XIII.

Sultanieh. — Cenni zoologici. — _Tepe_ del castello reale. — Falso

allarme. — Sainkalè. — Bella sezione naturale dell’altopiano. — Massi

granitici. — Doloroso avvenimento. — Importanza geologica della linea

dell’Abbar.

Il 14 luglio sul pomeriggio, lasciammo il bel chiosco e l’ombroso

giardino di Zendjan, e, fatta breve sosta ed una cena frugale su di

un deschetto erboso presso il villaggio di Diza, arrivammo a notte a

Sultanieh.

Dell’antica grandezza di questa, che fu capitale della Persia, prima

che la residenza degli Schah fosse trasferita ad Ispahan, non rimane

più che l’enorme cupola della sua celebre moschea, torreggiante in un

campo di cadenti abituri, di rovine e di macerie. Distesa sul lembo

delle colline umili aridissime e ritagliate, che formano il lato

sinistro della valle, la città domina una vasta pianura solcata dalle

radici del Zendjanrud che la rendono paludosa nella stagione delle

pioggie, e nella state lasciano ancora qualche sparsa pozzanghera

ad alimento di incolti pascoli. Dal lato opposto sorgono i primi

antemurali della grande catena dell’Elburz.

La pianura di Sultanieh è, per secolare tradizione, un campo favorito

di parate e manovre militari. All’occidente della città, prima di

giungervi per la via di Zendjan, si protende nel piano, a foggia di

lingua sporgente, un piccolo promontorio, sul quale s’innalza un

castello reale, abbandonato alla sorte di tutti gli edifizj della

Persia. Al piede di questo promontorio, sul margine di un piccolo

canale, stavano erette le nostre tende. Il carattere particolare del

sito prometteva un discreto bottino a’ naturalisti, epperò cercammo

di trar profitto alla meglio della fermata che il nostro ministro

acconsentì a prolungar di un giorno, con soddisfazione grandissima del

mehmendar.

Sultanieh è rinomata anche pei suoi ratti; ce lo dissero per via le

nostre guide persiane, stupite di veder gente d’Europa dilettarsi di

questa sorta roba. Non tardammo a riconoscere come questa rinomanza sia

meritata. Tutto il terreno attorno al castello è bucherato da topinare,

e, stando noi fermi all’aguato, scorgevamo qua e là qualche muso far

capolino, e più in distanza alcuni grossi ratti attraversar saltellando

piccoli tratti di terreno e rimbucarsi prontamente. Un colpo di fucile

sciolse immediatamente la quistione zoologica. I famosi ratti di

Sultanieh appartengono ad una specie assai frequente anche nelle steppe

degli Urali, registrata ora fra le marmotte, ora fra gli spermofili

(_Arctomys fulvus o Spermophilus fulvus_ Licht.). Le piante de’ piedi

nude callose, la mancanza di borse alle guancie, le dimensioni, la

fisonomia generale, il fischio acuto e quasi latrante che emette

quand’è stuzzicata, ne fanno decisamente una specie di marmotta. Questa

razza di Persia si distingue leggermente dalla più nordica per colori

alquanto più pallidi, e statura alquanto minore[38]. Ne prendemmo molti

individui con un mezzo assai semplice e divertevole, inondando i loro

sotterranei cunicoli, ed obbligando così la bestia a farsi strada al di

fuori.

Qui ritrovammo pure il communissimo _Cricetus phæus_, ed un’altra

specie del medesimo genere, il _Cr. nigricans_, Brandt, per lo addietro

rinvenuto soltanto nel Caucaso. Una quarta specie di rosicante che

ebbi qui per la prima volta, e che rinvenni abbondantissima anche

nel seguito del viaggio, è un grosso ratto campagnolo, che appena si

distingue dall’_Arvicola amphibius_ d’Europa per un colore alquanto più

volgente al fulvo nei fianchi, e sensibilmente più bianco sul ventre.

