XIV.

Kazvin. — Caccia nel giardino imperiale. — Monticoli di lava presso

Hissar. — Kyschlak. — Kurdan. — Kerretsch. — Vista del Demavend. —

Khend. — Accoglienza alle porte di Teheran. — Tedgrisch. — La nostra

abitazione. — Colonia europea. — Servizio postale in Persia.

La città di Kazvin è nel mezzo di un’ampia oasi conquistata sul

deserto. Tutt’all’intorno, e per qualche miglia di raggio, l’arida

steppa è stata con mirabile arte e duro secolare lavoro convertita

in un giardino. Per lungo ordine di solchi la vite vi dirama i suoi

sarmenti; alberi delle solite specie vi sono disseminati, tapini e

diradati verso il deserto, sempre più spesseggianti e fronzuti verso

la città, centro dell’oasi. La posizione del luogo permette alla

vegetazione un carattere alquanto più meridionale, e qui infatti

prospera il pistacchio, i cui bei grappoli erano già prossimi alla

maturanza.

Il solito brillante e numeroso corteo d’onore ci guidò in città. Dopo

pochi tratti ci s’aperse dinanzi un viale ampio, diritto, maestoso,

ombreggiato da due filari di annosi sicomori, terminanti ad un ampio

portone, decorato dello stemma dell’impero: un leone minaccioso,

impugnante una sciabola, e col disco raggiante del sole che sembra

spuntargli dalla schiena. Per questo portone, attraversati due ampi

cortili circondati di grandi platani, fummo introdotti in un giardino

e lì nel mezzo in un chiosco reale, assegnato a nostro quartiere. Il

dire delle visite, dei ricevimenti, dei donativi, delle noie infinite

dell’etichetta, sarebbe una pura ripetizione delle cose già narrate.

Qui riabbracciamo Orio, reduce dalla sua spedizione nel Ghilan; ed i

corrieri apportatori delle sempre più confortanti notizie della salute

del conte Grimaldi, ci annunciano l’imminente arrivo della frazione

della nostra schiera lasciata a Sainkalé.

Ed eccola infatti, dopo quattro giorni, salutata con grido generale

di gioia, con festa insolita e commovente, nel nostro campo. Il conte

Grimaldi in piena convalescenza, grazie alle cure dei suoi infermieri

e del suo medico Lessona, aveva potuto percorrere il non breve tratto

di cammino in una di quelle carrozze che la provida ostinazione del

nostro ministro aveva fatto trascinare al nostro seguito. Senza questa

ambulanza gravissimo sarebbe stato il nostro imbarazzo.

Kazvin è senza contrasto una delle più belle città della Persia. La

proporzione del fango e delle rovine vi è assai minore che in Tauris.

Possiede un bazar vasto e ben proveduto, belle moschee, un sontuoso

bagno, un grande serbatojo sotterraneo di purissima aqua, e case

signorili. In una di queste case, molto notevole per la perfetta

conservazione, la freschezza, il buon gusto, fummo introdotti e

lautamente trattati dal padrone, uno dei più ricchi negozianti della

Persia.

Anche qui le nostre caccie furono ristrette ne’ limiti del giardino

ove eravamo alloggiati. Rinvenni ancora la _Testudo mauritanica_, lo

_Stellio caucasicus_, l’_Euprepis affinis_: ma di particolar interesse

mi riescirono gli uccelli. Un immenso nugolo di corvi s’appollajava

la sera sugli eccelsi platani vicini al nostro padiglione. Ne uccisi

sette d’un colpo, e riconobbi il _Corvus frugilegus_, vero paradosso

ornitologico in questa latitudine ed in questa stagione; e non il

solo. Aveano nidificato nel giardino, oltre l’usignolo commune, anche

il _Parus cæruleus_ e la _Ruticilla phœnicura_, due specie che fuggono

i calori estivi della pianura di Lombardia, per far nido o sulle Alpi

od in più nordiche regioni. Un’altra specie per me affatto nuova, e

delle più rare nelle collezioni d’Europa, è la bellissima _Erythrospiza

obsoleta_ Licht. Ne presi vari individui adulti dei due sessi e giovani

dell’anno, fra di loro pochissimo differenti. La loro voce ordinaria è

uno strillo sommesso, rassomigliante a quello della quaglia che frulla,

e questo strillo si ripeteva d’ogni intorno anche da’ platani de’

cortili e de’ giardini vicini al nostro, il che vuol dire che la specie

è commune in questa località.

