XI.

Uno sguardo a Tauris. — I _bazar_. — Un _dervisch_. — Visite e

controvisite. — Vuote gare statistiche. — I medici europei in Persia.

— Visita al Principe ereditario. — Festa in onore della ambasciata

italiana. — Successione di giorni perduti. — La carovana si ricompone.

— Partenza. — Lebbrosi. — Da Tauris a Mianeh.

Tauris (_Täbriz_ de’ Persiani), capitale della vasta provincia

dell’Aserbedian, ha conservato ancora, attraverso i secoli, i

terremoti, e l’indomabile incuria musulmana, il suo rango tra le

primarie città della Persia, ma ha perduto e va ogni giorno perdendo

quello che per sì lungo tempo ha tenuto fra le città di tutta l’Asia

occidentale. Chardin la visitò nel 1673. I moderni che percorrono

la linea battuta, in epoca tanto remota, dal viaggiatore francese,

possono ancora verificare ad ogni punto la scrupolosa esattezza

delle sue descrizioni, ma non trovano più in Tauris le 15,000 case,

le 15,000 botteghe nei labirinti de’ bazar, i 300 caravanserai, le

230 moschee, i 500 mila abitanti. Il solo perimetro è rimasto: e

veramente l’estensione di questa città, vista da una delle sovrastanti

alture, non pare all’occhio molto inferiore di quel che sia Parigi

dal _Mont Valérien_, comprendendovi da circa 10,000 giardini, che

sono per verità rinchiusi nella città stessa, e ne fanno parte

integrante. Tra l’ingombro intricato e interminabile delle vecchie

mura di fango stemperato, fra le rovine di antichi monumenti, sorgono

nuove costruzioni di fango, e nuove rovine che sono la città attuale.

Viottoli tortuosi irregolari, pericolosi per le buche profonde che

frequentemente vi si incontrano, tristamente rinchiusi fra continui

muricciuoli di fango, s’intersecano per questa immensa area. Solo

indizio delle abitazioni, nascoste ad ogni sguardo de’ passanti, sono

le porticine lunghesso i muri, ed affinchè attraverso le sconnessioni e

le fenditure delle imposte, l’occhio de’ curiosi non violi i penetrali

gelosamente custoditi, s’alza di contro ad ogni porticina un secondo

sipario interno. Di quando in quando queste vie si aprono in piazzali

dal pavimento ingombro di macerie e di rottami, quando non è di

lapidi sepolcrali, poichè i Persiani hanno per costume di eleggere a

cimiteri le piazze più battute nell’interno delle città. Fra le opere

monumentali sono da annoverarsi la cittadella, della quale ho già detto

nel precedente capitolo, l’arsenale, salito a tanta importanza sotto

Abbas Mirza, ed ora in completo decadimento, le moschee ed i _bazars_.

Sono invero imponenti, maestose, le rovine della grande moschea

distrutta nei terribile terremoto del 1780, tali da far credere essere

stato quello uno dei più grandi e forse il più grande monumento della

Persia moderna.

Come in tutte le città dell’Oriente, così anche a Tauris la vita

si concentra ne’ bazar. È singolare il contrasto fra la solitudine

e la quiete delle vie deserte, e la folla rumorosa de’ mercanti,

de’ compratori, de’ vagabondi che si agita e si urta da mane a sera

in quelle immense interminabili gallerie, dalla volta solidamente

costrutta in mattoni, con larghi spiragli per dare adito alla luce,

e file non interrotte di botteghe ai due lati. I bazar di Tauris

sono dei meglio forniti di tutta la Persia, anche di mercanzie

europee, delle quali fanno particolarmente commercio gli Armeni. Di

quando in quando alcuni rami o svolte di queste gallerie mettono ne’

caravanserai, ove hanno i loro depositi i più facoltosi negozianti, ed

ove sono apprestati alloggiamenti e magazzeni per i grossi mercanti

avveniticci. Alcuni di questi caravanserai sono assai pittoreschi e

grandiosi, con due piani e due ordini di grandi finestre degli edifizi

che circoscrivono uno spazioso cortile adorno di piantagioni e di

fontane. Ne’ caravanserai hanno pure i loro _comptoirs_ ed i loro

magazzeni i pochi negozianti europei. L’abbondanza e la varietà degli

approvigionamenti de’ bazar della Persia, e di questi di Tauris in

particolare, hanno superata la nostra aspettazione. La folla, il nuovo

aspetto delle cose e della gente, fanno sì che un europeo, il quale per

la prima volta s’interna in questi labirinti, facilmente si smarrisce,

e mentre studia la sua via e tende l’occhio in cerca delle sue guide,

è urtato dagli affaccendati del luogo, ed anche da qualche fila di

asini e di cammelli stracarichi, de’ quali non s’avvede se non quando

si sente sospinto al dorso. Qui è la vita publica: qui il governo fa

noti i suoi editti, e dà spettacolo dell’esecuzione delle sue leggi.

