Partenza da Tiflis. — Kody. — I Tartari del Caucaso. — Il ponte
rosso. — Salahogly. — Scompiglio della nostra carovana. — La valle
dell’Akstafa. — Delidjan. — I Malacani. — Passo dell’Eschek Maidan. —
Il lago Goktscha. — La vista dell’Ararat.
Il 29 maggio l’arrivo de’ bagagli, lungamente attesi, impresse vigore
novello e novello trambusto ai preparativi della nostra partenza da
Tiflis. Già il commendatore Cerruti avea stipulato accordo con alcuni
Malacani, perchè ci facessero da vetturini sino al confine persiano;
il servizio dei trasporti, e perfino de’ _droschki_ nel Caucaso,
essendo quasi per intiero nelle mani di questa setta religiosa. Nuovi
forgoni furono aggiunti alla nostra carovana, poichè d’allora in
poi non dovevamo più separarci dai nostri bagagli, e furono del pari
aggiunte, a liberarci dai tormenti della _telega_, due vecchie carcasse
di vetture rattoppate alla meglio, comperate dal nostro ministro
col previdente proposito di trascinarle, per ogni buon fine, sino a
Teheran. Questo vero _tour de force_ riescì, e corrispose perfettamente
alle mire che lo avevano suggerito. Nell’ordine delle marcie fu
stabilito che i forgoni col grosso intangibile carico de’ bagagli, i
due cucinieri con qualche servo, e cogli utensili di cucina e di tavola
ridutti al più stretto necessario, come per un _diner sur l’herbe_ in
una partita di caccia, ci dovessero precedere sempre di qualche ora e
nella partenza e nell’arrivo alle stazioni. Le tappe furono in tal modo
fissate, che la media del cammino giornaliero fosse press’a poco di
quattro ore nel matino ed altrettante verso la sera.
Finalmente il 3 giugno, assai per tempo, tutto si dispose per la
partenza, fra un’orribile confusione per l’ingombro dei bagagli e dei
veicoli nell’_Hôtel du Caucase_, siffattamente che non prima delle
dieci ore la carovana si potè avviare processionalmente tra la folla
dei curiosi e gli Italiani addetti al teatro, accorrenti a stringerci
la mano. Tutti con vera gioja salutammo il barone Finot, quando ci
comparve a cavallo ed in completo assetto di viaggio, col seguito di
un suo domestico tartaro, e caracollando accanto alle nostre vetture,
dimostrava col fatto esser fedele alla promessa di accompagnarci per
qualche giorno. Noi avevamo pure al nostro seguito, come scorta d’onore
e di sicurezza, un picchetto di militi urbani a cavallo; bene armati,
forti in sella, abilissimi alle più difficili manovre di destrezza,
facevano a gara di quando in quando, e secondo l’opportunità del
terreno, a rallegrarci con quello spettacolo svariato, che in stile di
equitazione si chiama una _fantasia_. Ad ogni stazione dovevamo trovare
un nuovo picchetto di ricambio, ed ai posti principali un uffiziale, in
pieno uniforme, che indirizzava nella sua lingua il complimento d’uso
al nostro ministro.
La strada da Tiflis ad Erivan esce per la città vecchia, segue per un
certo tratto il corso del Kur, col fiume a sinistra, e gli scogli del
monte Solalaki a destra, ma a tale distanza da lasciare frapposto un
pendìo coperto di magri pascoli, ove stava infatti sparsa una numerosa
greggia; e vedevamo roteare sprazzi di fosche ombre, projettate dai
soliti immancabili avoltoj, vigilanti dall’alto, mentre un gruppo
di più famelici, o più immondi o più fortunati, stavano più lungi
spacciando un carcame di camelo. La via quindi ripiega a destra,
dietro il monte, su di un alto piano ondulato, affatto arido, tagliato
da torrenti asciutti, ed anche da una bella oasi, con grandi alberi.
Procedendo, vedemmo sulla sinistra, a non molta distanza, un basso
fondo tutto biancheggiante del deposito cristallino di uno de’ tanti
stagni salati della Georgia, dei quali non si è pensato mai a trarre
alcun profitto. Poco dopo, per una breve salita, giungemmo a Kody,
ove si fece sosta. Kody è un grosso villaggio georgiano, con case
sotterranee, fra boschetti e giardini, in un alto piano molto fertile
e ben coltivato, che mi ha fatto risovvenire i _campidani_ della
Sardegna. I monti che veggonsi a poca distanza verso il nord, hanno il
medesimo aspetto di quelli che avevamo lasciati a Tiflis; e sparsi per
la pianura trovammo molti massi di trappo amigdaloide. Una scorrazzata
alla caccia, mentre si allestiva il nostro pranzo, non fruttò che
tortore e quaglie alla cucina.
