XII.

Mianeh e le sue cimici. — Passo del Kaplankuh. — Il ponte del pastore.

— Un cattivo quarto d’ora. — Cane ingannatore e fidi ranocchi. —

Sartschem. — Nickbey. — Il bastone è moneta. — Le alcate. — Zendlan. —

I Babi.

Mianeh, la più miserabile città della Persia, è collocata in una

pianura fra un circo di montagne, la quale è in massima parte un letto

sassoso, solcato dalle diramazioni di un povero fiume, del Schahrud.

Posta sulla principale arteria di commercio della Persia occidentale,

a’ piedi di un difficile passo montuoso, è una tappa d’obligo per

le carovane, le quali ne scappano al più presto, come da un luogo

infesto. Le sue _cimici_ le hanno data una triste rinomanza, dalla

quale i viaggiatori europei si lasciano invadere al segno di perdervi

la quiete. Io sono dolente e mortificato di non poter correggere questo

strano pregiudizio con osservazioni od esperienze mie proprie, di non

poter aggiungere una parola a quello che già può dire il buon senso di

ogni naturalista, nella quiete del gabinetto. Questo pregiudizio riescì

a portar un po’ di scompiglio anche nella nostra piccola società.

Agli scorpioni, ai falangj, che già ballavano la ridda notturna nella

fantasia di alcuni miei compagni di viaggio, si immischiarono qui le

cimici. Nessuna eloquenza riescì a vincere il ribrezzo irresistibile

onde questi miei amici furono presi all’avvicinarsi delle tenebre. Già

nel loro pensiero tutte le _cimici_ del paese, così avide, come dice

la fama, di sangue straniero, si erano dato convegno per assaggiare

alquanto di quello melato che scorre nelle vene italiane. Però al

mattino cercarono invano sul loro corpo le lividure delle terribili

bestiuole, e così la partita fu saldata con una notte inquieta per vane

paure, in aggiunta alla molestia vera e reale delle zanzare.

Queste così dette _cimici_ hanno un pajo di gambe di troppo per

esser veramente tali: appartengono invece alla famiglia delle

zecche, col nome scientifico di _Argas persicus_. La specie non è

neppure particolare a Mianeh, ma estesa per gran parte della Persia

occidentale. La puntura di questi _Argas_ è invero più dolorosa di

quella delle zecche propriamente dette, e quando attacchino in gran

numero una persona debole e sensibile e già predisposta dalla paura,

possono anche determinare qualche alterazione generale, possono

diventare almeno una causa predisponente alla febbre della malaria, più

nociva in Mianeh di tutte le bestiuole che la natura vi ha poste[34].

Ma siccome i pregiudizj non vanno mai scompagnati, così questi _cimici_

ne hanno originato fra i Persiani un altro stranissimo. Trovandomi io

sulla porta del nostro giardino, ho visto ud uomo del nostro seguito il

quale colla punta di un coltello raschiava del calcinaccio dal muro, e

biascicatolo lo trangugiava. Avendo chiesta spiegazione di quell’atto,

mi fu risposto che così faceva onde premunirsi dagli effetti della

puntura delle _cimici_, contro le quali è opinione generale essere

quella materia sicuro antidoto. Del resto accampati all’aperto, nel

mezzo d’un giardino, noi eravamo per questo solo al riparo dell’attacco

degli _argas_, i quali annidano nelle case. Il desiderio di veder in

faccia queste bestiuoline, e, per noi naturalisti, quello di farne

raccolta, non stette a lungo sospeso, che spontaneamente parecchi

del paese ce ne portarono come oggetti di curiosità per tutti gli

stranieri[35].

Rimanemmo in Mianeh anche gran parte del giorno seguente; e di

questa fermata approfittai, co’ miei due amici naturalisti, per fare

un’escursione nel letto del fiume. Vi trovammo, fra varie specie di

uccelli communi nel tratto fin qui percorso, una sola novità per noi,

il _Merops persicus_, volitante in gran numero insieme al commune _M.

apiaster_. Nel mezzo di questo pianerottolo sassoso sorge un piccolo

monticello isolato, che già a distanza ci si annunciava come un _tepe_.

