Il governo russo nel Caucaso. — La scienza in Tiflis. — La produttività
agricola della Georgia. — Il vino di Cachezia. — La produzione serica.
— La pastorizia. — Il monte Solalaki. — Escursioni geologiche e
zoologiche presso Tiflis.
Cosa voglia fare il governo russo delle sue provincie transcaucasiche
non è chiaro neppure a lui stesso. Protendere un secondo braccio
nell’Asia è già uno scopo che per sè solo compensa grandi sacrificj; e
poichè la gelosa Europa si accontenta del lasciare il colosso moscovita
alle prese colla sua propria conquista, e vede senza commoversi le
steppe unirsi alle steppe, il sistema della lenta assimilazione ha i
suoi grandi vantaggi. Verso le estreme diramazioni de’ suoi immensi
dominj, la Russia spinge chiese, stazioni di Cosacchi, strade e
_droscky_, ed attende che il resto venga da sè. Il suo giogo non pesa
alle popolazioni transcaucasiche, lasciate vivere ciascuna co’ proprj
usi. Prive di una tradizione storica continuata, non hanno idea di
nazionalità, come il cieco nato non ha idea de’ colori: disseminati in
un territorio immenso, ove non sono vene aurifere, ove non allignano il
cotone, l’indaco, il tè, sono lasciati in riposo dalle compagnie degli
speculatori d’Occidente. La Russia, che vede benissimo come da questa
parte abbia tempo a discrezione, vi fa grande risparmio di forza viva.
Base del governo russo nelle provincie transcaucasiche è la tolleranza,
e prima la religiosa; ma intendiamoci bene: una tolleranza alla russa.
Gli Ebrei non vi soffrono le vessazioni alle quali vanno soggetti
ne’ dominj europei dello czar, e se il loro numero in queste parti
dell’Asia non è maggiore, ciò è solo dovuto alla popolazione armena,
formidabile concorrente in tutte le finezze del commercio. I Musulmani
possono con tutta libertà far le loro preghiere, frequentar le moschee,
piangere il loro profeta, seguirne i precetti, alla sola condizione di
non trattare i cristiani come esseri immondi. A Baku l’antico tempio
ghebro è ancora aperto al culto del fuoco, ed è mantenuto nel possesso
di alcune terre adjacenti. Le tribù nomadi de’ Jesidi, adoratori del
genio del male, sono libere di piantar le loro tende, e pascere i
loro magri armenti nelle deserte valli dell’Armenia. In queste sue
provincie del Caucaso la Russia relega, come abbiamo veduto, la setta
degli Scapsi, e quella più numerosa dei Malacani che sono i protestanti
in faccia alla chiesa ortodossa, suddivisi ancora in sette di secondo
ordine.
Ognuno adunque è liberissimo di professare in queste provincie il
culto de’ suoi avi, ma poi, se vuol cambiar fede non è più libero della
scelta. Nessun musulmano può ricevere il battesimo da altre mani che
da quelle di un popo greco. Finchè i protestanti di Basilea potevano
servire a tener in freno i separatisti svevi, furono lasciati in pace,
ma sedate le turbolenze delle colonie tedesche, un ordine del governo
disperse la missione di Schuschka. Pochi sacerdoti cattolici a Kutais
ed a Tiflis tutelano la coscienza di qualche migliaja di cattolici
armeni; ma ove osassero versare l’aqua battesimale sul capo di un
miscredente, la Siberia è là pronta per ingojarli.
Le popolazioni transcaucasiche sono esenti dal reclutamento militare,
ben inteso finchè non piaccia ad un _ukase_ imperiale di altrimenti
disporre: devono però somministrare contingenti di milizie a cavallo
pel servizio interno del paese. Pagano imposte che si possono dire
gravose, per rispetto alla fortuna dei contribuenti, ma che sono
un nulla al confronto delle spogliazioni alle quali per lo addietro
andavano soggette. La sicurezza publica, nella maggior estensione del
paese, e particolarmente presso le città, è sufficientemente tutelata:
la Russia ha mezzi per ciò; se non che la potenza di questi mezzi scema
grandemente agli estremi confini verso la Persia e la Turchia, e nel
Daghestan, presso i covi degli ardimentosi e rapaci Lesghi.