Un giorno ci occorse di vedere un povero infelice, con un anello di

ferro passato attraverso le narici, e per una corda passata per questo

anello condotto a mano da due soldati, mentre un agente della polizia

di quando in quando leggeva ad alta voce una sentenza. Il giorno dopo

lo stesso condannato, nel medesimo modo, veniva tradotto ancora per

tutto il bazar, ma colla mano destra penzolante dal collo. L’individuo

era colpevole di furto. Tutti rubano in Persia a man salva, e più i

grandi e potenti che i poveri del basso volgo. Non è dunque il rispetto

della proprietà che si vuole insegnare con pene cotanto strane, ma

soltanto il rispetto della forma, una certa quale grazia, od almeno la

simulazione del diritto, nell’appropriarsi la roba altrui.

Di un’altra curiosa scena fummo testimonj ne’ bazar di Tauris. Un

santone, o _dervisch_, a cavallo, avvolto in un ampio mantello bianco,

dal sorgere al tramontar del sole percorre i bazar, nel solco che

la folla apre rispettosamente davanti a lui, e grida a tutta gola,

di continuo, col semplice intervallo di un respiro, _Alì hò Alì hò!_

L’incontro di questo fantasma, macilento, spiritato, grondante sudore,

ci ba fatta profonda impressione. Seppimo poi che esso mena questa vita

da dodici anni. Alla sera soltanto prende qualche cibo che a gara gli

viene offerto dalla pietà _dei veri credenti_, si sdraja; e sorto di

nuovo col sole, inforca il primo cavallo che incontra e che gli viene

immediatamente ceduto, per ricominciare la sua faticosa missione.

Ne’ forzati ozj di Tauris, i frequenti e geniali rapporti cogli Europei

che vi hanno stanza, sono stati per noi il più grato conforto alla

noja della prigionia ed alla pesante etichetta delle visite uficiali.

Devo qui ricordare con compiacenza in particolar modo i signori

Vlasto, della casa Ralli; il sig. Castelli, di origine genovese, ma

da lunghi anni stabilito in Tauris come facoltoso privato; un medico

tedesco, il Dott. Jurist; e due negozianti svizzeri, i signori Würth

e Hahnart. Le cortesie delle quali ci colmarono, ed i signori Vlasto,

Würth ed Hahnart anche più tardi in Rescht, rimarranno fra le più

gradite reminiscenze del nostro viaggio. Farò grazia al lettore

della descrizione de’ ricevimenti uficiali. La nostra sede era un

andirivieni continuo di autorità, di funzionarj, di parenti e di

amici dell’antico e del nuovo _mehmendar_. Si convenne fra noi una

specie di turno a far ala al nostro ministro in questi ricevimenti. I

discorsi finivano sempre a cadere sul nostro paese, e su quello che

ci ospitava. I Persiani non hanno alcuna idea degli stati europei,

che tutti in massa comprendono sotto la denominazione di _Frengistan_;

solo qualche cosa sanno, e per dura esperienza, della grandezza e della

forza della Russia. Abbiamo avuto per un istante la speranza di poter

raccogliere in questi ricevimenti qualche notizia statistica sulla

Persia, ma alle prime prove lasciammo ogni lusinga, accorgendoci noi

subito come l’esagerazione persiana varcasse ogni limite. Il meno che

i nostri interlocutori facessero si era raddoppiare le nostre cifre,

che per verità noi medesimi spiattellavamo arrotondate con larghissimo

arbitrio, calcolando con chi s’aveva a fare. Noi dicevamo, per esempio,

che la popolazione dell’Italia era di 25 millioni, e subito quella

della Persia diventava di cinquanta millioni; che la nostra armata

contava 500 mila soldati, e l’interloculore persiano soggiungeva

immediatamente che lo Schah dispone d’un millione di armati. Così

per tutto il resto. Da ciò venne l’impossibilità di una qualche cifra

alquanto prossima al vero, fosse pure della sola popolazione di Tauris.