Il 29 luglio, di buon matino, diamo un addio a Kazvin. Il mehmendar,

sorridendo di compiacenza al desiderio espressogli di non affaticare

troppo il nostro convalescente, ci aveva fatto allestire il campo a

soli tre _farsach_[40], presso il villaggio di Hissar, quasi alle falde

dell’Elburz. Vicinissimo all’antemurale di questa catena, all’oriente

del villaggio, e da questo distante un tre chilometri all’incirca,

surgono due monticelli isolati, che io feci scopo di una mia

escursione, malgrado il sole ardentissimo (avevamo sotto la tenda +36°

c.) Rimasi sorpreso al riconoscervi due monticelli vulcanici, di vera

lava nera e scoriacea, la cui massa è alla superficie tutta spezzata

in grossi frammenti angolosi. Il più grosso di quei monticelli, e

precisamente quello che sta più da vicino all’antemurale della catena,

è un monte gemello, ossia formato da due coni congiunti fin presso la

sommità. Non vidi traccia alcuna di cratere nè di roccie dislocate.

Tutti all’ingiro nel piano sono disseminati frammenti della stessa

lava, il cui nero colore fa contrasto col grigio del terreno: ma

tali frammenti si arrestano a qualche centinaja di passi dalle grandi

masse d’onde furono staccati; sono evidentemente sovraposti al tritume

generale dell’alto piano e non in questo inclusi. I monticelli medesimi

sono incontestabilmente posteriori alla formazione generale delle

steppe.

Ne’ torrenti asciutti che attraversano l’arido piano, i frantumi

arrotolati constano di marna più o meno alterata, indurita e cotta, di

varie sorta di roccie porfidiche, una delle quali è un amigdaloide con

noduli di calcedonia.

Il bottino zoologico non mi ha dato nulla di osservabile fuori

l’incontro fatto qui per la prima volta di una specie di saurj

delle steppe, che, aggiunta alle precedenti, rimane d’ora in avanti

communissima. È l’_Agama agilis_ Oliv.

Il dì seguente movemmo per far sosta a Kyschlak. L’altipiano che

percorriamo è in massima parte affatto arido, e di tale estensione

che verso oriente, e quindi di prospetto al nostro sguardo, si perde

nell’orizzonte. Qua e là, numerosi più che nel tratto antecedentemente

percorso, veggonsi cumignoli conici, coperti della vegetazione delle

steppe, i quali non sono altro che piccoli _tepe_. Trascorsa un’ora

dalla stazione di Hissar, incontriamo sulla nostra sinistra i ruderi

di un piccolo villaggio distrutto: quindi, a poca distanza, procedendo,

altro villaggio più grande alla nostra destra, pure deserto e rovinato,

ma con tutti gli indizj di esserlo da poco tempo. Non durammo fatica

a riconoscere la causa per la quale questo villaggio era stato

abbandonato: l’aqua avea cessato di fluire pel condotto sotterraneo che

vi portava un così essenziale elemento di vita.

A Kyschlak le nostre tende erano state providamente erette presso lo

sbocco di uno di questi canali, d’onde scorreva una ricca vena di aqua

limpidissima e fresca. Mentre da noi si andava pregustando un così

prezioso ristoro ad un’arsura che già toccava l’estremo limite della

toleranza, ecco una frotta di Persiani del nostro seguito precipitarsi

nel canale, ascendere anche la corrente nel suo antro, ravvoltolarsi

nell’aqua, spidocchiarsi, e mandar così in regalo a noi una corrente

di immondizie. Dovemmo adoperar la forza, bastonate e sassate, a

scacciarneli, e far poscia custodire da una sentinella lo sbocco del

canale. Il calore di quella giornata fa il massimo per noi sopportato

in Persia: 34 R. all’ombra.

Lì presso alle nostre tende era un _tepe_, sulla cui cima vedevasi

ancora qualche rudero di antica torre. Le aque pluviali vi avevano

tracciati profondi solchi; ma la mia speranza di trovarvi, come a

Marend, ossa d’animali, carbone e cocci, andò affatto delusa: il _tepe_

non è d’altro costituito che del solito limo grigio e compatto delle

steppe. Ne’ campi circostanti era più che altrove abbondantissima

l’_Alauda cristata_. Qui vidi pure qualche coppia della gazza commune

(_Pica caudata_), e roteanti nello spazio fra il villaggio ed il nostro

accampamento molti falchi (_Milvus ater_).

