Valore d’un nome geografico. — Gli ultimi giorni della Georgia. —
Tiflis. — Le colonie tedesche: strana origine loro. — Le colonie
militari. — Le alte autorità nel Caucaso. — Consoli esteri. — Pranzi
d’etichetta. — La musica europea e la musica asiatica.
Il principe di Metternich ebbe a dire una volta che l’Italia era un
nome geografico, non riflettendo quel grande uomo di Stato quanto
acconsentisse sotto questa frase. Per non essere un nome geografico
la Georgia è appunto caduta. Gli scrittori hanno diversamente
considerata questa provincia dell’Asia; quando ristretta alla sola
parte superiore del bacino del Kur, quando invece estesa a tutte le
regioni al di là del Caucaso professanti il cristianesimo. I suoi
confini non sono mai stati in alcun modo precisamente stabiliti,
seguendo essi il vario successo delle armi, non già linee naturali
costanti e indelebili. Due linee di separazione di aque, e due mari,
avrebbero veramente potuto costituirla in unità geografica, ma non la
costituirono mai; chè diverse eterogenee famiglie, fissate nel grande
spazio compreso fra questi limiti naturali, hanno vissuto fra loro in
continua ostilità, senza che mai quella che ne occupava il centro, ed
era pur designata ad esser la predominante, abbia avuto la forza o di
respingere o di assimilar le altre. Così la Georgia non ebbe mai che
incerti confini politici, tracciati al più dalla linea irregolarissima
della separazione delle due religioni, la cristiana e la musulmana,
finchè poi non vennero le stazioni de’ Cosacchi a toglier di mezzo
ogni quistione, ed a formar un’altra linea senza alcun rispetto alle
precedenti. Dell’antica Georgia i Russi hanno fatto la moderna Grusia,
alla quale hanno aggiunte le provincie successivamente conquistate
sugli altri principi del Caucaso, e sulla Persia.
Prima che fosse tutta assorbita nel vasto impero russo, la Georgia
era composta dei seguenti Stati: la Guria, il cui principe aveva il
titolo di Guriel; la Mingrelia, altro principato il cui regnante ha
il titolo di Dadjan; l’Imerezia governata da un re, nella lingua del
paese chiamato _Mephe_; ed infine il regno della Karthli o Karthuli,
la Georgia propriamente detta, suddivisa nelle seguenti provincie:
la Karthli superiore, comprendente la parte più elevata del paese
solcata dal Kur; la Cachezia, verso oriente, tra il fiume e la catena
del Caucaso; la Karthli interna fra la Cachezia e l’Imerezia; la
Karthli inferiore, alla destra della bassa regione del Kur; ed infine,
al di sotto di questa, la Sfomchezia, estremo lembo settentrionale
dell’Armenia, sottomesso al governo de’ re georgiani. Devesi ancora
annoverare tra le provincie della Georgia, al nord della Mingrelia,
la Suanezia, o paese de’ Suani, la quale però ha finito per rendersi
in massima parte suddivisa in distretti indipendenti, governati da
principi proprj, perdendo la religione greca senza sostituzione di
alcun’altra, e lasciando un solo distretto sotto l’autorità del Dadjan
della Mingrelia, e sotto la tutela spirituale di un vescovo greco.
Le altre provincie caucasiche, in massima parte musulmane, non facenti
parte nè della Georgia nè della Russia, tra l’una e l’altra frapposte,
erano, procedendo da occidente ad oriente: la Circassia, l’Abcasia,
la Basiania, l’Ossezia, la Kistia o Kistezia, od anche Mizdsegia, il
Schirwan, ed il Daghestan o Lesghistan[9].
Sarebbe del tutto fuori di posto il ritessere qui la storia de’
progressi della Russia in questa regione del Caucaso. Ove non giovarono
le lusinghe valsero le armi. Alle provincie travagliate da guerre
intestine o dalle invasioni de’ Turchi e de’ Persiani, cominciò la
Russia a far assaporare il suo protettorato: a’ principi vanitosi ed
inetti, il fasto della sua corte, de’ suoi gradi militari, delle sue
decorazioni. La storia dolorosa degli ultimi re della Georgia non è che
la peripezia d’una lunga serie di vicende che ha desolato per secoli
quell’infelice paese. La città di Tiflis saliva a prosperità sotto il
regno di Eraclio II, della stirpe de’ Bagrationi, allorquando nel 1795
una poderosa armata, condotta da Aga Mohamed Khan, invase la Georgia.
Lo sventurato re, vinto dai Persiani in un combattimento disuguale,
dovette cercar rifugio, colla massima parte degli abitanti, nelle
alte valli del Caucaso, abandonando la sua residenza al furore del
nemico, il quale vi rimase il tempo necessario per metterla a sacco
ed a rovina. L’anno seguente i Georgiani incominciavano ad escire da’
loro rifugi, a riedificare i distrutti focolari. Una tregua riparatrice
seguiva le vittorie dell’armata russa, che sotto il comando del conte
di Luboff avea conquistato Derbend, il Chanato di Ghandscha, e battuti
i Persiani a Baku: ma fu breve tregua. Alla morte di Caterina II il
corpo del conte di Luboff venne richiamato, e di nuovo i confini
della Georgia furono aperti alla rabbiosa vendetta de’ Persiani.
Gli abitanti e lo stesso re correvano agli antichi rifugi, quando
per loro buona ventura Aga Mohamed fu assassinato da uno schiavo,
e così l’armata invaditrice scomposta. Il re Eraclio morì nel 1798;
gli successe il figlio col nome di Giorgio XIII; il quale, dopo aver
fatta stanza in Telaw, si portò a Tiflis, ove, non avendo più alcun
palazzo suo proprio, fu obligato a risiedere nella casa d’un privato.