Direttivi i nostri passi, troviamo che lo è realmente, e sebbene

vero pigmeo al paragone di quello di Marend, è composto dei medesimi

materiali disposti nel medesimo modo, come si vede nel taglio naturale

operato da un ramo del fiume: grossi ciottoloni nel centro della

base, e pel resto ghiaja, sabbia e limo con oscura disposizione quasi

orizzontale, e disseminati per entro frammenti di ossa e di stoviglie.

L’altezza di questo tepe è di circa 8 metri, il suo diametro alla base,

di circa 80.

Lasciammo Mianeh alle quattro e mezza del pomeriggio, curiosi del

risultato di questo primo esperimento di marcia vespertina. Dopo

breve tratto la strada volge nel letto stesso del fiume, le cui aque

raccolte passano sotto un ponte maestoso, di ventidue arcate, ma,

quasi inutile è il dirlo, cadente in rovina. Oltre il ponte incomincia

subito la salita della catena del Kaplankuh, la quale forma qui un

cuneo tra il fiume di Mianeh ed il Kyziluzun che lo riceve. Questa

montagna affatto nuda, senza il benchè minimo arbusto, consta di

strati di marna e di arenaria raddrizzati, sconvolti, e profondamente

alterati da grandi emersioni porfidiche. Il porfido stesso varia assai

nel colore della sua massa, onde i varj colori, or il grigio, ora il

rosso, ora il verde, ora l’azzurrognolo de’ fianchi scoscesi luogo la

strada, e de’ pittoreschi dirupi che scendono ne’ valloni, e qualche

volta in abissi spaventosi, a fianco di essa. Il paesaggio è imponente

di un orrore alpestre affatto particolare, degno del pennello del più

abile pittore di scogli. La strada in alcuni passi è così stretta,

inclinata e sovrastante a precipizj, da incuterci serj timori per le

nostre carrozze; ma come già si erano vinte altre difficoltà, così

fu superata anche questa. Sulla parte più elevata per un gran tratto

la strada è, in modo affatto insolito, regolare e selciata; opera

dello Schah attuale. Nello scendere pel versante opposto, veggiamo,

a picco di un profondo burrone sulla nostra sinistra, le rovine di un

antico castello, secondo la leggenda locale, abitato un tempo da una

principessa persiana, la quale si era invaghita di un giovine pastore

che di giorno guardava i suoi armenti oltre il fiume, ed al far della

sera passava a nuoto la gonfia corrente del Kyziluzun per recarsi

all’amoroso convegno. La leggenda aggiunge che la principessa fece

costrurre a sue spese il ponte sul fiume, per far libero in ogni tempo

il passo al suo diletto. Quel ponte si chiama ancora oggi il ponte del

pastore. Scendendo per questa china veggonsi potenti strati marnosi

sollevati, colle testate sporgenti e corrose. La marna ha qui subito,

per l’azione della pasta fusa dei porfidi, un processo di cottura che

l’ha trasformata in una specie di diaspro porcellana a strati sottili

variopinti, di vaghissimo aspetto, e suscettibile di bella pulitura.

Il ponte è di un solo arco molto acuto, e la sua vôlta è tutta

incrostata da una quantità immensa di nidi di balestruccio (_Chelidon

urbica_), accavallati l’un sull’altro. Il fiume, incassato fra

pareti scoscese, è qui molto profondo ed impetuoso: le sue acque sono

sensibilmente salate, solcando per lunghissimo tratto strati ricchi

di salgemma. Dirigendosi verso il mar Caspio il Kyziluzun squarcia la

catena dell’Elburz, alle cosidette _Fauci Ircanie_, come fa l’Elba

nell’Erzgebirge, e al di là di quella catena prende un altro nome;

quello di Sefidrud.

La catena del Kaplankuh separa il paese nel quale la lingua turca è

predominante da quella in cui si parla il puro persiano, l’Aserbedjan

dall’Irak, la Media dal paese de’ Parti.