Dell’istruzione popolare il governo russo non si dà quasi alcun
pensiero; ma bisogna esser giusti: non è questo un trattamento
particolare che faccia parte integrante di un piano amministrativo
delle provincie asiatiche: le provincie europee del mezzogiorno sono
poste sul medesimo piede. Generalmente quando giunge una lettera in
un villaggio, resta a sciogliersi la difficoltà di trovare chi la
sappia leggere. La mancanza di scuole elementari è una grave piaga
che le stesse autorità deplorano apertamente. Ho sentito parlare di
tentativi falliti, di scuole fittizie improvisate sul passaggio dello
czar, come i giardini ed i castelli sulla strada percorsa da Caterina
II nella piccola Russia. Nel viaggio che Parrot intraprese all’Ararat
nel 1829, gli fu dato per compagno ed interprete un giovane diacono di
Etschmiadzin, di nome Abovian, il solo che parlasse il russo di quel
dotto seminario. Abovian conversando familiarmente col professore di
Dorpat, fu presto invaso da ardente desiderio di coltura europea, e
tanto fece, che dal governo ottenne i mezzi per recarsi alla medesima
università ove Parrot professava. Vi rimase sei anni, acquistò
profonda conoscenza del tedesco, solida istruzione in varie discipline
letterarie e scientifiche, e con tale corredo ritornato alla sua nativa
Armenia, chiese invano di poter dividere i benefizj dell’educazione
ricevuta fra’ suoi più stretti compaesani. Respinto perfino dal
seminario di Etschmiadzin come contaminato dalle false dottrine
d’Europa, ebbe rifugio in Tiflis, ove fondò un privato istituto per la
educazione dei giovani armeni.
Esiste in Tiflis, come di passaggio ho accennato, un ginnasio. Ivi sul
georgiano, sull’armeno, sul tartaro s’innestano il latino, il russo, il
tedesco ed il francese, e vengono pure insegnati agli alunni i primi
rudimenti delle scienze fisiche. Direi che è il principale istituto
d’istruzione della Grusia, ove non fosse il solo. Appena merita di
essere mentovato un germe abortito di un museo locale, consistente in
un camerotto con quattro piccoli armadj, entro i quali si conservano
pochi campioni di roccie, una dozzina di rettili mummificati ne’ loro
vasi, e qualche oggetto di curiosità.
Il governo russo è largo di mezzi per l’illustrazione scientifica
del vasto impero, ma alla condizione che tutto affluisca al centro. È
in grazia di questo che Tiflis può ancora dirsi un’oasi nel deserto
della barbarie orientale, una colonia della gran metropoli della
scienza russa. Da molti anni è stabilito nel Caucaso, ed ha in Tiflis
il suo quartiere d’inverno, uno dei più celebri geologi viventi, il
sig. Abich. Egli ha ormai perlustrato il paese in tutte le direzioni
raccogliendo un prezioso materiale che ha ordinato in una serie
di classiche monografie, stampate nelle _Memorie dell’academia di
Pietroburgo_. Si deve alla sua mirabile attività, alla sua profonda
dottrina, se la Russia transcaucasica è divenuta, sotto il punto di
vista dell’orografia, della geologia e della paleontologia, uno dei
paesi meglio conosciuti. Quando noi arrivammo in Tiflis, il sig. Abich
ne era partito da pochi giorni pel suo giro annuale, e la fatalità
volle che anche nel seguito del viaggio, ad Erivan, a Nachidjevan, ci
trovassimo sulle orme che egli avea di fresco lasciate. Incontrammo
invece, prossimo a partire pel Kurdistan, un altro naturalista, suo
ajutante di campo, di nazione ungherese, il sig. Bayern, indefesso
raccoglitore; e che ci fu cortese di molte utili indicazioni, e
liberale di varj oggetti del suo emporio.
