le bigattiere d’Europa, al che non reputa indifferente il modo di

educazione dei bachi, presso che all’aria libera, in capanne isolate

dette _tilimbar_, aperte in basso, chiuse in alto da viminate.

Il Ghilan è ancora una località sulla quale fare assegnamento per

la provigione di semi di bachi nelle attuali critiche circostanze

d’Europa; e sotto questo aspetto il trattato conchiuso dal ministro

Cerruti in Teheran, scopo della nostra ambasciata, è veramente utile

all’Italia. In forza di questo trattato l’esportazione dalla Persia di

semente di bachi da seta, per lo addietro vietata con tanto rigore, è

libera agli Europei per quattro anni, contro una modica tassa[48].

La trattura della seta si fa nel Ghilan in modo affatto rozzo e

primitivo. Il filatore dà moto all’aspo con un piede, e mette nella

bacinella bozzoli a sorte, quanti vengono sotto il pugno, senza previa

scelta delle qualità, senza cura del numero, onde nasce che la seta

persiana sia tra quelle di minor prezzo. Una compagnia di filatori

italiani che tentasse la prova di stabilirsi colà ed introdurvi que’

metodi ne’ quali i Lombardi sono maestri, troverebbe, non v’ha dubio,

ampio compenso alla sua industria.

Dal sig. Hahnart abbiamo trovato un’accoglienza così amichevole che ci

ha messi subito, come direbbero i Francesi, _à notre aise_; abbiamo

trovato tutti i ristori della vita materiale, e larghe offerte per

quanto ci potesse occorrere anche pel seguito del nostro viaggio. Fu

pure una grande sodisfazione il conoscervi personalmente il signor

Moltoni, addetto a quella casa commerciale, nostro compatriota

di Valtellina, ed il sig. Würth, fratello dell’altro che avevamo

conosciuto in Tauris. Le due case Hahnart e Vlasto fanno in Rescht il

commercio della seta che spediscono principalmente in Europa per la via

di Tauris e di Trebisonda, minore al paragone essendo la quantità che

mandano direttamente in Russia per la via del mar Caspio. La seta viene

spedita in piccole balle strettamente involte da pelli d’agnello.

Il giorno 9 settembre nel fare alcune proviste per la città, mi

occorse assistere allo spettacolo di un _tazieh_, sorta di dramma

religioso, che ha per tema la persecuzione e la morte di Alì. In una

gran piazza stava radunata una folla compatta, gli uomini e le donne

in due distinti scompartimenti. Sotto un tendone disteso fra due

alberi stavano gli attori, un uomo e due ragazzi: quello declamava

gesticolando con enfasi, questi interloquivano. Di quando in quando

gli spettatori davano tutti uniti in dirotti scoppii di pianto, fra

i quali principalmente si facevano sentire gli strilli acuti delle

femmine; poi di nuovo questi pianti cessavano tronchi, e ricominciavano

gli attori. Sebben Rescht sia una delle città persiane nelle quali

maggiormente domini il fanatismo religioso, nessuno ci molestò o fece

atto d’intoleranza della profanante presenza di infedeli europei. È

singolare come i Persiani abbiano le lagrime pronte a volontà. Nelle

loro cerimonie funebri, ed anche nelle publiche, ricorrenti a battuta

d’almanacco, non fingono di piangere, piangono davvero. Incomincia

per essi, nel mese che corrisponde al nostro giugno, una quaresima di

lutto, il _moharrem_, durante la quale giornalmente i fedeli persiani

si recano alla moschea a piangere in memoria di Alì e de’ suoi figli

Hussein ed Hassan, primi e legitimi eredi della autorità del profeta.

Ho dimenticato di dire a suo tempo come questa circostanza fosse

appunto fra le tante invocate dal _mehmendar_, per ritardare il nostro

arrivo a Teheran, col pretesto che essendo appunto allora stagione di

lutto generale e sacro, il governo non avrebbe potuto accoglierci con

que’ segni di giubilo e quelle onoranze che pure avrebbe voluto. Molte

volte Abdul Hussein Khan, il quale durante il viaggio amava conversare

famigliarmente con noi, alzandosi d’improviso, e troncando un discorso

il più delle volte faceto od anche alquanto licenzioso, ci salutava e

diceva: — Ora devo andare a piangere.