Oltre il ponte del pastore la strada risale erta fra nude roccie

marnose, nelle quali sono intercalati banchi di gesso fibroso e

straterelli di salgemma. Ma si giunge ben tosto sull’altura, e

da questa lo sguardo si estende in basso, per valli intersecate

bizzarramente da monticelli marnosi con scarpe frastagliate. A destra

vedesi in lontananza un tale assembramento di questi frastagli lavorati

dalle aque pluviali, che dà sembianza di una grande città formata

di piramidi strette le une presso le altre. L’altura si continua in

un piano affatto deserto, solcato da torrenti paralleli al fiume, e

compreso da serie interrotte di cumignoli arrotondati. Sull’imbrunire

attraversiamo un villaggio ove gli abitanti accorrono ad offrirci latte

in abbondanza. Così ristorati io e Lessona spingiamo allegramente il

cavallo per la via che un mite chiaror di luna rendeva molto bene

distinta, e disputando di cose diverse con quella cordialità che

scaturisce da un’antica e profonda amicizia, senza avvederci andiamo

sempre più allontanandoci dal resto della carovana, che a passo più

lento procedeva unita dietro di noi. Il tempo in questi colloquj

passa rapidamente, ed infine, quando la notte era già inoltrata e

noi avevamo fatto un bel cammino, la solitudine ci scuote. Ove siamo

noi? ci chiediamo a vicenda: ove sono gli altri? Fermi e silenziosi

tendiamo l’orecchio per sentir in distanza lo scalpitar dei cavalli;

ma invano: perfetto silenzio per tutto il nostro aspettare. La cosa

incominciava a prendere un grado crescente di serietà. L’accidente

occorsomi ad Hussein Beglar mi si ripresentava alla memoria, ed

entrambi ci risovvenimmo di aver visto addietro un’apparenza di

biforcazione della strada, alla quale non badammo, tanto eravamo sicuri

della nostra direzione. Già incominciavamo a fantasticare sulla sorte

di due Europei non parlanti una sillaba della lingua del paese, che si

trovassero smarriti fra le steppe della Persia; quando ecco giungerci

all’orecchio, per la via verso la quale eravamo diretti, l’abbajar

d’un cane. Dimenticando l’orrore che hanno i Persiani per questo

fido compagno dell’uomo[36], quella voce fu per noi il segnale che

là, non molto lontano, doveva esser un villaggio, e forse, al tempo

da che eravamo in marcia, quello fissato per nostra stazione, cioè

Sartschem. Continuammo allora il cammino, ma non tardammo ad accorgerci

dell’abbaglio. Quel cane apparteneva ad un accampamento di pastori

curdi, le cui nere tende potemmo distinguere a pochi passi. Un uomo a

cavallo, armato della sua lancia, era lì presso sulla via, e rimase, al

nostro passaggio, affatto immobile. Procediamo per evitare il pericolo

di essere interrogati dal Curdo, e soffermati di nuovo, sentiamo infine

un calpestìo approssimarsi: era uno de’ nostri servi, Clemente, il

quale del resto della carovana non sapeva più di noi. Fatto ancora un

centinajo di passi, ecco altre voci, in quel silenzio che la notte e il

deserto rendevano doppiamente solenne; un gracidar di rane, indizio di

vicini stagni, quindi di acqua, quindi di prossimo villaggio. La nostra

fiducia si rinfranca, ed infatti non è delusa; chè dopo breve tratto

veggiamo muoversi in distanza un lume, lo veggiamo avvicinarsi a noi,

e infine comparir con esso un individuo che dava segno di attenderci,

e fatto cenno di seguirlo, ci conduce per un sentiero di traverso alle

nostre tende. Da quel momento, il gracidar de’ ranocchi è diventato per

noi, in tutto il resto del viaggio, una voce amica, ospitale.