Non si può parlare della vita scientifica in Tiflis, senza ricordare
i lavori geografici dello stato maggiore dell’armata del Caucaso,
e le ricerche archeologiche del generale Bartolomei; ma poi, come
istituzione permanente, merita un posto d’onore l’osservatorio
metereologico, che è uno dei più importanti del mondo, uno dei
principali della gran rete ideata per cercare qualche luce in questo
campo tenebroso della scienza fisica. Sorto da poco dalle fondamenta, è
grandioso, ben fornito di strumenti e di personale, sotto la direzione
di un dotto alemanno, il sig. Moritz. Quando noi lo visitammo vi era in
costruzione un grande apparato per le osservazioni magnetiche[14].
In più stretto immediato rapporto col benessere di un così vasto
paese sono le istituzioni tendenti a promovere la vera ricchezza,
la produttività agricula. La buona volontà non è mancata al governo
russo; bensì la giustezza del piano fondamentale, il buon uso de’
mezzi largamente disposti. Si profuse il danaro in vane esperienze di
culture esotiche, in premj, in sussidj che poi si lasciarono ingojare
da vulgari astuzie, e si ebbe il duplice danno di simili tentativi
male riesciti: danaro sprecato, e tolto il coraggio per altre più
fruttuose imprese; l’indolenza de’ Georgiani rimase ancora padrona del
deserto terreno. Una società economica esiste in Tiflis di solo nome:
non è aria quella per simili istituzioni di sì poco vantaggio pratico
nella stessa Europa. Di scuola agricula non si pronuncia tampoco il
vano desiderio, e da questa parte il governo può almeno evitare la
sorte sicura di un disperdimento di qualche migliaja di rubli. La
solerzia, l’operosità delle colonie tedesche reagirono ben presto sul
mercato di Tiflis: vi resero più abondanti, ed a miglior prezzo, varie
derrate alimentari; altre nuove, e per esempio i pomi di terra per lo
dianzi sconosciuti, divennero di uso commune; di tutte si accrebbe il
consumo, e con questo il profitto de’ coltivatori. Ove un insegnamento
così vicino, così eloquente, così pratico, ha potuto rimaner sterile,
è tronca ogni speranza alla miglior volontà del legislatore. Bisogna
lasciar il Georgiano alla pastorizia, alle sue piccole industrie
manifatturiere, alle sue vecchie tradizioni agricule, e chiamar dal di
fuori concorso di braccia robuste e intelligenti. Quali mezzi a ciò si
richiedono sanno perfettamente gli economisti; ma finchè la fiducia
in un ordine politico razionale e stabile non sia riescita a vincere
la ripugnanza de’ grossi capitali europei a passare la cresta del
Caucaso, il sistema delle piccole colonie è il solo possibile. Però,
anche per questo sistema, l’azione del governo non si deve più limitare
alle concessioni di terre, a’ sussidj in danaro, a qualche privilegio
temporaneo. In tutti gli altri piani dell’Asia occidentale il terreno,
per la natura minerale, è molto appropriato alla coltivazione, ma le
protratte arsure dell’estate lo isteriliscono: vi manca un elemento che
pure è in abondanza riversato per la china del Caucaso e si dirama come
un capitale perduto nei solchi di aride steppe. — I Persiani, i barbari
Persiani, saprebbero trarne profitto assai meglio di quel che sin qui
abbiano fatto i Russi civilizzatori. La derivazione di canali irrigui
da tante scaturigini, da tanti rivoli o fiumi, da tanti naturali
serbatoj, è di prima necessità per lo sviluppo dell’agricultura
nel Caucaso, e quest’operazione, razionalmente condotta, con quella
grandezza di mezzi di cui il solo governo dispone, può solo fare di
questo immenso paese, quasi improduttivo, il giardino dell’Impero
moscovita.