La Persia non è paese da statistiche. Il sig. Castelli per altro mi

disse che pochi anni prima, all’occasione di un orribile carestia che

travagliò il paese, si dovette fare un censo improvisato alla meglio

della popolazione di Tauris, onde provedere all’approvigionamento della

città; e che il risultato ottenuto in quella circostanza diede un cento

mila abitanti all’incirca.

Sono stabiliti in Tauris due medici europei: uno inglese, il dott.

Cornick; l’altro tedesco, il già nominato dott. Jurist. Il principale

loro provento consiste nelle somme annuali pattuite colle poche

famiglie europee risiedenti nella città, o con qualche famiglia

armena. La clientela mobile, oscillante, non riesce loro di alcun

profitto, chè l’avarizia dei Persiani è più forte della cura della

salute. Solo in certi casi di gravi malatie chirurgiche i Persiani

chieggono l’assistenza de’ medici europei, stipulando previamente la

mercede pel caso di fortunato esito della cura. Pei casi ordinarj i

malati ricorrono agli empirici del luogo che retribuiscono di pochi

_schahi_. Anche in Persia ogni europeo è ritenuto come un _Hakim_, vale

a dire medico; e non si può dire quanto lavoro giornaliero toccasse

al nostro bravo Lessona, nel visitare infermi attratti dalla notizia

del passaggio dell’ambascieria italiana. Ad ogni stazione accorrevano

processioni di malati da’ vicini paesi, a domandar consigli dal nostro

medico; consigli, è inutile il dirlo, non solo gratuiti, ma seguiti

dalle somministrazioni caritatevoli dei rimedj della nostra farmacia.

Tutta questa gente sarebbesi senza titubanza allontanata, ove si fosse

posta la condizione di una mercede, anche tenuissima al consulto. Sia

questo un utile avviso pei medici italiani, i quali volessero tentare

la sorte in Persia; sorte che è strettamente legata all’esistenza

di colonie europee, quindi alla residenza nelle maggiori città. La

capitale è naturalmente la città meglio fornita di medici europei,

addetti quali al servizio sanitario dell’armata, quali alle ambasciate

residenti di Russia, d’Inghilterra, di Turchia, oltre l’archiatra dello

Schah, ch’è il dottore Tholosan, di nazione francese.

Tale e sì grande è l’importanza di Tauris che per costante tradizione

ha residenza in questa città, collo splendore di una corte, l’erede

al trono. Il 22 giugno l’ambascieria italiana, in gran pompa, fu

ammessa al ricevimento solenne del figlio primogenito dello Schah, che

pochi giorni inanzi era stato proclamato, fra publiche feste, vicerè

della Persia. È un giovinetto di otto anni, pallido, rachitico, con

grandi occhi neri, fisonomia espressiva, al quale sovrasta un’epoca

terribile per un principe persiano di così gracile struttura: l’epoca

della pubertà. Non dirò delle interminabili cerimonie che precedettero

e seguirono l’udienza. Dopo la presentazione di ogni singolo membro

dell’ambasciata, il ministro Cerruti rivolse al giovine principe queste

nobili parole: La mia età mi dà il diritto, Altezza, di porgervi, non

complimenti ma augurj; ed io vi auguro che possiate mai sempre seguire

le vie dell’umanità e della giustizia, le sole per le quali un principe

sia in grado di compiere il debito suo, di render felici i suoi popoli.

Dopo la visita del principe l’ambasciata si recò dal _Sardar_ che è il

generalissimo dell’armata, una delle maggiori autorità dell’impero,

al consiglio del quale s’affida lo Schah nelle più importanti

deliberazioni di Stato.