Lasciato Kyschlak, piegando alquanto a sinistra, ci avviciniamo

all’Elburz, ove la nuova stazione ci era apprestata in una delle

più deliziose oasi della Persia. Passiamo rasenti il villaggio di

Meschinabad, ombreggiato da grandi alberi, fra i quali sotto forma di

una moschea attrae il nostro sguardo la magnifica tomba dell’Imam-zadé.

Il cammino ci conduce ove l’antemurale dell’Elburz, che avevamo fino

allora seguito a distanza, si decompone in rami formanti il fianco

di una valle pittoresca, ascendente per balze e chine di una bellezza

affatto inattesa verso la catena centrale. I ruscelletti che scendono

da questa valle vi sviluppano una vegetazione così diffusa, così varia

e lussureggiante, da vincere quella stessa della valle di Marend; e

vanno poscia a perdersi nell’Abi-Schür (fiume salato), che termina alla

sua volta perdendosi nel deserto. Il bel villaggio di Cinan, circondato

di densi frutteti e macchie di grandi alberi, ci si presenta come un

luogo di elezione per farvi sosta; ma procediamo oltre, e, dopo breve

tratto, eccoci ad un ampio torrente asciutto, chiuso fra due sponde

dirupate, unite una volta da un ponte ora del tutto rovinato, e che il

governo persiano non ebbe cura di ripristinare.

Passato questo torrente non senza gravi stenti, arriviamo a Kurdan,

altro villaggio non meno ricco di giardini e di boschi ombrosi, e lì

troviamo preparato l’accampamento. La giornata fu in gran parte spesa

alla caccia delle lepri e delle quaglie abondanti nelle circostanti

campagne. Verso sera immensi sciami di storni rosei vennero ad

appollajarsi sugli alberi vicini alle nostre tende. Ne facemmo una vera

strage, che ogni colpo in quelle masse compatte ne faceva cadere una

grandinata.

Il 1.º agosto pernottammo in Kerretsch, importante villaggio ancora

alle falde dell’Elburz, lambito da un fiumicello che trae dal villaggio

stesso il nome di Kerretschrud, ed è un altro affluente del fiume

salato. Un grandioso castello reale avrebbe potuto offrirci asilo,

ma vi si erano già stabiliti un alto funzionario di Tauris, ed uno

fra le milliaja di Mirza o principi del sangue che felicitano la

Persia. Trovammo perciò le nostre tende piantate nel giardino stesso

del castello, all’ombra dei pioppi e de’ platani. Eccettuando il

doloroso accidente occorso al conte Grimaldi le condizioni sanitarie

dell’ambasciata erano state in generale corrispondenti ai bollettini,

consolanti pe’ nostri amici e pe’ nostri parenti, che ad ogni

opportunità di corriere venivano spediti in Europa. Qui incominciavano

ad insinuarsi fra noi i primi germi de’ mali proprj del paese. Lo stato

di malessere di uno de’ nostri servi si spiegò in decisa e violenta

febre periodica. Io medesimo fui colto da una strana affezione, da un

accesso di asma notturno, che si rinovò nel seguito varie volte per

intervalli irregolari.