La vite è qui nella sua culla primitiva, e dalla Mingrelia al Caspio
è frequentissima nelle foreste, maritata naturalmente a quelli alberi
eccelsi; e ne pendono bei grappoli con acini grandicelli, sugosi,
zuccherini, affatto esenti dall’infezione parasita che devasta i
vigneti d’Europa. Essa è pure estesamente coltivata dai Georgiani,
e specialmente nella Cachezia, d’onde proviene il vino più rinomato
del paese. Il liquore di Bacco, senza del quale un Russo non saprebbe
vivere, trovasi dapertutto, ad un prezzo relativamente vile, ed
è quindi di uso affatto vulgare; se non che vulgare del pari ne è
l’abuso, per giustificare il quale si lede perfino la riputazione delle
pure e limpide aque delle sorgenti caucasiche. Queste provincie sono un
paradiso pei Cosacchi mandativi in distaccamento. Frequentava il nostro
albergo in Tiflis, e ci fu presentato come un personaggio singolare, un
capitano di Cosacchi, vero Ercole di corporatura, dalla faccia tosta,
rotonda, gioviale, carico di medaglie militari, non parlante che il
russo, ma non privo di qualche sentore di altre lingue europee. Un
matino, mentre egli dava principio alle sue quotidiane libazioni nel
_buffet_ dell’albergo, da un crocchio dei nostri che lo stava ammirando
surse una esclamazione: che pezza d’uomo! Qualche cosa intese il
Cosacco, il quale rivoltosi a noi, in stentato francese, appoggiando
le parole d’un gesto molto espressivo, soggiunse: _oui.... mais....
du vin.... et.... beaucoup!_ Questo vino di Cachezia non era però ai
nostri palati di un gusto rispondente al lusinghiero suo color rubino;
e se già la virtù della temperanza non fosse stata in noi connaturale,
ce l’avrebbe imposta col suo disaggradevole odore di nafta, contratto
dai recipienti in cui si conserva. Questi sono otri di pelle di capra,
nella concia delle quali si fa entrare la nafta, non saprei bene per
quale scopo. Per le sue qualità proprie il vino di Cachezia sarebbe dei
migliori, e ce ne potemmo convincere gustandone di quello invecchiato
nei fiaschi, ove col tempo aveva perduto l’insopportabile profumo degli
otri.
La Georgia è fatta dalla natura per diventare un centro di produzione
serica rivale della Lombardia. Dapertutto vi potrebbe prosperare
il gelso, e ne fa prova la cresciuta rigogliosa di pochi alberi
solitarj piantati per raccoglierne i frutti zuccherini, più che
per l’allevamento de’ filugelli. Solo in alcune oasi musulmane, a
Nachidjevan, ad Ordubad, e specialmente a Nouka, il raccolto della
seta si mantiene tradizionalmente, ma ancora in quantità relativamente
scarsa. Per questo importante articolo la Russia è sempre tributaria
de’ finitimi distretti della Persia e della Tartaria, quando, lo
ripeto, potrebbe produrne in casa propria in quantità esuberante il
consumo interno. Or sono alcuni anni il governo fece assegnamento
sulle colonie tedesche, e le eccitò a tentare questa coltura per esse
nuova ed esotica. Le colonie prestaronsi infatti; ed un esperimento in
proporzione sufficiente riescì, com’era da aspettarsi, perfettamente
bene. Ma l’autorità volle immischiarsi dello spaccio del nuovo
produtto: la seta ricavata fu spedita a Mosca, ma fra mille pretesti
non venne di là il pagamento che scarso e tardivo.