Per sorreggersi fra i tumulti dello Stato, e le sanguinose rivalità
di membri della sua stessa famiglia, fu astretto a chiedere un corpo
ausiliario russo; ma come questo non poteva accorrere con prontezza
pari all’urgente bisogno, ebbe frattanto ricorso al mezzo disperato
di assoldare un esercito di 12,000 Lesghi. Questi piombarono sulla
Georgia come una nuova calamità; insultavano, derubavano crudelmente i
miseri abitanti, abbattevano perfino le case, al solo scopo di estrarne
il legno. Dopo undici mesi di una protezione di questo genere, venne
infine il sospirato ajuto della Russia. Il debole re Giorgio morì in
Tiflis il 28 dicembre 1800; ma inanzi la sua morte erasi già sottomesso
al suo potente vicino, giudicando questo essere il solo mezzo di
salute pel suo paese. Così ebbe termine il regno della Georgia, passato
definitivamente alla corona di Russia il successivo 1801[10].
In modo analogo caddero il regno di Imerezia, il principato della
Guria. Come un esempio vivente di questo processo politico che pose la
regione transcaucasica nelle mani della Russia, rimasero ancora due
larve di Stati: la Mingrelia e l’Abcasia, con una pallidissima larva
di indipendenza puramente nominale, ciascuno col suo principe vassallo,
cui non rimane più altra autorità fuori quella di spremere dai sudditi
qualche magra imposta per suo particolar benefizio. Gli altri principi
del Caucaso, i quali non hanno accettato questo vassallaggio umiliante
e per di più effimero, hanno dovuto luttare contro i grossi battaglioni
della Russia. È fresca ancora la sconfitta dell’eroico Sciamyl, e la
completa conquista del Daghestan. Ora le forze poderose del colosso
moscovita sono tutte rivolte al Caucaso occidentale, al paese montuoso
fra il Kuban ed il mar Nero, abitato da popolazioni circasse. Quella
stagione che ne’ grandi Stati europei è spesa in parate militari, in
battaglie simulate, è invece per la Russia, e lo sarà ancora per varj
anni, stagione di imprese sanguinose contro un nemico invisibile,
piccolo, ma pertinace di animo, e potente per difese naturali.
In pochi anni la Russia aggiunse così, all’oriente ed al mezzogiorno,
all’antico regno della Georgia, il Schirwan, il paese di Talysch,
il Karabagh, e fece della sua Grusia una provincia vasta quanto la
Prussia.
In quali condizioni Tiflis sia giunta nelle mani de’ Russi, è facile
imaginare. Per dieci anni la città rimase tutta ingombra di macerie,
miserandi ricordi delle devastazioni persiane; ma poi la fiducia
nel nuovo ordine di cose, pronta e intiera in gente scevra di ogni
sentimento di nazionalità, e solo memore delle passate sventure, gli
incoraggiamenti ed i privilegi accordati a’ riedificatori di case, il
concorso attivo del nuovo governo, la fecero risurgere dalle rovine.
Ora Tiflis è il centro vitale della Russia transcaucasica, ed una delle
più belle e più originali città dell’Asia occidentale.
Le case di stile georgiano con que’ grandi loggiati tutti all’ingiro,
quelle colonnette sottili che si alzano a sostegno della tettoja
leggera e dipinta, e nelle più eleganti, vi accompagnano anche ornati
e festoni di un gusto tutto proprio, rompono la monotonia dello stile
semplice, pesante se si vuole, ma grandioso degli edifici russi. Alla
varietà pittoresca ed affatto caratteristica di Tiflis contribuisce
pure il contrasto fra la parte nuova della città, che si estende lungo
il Kur, e s’erge alquanto sul pendio delle adiacenti colline, e quanto
è rimasto o fu soltanto restaurato della città vecchia, posta nel
centro, separata dalla prima dagli avanzi delle antiche fortificazioni.
Le contrade sono, nella città nuova, spaziose, regolari. La maggiore,
che è somigliante ad un _boulevard_, è quella appunto che si percorre
venendo da Kulais, ed è imponente pe’ belli fabricati di cui è adorna,
come il ginnasio, la gran guardia, il palazzo del governatore generale,
costrutto sulle rovine del palazzo degli antichi re, il caravanserai.
Questa contrada mette ad una bella piazza, nel mezzo alla quale surge
un grande edificio contenente nell’interno il teatro, e tutt’attorno il
nuovo bazar, in due piani, ciascuno con un ordine di botteghe interne
aprentisi verso uno spazioso corritojo che fa il giro dei quattro
lati. Le botteghe in questo bazar sono di negozianti armeni e russi.
V’è un altro bazar di stile orientale nella parte più bassa, presso
la città vecchia, occupato da negozianti georgiani e persiani. Lungo
la contrada principale, e sulla piazza del teatro, si trovano anche
botteghe di francesi e di tedeschi, ma specialmente de’ primi. Vi sono
de’ confettieri, de’ profumieri, de’ parrucchieri, de’ mercanti di
mode francesi, i cui magazzini sono bene forniti di ogni sorta di merci
europee, che si vendono al triplo de’ prezzi che siffatte merci hanno
ne’ luoghi di produzione. I trasporti invero sono assai costosi, le
tasse doganali assai forti: ma i negozianti europei convertono questi
danni in profitti, caricandone ad usura il prezzo della merce. Tutto a
Tiflis è orribilmente caro, molto più caro che sulle stesse rive della
Neva.