Prima della novella alba muoviamo anche da questa stazione,

impegnandoci subito nel guado del fiume, reso difficilissimo dalle

ineguaglianze del suo letto, dai macigni e dall’oscurità. La luce del

crepuscolo matinale ci rischiara bentosto la via, lunghesso le falde

dell’Elburz, in un terreno affatto arido, screpolato, disuguale,

limitato, alquanto più lungi sulla nostra destra, da piccoli dossi

allineati nella medesima direzione della catena d’onde si direbbero

staccati. Dopo circa due ore di cammino, eccoci di nuovo ad

un’interruzione della parete antemurale dell’Elburz, per la quale da

lungi si presentano al nostro sguardo le cime de’ più interni monti,

e fra queste gigante e maestoso il cono del Demavend, biancheggiante

di perpetue nevi. Un gran fascio di luce solare, scappando fra questo

cono e la più vicina sommità de’ monti vassalli, si projetta nelle

alte regioni dell’aria, e cresce l’incanto di quella stupenda scena

della natura. I primi arrivati s’arrestano a raccoglier le espressioni

di maraviglia de’ sopravegnenti. Fin da questo punto, ed anche più

avanti, nelle adiacenze di Teheran si può notare come l’asse del cono

del Demavend, non sia affatto perpendicolare al piano orizzontale della

sua base, ma sensibilmente inclinato verso occidente. Per l’alveo di

un altro torrente asciutto parallelo ai precedenti, la strada sale

quindi sull’opposto più elevato piano, ricco di bella vegetazione,

e conduce al florido villaggio di Khend. Con alcuni amici io aveva

precorso il resto della comitiva, e già eravamo alle prime case, quando

ad una svolta vediamo un drappello festante di cavalieri, fra i quali

distinguiamo cinque splendide uniformi come di ufficiali europei.

Grande emozione provammo nell’udire queste parole nella nostra bella

lingua: «Voi siete della missione italiana? lasciatevi dunque salutare

da vostri compatrioti: ov’è il ministro?» Erano cinque colonnelli

italiani al servizio della Persia, i signori Pesce, Giannuzzi,

Andreini, Barbara e Materasso. Ricambiati i saluti frettolosamente, ma

con piena effusione di cuore, e sul cenno che il ministro seguiva a

qualche distanza da noi, spronarono i cavalli al suo incontro. Pochi

minuti dopo eravamo tutti riuniti in un piccolo padiglione da caccia

dello Schah, chiuso fra quattro mura, ove dovevamo soffermarci pel

resto della giornata. Gli ufficiali italiani rimasero alcun tempo fra

noi: e venuto infine l’ora del commiato, col proposito di rivederci

il domani alle porte di Teheran, riepilogammo la soddisfazione viva

e naturale di quell’incontro, e le scambievoli offerte, in cordiali

strette di mano.

Ai primi albori (3 agosto) lasciammo Khend: in pochi minuti quella

bella oasi scomparve alle nostre spalle, e con trotto sostenuto,

variato soltanto, per frequenti tratti, da vere giostre al galoppo,

ci avviammo alla capitale dell’impero Persiano. Passando vicino ad

una bottega ombreggiata da un gruppo di alberi, solitario nella vasta

steppa, alla vista di un samovar fumante, ci colse la tentazione di

alquanto ristoro; ma il thè ci fu sdegnosamente rifiutato, che le

nostre labbra impure non dovevano profanare le tazze ove bevono i

fedeli credenti di Alì. V’era lì accanto un mucchio di poponi e di

cocomeri, e questi furono lasciati a nostro arbitrio, per sottintesa

concessione niente affatto lusinghiera alla nostra natura di uomini.

Dopo due ore di questa lieta cavalcata eravamo già in piena vista di

Teheran. Le mura, le torri, le lucenti cupule delle moschee, gli alberi

del giardino imperiale, si disegnavano nettamente al nostro sguardo;

ma dovevamo veder Teheran senza entrarvi. A pochi minuti di distanza

dalla città, nella deserta pianura, v’ha l’_Aspidivan_, ampio recinto

ad uso di arena per la corsa de’ cavalli. Lì scendemmo di sella, per

ricoverarci nello ampio loggiato che serve di palco alla corte dello

Schah, nell’occasione degli spettacoli, ed in questo loggiato attendere

lunghe ore il declinare del sole, e l’apprestamento delle pompe colle

quali l’ambasciata del re d’Italia doveva essere accolta nella sede del

Re dei Re. —

Da oltre un’ora, vestiti delle nostre brillanti divise, ed impazienti

come chi è in pieno diritto di esserlo, tendevamo inutilmente lo

sguardo al lontano brulicame di gente che andava mano mano adunandosi

per noi; quando infine venne dato il cenno della partenza. Movemmo

questa volta in ischiera perfettamente ordinata, col nostro ministro

alla testa, da prima quasi in linea tangente la cerchia di Teheran,

poi convergendo subito a sinistra, verso la non lontana catena dei

monti. Per la campagna deserta, sassosa, disuguale, stavano distribuiti

forti e numerosi drappelli, e l’uno dopo l’altro, all’avvicinarsi della

nostra colonna, s’accostava; quindi, compiute le formalità del saluto,

vi si aggiungeva. Oltre le principali autorità della capitale, ciascuna

seguita da un brillante corteo, v’era il personale delle legazioni

di Francia, d’Inghilterra, di Turchia, v’era il drappello de’ nostri

compatrioti, e folla di spettatori; e tutta questa massa di gente

inviluppata fra un denso nembo di polvere, galoppava confusamente,

preceduta da lacché dello Schah, e seguita da squadroni di cavalleria.