Lo stesso giorno 9 arrivarono in Rescht a marcie forzate anche gli

altri nostri compagni partiti da Tedgrisch sei giorni dopo di noi, ed

accettarono il cortese invito de’ fratelli Vlasto. Dal canto nostro

tutto era disposto onde precederli ad Enzeli; ed a tale scopo avevamo

già noleggiato, pel giorno appresso, nuovi muli e nuovi mulattieri

del paese, i soli che siano in grado di fare il servizio da Rescht a

Piribazar. Volevamo così approfittare anche della compagnia del sig.

Würth che doveva consegnare a bordo del piroscafo russo una spedizione

di balle di seta. Era pure convenuto di riprendere il viaggio di

concerto col sig. Nicolas, per la cui signora fu improvisata una specie

di barella portata da due uomini scortati da altri di ricambio. Altre

due persone s’erano aggiunte alla nostra carovana: il console russo

sig. Zinowiew, ed il sig. Weinberg, giovane diplomatico.

Preso commiato dai nostri urbanissimi ospiti, pagato un piccolo

tributo ad un posto di doganieri appena fuori la città, ci trovammo

impegnati in un orribile bosco paludoso. Quanto ci avean detto delle

strane incredibili difficoltà di questo cammino era la stessa verità.

Sentiero propriamente detto non ve n’è: la miglior strada, quando

la si possa seguire, è un fiumicello tortuoso dall’aqua presso che

stagnante. Il resto è fango vischioso e tenace o melma semiliquida ove

i muli s’approfondano da non escirne spesso che a stenti grandissimi.

Queste povere bestie sono dotate di un singolare istinto nel trovar i

passi possibili, e l’attenzione di chi sta loro in groppa è abbastanza

occupata nell’evitare di farsi arrotare una gamba contro un albero,

o di dar del naso nel sarmento di una vite, o ne’ forti aculei delle

gleditschie. Così si continua per due lunghe ore fino a Piribazar. E

questo è pure uno de’ più importanti sbocchi al commercio persiano, e

da qui passa, per non dire altro, quasi tutto il ferro che si adopera

ne’ vasti dominii dello Schah.

Al luogo detto Piribazar due soli caseggiati, uno per deposito di

merci, l’altro per spaccio di frutta e di pane, surgono in riva ad un

canale navigabile, lungo le cui sponde stanno allineati alcuni barconi

in attesa del carico. Ne noleggiamo due: l’uno cioè per le casse e per

le valigie, l’altro per le persone. Quel canale, d’aqua perfettamente

stagnante, serpeggia in un bosco di salici ed ontani, e sbocca nel

Murdab[49].

È questo un’immensa laguna, separata dal mar Caspio per mezzo di un

gran cordone litorale, intersecata da lingue e da isole di canneti,

particolarmente presso i margini. Nell’entrarvi pel canale, di

Piribazar si naviga appunto per luogo tratto in un più ampio canale

o braccio fra due sponde di questa natura; poi si esce al largo,

lasciando ancora ai lati ed all’indietro sempre più rare e distanti

isolette di canneti, finchè lo specchio delle aque si dispiega allo

sguardo nella sua massima estensione, come un gran lago tranquillo,

limitato all’estremo orizonte da una sottile striscia indistinta. Così

all’aperto, se il vento è favorevole, si spiega la vela e si ritirano

i remi nella barca. Ma ove pel diradarsi de’ canneti è lasciato

lo spazio libero all’aqua, sottentra alla vegetazione emersa delle

canne la vegetazione sommersa de’ potamogeti, delle ninfee, delle

castagne lacustri, che inalzano le loro foglie sino a fior d’aqua, a

costituire immensi banchi, ove l’aqua è sì poco profonda, e così fitto

è l’intreccio delle erbe, da starvi a pascolo innumerevoli stormi di

uccelli. V’erano, al nostro passaggio, millioni di aironi (_Buphus

bubulcus_) e branchi numerosissimi di mignattaj (_Ibis falcinellus_).

Resta ancora la massima parte dello stagno affatto libera e navigabile

in tutti i versi; ed era infatti solcata da navicelle veleggianti,

dirette da varii punti verso Enzeli, ove approdammo alle sei del

pomeriggio. La cortesia russa, della quale avevamo avute già tante

prove, non si smentì in questa circostanza. Il sig. Zinowiew ci volle

suoi ospiti, in una piccola casa che egli appigionò a tal uopo. Sebbene

preso dalle febri, alle quali però aveva finito per abituarsi, egli era

in continuo moto a indovinare i nostri desiderii, a dar provedimenti

pel vitto, pe’ preparativi della partenza, a stendere commendatizie per

le autorità russe sulla nostra linea, aiutato in ciò dal sig. Weinberg,

gentilissima persona, col quale dovevamo viaggiare sino ad Astrakan.