I caratteri osteologici sono perfettamente i medesimi. Ora, poichè si

parla di rosicanti più o meno rassomiglianti ai ratti, devo aggiungere

un’osservazione abbastanza curiosa; non aver io trovata traccia, in

tutta la linea percorsa nella Persia, del grosso ratto delle chiaviche

(_Mus decumanus_), che dalle Indie, verso la metà del secolo scorso,

si è diffuso per tutta Europa, ed ora anzi è divenuto pressochè

cosmopolita, e neppure del sorcio comune d’Europa (_Mus musculus_).

Fra gli uccelli presi in questa stazione, devo notare tre specie

non incontrate nelle precedenti, e comuni all’Europa: _Ægia lites

cantianus_, _Vanellus cristatus_, _Cursorius œuropæus_.

Fra i più communi saurj delle steppe è da qui in poi un

_Phrynocephalus_, che io ho fatto conoscere col nome di _Phr.

persicus_, e che è molto bene distinto dal _Phr. helioscopus_ della

valle dell’Arasse. Abonda nelle pozzanghere della pianura una specie di

rana identica a quella trovata precedentemente, a così diverso livello,

al lago Goktscha, e che non si può in alcun modo distinguere dalla

_Rana oxyrhina_ d’Europa[39].

Il rialzo sul quale è edificato il castello reale è un _tepe_

perfettamente identico nella struttura a quello di Marend, distinto

solo per la forma allungata, ed una assai minore altezza. Qui pure,

in alcuni vecchi scavi, ho trovato grossi ciottoli alla base, e pel

resto limo, ghiaja, sabbia, con ceneri, minuzzoli di carbone vegetale,

frantumi di ossa, e pezzi di stoviglie; ed una visibile tendenza alla

disposizione stratificata orizzontale di tutti questi materiali. Questa

stratificazione era sovratutto evidentissima in un piccolo squarcio

verso la metà del promontorio. Singolare affatto è il carattere delle

stoviglie di questo _tepe_. Sono di una pasta per lo più nera, impura e

grossolana al maggior grado, ed anche per l’imperfezione del lavoro si

palesano come opera di un’arte affatto primitiva.

Il piano, ai due lati del promontorio, porta le traccie degli

accampamenti militari che si sono così frequentemente succeduti a

Sultanieh; scavi, rialzi, trasporti di terra, ne hanno sconvolto lo

strato più superficiale; ma in molti luoghi è posto a nudo uno strato

profondo che presenta gli stessi materiali del promontorio, e, ciò che

devesi tener in particolar conto, frammenti di stoviglie del medesimo

già accennato carattere. Questo si può vedere specialmente in un campo

affatto nudo, all’occidente del promontorio, sul quale sono distribuiti

in gran numero piccoli coni crateriformi di fango, che evidentemente

hanno servito di mangiatoie a’ cavalli dell’accampamento, e pozzetti

verticali, d’onde fu tratta la materia di quelle strane costruzioni.

Questi pozzetti sono in massima parte ostruiti da franamenti, ma ve

n’ha la cui interna parete è ancora abbastanza conservata, ed in questi

appunto, come in altri scavi dalla parte opposta del promontorio, al

di sotto di uno strato di limo delle steppe, vario in grossezza dai 50

agli 80 centimetri, veggonsi disseminati i materiali che ho detto. Si

può adunque dedurre da ciò che il deposito del _tepe_ del castello si

continua tutt’attorno nel piano.

_Nephelis persa._ De F. Affine alla _vulgaris_ d’Europa, ma con sei

occhi distribuiti in tre paja. Bruno rossastra, con margini del corpo e

linea mediana del dorso di color più pallido.

_Clepsine beryllina._ De F. Affine alla _bioculata_ per la forma

generale, e pel numero degli occhi, ma con soli 50 segmenti assai più

distinti. Corpo jalino verdognolo, con molte macchiette pigmentali

verdi.

Aggiungerò qui, per ogni buon fine, che in uno di quei pozzetti, al

limite inferiore dello strato di limo, ho raccolto un pezzetto di vetro

iridescente per vetustà, che alla forma si direbbe un manico di un

piccol vaso.