Sartschem è un villaggio, con un grande caravanserai, al margine di

un vasto greto, piano, largo, sassoso, compreso fra piccoli rilievi

allineati e cumignoli aridi costituiti di strati orizzontali di

marna grigio-rossastra, ne’ quali è intercalato qualche strato di

marna indurita, e sono anche disseminati cristalli di gesso. Questi

monticelli mi ricordano quelli già visti nella valle dell’Arasse,

appartenenti alla formazione salifera di Nachidjevan. Tutto il paese

all’intorno è una steppa aridissima. Il nostro accampamento è lontano

dal villaggio, ad un gomito del fiumicello la cui vena si dirama, pel

suo letto ghiajoso, in rivoli qua e là ristagnanti in piccoli guazzi

riboccanti di pesciolini. Questo fiumicello è il Zendjanrud, o fiume

di Zendjan, ed è qui molto impoverito dalle derivazioni superiori, le

quali, dopo essersi diramate in canaletti irrigatorj sui campi lungo la

sponda, si consumano in massima parte per evaporazione. Quel poco che

resta del fiume si versa nel Kyziluzun.

Rimanemmo in questa stazione di Sartschem tutto il giorno 9, che i

naturalisti utilizzarono in escursioni. Nel pianerottolo aridissimo

sul quale erano alzate le nostre tende, tra il fiume ed i monticelli

marnosi che limitano la valle, trovammo sparsi molti cumuli di fango

rassodato, dell’altezza dai 50 ai 60 centimetri, che furono subito

riconosciuti per nidi di termiti, di specie non determinabile per

non esser noi riesciti a trovar negli eserciti immensi di operai e di

soldati, individui adulti. Qui rinvenimmo pure communissima un’assai

interessante specie di onisco, imperfettamente descritta da Brandt

col nome di _Porcellio Klugii_, la quale si trova già nell’Europa

meridionale, in Dalmazia, e si estende, così risulta dalle osservazioni

di Dona, fin nella parte meridionale della Persia occidentale[37].

Sono tanto rari i pipistrelli in Persia, che non prima di questa

stazione di Sartschem ci fu dato ucciderne. La specie era il

_Vespertilio turcomanus_ Ewersm.

Partimmo il dì seguente inanzi l’alba per Nickbey, ove giungemmo verso

le 9 del mattino. Il villaggio ha l’aspetto di una discreta floridezza;

i campi all’intorno sono bene coltivati, ed era appunto animatissimo

al nostro passaggio il lavoro della mietitura. Nel letto del Zendjanrud

molte pezze di terra sono ben coltivate anche a piccole risaje, e poco

oltre il villaggio, nel terreno basso ed umido, nel quale stava appunto

il nostro accampamento, rigogliosa è la vegetazione dei pioppi e dei

salici. Nugoli di zanzare ed il fracasso straordinario dei mulattieri

ci fanno passare una notte perfettamente insonne.

Ma qui accadeva un’avventura che potrà dare un’idea del carattere

de’ Persiani. Il figlio del nostro _tscharwadar_ (mulattiere capo)

aveva, nella notte precedente il nostro arrivo in Nickbey, rubato in

un campo alcuni covoni di orzo, e per sopramercato ne aveva bastonato

il padrone, il quale si recò alle nostre tende, reclamando giustizia

dal _mehmendar_. La sentenza fu che il ladro pagasse immediatamente

il valore dell’orzo, di circa trentasei de’ nostri soldi, sotto

comminatoria di cinquanta colpi di bastone. Il _tscharwadar_

padre, piangendo dirottamente, gridava mercè pel figliuolo, ma non

voleva saperne di metter mano alla borsa, ben fornita d’altronde, e

trarne que’ miserabili tre grani, co’ quali tutto si sarebbe finito

all’amichevole. La sentenza fu eseguita senza pietà, ma in riguardo

alle nostre persone, in un luogo alquanto discosto, non tanto però

che non arrivassero fino alle nostre orecchie gli acuti strilli del

bastonato. Così il padrone dell’orzo non ebbe la roba sua, il ladro

non restituì la roba rubata, e la giustizia persiana fu sodisfatta.

Mezz’ora dopo, il _tscharwadar_ e suo figlio stavano già fumando

tranquillamente il _kalian_.