Ho visto qui per la prima volta un aratro georgiano in azione, ed ho
contato non meno di cinque paja di buoi e tre di buffali, che facevano
stentatamente il lavoro di un sol pajo di buoi di Piemonte. D’onde
ciò? Non nella profondità del solco, minore anzi di quanto fra noi si
usa; non in una particolare difficoltà del terreno. Ho pensato che i
contadini georgiani hanno bestiame in esuberanza, e che il numero delle
coppie sotto l’aratro sia forse per essi un segno esterno di rango e di
potenza, come il numero delle coppie di cavalli sotto i cocchi sontuosi
de’ sardanapali europei.
Stavamo radunandoci pel desinare, quando la nostra attenzione fu
chiamata da una carrozza arrivante di carriera per la strada alla quale
eravamo diretti. V’era seduto un uffiziale russo, che passando a noi
dappresso si alzò, ed agitando il berretto, emise uno stentoreo _viva
Italia!_ Era il generale Jwanewsky che avevamo conosciuto a Tiflis.
Lasciato Kody, dopo un’ora e mezzo di cammino, valicato un piccolo
dosso, passiamo per Saravan, villaggio tartaro, in bella pianura
ben coltivata, col favore di un fiumicello che la irriga. Un
ufficiale stava attendendoci; e fatto il suo _speech_ di etichetta
al commendatore Cerruti, rimontò a cavallo, e s’aggiunse alla nostra
comitiva.
Uno schizzo d’un villaggio tartaro è presto fatto. Case propriamente
dette non se ne vedono; le abitazioni sono tutte sotterranee, al di
fuori indicate soltanto da piccoli cumignoli di terra, rassomiglianti
più a nidi di termiti che a costruzioni umane, e da piccole porte
quadrate alquanto sporgenti, alle quali vedevamo al nostro passaggio
affacciarsi per curiosità qualche miserabile figura più o meno
antropomorfa, come marmotte alla porta della loro tana. Qualche gruppo
di pali, qualche cumulo di fieno, concorrono a dire: qui abitano esseri
umani.
I Tartari sono buoni agricultori, più industriosi, più duri alla fatica
dei Georgiani. I loro villaggi sono nella state quasi deserti, pel
gran numero di pastori che portano in quella stagione le loro greggie
a’ pascoli montani; e noi abbiamo infatti incontrate soventi volte le
miserabili tende di queste tribù seminomadi. A distanza si distinguono
subito i Tartari per la predilezione del rosso nel vestito delle
donne, le quali portano larghissimi calzoni, una cortissima giubba,
la testa ravvolta fra cenci, scoperto il viso, annerito dal sole e dal
sudiciume.
A differenza de’ Turchi e de’ Persiani, i Tartari scelgono per cimiteri
luoghi affatto appartati e deserti, distanti dalle abitazioni. Anzi
l’incontro di questi campi desolati, irti di pietre con scolpiti
versetti dei Corano, era sulla nostra strada il segnale di qualche
villaggio tartaro lì più o meno discosto, che del resto ci sarebbe
facilmente sfuggito.
La sera di quel giorno 4 giungiamo assai tardi a pernottare a Mouganly.
La stazione postale è così sprovista d’ogni supellettile, che l’ingegno
inventivo de’ nostri servi supplisce colle più strane trasformazioni
de’ più vulgari oggetti, e, per esempio, improvisando de’ candelieri
con delle cipolle. Abbiamo due sole camere per 22 persone; la
providenza però ci soccorre col mandarci una notte fredda.