Enzeli è una piccola città sul cordone litorale, presso l’interruzione

o la bocca che mette il Murdab in communicazione col mare. La linea

delle case, elegantemente spezzata dal verde fogliame degli aranci, è

verso lo stagno, lungo il quale scorre appunto la strada principale,

sorta di _quai_, ove mettono i pochi e scuri viottoli delle più interne

abitazioni, e con una lunga fila di barche appoggiate alla sponda.

Di prospetto è un gruppo di isole, ed una fra queste, la maggiore,

riccamente vestita, e con varie case fra le boscaglie, presenta un lato

tutto canneti e salici, parallelo alla sponda della città, limitante

così un largo canale d’aqua affatto stagnante, che seguendo sempre

la costa si prolunga verso occidente, diramandosi ivi per un vero

arcipelago di isolotti di canne, giunchi e salici. Il resto della gran

lingua litorale dietro la città è arido, sabbioso, ed a rialzi ondati,

o veramente a piccole dune assai inuguali, colla scarpa quasi a ridosso

delle case, e col versante opposto dolcemente inclinato verso la

spiaggia del mare. Per queste dune sono sparsi rari ed isolati cespiti

di melograni e di giunchi. Sulla spiaggia marina verso la bocca del

Murdab v’è un edifizio a foggia di rotonda, acuminato in una specie di

torre, che serve di caserma per una compagnia di artiglieri. Un pajo

di cannoni di grosso calibro difendono il canale dal mare allo stagno,

il qual canale, per quanto stretto e poco profondo, permetterebbe

ancora il passaggio anche alle grosse navi, con grande sollievo del

commercio. Ma la Persia esercita con ostinata gelosia i suoi piccoli

diritti maritimi, ed obliga i piroscafi russi ad ancorarsi a grande

distanza dal lido. L’anno precedente uno di questi piroscafi portava

una machina a vapore per l’arsenale di Teheran, nè essendo possibile

farne lo scarico sui battelli in mare, il comandante voleva entrar nel

canale, ma gli fu risposto colla minaccia di esser colato a fondo dai

cannoni della costa. Fortunatamente il telegrafo sciolse la vertenza.

L’autorizzazione chiesta a Teheran venne sollecita: e la nave entrò nel

Murdab a deporre direttamente a terra il suo carico.

Un’industria particolare ad Enzeli è quella del pane biscotto che è

veramente di qualità superlativa. Ognuno di noi pensò a provederne pel

seguito del viaggio.

I due giorni passati in questa città furono per noi aggradevolissimi;

i naturalisti ed i cacciatori vi troverebbero sempre a spendere molto

bene il loro tempo. Però devo aggiungere che gli infedeli europei vi

sono visti di mal occhio, ed anche provocati con atti di sprezzo e

peggio. Due volte, nel passar pe’ viottoli fra i giardini lungo la

spiaggia maritima, fui salutato a sassate tirate da mano invisibile,

che per buona ventura non mi colsero.

Grande è la varietà degli animali che popolano le fitte boscaglie,

i canneti, le spiaggie del Murdab. Alla prima oscurità della notte

udivamo surgere quasi di concerto, dall’isola a noi di prospetto,

gli urli confusi de’ sciaccali vaganti famelici in cerca della preda;

grandi stormi di anitre calavano al pascolo, e di qua, di là vedevansi

gallinelle palustri col loro tardo volo radere i canneti, o passar da

un’isola all’altra.

La caccia fatta al mattino in battello, e poscia lungo la riva del

mare, fu molto abondante. Noterò particolarmente le seguenti specie:

_Eudromias asiaticus, Totanus calidris, Totanus glareola, Xenus

cinereus, Tringa cinctus, Tringa Temminckii, Gallinago scolopacinus,

Ardea cinerea, Egretta alba, Egretta garzetta, Hydrochelidon hybrida,

Hydrochelidon leucoptera, Hydrochelidon nigra_: tutti gli individui

di queste tre specie in livrea di gioventù. La piccola testuggine

lacustre (_Cistudo europæa_) abonda così smisuratamente lungo la riva

dello stagno, nella stessa città, da esserne in alcuni luoghi, durante

le ore calde, letteralmente ricoperta la spiaggia, e sifattamente che,

per scappar all’avvicinarsi dell’uomo, le testuggini sono obligate a

montare l’una sull’altra.