Questo fatto me ne fa risovvenire un altro che mi venne raccontato

del signor Nicolas, primo dragomanno della legazione francese in

Teheran. Alcuni anni sono egli doveva recarsi a Bender Buschir, per

ricevervi il conte Bourée, ministro di Francia. Passando da Schiraz

il governatore gli fece l’offerta d’un _mehmendar_ che il signor

Nicolas non accettò, allegando gli ordini precisi del suo governo

di pagar tutto lungo il suo viaggio. Il governatore lo indusse ad

accettare almeno la scorta di due _golam_, che poi munì d’un firmano

in tutte le regole. Dopo una faticosa giornata di marcia, la piccola

carovana giunse ad un villaggio, ed il signor Nicolas, consegnate

alcune monete al suo cuoco, gli ordina di comperare tutto quanto

era necessario a far il pranzo; ma ecco, trascorso alquanto tempo,

il cuoco ritornarsene col suo danaro in mano, dicendo che non aveva

potuto trovar nulla, assolutamente nulla. Nell’incalzante pericolo di

rimaner digiuni, il signor Nicolas chiamò a sè l’anziano del villaggio,

gli espose i suoi bisogni, e gli fece vedere il sonante danaro col

quale tutto sarebbe pagato appuntino; ma quegli, stringendosi nelle

spalle, replicò esser il villaggio miserabile, mancante di tutto, non

potere somministrare alcun che di quanto veniva richiesto. Uno de’ due

_golam_, saputa la cosa, si rivolse al signor Nicolas e gli disse: voi

non avete potuto ottener nulla col vostro danaro? Ora lasciate fare

a me: e via, pel villaggio, con un buon bastone. Dopo una mezz’ora

eccolo, il _golam_, con un montone, polli, uova, riso, frutta, miele,

tutto quanto insomma occorreva ad ammanire un buon pranzo. Richiamato

l’anziano, il signor Nicolas gli indicò col dito tutta quella grazia

di Dio, maravigliandosi altamente del mezzo, così contrario alle sue

intenzioni, col quale l’aveva ottenuta; ed alla chiesta spiegazione

di una così inconcepibile condotta, l’anziano non seppe risponder

altre parole di queste: «cosa volete? noi siamo fatti così...» La vera

ragione consisteva nell’interesse del villaggio ad apparir miserabile

più di quanto non lo fosse realmente, per la circostanza della prossima

venuta dell’esattore, col quale bisognava regolar i conti ad un tanto

per cento. Ed in tali occasioni si fa sempre questa comedia: l’esattore

mette avanti pretese esageratissime, appoggiandole colla comminatoria

del bastone, ma col proposito di fingere viscere umane, riducendole

alla metà; ed i contribuenti offrono la metà di quanto sentonsi

disposti a pagare, per fingere alla loro volta di rassegnarsi ad ultimo

sacrifizio, raddoppiando la somma.

Il giorno il ci mettiamo in cammino per Zendian, pe’ deserti

pianerottoli alla sinistra del fiume, le cui inflessioni sono

accompagnate dapertutto da una bella vegetazione. Nelle gole dei monti

che vi deversano le loro aque si distinguono qua e là macchie di alberi

e vilaggi. Vedo più frequenti che nel tratto fin qui percorso stormi di

_alcate_, o pernici del deserto (_Pterocles_), ed in una breve sosta

alcuni miei compagni si dilettano a farne la caccia all’agguato lungo

il fiume, ove da lungi accorrono per abbeverarsi.

Seguendo l’ordine del mio giornale darò qui una succinta notizia

di questi uccelli animatori delle steppe, e così soventi nominati

nelle poesie degli orientali. Le ali acute, robuste, rombanti, i

grossi muscoli pettorali, la carena dello sterno sporgente più che in

qualunque altra specie, ne fanno de’ volatori capaci a vincere il più

veloce falco, e dall’occhio del falco li sottrae il colore delle loro

piume confondentesi con quello delle steppe. Sono assai regolati e

metodici nelle loro abitudini. Ho osservato per via che in generale,

nella stessa ora, tutti volano indirizzati verso un medesimo punto

cardinale. Nelle ore più calde del giorno stanno in riposo. Le loro

zampe con tre dita brevi, e solo un rudimento di pollice, li farebbero

supporre uccelli corridori; camminano invece con passo stentato non più

celere di quello de’ piccioni, simile a questi anche pel modo; e sono

così facile preda della volpe delle steppe (_canis vulpes melanotus_),

guidata alla caccia dalla finezza dell’odorato. Ve n’ha in tutta la

Persia occidentale due sole specie; il _Pterocles alchata_ ed il _Pt.