Il dì seguente assai per tempo io, co’ miei amici naturalisti,
precediamo di qualche ora il rimanente della carovana. Mouganly,
miserabile talpiera, ove la sola stazione postale s’erge fuori dal
terreno, è posta sul ciglio d’una ripa che scende con erto pendio
nell’ampia e fertile valle del Chram, suddivisa dal fiume in isole
verdeggianti e cespugliose. Percorriamo questa valle parallelamente
alla strada, poscia, raggiunti dalle vetture, siamo in breve tratto
al così detto _Ponte rosso_ sul Chram; vecchio ponte grigio, ad arco
acuto, di stile persiano, mezzo rovinato. La località così bella e
pittoresca, gli stormi d’uccelli che s’alzano gridando nell’aria al
nostro arrivo, invogliano tutti ad una breve fermata, e dato di piglio
ai fucili, facciamo un vero fuoco di fila. Nelle screpolature e nei
cavi di quelle vecchie mura annidano gheppj in gran numero (_Falco
cenchris_); molti cadono sotto i nostri colpi, ed altri falconidi
pur ivi sorpresi in convegno, come _Circus æruginosus_, _Pandion
haliaetus_, _Milvus parasiticus_. Il nome di _ponte rosso_ deriva
probabilmente dal colore della roccia alla sponda destra del fiume,
messa a nudo, in un bellissimo taglio naturale. È un porfido rosso
che ha sollevato gli strati di una calcarea simile a quella di Kutais,
contenente avanzi organici, fra i quali chiaramente se ne distinguono
molti di _Inoceramus Cuvieri_. Una breccia porfirica è interposta fra
la roccia eruttiva e la calcarea.
Dal _ponte rosso_ passiamo a rivedere il Kur ingrossato dal Chram e da
altri minori affluenti, alla stazione di Salahogly, grosso villaggio
tartaro sul ciglio della spaziosa valle, nella quale i molti rami
in cui si decompone il fiume, circoscrivono isolotti ricoperti di
grandi salici, pioppi e platani, e fanno umide, paludose e ricche di
folta vegetazione, anche le sponde. Tortore e gazze marine annidano
fra quegli alberi in gran numero. Passando fra i cespugli, lungo un
canale, sento una successione di ripetuti tonfi, come di corpi pesanti
lanciati nell’aqua; e vedo sulle due rive, schierate a centinaja,
grosse tartarughe palustri (_Emys caspica_) immobili; ma che ad ogni
mio passo di qua e di là successivamente si precipitano nel canale.
Non aveva mai trovata precedentemente questa specie, la quale però
ascende fin presso Tiflis; e mi diedi a farne la caccia; ma tentati
inutilmente mezzi più semplici e più diretti, per la profondità del
canale e la prestezza di quelle bestie a tuffarsi, dovetti ricorrere al
fucile caricato di grossi pallini. Io l’ho poi frequentemente rinvenuta
anche nel resto del viaggio, ma sempre lungo le aque correnti, mentre
la commune _Cistudo europæa_ non si trova nel Caucaso che negli stagni,
e specialmente negli stagni salati. L’_Emya caspica_ ha avuto dalla
natura un altro mezzo di farsi rispettare, nell’insopportabile puzzo,
come di aglio fracido, che tramanda dalle parti posteriori.
Un altro villaggio tartaro, Hussein Beglar, sulla sponda sinistra di un
altro fiumicello, l’Akstafa, doveva accoglierci la notte. Ivi neppur
la stazione postale è in muratura; e solo ricovero pei viaggiatori
è una grande tenda calmuca, sostenuta da un gran palo nel mezzo, e
tutt’attorno confitta circolarmente al suolo. Il pavimento fa da sedile
e da tavola da pranzo; e quindi disposti i nostri materassi nella
direzione dei raggi del circolo, ci poniamo a giacere colla testa alla
periferia ed i piedi rivolti al centro, come ciambelle sul quadrante
della fortuna in una fiera campestre.
Il seguente matino domando al nostro capitano Romanoff l’indicazione
della strada per la quale dovevamo avviarci, nell’intento di precedere
le vetture, come aveva fatto il giorno antecedente. Ridendo della mia
dabenaggine egli mi chiede alla sua volta se in queste regioni del
Caucaso accada mai di trovarsi imbarazzati ad un bivio: mi fa cenno col
braccio teso, e mi dice di tirar dritto, che in ogni caso l’ampiezza
della strada e le rotaje mi sarebbero state di guida sicura. Moviamo
allora, io, Doria e Bosio, nella direzione accennata, e fatto qualche
migliajo di passi, ecco lì il bivio che non era tampoco lecito il
sognare; forti però de’ così vicini insegnamenti della nostra guida,
persistiamo nella strada più larga e più diritta, lasciando in disparte
una a manca, più ristretta, e che sembrava terminare ad un casolare
vicino. Dopo una buona mezz’ora di cammino, giungiamo ad uno spazioso
circo fra alture sterili e deserte, percorso da un torrente asciutto.