Fu quella una vera giornata campale, specialmente per diplomatici

d’occasione, quali eravamo la maggior parte. Il principe rispose

coll’invitarci pochi giorni dopo ad una grande festa nella sua

residenza, astenendosi per altro dall’intervenirvi di persona, e

facendosi rappresentare dalle primarie autorità di Tauris. Il giorno

27, sul cader del sole, movemmo ancora tutti, in abito di gala, al così

dettò palazzo vicereale, affollato di gente, e addobbato con insolita

pompa di lumi, di cristalli e di festoni. Sotto un atrio ornato di

specchi, con un immenso cortile di prospetto, sedemmo in schiera co’

dignitari messi a farci onore, e, dato il segnale, incominciarono i

fuochi d’artifizio nella corte, scomposti ma varj e di bello effetto.

Dopo il turno de’ razzi e delle girandole, venne quello delle mine,

o grandi petardi sotterranei, con scoppj così potenti che tutto il

fabricato ne era scosso, ed ogni colpo staccava in frantumi gli specchi

sovra il nostro capo, tanto che si dovette dare ordine di cessare.

Ma la guerra era dichiarata alle nostre orecchie. Masse di tamburini

e di trombettieri, a tutta forza di braccia e di polmoni, davano a

capriccio negli strumenti, tirandone un frastuono infernale che non

voleva dar tregua. Consumate le machine incendiarie, si presentarono

davanti a noi tre ballerini, due dei quali trasfigurati in donna,

ed intrecciarono danze convulse e barrocche da muovere a noja ed a

nausea. Così il tempo trascorreva senza che si parlasse del pranzo,

che era pure nel programma, e del quale le nostre viscere cercavano

indarno un qualche segno esterno. Finalmente si spalancarono le porte

alle nostre spalle, e fummo introdotti in una sala splendidamente

illuminata, ove era imbandito un banchetto sardanapalesco, con lusso

esagerato di cristallerie di Boemia, e, ciò che più importava, con

sedili e posate, oggetti dei quali i Persiani fanno assolutamente

senza. I personaggi che aveano fatti gli onori della prima parte della

festa, sedettero nostri commensali, e tra questi due andavano distinti

per la conoscenza perfetta di lingue europee: Davoud Khan, smirniotto

di nascita, generale nell’armata dello Schah, parlante speditamente il

buon italiano; e Jahja Khan, il quale, addetto un tempo all’ambasciata

di Pietroburgo, vi aveva appreso correttamente il francese. Il pranzo

fu servito con profusione di vini e di vivande. Tutte le invenzioni

della cucina persiana ci passarono per lo meno sotto gli occhi; pilaw,

o riso asciutto, in tante portate quanti sono i condimenti in uso, di

sole spezie, di sostanze zuccherine, di salse agre, di sughi di carne

di montone, poi citrioli ripieni e carni arrostite sulle bragie, e

tutta questa roba con intermezzi di piatti più o meno europei; tanto

che il pranzo si protrasse assai avanti nella notte. Abbiamo osservato,

in questa circostanza, che anche _i veri credenti_ sanno all’uopo

metter in disparte la disciplina del Corano, e tracannare, senza

tante cerimonie, grandi e ricolmi bicchieri di vino, da disgradarne un

cosacco.