arenarius_. Quelli della prima specie vanno a stormi più numerosi e

più compatti, emettendo un breve e sommesso gracchiare simile a quello

delle taccole, però sensibilmente più acuto. L’altra specie invece si

incontra in piccole truppe, sovente in sole coppie, e gli individui

tengonsi distanti, come seguentisi l’un l’altro, e la loro voce assai

fioca è paragonabile ad una debole trombetta gorgogliante nell’acqua.

La loro carne è dura ed insipida.

Un’ora inanzi giungere a Zendian, la solita schiera d’onore stava già

pronta a riceverci solennemente. Un grosso drappello di cavalieri, in

vedetta sulla via, non appena ci scorse in distanza, mosse di galoppo

al nostro incontro. Aveva alla testa un principe, giovanetto di 18

anni, nipote dello Schah, che in assenza del padre copriva le funzioni

di governatore della provincia. Poichè ebbe sciorinato il consueto

formulario, colla mano sul cuore e fendenti obbliqui del berettone,

replicati i complimenti dal nostro ministro, tutti di concerto e di

passo più animato, riprendemmo il cammino. Giunti al luogo ove poco

dianzi era appostato quel primo drappello, da un vicino bosco di pioppi

uscì d’improvviso un nuovo e più numeroso sciame di cavalieri festanti,

che si posero ai nostri fianchi, e con bizzarre fantasie e spari

continui ci accompagnarono in città.

Fummo condotti in un giardino ombroso di pioppi e di platani, nel cui

mezzo, al crocicchio di due viali, sorge un _kiosco_ di stile del

tutto originale, fatto erigere dall’avo dello Schah regnante. È di

forma ottagona, ma con quattro de’ suoi lati più grandi, ed a ciascuno

di questi lati maggiori corrisponde una specie di cappella o tribuna

aperta verso l’interno, chiusa dal lato opposto da grandi vetriate

con arabeschi finissimi e vetri colorati. Di siffatte tribune sono due

ordini, uno terreno e uno superiore. Le pareti, le vôlte sono coperte

di pitture in gran parte scrostate; e nel mezzo del _kiosco_ è una

gran vasca, pure ottagona, ad uso di bagno. Ci distribuimmo negli otto

scompartimenti di questo dormitorio, attorno al quale, nelle ajuole

del giardino, stava accampato il nostro seguito. Non appena accasati

fummo subito accorti che ci si preparava in Zendian una ripetizione

delle scene di Tauris, col medesimo pretesto del cambio de’ cavalli;

ma le rimostranze del nostro ministro furono fin dai primi momenti così

energiche, da tagliar corta ogni astuzia, e vincere l’inerzia comandata

e naturale del nostro _mehmendar_. In meno di tre giorni furono

riordinati i preparativi per la continuazione del viaggio.

La storia della Persia serberà a Zendian una pagina sanguinosa. Qui

fu vinta colle armi, e però non distrutta, la setta dei Babi, onde fu

posto a repentaglio estremo il regno dei Kagiari; della quale setta

darò in succinto alcune notizie attinte a fonte autorevolissima.