La strada, sempre chiaramente tracciata anche dai solchi de’ carri,
volgendo a sinistra, attraversa il torrente, sale a ridosso di un
colle, e si dirige obliquamente contro la corrente del fiume. Certi di
essere quivi raggiunti dai compagni, ci disperdiamo, intenti ciascuno
alle proprie ricerche. Scorso un tempo che incominciava a sembrarmi
alquanto lungo, salgo la vetta di un colle, d’onde lo sguardo si
prolungava a sinistra per lo stradale che ci aveva condotti: e da
questa parte nessun essere vivente; a destra dominava per lungo tratto
il corso dell’Akstafa; e qui invece la vista in lontananza di un ponte
sul fiume, mi fa nascere qualche sospetto. Ecco infatti, tendendo da
questa parte lo sguardo, moversi qualche cosa là nel fondo, tra gli
intervalli delle piante; le nostre carrozze, l’una dopo l’altra, sfilar
sul ponte, riascendere per certo tratto la riva destra del fiume,
poscia prendere una via obliqua, sparire, ricomparire, e perdersi
infine alla vista. Noi avevamo dunque smarrito il cammino; del che non
appena accorto, chiamo i compagni; ma, la voce non giungendo ad essi,
ricorro all’espediente di tirar il fucile d’allarme. Radunati infine,
discutiamo il da farsi, ed il partito è presto preso: accelerare il
passo, proseguir la strada, avente la direzione approssimativa del
nostro punto obiettivo, ed affidarci alla fortuna. Quella strada
ingannatrice terminava ad un villaggio tartaro. Bosio, cui il turco è
quasi lingua nativa, ci fa da dragomanno, ed al prezzo di una discreta
somma di rubli, ottiene cavalli ed una guida. Passato a guado il fiume,
per viottoli tortuosi fra i campi, muoviamo di carriera ad incontrar la
via maestra, ed una buona stella ce la fa raggiungere infine nel largo
di un bosco, ove le nostre carrozze avevano fatto sosta, ed i nostri
compagni stupiti di non averci fino allora incontrati, tendevano lo
sguardo per varie direzioni. Le interpellanze, le recriminazioni, le
giustificazioni si intrecciano, e l’episodio finisce con qualche risata
alle nostre spalle.
Qui in questo preciso luogo, ove la nostra carovana si ricompone,
i massi di basalto, onde il suolo è ingombro, ed un aspetto nuovo
nella vegetazione e negli accidenti del terreno, denotano già un
cambiamento nella natura generale del paese. Qui infatti è il limite
fra le popolazioni tartare, sparse fra le steppe di un altipiano appena
ondulato, lungo i solchi del Kur e de’ suoi affluenti, e le popolazioni
armene della sbarra montuosa, che potrebbe adottarsi come limite
geografico fra due contrade diverse; l’una al nord, con prevalente
carattere europeo, l’altra al sud, con prevalente carattere asiatico.
La stazione postale di Uzumdagh od Uzumkala, ove ci arrestiamo alcune
ore, è alla sponda destra dell’Akstafa, al piede di monti rivestiti
di folti cespugli, al margine di campi ubertosi e boschi palustri con
grandi platani, che ricordano alquanto il Rioni. Le lepri vi abondano,
e così le starne (_Perdix cinerea_), le quali sono qui al loro estremo
confine meridionale. Le solite tortore, le solite gazze marine,
incontransi dapertutto, e ne’ boschi della parte montuosa vidi commune,
più che altrove, la ghiandaja d’Oriente (_Garrulus melanocephalus_).
Alcuni del luogo che ci servono di guida alla caccia, asseriscono
trovarsi pure frequenti in questa valle orsi e caprioli.
Risalendo la valle nel pomeriggio, passiamo accanto alla fontana
monumentale, eretta dagli abitanti, in onore del generale Rosen,
antico governatore della Grusia, cui si deve la strada carrozzabile da
Tiflis ad Erivan; e sul far della sera giungiamo al grosso villaggio
armeno di Caravanserai od Istibulak, e prendiamo possesso di quella
stazione postale. Fu buon per noi l’esser stati solleciti, che mezz’ora
dopo giunse per opposta direzione, in una grande vettura chiusa, con
numerosa scorta di cavalieri e folla di valligiani, il patriarca armeno
Matthæus, che dalla sua residenza di Etschmiadzin si recava a compiere
solenni cerimonie del suo rito a Tiflis. Soffermatosi davanti alla
stazione postale, non vi rimase che il tempo sufficiente per sapere
ch’era già occupata da gente di un paese di cui egli forse ignorava
perfino il nome, e per accogliere l’invito d’uno dei notabili del
villaggio, che lo pregava di accettar ospitalità in sua casa.