Come tutti i popoli semibarbari i Georgiani sono piuttosto pastori che
agricultori. Il bestiame è in tutta la Russia transcaucasica abondante,
in rispetto alla popolazione, ma ben lungi da quanto lo permetterebbero
l’estensione del paese e la varietà dei pascoli. Non dirò nulla de’
cavalli, ineleganti di forme, buoni e duri al lavoro; nulla de’ buoi;
nulla de’ buffali, solo notando di passaggio come siano più piccoli
de’ buffali d’Italia, e non limitati soltanto ai piani più bassi ed
umidi, ma portati anche in regioni assai elevate ed aride. Da Tiflis in
poi numerose mandre di camelli da una sola gobba, fanno il più pesante
servizio delle carovane. Le popolazioni cristiane del Caucaso fanno
grandissimo uso delle carni porcine, ed i Georgiani in particolare
ne sono ghiotti, onde il gran numero di majali che essi posseggono in
contrasto colle popolazioni musulmane.
Ma non trascorrerò così di volo sulla razza di pecore che nella
Georgia non solo, ma benanco in Persia, esclusivamente si alleva in
greggie numerose, sparse dapertutto. Appartiene alle razze dalla coda
adiposa, e più propriamente a quella che Pallas ha chiamato _ovis aries
steatopyga_, per la singolare conformazione delle sue parti deretane.
Una gran massa di grasso circonda la base della coda, e la coda
stessa ripiegandosi poscia in alto, incurvata all’apice, sembra quasi
tracciare una divisione della massa anzidetta in due lobi distinti,
in due natiche accessorie. Questa razza, vero dono della providenza
per l’Asia occidentale, è, come il camelo, un animale del deserto.
Vive pazientemente, spelluzzicando le parti meno legnose degli sterpi,
grigi, ispidi, rari, o quel poco di verde che osa spuntare alla loro
base, per valli e dossi, arsi da sette continui mesi di sole; ed è
siffattamente accommodata a sì magro regime, che trasferita in pascoli
più ubertosi intristisce rapidamente. La sua carne è saporita e sugosa
quant’altra mai, incomparabilmente migliore di quella delle communi
razze d’Europa, priva di quel sapore di sego, che più o meno in tutte
queste si risente; e lo stesso grasso, il quale sembra sparire da tutte
le parti del corpo, per concentrarsi nella coda, è ben differente dal
sego ordinario, e può esser accettato per condimento delle vivande
anche da un palato europeo. Non direbbe male chi dicesse che non si
mangia altra carne per tutto l’Oriente, ove è a sì basso prezzo, che il
più povero _ferrasch_ potrebbe regalarsi quotidianamente qualche fila
di _kiabab_ dai friggitori dei bazar.
Non so il perchè alcuni viaggiatori, nel far cenno di questa razza di
pecore, abbiano pronunciato un giudizio sfavorevole sulle qualità della
sua lana. Io l’ho trovata piuttosto rara, ma lunga, e sempre più o meno
morbida, talvolta finissima; e del resto i suoi pregi sono attestati
dai bei tessuti lesghiani, dai scialli di Mesched e di Kerman. Quando
le società così dette d’_acclimazione_ vorranno scendere dalle nuvole
delle utopie per mirar dritto a proposte e, meglio ancora, ad esempj di
vera ed immediata pratica utilità, troveranno questa razza orientale
degna delle loro sapienti cure, come quella che potrebbe prosperare
ove altre razze non allignano, in tanti luoghi deserti del littorale
italiano, in tante arse isole del nostro mare.
Ho raccolto a disegno, in un fascio, argomenti diversi che non sono
dell’uno piuttosto che dell’altro punto del nostro viaggio, a fine di
procedere nel seguito più speditamente, ed ora faccio ritorno a Tiflis
ed alle sue più strette adiacenze.
I colli che sovrastano in largo anfiteatro alla capitale della Grusia,
affatto sterili e nudi, sono costituiti da strati di calcarea marnosa,
di arenarie e di conglomerati del terreno miocenico. Quello che surge
all’oriente della città nuova, a pochi passi dall’_Hôtel du Caucase_,
il così detto monte Solalaki, è una propagine del lato destro della
valle, come una grande sbarra diretta di traverso al letto del Kur.