Ma in nessun modo si poteva riescire a fare per noi di Tauris una

Capua, e la nostra pazienza, portata all’estremo, diede libero sfogo

alla crescente energia delle rimostranze onde si affrettassero da senno

i preparativi della partenza. Il nostro nuovo _mehmendar_, Alì Naghi

Khan, colla secca, abbronzita, impassibile sua fisionomia, apertamente

prometteva e riprometteva, sottomano studiando sempre nuovi ostacoli

per trattenerci. I cavalli che ci avevano portati dall’Arasse dovevano

esser cambiati, ed egli trovò modo di farci perdere alcuni giorni nella

scelta de’ nuovi, portandoci a prova ronzini viziosi che gli esperti

della nostra brigata rifiutavano. Quando sembrava che la difficoltà

de’ cavalli fosse superata, e già tutti quelli che ci occorrevano

stavano raccolti e vaganti nel recinto, sorse l’altra difficoltà

delle tende che il _mehmendar_ seppe governar destramente ad ottenere

nuove dilazioni. Questa condotta delle autorità persiane, che tanto

ci inaspriva, dava luogo da parte nostra a commenti e congetture che

finivano quasi tutte a carico del _mehmendar_. La vera causa di queste

tergiversazioni, che si ripeterono ad ogni tratto anche nel seguito

del viaggio, non ci fu nota che assai tardi, tanta era la gelosia del

nostro _mehmendar_ a tenerla segreta. Lo Schah si trovava in quel tempo

a’ bagni di mare ed alle caccie nella provincia dei Mazanderan, e non

era disposto a tralasciare così di subito queste sue occupazioni,

per recarsi in Teheran a ricevere l’ambasciata del re d’Italia. I

suoi ministri scrivevano continuamente al _mehmendar_ di rallentar le

nostre marcie, di trattenerci per via con ogni astuzia, ed in questo

sono stati molto bene serviti da Alì Naghi Khan. Infine lettere del

ministro degli affari esteri, come ultimo espediente, ci esortavano

colle espressioni le più commoventi ad aver cura della nostra salute,

a non sfidare con troppa imprudenza l’inclemente clima della Persia,

a viaggiare a piccole giornate, a lasciar trascorrere il culmine

dell’estate prima di giungere a Teheran, che ci era dipinta come una

fornace fatale agli Europei. —

Pure ogni giorno si avvicinava a quello da noi tanto invocato. Il

piano, l’ordine, la disciplina del viaggio discussi e definitivamente

assentiti, pronte le tende, le cavalcature e le coppie di cavalli

dell’artiglieria pel trasporto delle nostre due vetture, venne infine

il momento di dare un addio a Tauris. La nostra carovana erasi fatta

più numerosa; ma prima di descriverne il cammino devo far qualche cenno

di alcuni individui che ne facevano parte. Era necessario un dragomanno

persiano, in sostituzione del signor Mehrab, ed il nostro ministro

trovò molto opportunamente preferibile l’averne uno di non troppe

pretese, uno, come direbbesi, di buon comando, da potere all’occorrenza

(scusi l’animo sensibile del lettore) trattare col bastone o colla

punta degli stivali. L’individuo scelto a questo ufizio fu Mirza

Alì[32], birbo di svegliato ingegno, che da servitore di bassa sfera

s’era, per industrie d’ogni specie, innalzato di grado, ed avendo

avuto occasione di accompagnare fino a Parigi un mercante di semente

di bachi raccolta a Rescht, aveva discretamente imparato il francese.

Il _mehmendar_ condusse con sè un suo figlio, il quale, senza avere mai

comandato una mezza compagnia, doveva ricevere a Teheran il brevetto di

colonnello: giovinotto di tratto piacevole, di carattere apparentemente

buono, e che sapeva pure balbettare qualche parola di francese. Un

curioso tipo del basso personale del nostro seguito era un palafreniere

del Sardar, di nazione curdo, di nome Khiazembey, allegro, serviziato,

gran bevitore, capace di vuotare d’un sorso una bottiglia di rhum. Per

tutta la strada ci divertì colle sue mattezze, colle sue fantasie,

e con certe canzoni che egli accompagnava con un singolare batter

della dita, così ricche di immagini poetiche e di colorito orientale,

da rincrescermi ora il non averne trascritta la traduzione che me ne

andava facendo l’amico Bosio. Tipo d’altro genere per la instancabile

attività, pel contegno discreto ed onesto come raramente si incontra in

un persiano, per l’ordine scrupoloso in tutte le faccende sue, era un

vecchietto di nome Ismail, che nell’ufizio importante di magazziniere

ci ha resi servigi non mai abbastanza lodati.

Il nostro seguito persiano si era così ingrossato in Tauris, ma era

diminuita, con rincrescimento generale, la nostra propria brigata.

Orio, che aveva ricevuto dal governo italiano lo speciale incarico

di esaminare in Persia la coltivazione del filugello, si valse della

compagnia e dell’ospitalità cortesemente offerta dai signori Vlasto;

e coll’accordo di ritrovarci più tardi in Kazvin, si diresse pel passo

di Massula nella provincia sericola del Ghilan, ove stava appunto per

compiersi il raccolto dei bozzoli.