La matina del 6 giugno un mesto silenzio presiedeva alle disposizioni
della partenza: la consueta vivacità non animava più i nostri crocchi;
eravamo tutti profondamente commossi dal commiato che infine prendeva
da noi il barone Finot. Lo abbracciammo come si abbraccia un amico; e
cercando illusione al nostro dolore, con un affettuoso _a rivederci_,
ci allontanammo affrettatamente. Poco oltre il villaggio, la valle
prende sempre più un carattere alpestre: l’Akstafa spumeggia fra
grossi macigni e il verde de’ rovi e degli ontani, o di qualche lembo
di prato. Fatte alcune _verste_, la strada scorre al piede di grandi
scogli di una calcarea bianca, poscia rasenta una gigantesca parete,
formata da masse di porfido euritico, divise pittorescamente in prismi
o colonne verticali, sovraposte agli strati orizzontali di una marna
arenacea indurita. Dopo una breve sosta a Ciaruslam, arriviamo a
Dilidjan, che gli ultimi raggi del sole indoravano ancora le vette de’
monti.
Dilidjan è una grossa borgata, alla congiunzione di due convalli e di
due strade: una alla nostra sinistra è la strada di Erivan; l’altra a
destra è quella di Alessandropoli; e da questa parte pure è la valle
principale, donde l’Akstafa trae la sua origine. Molte botteghe ben
fornite, allineate a guisa di bazar, una bella chiesa su di un’altura,
ed alcuni cospicui edifizj, concorrono colla posizione all’importanza
di questa borgata.
Due grandi fabricati chiusi, deserti, ma ben conservati, vi furono
costrutti dai Russi ad uso di magazzeni nel 1854, all’epoca
dell’assedio di Kars. L’altezza de’ circostanti monti, ancora
impolverati di neve alla sommità, i bei pascoli sul loro pendìo, le
macchie selvose fra scogli qua e là dirupati, i rivoli cristallini
che al fondo gorgogliano fra le erbe rigogliose, formavano tale un
quadro da trasportarci col pensiero nel cuore della Svizzera, in una
delle più belle sue vallate. L’illusione è cresciuta dallo stile delle
case di legno, allineate sulla strada di Alessandropoli. È questo il
quartiere abitato dai Malacani, una delle tante sette separatesi dalla
chiesa ortodossa, all’epoca del fermento religioso, sotto la tirannia
di Pietro il Grande. Il _knout_ e la Siberia non avendo produtto altro
effetto fuori quello di esacerbare il fanatismo de’ dissidenti, la
grande Caterina si volse a più miti pensieri, e raccolti i Malacani
dispersi nelle varie provincie dell’immenso impero, tutti li relegò
nelle steppe della piccola Russia, presso la _Maloschna_ (fiume di
latte), ove costruirono villaggi, fertilizzarono terreni, divennero
ricchi possessori di armenti. Da queste primitive colonie furono più
tardi smembrate le colonie filiali, quando il torrente moscovita si
rovesciò oltre il Caucaso. Ma la stessa setta de’ Malacani è lungi
dall’essere unita e compatta; le dissidenze, nel suo proprio seno,
andarono quasi al completo abandono del cristianesimo, ed al ritorno
al giudaismo; e queste secondarie sette di Malacani, sono nella Russia
transcaucasica ripartite in diverse sedi. Allevano molto bestiame,
e specialmente buoi e bufali; ma non preparano latticinj, e tutto il
latte consumano nella famiglia, o lasciano alla moltiplicazione degli
armenti. Posseggono terreni, loro concessi dal governo; possono fra di
loro venderli, permutarli, ma non cederli a persona estranea alla loro
setta, nè acquistare terre di altra provenienza. I Malacani di Dilidjan
sono onesti, laboriosi, amanti l’ordine, la nettezza della casa,
credenti a loro modo, ma fervorosamente credenti. Si respira fra questa
gente una cert’aria di rustica agiatezza, di quiete, di rassegnazione
contenta, da movere il cuore più all’invidia che alla pietà.