Nelle ore pomeridiane del 15 luglio abbiamo avuto uno spettacolo

meteorologico raro per la stagione e per il paese. Alcuni nuvoloni,

che durante il giorno vagavano isolati, si congiunsero d’improvviso

e rovesciarono un turbine di fitta e violenta pioggia che mise il

nostro campo in orribile scompiglio. Per buona ventura il diluvio

non durò più di venti minuti, ed il sole riapparso nella sua cocente

splendidezza ne dissipò rapidamente ogni traccia. A notte fatta, mentre

stavamo per coricarci, un nuovo tumulto venne a rompere la monotomia

della vita della tenda: un grido d’allarmi: ai ladri, ai ladri, che

avevano dato l’assalto ai nostri bagagli accumulati sul piano dal

lato opposto del castello. Afferrati i fucili in men che nol si dica,

mezzo svestiti, muoviamo confusamente, ma uniti e deliberati, verso

il luogo minacciato, pronti ad una di quelle avventure che avevamo

sognate come parte integrante del nostro viaggio, al muovere da Europa.

Ma l’avventura doveva finire subito ed in modo piuttosto comico: fra

la notte buja e le grida confuse de’ _ferrasch_ e de’ mulattieri,

non era possibile nè vedere nè capir nulla: scappò qua e là qualche

fucilata, e chi ne andò colpito fu un innocente, uno de’ nostri servi

persiani, cui toccarono alcuni pallini in una mano. In breve tutto

rientrò nell’ordine, e noi ci ricoricammo colla curiosità insoddisfatta

di quanto fosse realmente accaduto. Nessuno de’ nostri bagagli fu

tocco; il _tscharvadar_ capo accusò il rapimento di due muli; il

mehmendar simulò con tutta serietà un processo, e confiscò tre cavalli

alla vicina città. Era proprio scritto nel libro del destino che noi

dovessimo andar frustrati dell’emozione di un qualunque fatto d’armi.

Un piccolo incidente in questa nostra fermata a Sultanieh riescì a me

assai molesto; il furto della mia sella. Il 17 luglio, di buon mattino,

la cercammo invano, ove il dì precedente tutti l’aveano veduta, e

dovetti rassegnarmi a continuar la strada in carrozza. La pianura

che percorriamo oltre, non dirò la città, ma le rovine della città,

è ancora in parte coltivata, finchè v’è qualche filo d’acqua; mai

poi sale ad un piano affatto arido, che forma una sbarra traversale,

separante la valle del Zendjanrud, che lasciavamo alle spalle, da

quella dell’Abhar, nella quale dovevamo discendere. Passiamo rasenti

il villaggio di Emirabad, fortificato da un vecchio e cadente muro

di cinta. Poco oltre la campagna deserta è tutta sparsa di piccoli

mucchi di pietre affatto disordinati, senza un piano, senza uno scopo

apparente. È venerata da’ persiani la tradizione che in questo luogo

Alì abbia fatta la sua prima professione di fede, epperò ogni passante

crede suo debito religioso il raccogliere un sasso di terra e porlo

sovra di un altro. Verso le 10 arriviamo alla stazione di Sainkalé.

Il nostro accampamento era preparato sulla sponda sinistra di un

fiumicello, che è appunto l’Abhar, un chilometro all’incirca innanzi

il villaggio. Qui un doloroso avvenimento ci obbligava ad una lunga

fermata.

Uno de’ nostri compagni, il conte Grimaldi, cadendo su di una di quelle

scalette mostruosamente erte che nel chiosco di Zendjan conducono

alla galleria superiore, aveva riportata una forte contusione ad un

gomito. Il male s’era aggravato per via, e già aveva preso il carattere

minaccioso di un flemmone. Qualche riposo era per lui e per la

tranquillità di noi tutti di assoluta necessità.