Il teatro è aperto gran parte dell’anno con opera italiana, e doppia
compagnia de’ principali artisti; ma perchè ciò sia, il governo lo
fornisce di una dotazione annuale di 40,000 rubli d’argento. Le chiese
sono del solito stile greco, piuttosto belle, ma nessuna eminente per
pregi particolari.
La popolazione ordinaria ha più che raddoppiato in pochi anni, ed
ora si calcola intorno ai 50,000 abitanti. Genti diverse, ciascuna
col suo particolare costume, danno vita alle contrade, alle piazze,
e sovratutto ai mercati. Presso che generale è l’ornamento delle
cartucciere sul petto, della cintura e del pugnale con ricchi
bottoni e piastre d’argento; ma poi si distingue il georgiano dal
grande _papach_ a foggia di turbante, il tartaro dal berettone di
pelo con forma conica, l’armeno dal volgare berretto europeo, dalla
sottoveste di seta o cotone montante fino al collo, e dal soprabito
con lunghe maniche fesse e pendenti. Poi vi sono i Lesghi, i Circassi,
gli Osseti, in minor numero e più avveniticci che parte della vera
popolazione stabile. V’hanno in Tiflis relativamente pochi Europei,
oltre i funzionarj del governo, ed i militari; ma Persiani in gran
numero, specialmente addetti alle costruzioni in muratura, nelle
quali sono abilissimi. Abbiamo sovente incontrato nel seguito del
nostro viaggio piccole schiere di Persiani migranti nella Grusia in
cerca di lavoro, seminudi, scalzi, ed il capo coperto da una calotta
liscia di feltro compatto. I meno miserabili che stanziano in Tiflis
per scopo di commercio, portano il solito berettone. Si calcola che
possano trovarsi annualmente nella Russia transcaucasica almeno 50,000
sudditi dello Schah. Come ognuno può arguire dalle cose dette, si
parlano in Tiflis diversi idiomi, e predominanti naturalmente sono il
georgiano, l’armeno, il tartaro. Quest’ultimo, che è una modificazione
del turco, è pure la lingua convenzionale della piazza, e quella che
serve al commune intendersi fra di loro di genti tanto diverse, press’a
poco come l’italiano ne’ porti del Levante. La lingua russa però,
lentamente, per la sola forza delle cose, senza alcuna particolare
coazione del governo, è in cammino per sovrapporsi a tutte, e già
è diventata la lingua ordinaria nel conteggio, nelle misure, in
alcune trattative dello stesso piccolo commercio; così che le lingue
caucasiche andranno col tempo circoscritte, come il basco odierno, in
chiusi distretti, materia di ricerca agli eruditi futuri.
La nobiltà indigena è strabocchevolmente numerosa, in generale povera,
altiera, tenace della sua lingua e de’ suoi costumi, non curante
de’ beni di superiore civiltà. Pare che il governo russo, dal canto
suo, non si curi di trasformarla, solo concedendo facilmente quei
vani onori de’ quali essa è tanto sodisfatta da non chieder di più.
I principi sono a battaglioni. Nel solo distretto di Gori, Eichwald
asserisce esservene da circa 1500, il che vuol dire più assai che nella
Russia Europea e nella Germania prese insieme. Nessuna maraviglia: ci
avviciniamo alla Persia, ove la sola discendenza di Feth Alì Schah si
calcola di 3,000 principi del sangue.
I soldati non hanno un particolare uniforme che li distingua da quelli
della Russia europea; soltanto gli ufficiali dell’armata del Caucaso si
riconoscono dal portar la sciabola ad armacollo, sospesa ad uno stretto
ma robusto nastro dorato, piuttosto che pendente dalla cintura. Tutti
in estate mettono al largo berretto una sopracoperta bianca.
Il Kur divide Tiflis in due parti: alla sua destra è la città,
suddivisa, come abbiamo detto, in nuova ed antica; alla sinistra stanno
i sobborghi, uno de’ quali, che s’erge fin sopra il colle dicontro alla
città vecchia, è l’_Awlabar_; l’altro, che si protende verso oriente, è
il _sobborgo delle sabbie_. Vi sono due posizioni dalle quali la vista
di Tiflis è veramente magica; l’una è dagli alti colli che sovrastano
alla città nuova, dai quali lo sguardo spazia in tutta la valle;
l’altra è dal ponte Woronzoff che unisce la città nuova col sobborgo
delle sabbie. Il Kur ivi è largo; le sue sponde sono popolate da belle
case, ai lati e di prospetto estendentisi sulle alture delle due catene
di colli, che si ravvicinano per lasciare al fiume uno stretto passo,
una chiusa. Al di là di questa chiusa Tiflis si estende ancora in due
lunghe braccia seguenti le due sponde del Kur secondo gli accidenti del
pendio, finchè poi si decompongono in giardini, ville e poderetti.
Oltrepassato il ponte Woronzoff, e piegando a sinistra, nella
continuazione del sobborgo, la strada mette ad un ampio viale
fiancheggiato da filari di alberi, e più indentro da abitazioni,
tagliato perpendicolarmente da altre strade che servono di sfogo a
nuovi quartieri in costruzione. Questa parte del sobborgo è detta la
vecchia colonia tedesca, perchè infatti abitata in massima parte dalle
prime famiglie tedesche venute, come dirò fra poco, a stabilirsi nel
Caucaso. Lungo questa via si incontrano sulla sinistra alcuni publici
stabilimenti, come le scuole di ginnastica ed il grandioso osservatorio
meteorologico; e si giunge infine al giardino publico, luogo di
convegno, per verità alquanto troppo remoto, rallegrato in determinati
giorni della settimana dalla musica militare.