Salutammo con vera gioja l’alba del 2 luglio, irrevocabilmente fissata

per la nostra partenza. Le 3 del mattino eran di poco trascorse, che

già tutti sfilavamo per le contrade di Tauris, senza neppure attendere

il _mehmendar_ che ci doveva raggiungere più tardi. Appena fuori

della città, si offerse ai nostri occhi lo spettacolo miserando d’un

gruppo di lebbrosi accampati presso la strada, che al nostro passaggio

avanzandosi stendevano la mano implorando pietà con alte e lamentevoli

grida. Era questo il primo e non doveva essere l’ultimo incontro

di questi esseri umani a tale estremo di abbandono e di miseria da

vincere ogni confronto, ogni imaginazione. Luridi, sfigurati dai

patimenti e dal morbo, seminudi, privi di ogni cosa, perfino di tetto,

respinti, come creature maledette, da ogni consorzio umano, prigioni

in uno spazio angusto, ricinto di sassi sconnessi tra il deserto, sul

margine di una strada, attendono dalla carità dei passanti (e di quali

passanti!) qualche raro frustolo di pane. Non esistono sulla faccia

della terra umane creature in più deplorabile stato; e rammentandole in

queste pagine mi si gonfia il cuore di profonda commiserazione.

La strada fuori di Tauris, nettamente e largamente tracciata per esser

molto battuta, passa bruscamente dalla pianura verdeggiante per mille

e mille giardini, ad un terreno aridissimo, disuguale, mosso a grandi

onde che diventano ai lati colline arrotondate, del triste ed uniforme

cinereo del deserto. Gli squarci di queste colline presso la strada

mettono a nudo strati marnosi cinericci per lo più orizzontali, o qua

e colà pochissimo inclinati. Dai due lati, lungo le falde di colline

più lontane e più elevate, veggonsi alcune case e villaggi. Quindi

per qualche tratto si segue il corso di un fiumicello, il Basminsch,

lungo il quale ripiglia la vegetazione, fino ad un bellissimo bosco di

pioppi, nel cui mezzo è un _kiosco_ rovinato dello Schah. Le colline

de’ due lati sembrano poscia congiungersi in bel anfiteatro, nel

quale il serpeggiare di alcuni rigagnoli intrattiene una vegetazione

abbastanza vivace. Dopo cinque ore di marcia giungiamo al grosso

villaggio di Basminsch, presso il quale erano alzate le nostre tende.

Una delle nostre vetture aveva sofferto nel cammino una leggera avaria,

facilmente riparabile con una piccola cintura di ferro. Si manda pel

fabro che, in un villaggio di quella importanza, non doveva certo

mancare: ed eccolo infatti; ma con molta nostra sorpresa, e senza il

benchè minimo imbarazzo da parte sua, come di cosa affatto naturale,

il fabro ci dice che gli manca la materia prima, che non ha neppur

un chiodo. Per fortuna nostra egli era padrone di due tanaglie, ne

comperiamo una, che viene battuta e lavorata all’uopo. Questo fatto

dimostra quanto sia raro e prezioso il ferro in Persia, e spiega tante

particolarità delle costruzioni in questo paese.

Lasciata questa stazione prima dell’albeggiare, siamo ancora nel

deserto. Ci dirigiamo verso una piccola catena di montagne sulla

nostra sinistra, passando rasenti le mura di un grande caravanserai che

trovammo animato da una folla di passaggeri. Più avanti altri lebbrosi,

ed al piè del monte altro caravanserai. La strada qui si fa assai

difficile per le nostre vetture; pure l’erta è superata, e scendendo

pel versante opposto troviamo altri due caravanserai, uno minacciante

rovina, l’altro in rovina completa. Scesi nella valle si dispiega al

nostro sguardo un ampio stagno popolato da una moltitudine di uccelli;

i medesimi che già avevamo visti al lago Goktscha, con di più branchi

di marangoni (_Phalacrocorax_). Fra la strada e lo stagno v’ha un

ampio pascolo paludoso sul quale si distendeva, come un fitto velo, uno

sciame innumerevole di libellule (_Agrion_). La strada continua poscia

in una valle sparsa di monticoli marnosi con strati orizzontali. I più

elevati e più discosti monti sulla nostra destra sono contraforti della

gran cresta del Sahand, che alza di lontano i suoi cocuzzoli nevosi.

Oltrepassato il piccolo villaggio di Haggi-Aga, accampiamo al luogo

detto Udjan, presso un castello reale che deve essere stato un tempo

assai grandioso, ed ora è tutto macerie, con appena qualche fresco

restauro, al suo lato di settentrione, e fra le rovine qualche misera

catapecchia di coltivatori[33].

Il _mehmendar_, il quale, tenero per la nostra salute, voleva

assolutamente che non ci stancassimo, ci fece fare il dì seguente

una marcia di sole tre ore, non oltre il villaggio di Dichmadatsch.