Viveva in Schiraz, sua patria, un giovane chiamato Mirza Alì-Mohamed,

al qual nome fu poscia aggiunto il titolo di _el Bab_, cioè _la porta_

(_per cui si entra nella perfezione_). Questo giovine di ingegno

ardente, vissuti alcuni anni di vita meditabonda e tutta rivolta

a studj teologici, incominciò verso il 1845 a predicare una nuova

dottrina, sostenendo doversi ristabilire nel Corano alcuni versetti

soppressi; abolire la poligamia; non dover le donne andar velate, ma a

viso scoperto; aver esse il diritto di ripudiar il loro marito, come

il marito ha quello di ripudiar la moglie; doversi proscrivere l’uso

del kalian, ammettere l’uso moderato del vino; infine il trono della

Persia spettar ai Seidi discendenti dal Profeta, non alla regnante

usurpatrice dinasta de’ Kagiari. La fama di Alì-Mohamed el Bab si

diffuse rapidamente; da ogni parte accorrevano turbe per ascoltarlo,

_mollah_ per discutere seco lui della necessità della riforma. Egli

fece allora una domanda formale allo Schah, perchè gli fosse concesso

di esporre la nuova dottrina ai sapienti di Teheran, ma, com’era

naturale, la sua domanda venne respinta. Questa ripulsa non fece che

aumentare i proseliti di Alì-Mohamed; e si incominciò a vedere in

lui il precursore del _Saheb-ez-zeman_, il signore del secolo, che se

ne sta sempre nell’aria, e non si farà vedere a terra che il giorno

della risurrezione. Una donna giovane e bellissima, infervoratasi

dalla dottrina del _Bab_, si recò a predicarla nella città di Kazvin,

e vi fece numerosi proseliti. Questi fatti accadevano tra il 1848 ed

il 1849. Allora i Babi, così si chiamarono i seguaci di Alì-Mohamed,

si credettero abbastanza forti per scendere sul terreno dell’azione

militante, e tentarono impadronirsi del Mazanderan, ma sconfitti dalle

forze regolari dello Schah, si concentrarono nella città di Zendian,

pronti a disperata resistenza; e fu tale infatti; ma la città ribelle,

stretta da regolare assedio, alla fine venne presa d’assalto con

orribile eccidio. In tanto sangue parve ritemprarsi, non estinguersi,

la setta de’ Babi. Perduta ogni speranza di successo da una lotta in

campo aperto, ordivano una congiura contro la persona dello Schah.

All’esecuzione di questo temerario disegno offersero la loro vita due

fanatici settarj, ed atteso lo Schah, nelle vie di Teheran, uno di

essi gli si appressò come in atto di presentargli una supplica, e colto

l’istante che lo Schah stendeva la mano per riceverla, gli sparò contro

una pistolettata, la quale non lo colpì. È facile imaginarsi quale

sorte sia toccata a due cospiratori. Lo Schah miracolosamente salvato,

ordinò vendetta terribile e pronta, sterminio de’ noti o de’ sospetti

Babi. Alcuno de’ più zelanti della sua corte, avendogli susurrato

all’orecchio il nome di alti funzionarj del suo impero macchiati di

babismo, determinò di sottometterli ad una singolare prova, ripartendo

fra di essi l’ingente numero di colpevoli o di sospetti, perchè ne

facessero a gara la più esemplare giustizia. Non bastava a questi

rifatti ministri della volontà suprema del Re dei Re il lavare nel

sangue l’onta del solo dubio: dovevano essi imaginare le più strane

crudeltà, i più atroci tormenti da infliggersi agli sventurati colpiti

di tanta ira; i quali tutti subirono il martirio con tale fermezza

da far impallidire i loro carnefici. Erano fra i Babi giovinetti di

dodici, di dieci anni, che per un certo sentimento di pietà e pel

numero delle vittime designate, si volevano strappare alla tortura ed

alla morte. Si domandava a questi poveretti una confessione qualunque

di non appartenere alla setta; si richiedeva un solo cenno affermativo

alle risposte che venivano ad essi presentate colle inchieste, e tutti

fieramente ricusarono la grazia. La bella profetessa fu bruciata viva.

Alì-Mohamed, arrestato in Tauris, fu sopeso con funi alle mura della

cittadella, e dodici soldati ebbero l’ordine di tirargli addosso.

Dissipato il fumo della fucilata, il _Bab_ non fu più visto; avea

potuto svincolarsi dalle funi e fuggire illeso. I presenti al supplizio

gridavano già al miracolo; ma poco dopo arrestato di nuovo, cadde

moschettato a bruciapelo. Il _babismo_ con un prevalente carattere

politico, serpeggia ancora fra le popolazioni della Persia, innestato

alla massoneria importata di Francia.

Note di un viaggio in Persia nel 1862 · 第 18 / 40 题