Tutto lungo il suo culmine scorre una strada, in remotissimi tempi
scavata profondamente nella roccia a scopo di difesa; e per essa si
giunge infatti alle antiche fortificazioni, sovrastanti alla chiusa del
fiume, ov’è il limite fra la città vecchia e la nuova. Dietro questo
culmine è un fresco valloncino chiuso fra pareti dirupate, sul cui
fondo si raccoglie la poca umidità filtrante, e si compone un limpido
rivoletto che scende alla città, inaffiando l’ombroso e pittoresco
giardino del governo, dietro i ruderi del diroccato castello. Un
piccolo canaletto ne è derivato da tale altezza da poter essere rivolto
verso la città nuova, affatto insufficiente però ai bisogni anche di
un solo quartiere. Non si beve in Tiflis che la torbida aqua del Kur,
raccolta in grandi otri di pelle, e riversata nelle case in ampj tini,
d’onde per lo più viene spillata, senza farla tampoco passare per un
filtro; a sempre maggiore glorificazione del vino di Cachezia. Nel
quartiere della vecchia città, immediatamente dietro le rovine delle
antiche fortificazioni, sono pure le surgenti di aqua termale, che
alimentano i tanto rinomati bagni di Tiflis.
Malgrado la sua posizione, la città difetta di buoni materiali di
costruzione. Due sorta di roccie vi sono più communemente in uso:
un’arenaria giallastra grossolana, tenera allo scalpello, poco
resistente agli agenti atmosferici, ed una trachite bigio-scura, la
quale occupa il rango che ha il granito nell’Italia superiore. Entrambi
questi materiali provengono dai corso inferiore del Kur, ma non in
quantità sufficiente alle esigenze di una grande città, e quando si è
proveduto agli edifizj in costruzione, a qualche marciapiede in alcuno
dei luoghi più importanti, non ne rimane più pel lastrico delle strade,
lasciate nel più completo stato di natura; e quale sia questo stato
ognuno può imaginare, sapendo che il fondo del suolo è un tritume
marnoso. Tiflis potrebbe chiamarsi la metropoli del fango e della
polvere. L’alternarsi della pioggia e del vento vi è cosa ordinaria,
specialmente in primavera; piove: e le contrade e le piazze sono
convertite in pozzanghere impraticabili di melma scura semiliquida,
che in alcuni luoghi giunge quasi all’altezza del ginocchio: il cielo è
rasserenato; ed un vento furioso solleva nembi di polvere che toglie il
respiro, e la vista a due passi di distanza.
Il fondo del bacino al cui estremo limite orientale è collocata la
città, è un piano di circa 10 _verste_ di lunghezza, che dalla sponda
sinistra del Kur, dolcemente si eleva a sterilissime colline marnose,
mentre dal lato opposto, a piccola distanza dal fiume, la parete
meridionale del bacino medesimo si innalza con rapido pendio a formar
una catena ritagliata da combe e valloncini trasversali, sul cui fondo
serpeggiano rivi e torrenti, seguiti nel loro decorso da una bella
vegetazione. Anche i più interni monti da questo lato sono in gran
parte rivestiti di pascoli e di cespugli. Questo bacino è una valle di
erosione; la terra vegetale del piano riposa direttamente sulle testate
della formazione miocenica, come distintamente si vede nelle pareti,
per certi tratti verticali, del profondo solco del Kur; mentre nel
riparo de’ valloncini trasversali sonosi conservati avanzi del grande
deposito diluviale che un tempo ha dovuto estendersi dall’uno all’altro
lato della valle.
Molto interessante pel geologo è il monte Solalaki. Esso è costituito
da strati prevalenti di una calcarea marnosa or bigia or quasi nera,
or più or meno fissile, e da altri minori strati irregolarmente
alternanti di arenaria, tutti profondamente sconvolti e screpolati.