L’Abhar scorre qui decomposto in un largo letto ghiajoso. La sponda

opposta, corrosa dalle piene intercorrenti del fiume, è per alcuni

tratti tagliata a picco, ed uno di questi tagli presentavasi appunto

dicontro al nostro accampamento. Là rivolsi la mia prima escursione; e

non posso dire la mia sorpresa per quanto mi si offerse immediatamente

allo sguardo. Avanzi di opere umane, affollo identici a quelli de’

_tepe_ di Marend e di Sultanieh, si trovano qui in strati perfettamente

regolari ed orizzontali, in un deposito incontestabilmente naturale, al

disotto del terreno di trasporto, onde è costituito tutto l’altopiano.

La parte nuda, scoscesa, della scarpa (_thalus_) si prolunga qui per un

centinajo di passi: la sua altezza dal livello attuale del fiume e di

4^m, 65. La successione degli strati è rappresentata nell’unito disegno

(fig. 3).

[Illustrazione: Fig. 3.]

_a_. Terra vegetale, o, per dir meglio, limo delle steppe.

_b_. Ghiaja minuta con numerose e grandi chiazze nere di ferro

idrossidato.

_c_. Straterello di marna giallastra.

_d_. Argilla grigio scura, con molti frammenti di vasi di terra cotta,

minuzzoli di carbone, pezzetti di ossa.

_e_. Ghiaja e sabbia.

_f_. Argilla sabbiosa giallastra alla base, e per tutta la estensione

della scarpa nascosta da franamenti degli strati superiori.

Andando a ritroso del fiume, per circa 250 passi, si incontra un altro

taglio molto netto: la successione degli strati è ancora la medesima,

con leggiere modificazioni (fig. 4).

[Illustrazione: Fig. 4.]

_a_. Limo delle steppe.

_b_. Ghiaja e sabbia con grandi chiazze nere.

_c_. Argilla con frantumi di stoviglie, di carbone vegetale e di ossa.

_d_. Straterelli di sabbia.

_e_. Banco di argilla.

In questo secondo taglio ho trovato ancora, entro l’argilla, minuzzoli

di carbone, frammenti di ossa e di stoviglie, sebbene assai più rari e

più minuti che nel taglio precedente. Nello stato inferiore d’argilla,

alla profondità di 3 metri, raccolsi ancora un pezzetto di carbone

vegetale, col quale ho potuto benissimo tracciare segni sulla carta.

I frammenti di terra cotta, in questi strati d’argilla, sono di fattura

assai grossolana, di color rosso mattone, senza traccia di intonaco.

Uno scavo fatto eseguire, con strumento imperfettissimo, da uno dei

nostri _ferrasch_, non mise allo scoperto oggetti differenti da quelli

che si palesavano alla superficie della scarpa. Anche qui, come a

Marend, come a Sultanieh, ho cercato invano fosse pur qualche frammento

di armi o di strumenti di lavoro di qualsiasi natura.

Questi importanti fatti che si presentavano così netti e decisi in

luogo così prossimo al nostro accampamento, invitarono il ministro

Cerruti ed altri miei compagni di viaggio a constatarli co’ loro

proprj occhi; e lo fecero col più vivo interesse, riconoscendone tutta

l’importanza.

Devo ora ritornare allo strato di sabbia e ghiaja che ricuopre

l’argilla con frammenti di pentole. Questo strato presenta, come

ho detto, molte grandi macchie o chiazze di color nero, d’aspetto

carbonoso, ma veramente costituite da ferro idrossidato prontamente

solubile nell’acido cloridrico diluito. Esse macchie sono

caratteristiche di questo strato, in massima parte costituito da

tritume porfidico, resistente all’azione del detto acido, e lo faranno

sempre riconoscere anche più avanti, quando lo strato stesso acquisterà

tanta potenza da formare per sè solo le sponde del fiume, e da non

lasciar vedere nulla al di sotto.