Percorrendo qui i colli aridi e sassosi presso il nostro accampamento,

ho trovato tra il predominante tritume marnoso, ed i soliti ciottoli

porfidici, altri ciottoli di ferro magnetico compatto, in parte

soprossidato, indizio certo di qualche non discosto potente filone;

ricchezza affatto perduta in un paese ove si è ridotto a non aver altro

combustibile che sterco essiccato.

Il 5 luglio facemmo sosta a Karatschemen. La strada che vi conduce

taglia trasversamente una serie di dossi e valloncini, propagini

dei monti che si ergono sulla nostra sinistra; valloncini freschi,

umidetti, con terreno fertile e ben coltivato a cereali, ma senza

un albero, senza un villaggio se non qui e là rarissimi e distanti

dal nostro cammino. Karatschemen è nel seno di una valle ristretta,

compresa fra monti di porfido in gran parte decomposto, e sul cui fondo

scorre un piccolo fiumicello di aque limpidissime. Qui comincio a far

conoscenza co’ pesci degli altipiani della Persia propriamente detta, e

dei quali farò qualche cenno a suo luogo.

La stessa fisonomia del paese, lo stesso serpeggiar della strada per

dossi e vallette, si continua oltre Karatschemen, ed anche, per circa

tre ore di cammino, al di là di Turkmantschai. La roccia in posto è

un’arenaria passante di quando in quando alla puddinga, alternante con

una calcarea silicifera, l’una e l’altra quasi intieramente ricoperte

da un potente deposito di sabbia e minuta ghiaja, tanto che le roccie

solide sporgono qua e là soltanto ne’ fianchi di qualche burrone. Per

un terreno siffatto si estendono le filtrazioni derivanti da vicini

monti, e l’umidità sotterranea permette la coltura de’ cereali. Questo

tratto di paese è considerato come il granaio della Persia.

Turkmantschai è un grosso villaggio, in una valle ben coltivata,

ombreggiata da grandi alberi, ed è luogo celebre negli annali della

Persia, per essere stato qui sottoscritto il trattato che pose fine

alla disastrosa guerra colla Russia, della quale ho tenuto discorso in

uno de’ precedenti capitoli. In questa stazione ebbimo il piacere di

accogliere per qualche ora sotto le nostre tende il signor Hahnart che

vi era di passaggio per recarsi a Rescht. Passeggiando dopo il pranzo

nel villaggio, fummo accostati da un uomo monco delle due mani che

ci chiese qualche elemosina. Interrogato come fosse ridotto in quello

stato, rispose di aver avuto le mani mozzate all’occasione della guerra

colla Russia, in pena dell’essersi portato a vender aquavite nel campo

nemico.

Il 7 luglio, sempre al primissimo albore, riprendiamo la marcia.

Presso il villaggio di Sumai-kociuk, facciamo breve sosta in un prato

ombreggiato da grandi alberi, ove i cucinieri del _mehmendar_ ci

allestiscono prestamente una refezione persiana. Oltre questo villaggio

il paese incomincia a cambiar aspetto per le emersioni porfidiche

che rompono qua e là il terreno, e due ore inanzi giungere a Mianeh,

giganteggiano in nude montagne e scogli dirupati. Gli strati di

arenaria e di calcarea sono da queste eruzioni sconvolti ed alterati.

Talvolta il porfido commune passa ad una varietà con numerosi e grossi

cristalli geminati di feldspato. Dopo aver serpeggiato fra queste rupi,

la strada scende nell’ampio letto di un torrente ghiajoso, lungo il

quale spunta qualche verdura. Lì incontriamo un accampamento di Curdi.

Gli uomini cogli armenti sono a pascoli lontani, e dalle nere tende

escono fanciulli e donne; le quali hanno la faccia scoperta, atteggiata

a maraviglia alla vista di una così imponente schiera di cavalieri in

quella solitudine. La nostra carovana s’era già infatti ingrossata di

drappelli dei notabili di Mianeh venutici incontro alla spicciolata.

In massa compatta, spronando i cavalli, e percorrendo fra un denso

nembo di polvere il lembo settentrionale della città, arriviamo infine

all’accampamento che ci era preparato in un giardino suburbano.

Note di un viaggio in Persia nel 1862 · 第 17 / 40 题