Questo sarebbe veramente l’estremo lembo orientale della città; ma
io devo condurre il mio lettore alquanto più lungi, nella stessa
direzione, alla nuova colonia tedesca detta anche _nuova Tiflis_.
Essa è veramente segregata dalla città, ed ha tutto l’aspetto d’un
villaggio improvisato. Un altro spazioso viale perpendicolare al fiume,
e per conseguenza anche alla strada che mena alla colonia stessa, dà
accesso alle case allineate regolarmente a destra ed a sinistra, di
stile semplice, modesto, uniforme, separate da cortili o da giardini.
Nell’ordine monotono di queste abitazioni, ma sempre collo stesso
carattere, si distinguono la chiesa e la scuola.
Intrattenutomi a colloquio con alcuni di questi coloni, fin dalle
prime risposte, alla particolare pronuncia mi parvero Svevi; e tali
infatti si dissero quando furono interrogati sulla loro provenienza;
però una famiglia, presso la quale io ed alcuni miei compagni ci
eravamo recati a cercar del latte, era di origine bavarese. Questi
coloni sono da lungo tempo stabiliti presso Tiflis, così che alcuni,
i quali denotavano all’aspetto di essere piuttosto al di là che al di
qua dei trent’anni, vi erano nati. Tutti però conservano religiosamente
lingua e costumi; tanto che il russo parlano assai poco, e solo quanto
possa occorrere a’ più necessarj rapporti sociali. I nitidi utensili,
la agiata semplicità, la pulitezza generale nell’interno delle case,
gli attrezzi rurali e le raccolte provigioni nel cortile o nell’orto,
sono altri evidenti segni esterni dell’origine europea in genere, ed
alemanna in ispecie. A ciò aggiungi il tratto riguardoso, ma urbano;
una certa aria di onestà e bonomia che traspare dalla persona, e si
traduce nelle opere. Alla famiglia che ci aveva somministrato del
latte, e ricoverati per alquanto riposo, non potemmo far accettare la
tenue mercede di un rublo: nella gara de’ rifiuti dovemmo cedere noi,
riprendendo quanto oltrepassava il valore del latte che era di pochi
_kopeki._ L’ignavia de’ Georgiani contribuisce non poco alla prosperità
attuale di queste colonie: sono esse che, oltre ai maggiori produtti
agriculi, provvedono di verdure e di frutta il mercato di Tiflis,
attendono alla fabricazione del vino e della birra, ed alcuni coloni,
abili e industriosi artigiani, profittano del prezzo elevatissimo con
cui vi è rimeritata la mano d’opera.
La storia della fondazione delle colonie tedesche del Caucaso è
talmente strana, che, per quanto possa sembrare fuori del proposito,
merita di essere più conosciuta; ed io la riassumerò in poche
parole[11].
La sollevazione generale del popolo tedesco contro il primo Napoleone,
la guerra combattuta con tanto furore, e coronata infine colla
indipendenza della Germania, aveano avuto il suo naturale ineluttabile
seguito, la miseria, aggravata ancora dalla scarsità de’ ricolti.
Questa calamità generale a tutta Europa colpì specialmente alcune
provincie tedesche. Schiere di mendicanti affamati percorrevano il
Würtemberg; e la desolazione vi giunse a tal punto, che gli spiriti,
esaltati dalla superstizione, credettero giunta ormai la fine del
mondo. Il governo dal canto suo non avea voluto indugiare l’attuazione
di quelle riforme che i tempi rinnovati più urgentemente chiedevano, e
comprese tra queste la riforma del catechismo: ma il basso popolo che
teneva alle vecchie regole della confessione di Augusta, eccitato da
alcuni fanatici, considerò il nuovo lavoro religioso come un flutto
dell’incredulità filosofica, e vi si oppose. Apparvero allora alcuni
scritti ad accrescere l’incendio della reazione superstiziosa, e
primo tra questi l’_Heimweh_ di Stilling, predicante un’emigrazione a
Gerusalemme, ove doveva aver principio _il regno millenario._
Già alcune colonie tedesche, e specialmente sveve, si erano stabilite,
sotto Caterina II, ne’ dintorni di Odessa, e queste naturalmente si
tenevano in communicazione colla madre patria. L’imperatore Alessandro,
il quale voleva seguire il pensiero della sua grande ava, di popolare
di laboriosi alemanni le deserte steppe del suo vasto impero, volle
trar profitto della miseranda sorte de’ contadini del Würtemberg, e
si valse a tal uopo d’una signora di Pietroburgo, della signora di
Krüdener, la quale si portò tra i fanatizzati suoi correligionarj,
disse loro che la vera strada per Gerusalemme era attraverso la Russia,
facendo perfino credere che lo stesso potente imperatore sarebbesi ad
essi congiunto. Si formò allora una prima associazione di emigranti, la
quale, favorita dall’ambasciata russa di Stuttgart, e dalla concessione
del governo del Würtemberg, lieto di liberarsi di uno stuolo di
indomiti malcontenti, si pose in cammino nel settembre dell’anno 1816;
e, per la via di Vienna, Buda e Galatz, si ricongiunse ai compatrioti
già stabiliti nelle vicinanze di Odessa. I nuovi ospiti ebbero cordiale
accoglienza, ma non soddisfatti della chiesa locale, tenevano separate
adunanze religiose, e turbavano la pace della colonia. Verso la metà
del susseguente anno venne un ordine che fissava Tiflis per sede di
quella nuova emigrazione.