Anche in alcuni paesi d’Europa, si trova immediatamente al disotto

della terra vegetale un deposito di ghiaja e sabbia, con grandi macchie

nere di ferro idrossidato del tutto simili a queste di Sainkalé. Citerò

le colline dell’Astigiana, ove questo deposito ricuopre i banchi di

sabbia con ossami di elefante o di mastodonte.

Un altro giorno mi portai ai monti che limitano a sinistra l’alto

piano. Dopo una perlustrazione zoologica che non mi fruttò alcun che

di nuovo, giunsi all’ingresso d’una valletta, posta sul meridiano

stesso del villaggio, per verdeggianti declivi, fra pittoresche balze,

sorridente di alpestre bellezza. Grandi massi di granito ingombrano

il passaggio. Per un sentiero tortuoso ed erto, tracciato fra i

dirupi dal passo degli armenti, mi internai nella valle, sempre più

incantato da quell’aspra e maestosa natura che nessuna penna saprebbe

convenientemente ritrarre. La fedeltà stessa del pennello sarebbe

piuttosto creduta fantasia ossianesca, o si direbbe raffigurante

il teatro della guerra dei Titani a Giove. Que’ giganteschi dirupi

di granito, que’ massi enormi franati sul fondo ed accavallati l’un

sull’altro formano uno spettacolo nuovo ed imponente, onde il pensiero

è sospinto nella notte de’ tempi mitologici. Tutti que’ dirupi, tutti

que’ massi, in ogni loro parte presentano grandi incavazioni, a guisa

di tazze o bacini, toccantisi, confluenti, alcune aperte verso il

cielo, come scodelle o mortai di giganti, altre di fianco, altre

di sotto, come volte di antri. La curva di molti fra questi incavi

è quasi regolarmente sferica, e la superficie pulita, come se ne

fosse nettamente staccata una bomba; ma sul terreno non si trovano

i corrispondenti massi convessi, onde si deve credere che siffatte

bombe siano dell’istesso materiale, dell’istesso granito, caduto in

decomposizione. Qualche sottile venuccia d’acqua scorrente qua e là,

e tosto riassorbita, fa pullulare un po’ di vegetazione, e perfino

qualche tapino virgulto di pruno, di pesco selvatico, di rosa. Grandi

lucertoni (il solito _Stellio caucasicus_) corrono su per que’ massi in

ogni verso. Fra gli uccelli la _Sitta syriaca_, l’_Emberiza Cerrutii_,

qualche _Saxicola_, sembrano padroni del luogo.

[Illustrazione: Fig. 5. Massi di granito presso Sainkalè.]

Il tempo del quale, per una causa malaugurata, potevamo disporre in

questa stazione, ci permise pure una partita di pesca, asciugando un

piccolo ramo del fiume; e fu molto profittevole. Abbondano qui (come in

tutti i fiumi della Persia occidentale) rappresentanti de’ due generi

_Cobitis_ e _Capæta_ (_Scaphiodon_ Heck). Ne prendemmo un gran numero

di individui da fornire perfino ad esuberanza la cucina, e da porre

molti belli esemplari nello spirito di vino, in una gran scattola di

latta. Questa scattola giunse perfettamente in Torino, ma per mia mala

ventura il suo contenuto fu trovato in completo stato di spappolamento,

e andò così intieramente perduto. Ne attribuisco la colpa alla cattiva

qualità dello spirito di vino adoperato, che io aveva preso in Tauris

da un Armeno. Solo riescii a conservare alcuni esemplari di _Cobitis_

(_C. malapterura_ Val.) riposti in un vaso separato.

La malattia del conte Grimaldi s’era improvvisamente aggravata.