Giunti a _Kas’r Kadgiar_ (castello de’ Kagiari), scendemmo di

sella, per compiere la vera formalità del ricevimento sotto un ampio

padiglione entro il recinto del giardino. Lì attorno ad una grande

tavola stracarica di confettura e di frutta, assistemmo alle cerimonie

ricambiate fra il commendatore Cerruti ed il ministro degli affari

esteri dello Schah. Circolavano frattanto ricchissimi _Kalian_, bacili

di thè e di _scherbeth_: e di tanto tramestio noi profittavamo per far

la prima conoscenza cogli addetti alle legazioni europee. Compiuta

questa solennità riprendemmo la nostra marcia, lasciando a _Kas’r

Kadgiar_ gran parte de’ cortei che ci avevano fino là accompagnati. Nel

percorrere l’ampio letto di un torrente, ci fu di graditissima sorpresa

il veder staccarsi dal piede di un gruppo di alberi tre signore

elegantemente vestite all’europea, agitanti verso noi, in segno di

festa, candidi fazzoletti: erano le signore Pesce, Andreini e Gianuzzi,

che ebbimo poi la fortuna di conoscere personalmente. Infine riescimmo

alla residenza per noi fissata in Tedgrisch, che già annottava.

Tedgrisch è uno dei villaggi disseminati nella zona di oasi che si

distende a’ piedi dell’Elburz, a due ore da Teheran, in una valle

aprica, limitata a settentrione dalla parete montuosa, ed a mezzodì

da una serie di collinette o meglio ondulazioni aridissime, che vanno

mano mano decomponendosi e morendo nel deserto in cui è fabricata la

città. La neve che rimane assai avanti nell’estate sulle più alte cime

de’ monti, e della quale vedemmo ancora qualche avanzo, fa scaturire

al loro piede numerose surgenti, che raccolte e distribuite con arte

mirabile, permette lo sviluppo della cultivazione sotto molteplici

forme. Secondo gli accidenti del piano la steppa è tutta intersecata

da filari, da macchie, da giardini, da boschetti, da campi di grano,

di sesamo, o di trifoglio. In più luoghi la vegetazione arborea è

stupenda. Fra il verde biancheggiano ville o gruppi di case, costrutte

con ricercatezza, alcune perfino con qualche lusso. Ov’è una moschea

e qualche bottega, là si dice essere un villaggio, come il nostro di

Tedgrisch, come Rustemabad, Sultanabad, Niaveran. Lo Schah, che ha

sparsi nell’immensa estensione de’ vari dominii, in ogni villaggio di

qualche importanza, chioschi e castelli, ne ha pure anche qui in gran

numero. Ma non bastano le case in questa privilegiata zona. I ministri

europei prendono in affitto un giardino, e vi stabiliscono le loro

tende per tutta la calda stagione. La sola legazione d’Inghilterra

pensa a provedersi di una villa in muratura, che noi trovammo in

corso avanzato di costruzione. La vita sotto la tenda è, durante i

calori estivi, e per nostra propria esperienza, preferibile a quella

dei casolari di commune stile in Persia. Ogni legazione europea ha

per sè un vero accampamento, le cui tende sono aggruppate con studio,

all’ombra di grandi alberi. Presso la tenda principale è scavato un

bacino di forma rettangolare, costantemente pieno di aqua, ad uso

di bagno, e così insidioso che nell’oscurità più d’uno di noi vi

ebbe a cadere, credendo camminare al sicuro sul terreno. Fra questi

accampamenti si distingueva per la magnificenza quello della legazione

inglese, ove un’immensa tenda indiana in fitta e robusta stoffa,

serviva per sala da ricevimento, ed avrebbe all’uopo perfettamente

servito per sala da ballo.