L’allontanamento di questa schiera di separatisti non ristabilì la pace
religiosa nel Würtemberg e nel vicino stato di Baden; crebbe anzi,
per nuovi fanatici promotori, il numero de’ dissidenti dalla chiesa
dominante, e col titolo di _armonie_, si costituirono altre numerose
adunanze di pietisti che domandavano ad alte grida di lasciare quella
che essi dicevano la terra di Babele, per recarsi in terra santa.
L’_Heimweh_ di Stilling leggevasi più avidamente della stessa Bibbia;
e chi non credeva ciecamente nel promesso _regno millenario_, era
condannato come un reprobo. Due fratelli, di nome Koch, si fecero capi
di questa nuova emigrazione di _veri credenti_. A ventiquattro anziani
venne affidata la cura delle anime, la amministrazione de’ sacramenti;
i ricchi diedero una parte del loro avere ai poveri; ed in breve una
schiera di 130 famiglie mosse per l’Oriente, noleggiando a tal uopo
quattro battelli sul Danubio. Ma il fanatismo pel _regno millenario_
erasi diffuso come un vasto incendio; poco dopo altre otto società di
emigranti od _armonie_, formanti nel complesso 1400 famiglie, seguirono
la medesima strada, verso la medesima sospirata meta. Dire le traversie
e le disillusioni giornaliere di tanta gente in così lungo e penoso
viaggio, non potrebbesi in poche parole. Speravano trovare in Odessa,
presso le autorità ed i compatrioti, un rimedio ed un compenso a tanti
mali, ma astretti ad una lunga quarantena in Ismail, gli stenti, le
privazioni, ed un tifo orrendo vi portarono tale strage, che nel lasso
di 24 giorni 1200 infelici perirono. I superstiti giunsero in Odessa
affranti di corpo e di spirito, e là furono di nuovo ripartiti fra le
vecchie colonie tedesche; e là pure nuove scissure religiose. Invano
il governatore, generale Jelzoff, tentò persuaderli a fissarsi in
quella provincia: pochi furono quelli che seguirono i suoi consigli.
Cinquecento famiglie, malgrado il disfavore della stagione, le
contrarietà d’ogni maniera in un viaggio lungo fra contrade inospitali,
vollero passare il Caucaso; e fra stenti grandissimi e grandissimi
sforzi e potenti sussidj del governo russo, giunsero nel tardo autunno
in Tiflis.
La prima schiera di emigranti aveva fondata la colonia di Marienfeld;
queste ultime 500 famiglie vennero ripartite a costituire sette nuove
colonie; la nuova Tiflis, Alexandersdorf, Petersdorf, Elisabeththal,
Katharinenfeld, Armenfeld, ne’ dintorni di Tiflis, e più lungi,
nell’antico _Chanato_ di Gandscha, Helenendorf. Se un cieco fanatismo
superstizioso non avesse sconvolto il senno di questi disgraziati,
nessuna compagnia di coloni avrebbe trovato più efficaci ed immediati
provedimenti, maggiore guarentigia per l’avvenire. Ogni famiglia ebbe,
come fondo di primo stabilimento, 100 _rubli_ (argento); ogni persona
un sussidio giornaliero di 10 _kopeki_ per tre anni; esenzione da’
tributi per 15 anni, e solo scorso questo termine, imposto il modico
tributo di 15 _kopeki_ per ogni _dessatina_ di terreno[12].
Venne l’invasione persiana di Abbas Mirza, venne la mortifera epidemia
che poi ha desolato la stessa Europa, ma non furono tanto calamitose
per le giovani colonie tedesche, quanto il crescente tumulto religioso.
La società delle missioni protestanti di Basilea aveva ottenuto di
fondare una casa in Schuschka. Per quanto i dissidenti svevi tenessero
al proprio culto, riescì ad un pastore svizzero, di nome Saltet, di
farsi loro accetto, di prendere sovra di essi una specie di supremazia;
ma Saltet morì dell’epidemia, ed il governo russo, contro le sue
promesse, volle intromettersi negli affari religiosi delle colonie
tedesche affidandone la cura spirituale alla missione di Schuschka,
preponendo ad ogni colonia non un _fratello_, ma un pastore, infino
a che reputò venuto il momento di sottomettere tutti i protestanti
del Caucaso al supremo concistoro di Pietroburgo. L’effetto immediato
di questa misura fu un’esacerbazione del separatismo; i coloni
abbandonarono le loro chiese, per darsi alla segreta entusiastica
lettura del libro di Stilling: non più battesimi, non più nozze, ma
connubbi disonesti, e perfino communanza di donne; e, con sì profondo
pervertimento, il singolare contrasto dell’aspirazione verso la terra
santa, salita al grado del furore.