Una laumonite cristallina ha compenetrate queste roccie, infiltrandosi
in sottilissimi veli fra gli straterelli della marna; qua e là gli
elementi dell’arenaria sono modificati in terra verde; alcuni rari
frammenti di vegetali sono carbonizzati; le numerose intersecantisi
screpolature di tutta questa massa di strati sono state riempite di
candidissimo spato calcareo. Siffatte alterazioni sono evidentemente
state produtte dall’azione d’una roccia emersa dal seno della terra in
stato di fusione, e con tutta probabilità dal trappo amigdaloide, le
cui masse compajono al lato orientale di questa catena di colli, di cui
il monte Solalaki fa parte.
Il nostro bottino zoologico nei contorni di Tiflis è riescito assai
modesto; ma devo subito soggiungere che assai modeste del pari erano le
nostre aspirazioni. Che potevamo fare dopo Güldenstaedt, dopo Pallas,
dopo Eichwald, in un paese ch’è quasi una continuazione dell’Europa, e
che noi dovevamo semplicemente traversare? Eravamo disposti a trovare
dapertutto vecchie conoscenze, e così fu.
Ecco in breve le principali cose notate sul mio diario. In primo luogo,
quanto ai mammiferi, io mi era proposto di cercare con particolare
attenzione le piccole specie, d’ordinario le più neglette: ma il fatto
più importante che ho raccolto è il fatto negativo della scarsità
sorprendente di pipistrelli, non solo a Tiflis, ma anche nel seguito
del nostro viaggio. Un piccolo _Sorex_, ch’io ebbi dalla gentilezza del
sig. Bayern, e che rinvenni anche più tardi in Persia, non corrisponde
ad alcuna delle specie descritte vagamente da Pallas, e fu da me
registrato col nome di _Sorex fumigatus_.
La stagione molto inoltrata, il passo degli uccelli ormai chiuso,
rendevano meno variato il produtto delle nostre caccie, ma limitandolo
alle sole specie nidificanti, ne crescevano da un altro lato
l’interesse. Ecco in breve le specie da me trovate, e che si possono
ritenere come le più frequenti nelle adiacenze di Tiflis.
_Neophron percnopterus_: ne vidi qualche coppia sul monte Solalaki,
e fin ne’ sottoposti giardini. _Astur palumbarius_, molto commune
al piano, ove fa caccia attiva alle quaglie. _Lanius collurio_,
_L. minor_, frequentissimi; _L. rufus_, piuttosto raro. _Saxicola
oenanthe_, abondante; _S. stapazina_, più rara, sul monte Solalaki.
_Anthus campestris_; _Alauda arvensis_; _A. brachydactyla_; _Emberiza
miliaria_, nel piano; _E. hortulana_, abondantissima fra i cespugli
nei luoghi più elevati; _Euspiza melanocephala_, commune assai in
tutto Oriente; spinge i suoi avamposti fino in Dalmazia e nell’Italia
meridionale. Io ho incontrato qui a Tiflis per la prima volta questa
graziosissima specie, nella sua bella livrea nuziale, che le dà quasi
l’aria di un uccello esotico. La femina modesta e taciturna sta celata
fra i cespugli, mentre a lei vicino il maschio procace, pavoneggiandosi
sulla punta dei rami verticali, riempie l’aria dei melodiosi gorgheggi
di un canto che tiene dell’allodola e del capinero; così caldo d’amore
si lascia avvicinare a mezzo tiro di pistola, ed infine spiega le
ali a volo tremulo e tardo, per posarsi di nuovo a poca distanza. Io
ho trovata frequentemente questa specie anche in Persia, ma ai primi
di agosto le coppie erano già sciolte, gli individui adulti spariti,
ed i giovani più tardi ad emigrare, stanno riuniti allora in branchi
numerosi.
La passera commune nel Caucaso e in tutta la Persia è la _Pyrgita
domestica_, mentre nella Siria è la _P. hispaniolensis_. Molto
frequente pure è la _Petronia stulta_, che sta ordinariamente a terra,
in piccoli branchi, fra le pareti sassose de’ monti al sud di Tiflis.