La nostra abitazione, per verità una delle migliori reperibili

nelle adiacenze di Tedgrisch, ci era stata procurata, contro un

molto rispettabile prezzo di affitto, dal nostro zelante protettore

conte Gobineau. Si imagini il lettore un recinto circondato da un

muricciuolo di fango, che lo suddivide nell’interno in scompartimenti

secondarj, communicanti fra loro per breccie irregolari. Tutto questo

recinto poteva chiamarsi un giardino, o meglio un boschetto inculto,

selvaggio, di alberi addensati e cresciuti quasi solo in lunghezza

per cercar la luce dall’alto. Alcuni viali rettilinei tra filari di

maggiori alberi, o sotto un pergolato, stabilivano le communicazioni.

In questi scompartimenti erano distribuite alcune capanne di due o

tre camerette cadauna, costrutte di fango un po’ meglio impastato e

lavorato di quello del muro di cinta. Imposte scassinate ne guernivano

gli ingressi; alle finestruole neppure traccia di vetri, che son cose

di lusso pel luogo e per la stagione.

Nella meno informe fra queste capanne e nella più spaziosa camera fu

stabilito l’officio del nostro ministro; e lì presso, sotto una tenda,

si dispose una gran tavola improvisata alla meglio, pel pranzo. In

linea con questa tenda erano la immancabile fossa rettangolare, ed

un’altra buca nel cui fondo gorgogliava una copiosa surgente di aqua

limpidissima e fresca. Il mobiliare che trovammo al nostro arrivo,

non consisteva che in alcuni tappeti distesi sul pavimento, concessi

provvisoriamente dal governo, e che dovemmo ricambiare con altri

comperati dal nostro ministro. Si mise presto mano al corredo delle

masserizie portate con noi per sì lungo cammino dall’Europa, rimaste

fino allora intatte. Mediante certi letticciuoli elastici, mediante le

nostre casse, ci accasammo, lo deve dire, abbastanza bene, anche per un

lungo soggiorno.

Il giorno medesimo del nostro arrivo, nella tarda sera, ebbimo la

visita del conte Gobineau, ministro di Francia in Teheran, il quale

si affrettò a fornirci i primi insegnamenti elementari sul nostro

contegno, e fra gli altri questo: che nessuno di noi avesse ad escire

senza scorta, non per scansare oltraggi che non avevamo a temere, ma

per la debita considerazione della nostra dignità. Altro sollecito

avviso, per verità utilissimo, fu che nessuno di noi facesse di

suo capo acquisti di curiosità persiane, delle quali saremmo stati

facilmente allettati. Il conte de la Roche Chouart, _attaché_ alla

legazione francese, si offrì graziosamente a nostro mentore in queste

faccende. Una persona di rango non si reca a’ _bazari_, ma riceve in

sua casa i mercanti, i quali poi, colla ciera la più innocente, cercano

affibbiare da prima tutti gli scarti, poi ad una ad una cavano le cose

migliori, chiedendo sempre il doppio, il triplo del prezzo che sono

disposti a ricevere. Ci separammo colla testa piena delle più cordiali

offerte, e ripromettendoci un’eccellente compagnia da questo centro di

società europea.

Il conte di Gobineau è uomo ancora nel vigor dell’età, di ingegno

irrequieto, amante di varia ed accelerata cultura, e conosciuto nel

mondo letterario per le sue relazioni di viaggi alla Terra-Nuova, in

Persia e specialmente per la sua opera sull’_ineguaglianza delle razze

umane_. Noi lo trovammo tutto intento allo studio della letteratura e

della filosofia persiana, sotto la scorta di un sapiente _mollah_; e

siffattamente preso di entusiasmo da trovare arcane bellezze in ogni

cosa di gusto persiano, perfino nella musica.

Un po’ alla volta, ne’ giorni susseguenti, facemmo conoscenza del

personale delle legazioni di Turchia e d’Inghilterra. Ministro

dell’impero ottomano era Haider effendi di bell’aspetto, perfettamente

educato alle forme più scelte, e parlante con grande facilità il

francese. Ministro d’Inghilterra da un anno o poco più era il signor

Allison, del pari assai cortese persona. La diplomazia inglese in

Oriente si esprime anche nel decoro delle rappresentanze diplomatiche

negli Stati ove il liocorno non è assunto dominatore. Il personale

delle legazioni vi è più numeroso, meglio retribuito, e circondato

di tutti gli emblemi dell’agiatezza e della potenza. Lo componevano

il signor Fane, il signor Watson ed il signor Thomson, segretari.