D’improvviso apparve fra quelle colonie, come inviata dal cielo,
una vecchia di sessantaquattro anni, di nome Spohn. Respinta da
Katharinenfeld, ov’era ancora qualche cervello sano, si portò nella
colonia di Marienfeld, ove le donne pietiste avevano il sopravento,
ed ivi, in convegni notturni, colla parola infuocata, predicando il
_regno millenario_, fu da tutti riconosciuta come profetessa, e con
tale riputazione, già diffusa all’intorno, ritornò a Katharinenfeld,
ove questa volta fu ricevuta in trionfo. Gli sforzi del governo russo
per dominare questa nuova irruzione di delirio superstizioso, le
esortazioni, le concessioni simulate, lo specchio de’ pericoli di un
viaggio a Gerusalemme fra le orde rapaci dei Curdi, a nulla valsero. La
Sphon si proclamava la fidanzata di Gesù, e presentava due giovanetti
quali paraninfi alle sue celesti nozze. Atteggiata ad estasi sovrumana
annunciava che un giorno il Messia sarebbe disceso a prendersi la
sua sposa, e seco portarla al talamo nuziale; che invero questo non
sarebbe stato spettacolo concesso ad occhio mortale, ma che i credenti
avrebbero sentito nelle pure regioni dell’aria il coro celeste degli
angeli. Ciò accadeva nel 1843! Salita al colmo l’impazienza di que’
deliranti, al grido di _Gerusalemme o la morte_, convennero fra loro
che se la terza festa della Pentecoste non fosse giunta la concessione
imperiale per emigrare alla terra santa, sarebbero in ogni modo
partiti. L’acciecamento andò al punto che molti, persuasi di non aver
più bisogno d’alcuna cosa mondana, fecero donazione di ogni loro avere
a connazionali, od anche a Georgiani, ad Armeni, a Tartari.
Un ufficiale del governo, Kotzebue, figlio del celebre poeta, ebbe
incarico di ricondurre quegli smarriti alla ragione; ma ogni sua
cautela, ogni sua premura riescirono a vuoto. Venne il giorno fatale:
Kotzebue fece un’ultima prova, e finì col minacciare in caso di
renitenza l’uso della forza. La profetessa, adorno il capo della corona
nuziale, ed i suoi due giovanetti a lato, presentossi alla turba,
che giubilando si pose al suo seguito. Kotzebue, tentata un’estrema
volta la via della persuasione, ed ancora invano, fece inoltrare i
suoi Cosacchi, e loro comandò di impadronirsi di quella energumena; ma
questa, più che mai delirante, impose loro di arrestarsi; minacciando
vendetta celeste terribile e pronta a chi osasse toccare la sposa di
Gesù. La turba immobile e taciturna aspettava i cherubini dalla spada
infuocata difensori in tale estremo cimento, ma il solenne silenzio
non fece che più distinta la parola del comando e la cadenza del
passo dei soldati. La Spohn fu circondata e presa; a tale atto i suoi
seguaci si prostrarono ginocchioni colla faccia a terra, come tementi
di riguardare ciò che sopra di loro accadesse; ma poscia, l’uno dopo
l’altro alzando il capo, e vista la natura tranquilla, e realmente
avvenuto ciò che alcuni minuti prima credevasi impossibile sacrilegio,
alzò poi anche l’intiera persona, e tutti, come rinvenuti da un sogno,
si lasciarono infine persuadere di tornare alle loro case.
Così ebbe fine, nè doveva altrimenti, questo mostruoso portato
dell’ignoranza e della superstizione. Le menti di que’ poveri
illusi rinsanirono; le forze attive di tanta gente onesta nel fondo,
laboriosa, intelligente per istinto, si riconcentrarono al lavoro
della terra; le colonie prosperarono. Ed a queste colonie formatesi
per la strana causa, e la più strana serie di vicende che ho narrata,
altre posteriormente si aggiunsero al di qua è al di là del Caucaso.
Attualmente la razza tedesca pura entra per una quantità ragguardevole
nel computo della popolazione tanto varia e screziata della Russia
meridionale. La famiglia, il campo, l’officina, la chiesa, fanno per
questi coloni il mondo intiero. Della madre patria non sanno più nulla
o non si curano, o loro basta la coscienza di avervi lasciato ideologi
in esuberanza, per fare anche la loro parte nelle eterne discussioni
del potere centrale, della bandiera, della flotta, degli antemurali del
territorio germanico. Non vi è popolo più del tedesco accomodabile ad
ogni posizione geografica, più desideroso e pago di vita patriarcale,
più colonizzatore.
Assai più numerose e sparse per le provincie caucasiche, e tutt’ora
moltiplicantisi, come il solo mezzo per assicurare le nuove conquiste,
sono le colonie militari, tra le quali è distribuita la massima parte
dell’armata del Caucaso. In queste colonie il soldato, pronto sempre ad
ogni appello, vive tranquillamente colla sua famiglia, e rivolge alla
coltivazione de’ campi, od all’esercizio di qualche arte manovale, il
tempo, sovente assai lungo, che gli rimane libero dal servizio, e così
ritrae dal lavoro delle sue mani, piuttosto che dall’insufficientissimo
salario, di che onestamente campare la vita. Famiglie di soldati
ammogliati sono anche disseminate nelle città e ne’ villaggi, fuori
delle colonie militari propriamente dette. Ogni domenica si tiene in
Tiflis un mercato particolare, ove questi soldati artieri portano le
loro manifatture, consistenti sovratutto in tela, panni grossolani,
scarpe, mobili, armi, che vendono a prezzi proporzionatamente bassi.