L’infiammazione della parte contusa del braccio s’era diffusa, ed

aveva preso il carattere deciso di un flemmone. Nella notte fra il 18

ed il 19 luglio comparve la febbre, con invasione violenta, e decorso

minaccioso con subdelirio. Quanto ne fossimo costernali ognuno può

facilmente credere! Conveniva prendere una determinazione, premendoci

il tempo, in ragione delle altre molte circostanze che rallentavano il

nostro viaggio; e la necessità impose la determinazione più dolorosa:

separarci. Fu presto trovato nel villaggio stesso di Sainkalé un

ricovero pel nostro malato; si convenne che rimanessero ad assisterlo

Clemencich e Lessona con alcuni servi, sotto la scorta di Abdul Hussein

khan, figlio del mehmendar. Si convenne pure che non appena il conte

Grimaldi avesse potuto senza pericolo sopportare il trasporto in

vettura, ci raggiungesse in Kazvin, ove in ogni caso avremmo dovuto

arrestarci alcun tempo. Il nostro ministro diede anche le occorrenti

disposizioni, affinchè ogni giorno un corriere ci portasse le novelle

del malato.

Con profonda mestizia, col pensiero angosciato dalla minaccia di una

più grande, forse di una irreparabile sciagura, vedemmo aprirsi una

delle nostre tende, ed escirne, fra un cupo religioso silenzio, una

lettiga. L’accompagnammo fino al villaggio, ed ivi con strette di mano

agli amici, che adempivano al pietoso officio di infermieri, più che

colla parola impedita dalla piena del dolore, ci separammo.

All’alba del 21 luglio, volgendo a sinistra sull’altopiano, riprendemmo

la via delle steppe; dominando sempre collo sguardo il letto dell’Abhar

nettamente tracciato da una successione di macchie verdeggianti, di

boschetti e di villaggi. Con alcuni amici io aveva preceduto il resto

della carovana, e giunto al villaggio di Kurremdereh, profondamente

incassato fra due rive scoscese, approfittai di questo vantaggio per

scendere in un burrone, nel quale la sponda molto alta e nettamente

tagliata, lasciava chiaramente scorgere la composizione del terreno.

Il solito strato superficiale di limo delle steppe qui è cresciuto di

grossezza da 1^m, 50 a 2^m, e sotto di esso trovasi disteso, e qui

tagliato, un immenso deposito di sabbia e ghiaja che scende sino al

fondo del vallone. In questo deposito trovo ancora le medesime grandi

chiazze nere caratteristiche, osservate alla stazione precedente. Una

di queste chiazze mi si presenta sensibilmente diversa dalle altre, la

materia nera essendovi come in sottili strati regolari, sensibilmente

inclinati, ed alternanti con altri di sabbia fina, come costituisse

con questi una massa inclusa nella ghiaja. Non potendovi giunger

direttamente per l’erta della scarpa, la natura del terreno, ed un

canale d’acqua che ne lambe il piede, raccolgo di quella sostanza nera,

improvvisando alla meglio una specie di cucchiajo all’estremità di un

ramo. La piccola quantità raccolta, appena bastante per un esame colla

lente, era in grani neri, lucenti, più simili a tritume carbonoso che

al solito ferro idrossidato. Una cosa si può intanto qui rilevare con

sicurezza: la continuità e la crescente potenza de’ due strati che,

alla posizione più elevata di Sainkalé, sono sovraposti all’argilla con

frantumi di pentole.

Da questa breve sosta, in altre due ore di marcia, siamo alla

stazione di Kyrvah, alla sinistra del villaggio, lasciandolo a circa

un chilometro di distanza. L’Abhar scorre anche qui in un profondo

solco, le cui sponde sono ancora costituite dei medesimi materiali,

cioè del solito limo delle steppe, cresciuto ancora di potenza, fino

a costituire uno strato di circa 5 metri, e del solito sottoposto

grande deposito di ghiaja e ciottoli, sempre colle sue caratteristiche

macchie nere. Qui la ghiaja è in massima parte cementata in una specie

di puddinga abbastanza resistente, formante anche massi pittoreschi

staccati dalle sponde, e sui quali sono edificate alcune delle capanne

del villaggio.