Alla prima aurora tutto questo incantevole paesaggio alpestre era
animato a festa primaverile. Non mi sovvengo d’aver mai veduto un più
lieto svolazzare di augeletti, da aver mai udito un più vario intreccio
di gorgheggi. Il denso fogliame presso il villaggio risuonava del
melodioso canto del capinero; sulla china de’ monti l’ortolano filava
le sue melanconiche note; dagli sparsi cespugli s’alzava per breve
tratto nell’aria e rimpiombava cinguettando la sterpazuola, mentre
dal fondo de’ burroni rispondeva l’acuto sibilo della cutrettola,
e qua e là sui pianerottoli, netta e staccata la nacchera gutturale
della quaglia. Poi il cardellino, il verdone, la passera, la cincia
codona, la cingallegra, lo storno roseo in branchi, in stormi, movevano
irrequieti per le macchie, pei campi. La passera è anche qui la commune
_Pyrgita domestica_, mentre in Italia la specie sorella della _Pyrgita
cisalpina_, non sale mai a tanta altezza ne’ monti. Una bella cicogna
nera in piena livrea mi passò a mezzo tiro di fucile sulle case del
villaggio, e roteante nell’aria, vidi ancora una coppia della commune
vaccaja (_Neophron percnopterus_).
Già s’apprestavano le vetture, ed io non sapeva staccarmi da questo
amenissimo luogo, creato dalla natura per essere asilo di pace e di
libertà, quando un fragor di catene venne a rompere l’incanto: era
un picchetto di soldati che scortava altri due soldati prigionieri,
tradotti nella fortezza di Erivan. Ecco le miserie umane! Lo sguardo
pieno di stupore di quelli infelici pareva supplicasse quella pietà
che l’inatteso incontro faceva traboccare dal cuore. Di che fossero
colpevoli, non sapemmo nè allora nè poi.
Moviamo ancora assai per tempo a valicare finalmente, pel giogo
dell’Eschek Maidan, la catena del Bambak, che separa la Georgia
propriamente detta dall’Armenia russa; il bacino del Kur dal bacino
dell’Arasse; la natura europea dalla natura asiatica. Dopo breve
tratto, un sentimento di compassione pe’ nostri cavalli, l’aspra
bellezza del sito, l’erto cammino tutto lungo la balza spumeggiante
del torrente di Dilidjan, ci determinano a fare a piedi la salita del
colle.
Le massime alture che fanno corona al passo sono di nudo scoglio
calcareo, e non formano, come nelle Alpi, pittoresche guglie e creste
frastagliate, ma cocuzzoli smussati. La roccia fra la quale è aperta
la strada è ancora lo stesso porfido delle stazioni precedenti, in
qualche luogo penetrato da grossi filoni di serpentina; ed anche qui
il carattere diverso della vegetazione segna l’ordine delle diverse
roccie. Ove la china del terreno lo permetta, sui dossi di porfido,
fra l’erba rigogliosa ed il minuto cespugliame s’ergono quercie e pini
silvestri; ma tra il verde spiccano distinte le aride liste della
serpentina; poscia la vegetazione arborea cessa improvvisamente per
ceder il terreno alla fitta erbetta dei pascoli alpini. Giungiamo
infine alla sommità del colle, ove un prato aquitrinoso manda le sue
filtrazioni pei due opposti versanti. Di là scendiamo ad un gruppo
di casolari che precede di pochi passi il villaggio di Simonowka; e
siamo ancora fra i Malacani. I più solleciti entrano nella più vicina
abitazione, ove trovano tè e latte in copia, a ristoro anche di quelli
che alla spicciolata vanno giungendo.
Ho detto che la cresta del Bambak separa due nature. Non saprei in
quale altra catena, se non nell’Elburz, sia così evidente il contrasto
fra i due versanti, e, partendo da questi, fra i due paesi ne’ quali
vanno perdendosi gli opposti contraforti. La regione nella quale
andiamo discendendo, spetta geograficamente alla Persia, come vi ha
politicamente appartenuto, e si distingue subito per la mancanza
completa della vegetazione arborea spontanea. Da questa parte
dell’Eschek Maidan non spunta più un solo arbusto.