Il sig. Zinowiew volle procurarci nel dopopranzo il divertimento d’una

partita di pesca, con due barche, in una delle quali eravamo noi,

ed un abile pescatore in piedi sulla prora munito del suo sparviere,

nell’altra bolliva il _samovar_, e stavano i servi intenti a versarci

il thè. Il produtto fu di alcune grosse ed eccellenti _lucioperche_,

imbanditeci la sera stessa a cena. Il Murdab non ha alcuna propria

specie di pesci; tutte sono communi al mar Caspio, per quanto

la qualità dell’aqua sia differente. Quella dello stagno è quasi

dapertutto affatto dolce, soltanto salmastra presso Enzeli; quella del

Caspio è salata, sebbene in assai diverso grado ne’ varii suoi punti,

intorno al qual argomento dirò fra poco.

Il giorno 11, sulla sera, giunsero anche i nostri compagni rimasti

in Rescht: eravamo così tutti radunati e pronti alla partenza. Il

piroscafo russo che doveva prenderci a bordo era atteso il dì seguente

davanti ad Enzeli; e noi di tratto in tratto correvamo alla spiaggia

per spiare verso oriente qualche colonna di fumo che lo annunciasse: ma

per tutto quel giorno il nostro attendere fu invano. Una buona novella

si diffuse nella nostra brigata il mattino seguente: il piroscafo era

giunto nella notte, e stava solitario all’àncora ad un tiro di cannone

dalla sponda. Era la _Tamara_, comandata da un capitano tedesco,

il sig. Müller. Molte barche movevano dalla città a caricarvi merci

e specialmente enormi balle di cotone; e ci affrettammo noi pure a

spedirvi il carico de’ nostri non pochi bagagli. Il mare era tranquillo

affatto, e ci prometteva felice navigazione; non così il bastimento che

servendo quasi esclusivamente al trasporto di mercanzie, tiene per mero

soprapiù un qualche posto per una mezza dozzina di passaggieri: e noi

eravamo quattordici, non contando le due bambine del sig. Nicolas. Il

capitano al riceverci fece le sue scuse del non poterci offrire un più

conveniente asilo, aggiungendo che un numero così grande di passaggieri

era qualche cosa di affatto insolito pel tratto dalla Persia a Baku.

Ci allogammo alla meglio, parte nel piccolo salotto, parte nel piccolo

spazio sul ponte dalla parte di prora, altri infine sulle balle di

cotone ond’era ingombro tutto il maggior spazio restante. Poco dopo il

mezzo giorno la _Tamara_ salpò, e noi mandammo un saluto _sans regrets_

al caro lido della Persia che andava dileguandosi da’ nostri occhi. Da

questo momento ci consideravamo in Europa.

Il mar Caspio è a tutto rigor di termine e di pieno dritto un lago

russo. Lungo la deserta e quasi sconosciuta sponda orientale del

paese de’ Kirgisi e de’ Turcomanni, s’incontrerebbe appena qualche

barca peschereccia, o nave di pirati. La Persia è condannata dalla

sua inerzia ed anche, per formalità, dal trattato di Turkmantschai,

a non aver su questo mare che piccole barche pel cabotaggio: la

grande navigazione è dunque tutta in mano della Russia, la quale vi

intrattiene una marina di guerra esuberante al bisogno, ed ha concesso

ad una società privata il privilegio de’ trasporti de’ passaggeri

e delle merci. La navigazione mercantile si estende fra i due punti

estremi di Astrakan ed Astrabad. Solo nella buona stagione, cioè da

maggio a settembre, vi sono due regolari corse mensili fra questi due

punti con stazione intermedia e cambio di bastimenti a Baku, e fermata

agli scali di Petrowsk e Derbent sulla prima linea di Lenkoran, Astara

ed Enzeli sull’altra. Per meglio assicurarsi questa linea, nel 1841

la Russia prese possesso di due isolotti al porto di Ashuradah presso

Aslrabad, e vi impiantò una forte stazione maritima. Fuori degli

indicati limiti di tempo la navigazione del Caspio non è più regolare,

ma dipende dallo stato del mare e de’ venti; e nel cuor dell’inverno

le corse fra Baku ed Astrakan sono sospese affatto. Anche nella buona

stagione, in caso di mare grosso che impedisca davanti ad Enzeli un

sicuro ancoraggio, i piroscafi russi filano diritto senza arrestarvisi.

Da questo si comprenderanno le nostre inquietudini di Rustemabad, e la

nostra gioja di trovarci infine sulla linea d’Europa bene o male poco

importava, purchè sicuramente.

Note di un viaggio in Persia nel 1862 · 第 23 / 40 题