Il passo delle quaglie era ormai finito; molte però ne erano rimaste
ne’ campi coltivati, presso la nuova colonia tedesca.
Un sentiero poco discosto dalla città, sulla strada di Kutais, devia
sulla sinistra, e termina ad una valletta amena, sul cui fondo scorre,
a versarsi nel Kur, un piccolo fiumicello. Là è il mulino Andreowsky.
Vi giungemmo a caso in una delle solite escursioni, e mentre, presso
l’abitato, stavamo riguardando e titubanti, una donna, china a lavar
pannilini, ci volse la parola: _Avancez-vous, messieurs, vous êtes
chez des Français_. Era infatti una famiglia francese colà stabilita
da varj anni, la quale ci accolse con vera cordialità; e quel luogo,
che noi chiamammo poi il mulino francese, divenne uno de’ convegni
di predilezione nelle nostre caccie. Sovrasta al mulino un arido
monte calcareo, popolato di testuggini (_Testudo ibera_ Pall.).
Più al sud, ad un’ora circa di salita, nel mezzo d’un pianerottolo
verdeggiante, è un piccolo stagno salato, ove trovammo in gran copia
la _Cistudo europæa, var. lutaria_. Frequentissimo per tutti i monti
che da questa parte fanno corona a Tiflis, nei luoghi più rupestri
e sassosi, è lo _Stellio caucasicus_. Corre con velocità anche sugli
scogli verticali, ma non lo direi il più veloce fra i saurj. Quando è
avvicinato dall’uomo, inanzi prender la fuga, lo fissa, e rizzandosi
alquanto sulle gambe anteriori, scuote verticalmente, come in atto di
riverenza, la parte anteriore del corpo. Due cose molto singolari ho
notate in questo saurio: daprima che esso è erbivoro, e come tale unico
rappresentante, nell’antico continente, degli _Iguanoidi_ americani;
poscia che muta colore come il camaleonte, ma, al rovescio di questo,
diventa bruno, quasi nero nell’oscurità, impallidisce alla luce[15]. La
commune lucerta è a Tiflis la medesima osservata già a Trebisonda, la
_L. laurica_ Pall.
Sul monte Solalaki e specialmente ne’ suoi valloncini ho trovato
diverse specie di serpenti, ovvie del pari nell’Europa orientale e
meridionale, e sono _Tyria Dahlii_, la più commune; _Tarbophis fallax:
Cælopeltis lacertina_.
L’unica specie di rana, l’unica di rospo, sono le stesse già notate a
Trebisonda. Stando al risultato delle ricerche fatte sinora, un fatto
importante da notarsi, e che io pure dovrei confermare, sarebbe la
completa assenza di anfibj urodeli in tutta la regione caucasica ed in
Persia. Una sola specie di _Triton_ dell’Asia occidentale, fu raccolta
dall’infaticabile viaggiatore M. Wagner.
Il Kur aprovigiona di pesci il mercato di Tiflis. Abonda in prima
linea il _Silurus glanis_, cattivo pesce, che sarebbe per la sua
voracità da sterminarsi dapertutto, e che ebbe invece, nel furore delle
_acclimazioni_, l’immeritato onore di essere introdutto in Francia.
Molti individui ne vidi raccolti in una peschiera entro la città,
e parecchi fra questi portavano al capo un gran numero di enormi
piscicole (_Piscicola fasciata_. Kol.). Un’unica specie di trota di
questo fiume e de’ suoi affluenti ha tutti i caratteri del _Salar
obtusirostris_ di Heckel. De’ ciprinidi non mi fu dato raccogliere più
di tre specie: un barbio, i cui caratteri corrispondono precisamente a
quelli del _B. lacerta_. Heck. di Siria; una nuova specie di _Abramis_
(_Abr. microlepis_. De F.), ed una communissima alborella, che
Eichwald riferisce al _Cypr. alburnus_. L, ma che deve piuttosto essere
considerata come specie distinta (A_lburnus Eichwaldii_. De F.).