Il dottore Dickson, assai dotta e garbata persona, vi era addetto in

qualità di medico.

Noi avevamo già avuta per via la notizia del riconoscimento del regno

d’Italia da parte del governo russo; ma la communicazione officiale non

ne era peranco pervenuta alla legazione dello czar in Teheran, e tale

circostanza impedì ogni rapporto diretto tra il nostro ministro colla

legazione di Russia, il cui accampamento trovavasi a poche centinaja di

passi da Tedgrisch. Il signor Anitchkoff trovò modo di farci esprimere

il suo rincrescimento, e gli addetti alla legazione russa, che

frequentemente incontravamo nelle tende delle altre legazioni, usavano

con noi tratti così cortesi, da non renderci accorti del difetto della

vernice diplomatica. Noi ci trovavamo quasi ogni giorno a contatto or

con l’una or con l’altra legazione, ma in forma privata: l’etichetta

esigendo assolutamente che le visite officiali non fossero fatte e

rendute se non dopo il solenne ricevimento dallo Schah.

Il dottore Tholosan, archiatro, che appena ebbimo tempo di conoscere

personalmente, alcuni officiali, e tra questi i cinque colonnelli

italiani de’ quali ho detto più sopra, qualche negoziante, qualche

operajo, due sacerdoti lazzaristi, uno francese, l’altro italiano di

Liguria, il padre Varese, ecco, oltre il personale delle legazioni,

la colonia europea di Teheran. E qui sento il bisogno di soddisfare

ad un sentimento di riconoscente amicizia verso un’altra persona,

che, sebbene eliminata dalla sfera officiale, ha prestati a me e ad

altri miei compagni servigi così segnalati, con sì franca e costante

cordialità, da rimanerne perenne in noi la memoria; devo rammentare

il signor Nicolas, primo dragomanno della legazione di Francia,

profondo conoscitore della lingua e della letteratura persiana, che

per dissapori sempre più inacerbiti col signor conte Gobineau avendo

chiesto ed ottenuto un congedo, faceva i suoi preparativi di partenza

per l’Europa. Il nome del signor Nicolas dovrà ricomparire in queste

pagine.

Le frequenti giornaliere visite ricevute e ricambiate, gli inviti a

pranzi come di famiglia, le geniali conversazioni, ci facevano quasi

dimenticare per lunghe ore di essere tanto lontani dall’Europa, ed

alleggerivano la crescente oppressione della nostalgia, che in tutti

più o meno acerbamente si faceva sentire. Si animò in questi ozj di

Tedgrisch la nostra corrispondenza co’ parenti e cogli amici lontani.

Non esistono in Persia offici postali, come nei paesi più civilizzati,

ma il ricambio delle lettere coll’Europa si fa con soddisfacente

regolarità col mezzo di corrieri del ministro degli affari esteri, e

delle legazioni di Francia e d’Inghilterra, per la via di Trebisonda e

Costantinopoli, e della legazione di Russia, per la via di Rescht. Il

tratto da Teheran a Trebisonda, che dalle carovane ordinarie è percorso

in quaranta giorni almeno, lo è da’ corrieri in soli tredici giorni,

trottando di continuo dieciotto ore nelle ventiquattro, non perdendo

tempo ne’ _tschapark hanè_ che lo strettamente richiesto pel cambio

de’ cavalli. Vi sono de’ viaggiatori anche europei che riescono a

sopportare una così dura marcia. Il mio amico Doria, nel suo viaggio di

ritorno in Europa, ne fece vittoriosamente prova.

Le notizie che ci pervenivano sull’epoca del ritorno dello Schah,

e quindi del nostro solenne ricevimento, erano incerte; però

s’accordavano in generale nel farci presumere circa una ventina di

giorni di aspettazione. I contorni di Tedgrisch non presentavano alcun

particolare interesse per ricerche scientifiche; si organizzò adunque

prontamente, in questo intervallo, un’escursione al Demavend, la

quale venne felicemente compita, come in seguito narrerò. Intanto alla

spicciolata ognuno di noi volle far la sua visita alla vicina capitale

dell’impero persiano.

Note di un viaggio in Persia nel 1862 · 第 20 / 40 题