Alcuni fatti della più grande importanza risultano adunque dal

collegare queste osservazioni istituite in varj punti del corso

dell’Abhar: 1.º la perfetta continuità dello strato di ghiaja

sottoposto al limo delle steppe, per tutta l’estensione dell’altopiano

tagliato dal fiume: 2.º la crescente potenza di questo strato, e la

crescente grossezza de’ suoi elementi (grani di sabbia e ciottoli),

partendo dal lembo superiore del bacino: 3.º l’esistenza al disotto di

questo strato di un deposito regolarmente stratificato di sabbia fina

ed argilla, con opere dell’industria umana (Sainkalé).

[Illustrazione: Fig. 6.]

La qui unita figura (n. 6) rappresenta graficamente la coordinazione

delle cose rilevate a’ tre citati punti d’osservazione, 1º. limo

delle steppe; 2.º strato di ghiaja con grandi macchie nere di ferro

idrossidato; 3.º argilla e straterelli intercalati di sabbia fina, con

frantumi di stoviglie, di ossa e di carbone vegetale. La freccia indica

il corso dell’Abhar.

Questi fatti troncano al suo nascere un dubbio che potrebbe insorgere

nella mente di alcuno: se per avventura il deposito di Sainkalé non

sia da considerarsi come di formazione in stretto senso moderna,

affatto locale, come un sedimento dell’Abhar. Ci vuol poco a vedere

che l’azione di questo fiume è assolutamente contraria; che nelle sue

piene corrode le sue sponde, non le rialza; esporta e non deposita.

L’Abhar ha solcato un terreno di trasporto preesistente, terreno

che non è tampoco dovuto all’azione di una corrente diluviale avente

la stessa direzione dell’attuale fiume. Ciò è pienamente dimostrato

dalla crescente potenza degli strati di materie più pesanti partendo

dalle radici del fiume stesso. Evidentemente l’altopiano dell’Abhar

è un bacino, un lago, o meglio ancora un seno ricolmato da tritumi

riversativi dalla grande catena dell’Elburz. Sainkalé trovasi al lembo

superiore di questo seno, ed ivi si è potuto formare tranquillamente

il sedimento di argilla del quale ho detto, sul quale sedimento si è

poscia esteso il lembo assottigliato del gran deposito di ghiaja che ha

ricolmato il seno stesso.

Tutto l’altopiano dell’Abhar è dunque di formazione posteriore alla

diffusione della specie umana. È questo un fatto isolato, o non

piuttosto applicabile a tutti gli altipiani della Persia occidentale,

così strettamente connessi con quello dell’Abhar, come membri di un

sol corpo? Dovrò più tardi riprendere questo soggetto, quando saranno

venuti in scena altre osservazioni concorrenti a dimostrare i grandi

cambiamenti che in questa parte dell’Asia hanno avuto luogo dopo che

l’uomo vi si era già stabilito. Riprendo ora l’itinerario.

Il 22 giugno, dopo una marcia di cinque ore per un ampio deserto,

giungiamo in Sijadehin, grossa borgata, ove stavano ad attenderci

da quattro giorni alcuni notabili di Kazvin. Dopo una giornata

brusca per l’aridità del luogo, pel difetto di buona acqua, pel

vento furiosissimo, ci avviamo alla città. Al piccolo villaggio di

Sultanabad facciamo breve sosta per la colazione, in una casa che gli

abitanti ci lasciarono sgombra per qualche ora, e composta in tutto

di un cortiletto, di una stalla terrena e di un camerotto superiore

perfettamente nudo, col solo addobbo di alcune singolari stampe

religiose appiccicate alle pareti. — Là il commendatore Cerruti ebbe a

ricevere dispacci del conte Gobineau, ministro di Francia in Teheran,

enumeranti le disposizioni che aveva prese pe’ nostri alloggiamenti,

e condite di paterni consigli sul modo col quale l’ambasciata italiana

avrebbe dovuto contenersi. Ripresa la cavalcala, sotto un sole ardente,

incontrati da un nuovo ed assai numeroso corteo d’onore, facciamo

infine il nostro ingresso trionfale in Kazvin.

Note di un viaggio in Persia nel 1862 · 第 19 / 40 题