Siffatta istituzione che tanto bene si accorda colla natura del paese
e colla relativamente scarsa popolazione indigena, permette al governo
russo di mantenere nel Caucaso con poco dispendio una poderosa armata
pronta ad ogni evento; ma la sua origine non è dovuta soltanto ad un
piano provvidamente premeditato; vi ebbe parte eziandio la necessità
di troncare una causa di diserzioni e di apostasie. Anche sotto la
scorza del soldato, indurita dalla ferula della disciplina, si rimuove
un verme roditore che infragilisce la tempra umana. Ne’ primordj
del dominio russo nella Grusia, e dell’invasione del Daghestan, que’
poveri soldati che da varj anni subivano tutte le privazioni della dura
vita del campo, si trovavano esposti ad un nuovo tranello di guerra,
che abilmente adoperavano contro di essi emissarj persiani; e molti
passavano corpo ed anima al nemico, sedotti dal promesso immediato
guiderdone d’un pajo di mogli. Fu allora che il generale Jermoloff
propose ed ottenne sanzionato il solo espediente efficace suggerito
dal male istesso che si trattava d’ovviare; che fossero spediti cioè
quanto più potevansi nel Caucaso soldati ammogliati insieme alle loro
famiglie. La opportunità di questa misura non tardò a farsi conoscere
negli effetti: le diserzioni diminuirono rapidamente, e finirono per
cessare del tutto.
I soldati ammogliati formano uno de’ cinque battaglioni onde si
compongono i reggimenti di fanteria nel Caucaso, e del pari il corpo
detto de’ Cosacchi della linea, per distinguerlo dai Cosacchi del
Don mandati in distaccamento fino agli estremi confini della Russia
transcaucasica.
Le così dette _stanizze_ sono villaggi improvisati nel terreno che la
Russia va mano mano conquistando attorno al Caucaso, nella continua
guerra alle popolazioni circasse non ancora sottomesse. Il militare
attende alla prima loro fondazione; compie le opere di difesa, i suoi
proprj stabilimenti, e vi pone a guardia una o due compagnie. Poscia
vengono trasportate nel nuovo villaggio famiglie di coloni russi,
al cui sostentamento provvede per tre anni il governo; trascorso
il qual termine, la colonia potendo già vivere coi frutti de’ campi
circostanti, viene emancipata. Il governo russo stringe così i Circassi
col sistema delle _stanizze_, trasportando in pari tempo nell’interno
del vasto impero le famiglie indigene del terreno occupato[13].
Non dirò nulla della società georgiana che non ebbi occasione di
conoscere. Ne’ sedici giorni forzatamente passati in Tiflis pel
ritardo de’ nostri bagagli, dovuto alla mala fede dello speditore
di Marani, ebbimo a fare e ricevere molte visite delle primarie
autorità. Gli alti funzionarj sono, anche in questa segregata parte
dell’impero russo, ben diversi del concetto che se ne fa ciecamente
nell’Europa occidentale; sono in generale poliglotti, assai culti,
e sommamente cortesi nel tratto. Molti appartengono all’importazione
tedesca incominciata fino da Pietro il grande. Il principe Bariatinski,
luogotenente generale dell’imperatore nel Caucaso, con autorità piena
ed assoluta, trovavasi da alcuni mesi in Europa. La sua assenza era
generalmente lamentata non solo da Russi o Georgiani, presso i quali il
principe gode di una immensa popolarità, ma anche dagli altri Europei
e specialmente negozianti, privati de’ frutti della sua splendidezza.
La suprema autorità era provisoriamente affidata al principe Orbeliani,
di stirpe georgiana, devotissimo alla Russia; ma l’amministrazione
effettiva del paese dipendeva quasi esclusivamente da due governatori:
l’uno militare, il generale Minchwitz; l’altro civile, il signor di
Krusenstern, di origine svedese.
Non esistono in Tiflis che tre rappresentanze di Stati esteri; vale
a dire un consolato persiano, uno turco ed un consolato francese.
Quest’ultimo vi era già stabilito sotto il dominio dei re georgiani, ed
assai anticamente, cioè dal regno di Luigi XIV di Francia. La Russia
non vi ammetterebbe ora la fondazione di nuovi consolati, de’ quali
d’altronde non vede la necessità in interessi europei da tutelare; e su
questo punto ha risposto con una recisa negativa alle sollecitazioni
del governo inglese, troppo gelosa contro questa ingerenza estranea,
e sospettosa di questi occhi continuamente aperti sovra ogni sua mossa
nell’Asia. Console di Francia è il barone Finot, nobilissimo carattere,
cuore largo e schietto. Non ci volle più dell’istante della semplice
presentazione per fare di lui un vero e caldo amico di noi tutti.
Dobbiamo particolarmente alle sue instancabili cure se il soggiorno di
Tiflis, prolungato oltre ogni previsione, riescì tanto aggradevole da
far tacere la naturale nostra impazienza di continuare il viaggio.
L’invito alla mensa, che è la forma patriarcale dell’ospitalità,
è divenuto anche, degenerando nella serie de’ secoli, la forma
diplomatica. Non parlerò qui degli amichevoli simposj dal barone Finot,
ove la cordialità viva e schietta sopprimeva l’etichetta diplomatica:
dirò invece che la missione italiana intervenne a due pranzi solenni
dati in suo onore l’uno dal principe Orbeliani, l’altro dal console
di Persia. Il primo, col pretesto di una indisposizione, ma in realtà
per essere ignaro affatto di lingue europee, si fece rappresentare dal
generale di Minchwitz, governatore militare delle provincie caucasiche.