Dopo breve sosta a Simonowka, per radunarci e riprender le vetture, ad
una svolta del cammino si spiega al nostro sguardo l’ampio specchio
del lago Goktscha, ed in breve ne tocchiamo la sponda. Lasciato a
sinistra il villaggio tartaro di Tchubukly, si costeggia il lago fino
ad Helenowko. I Cosacchi di un posto isolato, dominante la strada,
schierati al nostro passaggio, ci rendono il saluto militare. Poco
inanzi il villaggio fissato per la nostra diurna fermata, il nostro
sguardo è attratto dall’isola Sevang, pittoresco scoglio ad una
_versta_ e mezza dalla sponda, sul quale, fra massi di trachite,
sorgono non meno di quattro conventi armeni, oggetti ancora di
singolare venerazione nel paese. La tradizione attribuisce la
fondazione del più antico a San Giorgio, il quale poichè vide compita
l’opera sua, ebbe ad esclamare _Sa-e-wan_; vale a dire: _questo è un
convento!_ d’onde venne il nome di Sevang, dato in origine al chiostro,
da questo esteso all’isola, e dall’isola all’intiero lago.
Il lago Goktscha, o lago azzurro, o lago Sevang, occupa uno dei più
elevati bacini idrografici del mondo antico, la sua posizione essendo
a 5500 piedi sul livello del mare. La lunghezza misura 55 _verste_, e
dalle 10 alle 15 in larghezza; la sua profondità, a mia cognizione,
non è stata peranco scandagliata: però non dev’essere molto grande,
dietro la circostanza che d’inverno tutto il lago è rappreso dal gelo.
Più di trenta piccoli rivi, scorrenti per le conche dei monti, che gli
fanno corona particolarmente al suo lato nord-est, lo alimentano di
pure aque, le quali, singolar carattere di questo lago, non defluiscono
da alcun emissario naturale. Il livello del lago è quindi soggetto
a grandi variazioni, i cui estremi corrispondono alla stagione della
fusione delle nevi in primavera, ed al colmo della siccità estiva. La
sua aqua, limpida come il più puro cristallo, è tuttavia affatto dolce,
perchè le vene montane che vi affluiscono, scorrono per troppo breve
tratto in letti vulcanici, eccessivamente poveri di materie solubili.
Un piccolo fiume, il Sanga, avuto le sue origini dalla catena del
Bambak, passando, ne’ suoi serpeggiamenti, assai vicino alla sponda
occidentale del lago, ne riceve qualche misero tributo, e nel suo
decorso abbevera la città di Erivan, prima di versarsi nell’Arasse.
Anche questo fiume va naturalmente soggetto a grandi magre estive, alle
quali provide lo Schah della Persia, Abbas il grande, facendo scavare
un largo canale che mette lago e fiume in diretta communicazione.
L’esempio fu seguito in epoca recente dal generale Koljubakine,
governatore di Erivan, per opera del quale un altro canale fu derivato
dal lago, due _verste_ al disotto di Helenowko, ad irrigare l’alto
piano dell’Agmangan. Tutto questo è un perfetto nulla in confronto
dei tributi che il lago Goktscha potrebbe dare a rendere fertili le
sterilissime valli e le steppe della sottoposta contrada.
Il lago è circondato da monti, in massima parte vulcanici: i più
elevati sono appunto quelli dianzi accennati, del suo lato nord-est;
la lava, la trachite, il basalte, sono le roccie predominanti. È però
affatto inesatto il considerare tutto il grande bacino del Goktscha
come un immenso cratere. Con tutta probabilità questo bacino è il resto
di una valle limitata da due contraforti del sistema del Bambak, e
chiusa più tardi al sud ed all’ovest da nuovi sollevamenti vulcanici,
ond’ebbe origine quell’immenso gruppo di coni che impartì un così
particolare carattere all’Armenia russa.
Le pareti, le sponde, di questo bacino sono affatto nude, od appena
rivestite di magri pascoli: solo in qualche circoscritta depressione
del terreno un po’ di buona terra vegetale permette qualche coltura. A
questo stato della vegetazione contribuisce l’elevatezza del luogo ed
il lungo intenso freddo che di conseguenza vi regna, e del quale noi
trovammo ancora un residuo molto sensibile il 7 giugno.
Helenowko è ancora un villaggio di Malacani, ma di Malacani dissidenti,
i quali, retrocedendo verso la religione mosaica, santificano il
sabato, e non ammettono il battesimo. Mentre si ammaniva la nostra
colazione alla stazione postale, ci separammo in due partite di caccia:
l’una ad un vicino stagno che avevamo visto in passando, popolato
da un’immensa quantità di uccelli aquatici; l’altra sul lago, verso
un isolotto e macchie di canneti di prospetto al villaggio, ove pure
vedevansi svolazzare stormi di gabbiani, di rondini di mare, di anitre.