Il pranzo fu dato in una villa privata del suburbio, appartenente ad
un vecchio armeno di 92 anni, che intervenne alle ultime libazioni,
e volle farci capire come fosse lieto dell’onore toccato alla sua
casa. Secondo il costume russo, sovra due tavolini collocati presso
la tavola principale, erano imbanditi prosciutto, sardine, aringhe,
caviar, formaggi, ed altri manicaretti stuzzicanti il gusto, con vini
di Spagna e di Sicilia, e liquori spiritosi; ed i commensali, stando
in piedi, pigliavano alla rinfusa qua e là quanto loro aggradiva. È
questa la così detta _zakuska_, preludio al vero desinare, del quale
fortunatamente ho detto tutto, quando ho detto che era composto secondo
le prescrizioni della sola unica ammissibile, inappuntabile, vera,
universale, cucina diplomatica, che è la francese. Anche da Mirza Abdul
Rahim-Khan, console di Persia, tutto era europeo: l’ammobigliamento
elegante della casa, la maniera del ricevimento, il sontuoso pranzo;
per il che dovrò attender altra occasione per dare qualche cenno della
cucina persiana discretamente singolare.
All’una ed all’altra cerimonia due affatto diversi ed eterogenei corpi
di musica accompagnavano alternativamente il sussurro delle intrecciate
ciancie, «_e ’l vario acciottolio delle scodella_». Dal principe
Orbeliani la banda dello stato maggiore dell’armata ci faceva gustare
bellissimi pezzi del repertorio italiano, eseguiti con precisione
alemanna. Fra l’uno e l’altro, cessato il risonante concerto delle
trombe e dei clarini, ed il rimbombo della gran cassa, sorgeva, come
da un angolo remoto, una voce sottile, stridula, accompagnata da un
misto di cicala e di oboe stuonato, e da ritocchi di tamburrini. Era
un saggio di musica giorgiana della più scelta, monotona, disarmonica,
solo di quando in quando producente qualche effetto per certi
_crescendo_ selvaggi, vibranti in modo caratteristico. L’orchestra
era composta di due pifferi; di una specie di violino panciuto, a tre
corde, tenuto verticalmente; di due tamburrini, e di due timpani; il
cantante era persiano. Terminato il pranzo, gli artisti giorgiani
salirono a raccogliere le nostre felicitazioni, ed a vuotar grandi
tazze di vino; ognuno di noi poscia dovette subire il particolare
saluto di quello che sembrava il musicante capo, ricevere da lui tre
baciozzi in volto, ed il vino d’onore, vuotando d’un fiato una gran
mestola d’argento, che subito dopo i baci venivaci posta forzatamente
alla bocca. Poi venne il turno della danza giorgiana. Gli attori erano
due individui di sesso maschile, che presero posizione nel mezzo della
sala, e piegato all’infuori le ginocchia, protese spasmodicamente le
braccia, il muso in alto e gli occhi stralunati, si misero a girare
sul proprio asse, accompagnando in cadenza la musica collo scalpito
dei piedi. Nessuno ci dirà indiscreti se non abbiamo trovata la cosa di
gusto molto fino.
Altra simile vicenda di musica europea e di musica esotica al pranzo
del console di Persia. Tra le sinfonie del _Guglielmo Tell_, della
_Semiramide_, della _Muta de’ Portici_, magistralmente eseguite
dal’orchestra del teatro, erano intercalate le cantilene monotone
e convulse della musica persiana, col solito ronzio del violino e
del piffero, colle solite botte frementi dei tamburini. Il cantante
era, come si direbbe fra noi, di alto cartello, niente meno che un
cantante di camera dello Schah: ma che ceffo: che musica! La sua voce,
sommessa e più nasale che gutturale sul principio della cantilena,
andava a poco a poco crescendo di forza, ed anche quanto più era
possibile di acutezza; ed allora la bocca mantenevasi spalancata fin
presso il punto di lussazione della mandibola, mentre le vene del
collo facevansi oltremodo gonfie, e tutta la persona era agitata da un
tremito convulsivo, col braccio sinistro posto di traverso davanti alla
faccia, come per ripercuotersi alle proprie orecchie la voce divenuta
tutta gutturale, concitata e rauca. E del resto nessuna traccia di
una melodia qualunque; non il benchè menomo accordo del canto cogli
istrumenti e di questi fra di loro; nessun ritmo, fuorchè nella
cadenza dei tamburini. A questo saggio di musica persiana ho trovato
perfettamente consoni tutti gli altri che nel seguito del viaggio
ho potuto sentire, e perfino le cantilene dei _ferrasch_. La musica
polifonica, l’armonia, non passano il Caucaso; non entrano affatto nel
gusto estetico di queste popolazioni: starei per dire che sono per esse
una vera impossibilità fisiologica. Nè colla miglior volontà del mondo
si può scoprire una melodia qualunque in quella lunga strisciatura di
inflessioni a gruppetti e rabeschi indefinibili. La scala musicale non
ha simboli per fissarla, come non ne ha pel canto degli uccelli.
Per rispetto al senso estetico musicale non v’è transizione tra
l’Europa e l’Asia, come ve n’ha, per esempio, fra i costumi. Quale
differenza enorme fra le canzoni popolari della Russia, le stesse
cantilene de’ Cosacchi, e le nenie monotone e stuonate de’ Georgiani e
de’ Persiani! Una linea, una semplice linea separa due affatto diverse
nature, l’una dotata, l’altra priva di istinto musicale; due regioni,
l’una che ha la musica scritta, l’altra che non l’ha e non la può
avere. È un gran fatto che non deve sfuggire alle meditazioni degli
etnografi. Pel caso possibile che, seguendo la strada battuta ora con
tanta franchezza, essi arrivino un giorno ad ammettere la necessità di
due Adami distinti, l’uno al di là, l’altro al di qua di questa linea,
io mi affretto a prender qui un brevetto d’invenzione d’un pensiero
cotanto peregrino.