La caccia fu profittevole, e le specie prese, o distintamente vedute,
sono le seguenti: _Larus argentatus, fuscus, ridibundus: Sterna
hirundo: Casarca rutila: Oidemia fusca_, quest’ultima sovratutto
abondantissima: _Pelecanus_, che alle dimensioni suppongo esser ii
_crispus: Fulica atra: Ciconia nigra: Totanus calidris: Hialicula
minor: Pandion haliaethos: Sturnus vulgaris: Hirundo rustica: Pyrgita
domestica: Calamoherpe arundinacea: Motacilla flava melanocephala_[16].
Dei rettili una sola lucerta presa sul monte presso Simonowka, distinta
per caratteri affatto particolari; degli anfibj una sola specie di
rana frequente nello stagno presso il lago, ed è la _Rana oxyrhyncha_
(_R. temporaria_ L. Eichw.). De’ pesci del lago due sole specie mi
pervennero tra le mani: quelle che i pescatori del luogo portarono
in copia alla nostra cucina: l’una è una trota che non si distingue
da quella antecedentemente veduta da me a Tiflis e posteriormente
in Persia e sul Caspio, munita di due ordini molto distinti di denti
vomerini, col muso breve arrotondato: l’altra è il _Cyprinus capoeta_
di Güldenstaedt, tipo del genere _Scaphiodon_ di Heckel, o meglio
_Capoeta_ di Valenciennes, che nell’Asia occidentale rappresenta i
_Chondrostoma_ d’Europa[17]. Tutti gli esemplari esaminati di questa
specie portavano infissi sul tegumento, in varie parti del corpo, un
crostaceo parasito del genere _Tracheliastes_, assai probabilmente
nuova specie. Degli animali inferiori menzionerò soltanto alcune
interessanti specie di Irudinee; due _Hæmopis_ che appena si
distinguono pei colori dall’_Hæm. vorax_, e due certamente nuove e
chiare specie di _Clepsine_[18].
Lasciammo Helenowko verso l’imbrunire, e deviando dalla sponda del
lago, ed abbandonando a sinistra un imponente gruppo di coni vulcanici,
percorrendo una campagna desolata, tutta ingombra di pezzi di lava e
di trachite, si giunse, in ora tarda, a pernottare ad Achia. — Il dì
seguente (18 giugno) breve sosta a Suchoi-Fantan, povero villaggio,
mancante perfino di aqua, la quale vi è portata su carri dalla distanza
di 6 verste. La stazione postale è costrutta di trachite. Moviamo
al più presto anche da questa stazione, nell’intento di giungere
in buon’ora ad Erivan; la via è tracciata nel deserto appena qua
e là chiazzato da qualche campicello, ed è siffattamente ingombra
da frantumi di lava e di ossidiana, da rendere assai malagevole il
procedere delle carrozze, fra scosse e sussulti che ci fanno ricordare
il supplizio della _telega_, e mettono a prova la robustezza dei nostri
veicoli.
Fatto un pajo di verste da Suchoi-Fantan, un grido percorre da un capo
all’altro la carovana: l’Ararat, l’Ararat! e spuntava infatti al nostro
prospetto, dall’estremo orizzonte, la sommità nevosa della classica
montagna che nella cosmologia mosaica è la seconda culla del genere
umano; poi tutto a poco a poco si disegnava nettamente sul piedestallo
di una catena montuosa questo cono gigante e solitario, col suo
rampollo a lato.
Trascorsa ancora qualche ora, un’altra voce richiama il nostro sguardo
nella stessa direzione: ecco Erivan; il nostro vetturino lo indica a
dito, dice che è lì presso, eppur non ci riesce vederlo. Effettivamente
la città è in un bacino, e solo dall’orlo sporgono le sommità degli
alberi de’ suoi giardini, di qualche torre, di qualche minaretto; nè
si dispiega allo sguardo del viaggiatore che d’improviso, nello stesso
momento in cui vi si giunge, per una svolta della strada che discende
erta ed orribilmente sassosa. Alle cinque di sera, accolti anche qui
da ufficiali che ci condussero al casino, ov’era predisposta la nostra
stanza, arrivammo nell’attual capitale dell’Armenia russa.