Viaggiatori italiani. Colombo. Le scoperte.
Delineare la terra su globi e mappe già sapeano i Greci, e dopo
Marino da Tiro vi tracciavano le longitudini e le latitudini, per
quanto grossolanamente, cioè collocavano i paesi al posto determinato
dalla loro elevazione sopra l’equatore, e dalla loro distanza da
un meridiano, preso pel principale. Quelle medesime denominazioni
indicano come la terra non si credesse rotonda, ma molto più _lunga_
da levante a ponente che non _larga_ da mezzodì a settentrione.
Smisurata superficie piana circondata dal mare e divisa in cinque zone;
le due gelate agli estremi e la torrida nel mezzo erano inabitate e
inaccessibili, di modo che a noi abitanti d’una zona temperata niuna
comunicazione era possibile con quelli dell’altra. Nè questa nostra
tampoco aveasi tutta esplorata, e imperfettamente si conoscevano le
regioni d’Europa a levante della Germania, la Prussia, la Polonia, la
Russia: dell’Africa sol quanto è lambito dal mare Mediterraneo e dal
golfo Arabico: dell’Asia restava ignota la regione di là dal Gange,
quella dove erravano Sarmati e Sciti, e la Cina, dove pur fioriva da
antichissimo un impero ancor più meraviglioso del romano. Negli spazj
inaccessi ognuno collocava paesi e uomini favolosi, e massime quelle
contrade felici, che supportano essere o il primo soggiorno degli
uomini nell’età dell’oro, o il postumo delle anime virtuose.
I Barbari che invasero l’impero romano, sprovvisti di marina e occupati
a conquistare e stanziarsi, non aggiunsero alla geografia se non
la cognizione dei paesi dov’essi aveano da prima avuto stanza. Il
feudalismo legava gli uomini alla propria terra: e se la fede spinse
alcuni missionarj in terre inesplorate, principalmente della Germania,
e i pellegrini a visitare, poi a conquistar Terrasanta, le loro
descrizioni erano più dirette ad alimentare la pietà che a chiarire la
scienza. Gli Arabi dopo Maometto largamente viaggiarono a propagare la
loro religione o stabilire commerci, e visitarono la Cina pel Cabul
e il Tibet, mentre di colonie occupavano tutto il lembo orientale
dell’Africa, e s’addentravano anche in quel continente.
Di varj viaggiatori italiani ci accadde menzione, quali i frati spediti
dai papi ai Mongoli, Alessandro e Alberto Ascellino, Giovanni da Piano
Carpino e Oderico da Pordenone, che penetrò fino a Peking (Cap. XCIII,
in princ.). Il 1309 moriva in Santa Maria Novella a Firenze frà Nicoldo
da Montecroce, fiorentino, che avea girato l’Asia convertendo Saracini
e descrivendone i costumi e le sêtte. Molti altri intrepidi missionarj
visitarono certamente paesi ignoti, ma badando solo al frutto delle
anime, non si brigarono di darcene contezza; e basti citare Alberto
da Sarzana, celebratissimo predicatore e teologo, che da Eugenio IV fu
spedito due volte in Egitto, in Etiopia, in Armenia per trarre i fedeli
di colà al concilio di Firenze.
Da altri impulsi fu mossa la famiglia veneziana del Polo. Nicolò e
Maffeo mercadanti verso il 1250 passarono da Costantinopoli a Soldania,
indi alla corte mongola di Capciak, poi con un persiano ambasciadore
raggiunsero a Kan-fu l’orda di Cubilai-kan, successore di quel
Gengis-kan che aveva esteso il suo dominio dal cuore dell’Asia fino
alla Cina. Cubilai accolse con maniere di cortesia i due italiani,
volle essere informato de’ costumi e della religione de’ loro paesi,
e «come l’imperadore mantenea sua signoria, e come mantenea l’impero
in giustizia, e de’ modi delle guerre e delle osti e delle battaglie
di qua, e di messer lo papa e della condizione della Chiesa romana, e
dei re e de’ principi del paese... E quando il gran kan ebbe inteso le
condizioni de’ Latini, mostrò che molto gli piacessono», e gl’incaricò
che, tornando al papa, il richiedessero di mandargli persone dotte
nelle arti liberali affinchè dirozzassero le sue genti. Diè loro
pertanto lettere e una lastra d’oro o dorata, portante ordine a tutti
i sudditi di rispettarli, e fornirli di vetture e di scorte, franchi di
spesa per tutte le sue terre.
Traverso all’Asia giunsero ad Acri, d’indi a Venezia, ove Nicolò
trovava di quindici anni il figlio Marco, che avea lasciato nell’utero
materno. Vacando allora la sede romana, nè potendo prolungare
gl’indugi, furono di ricapo in Palestina, ove presentarono l’ambasciata
a Tibaldo Visconti cardinale legato; e poichè in quell’istante appunto
arrivò l’avviso che questo era assunto alla tiara, esso li munì di
lettere e della compagnia di Nicolò da Vicenza e Guglielmo da Tripoli
carmelitani, letterati e teologi.
Per mezzo ai pericoli cagionati dall’invasione di Bibars nell’Armenia,
passarono i cinque Cristiani sino a Kan-fu, dove ragguagliarono il kan
dell’ambasciata. Marco, giovane svegliato, restò attonito d’un mondo
così differente dal nostro, e cominciò a notare quanto pareagli degno
di ricordo, e «ch’egli seppe più che nessuno uomo che nascesse al
mondo». Da Cubilai tenuto in gran capitale, fu posto fin assessore del
consiglio privato, e spedito a raccorre notizie statistiche nell’impero
e ad importantissime legazioni e governi. Stavano ambasciadori in
Persia i Poli quando intesero la morte di Cubilai, onde risolsero
tornare in cristianità; e rividero la patria, per la quale combattendo
a Cùrzola, Marco restò preso da un legno genovese; e tenuto prigione,
consolò la cattività raccontando «diverse cose secondo ch’elli vide
cogli occhi suoi; molte altre che non vide, ma intese da savj uomini
e degni di fede; e però estende le vedute per vedute e le udite per
udite, acciocchè il suo libro sia diritto e leale e senza riprensione.
E certo credi, da poi che il nostro signor Gesù creò Adamo primo nostro
padre, non fu uomo al mondo che tanto vedesse o cercasse, quanto il
detto messer Marco Polo». Reso alla libertà e alla patria, morì carico
d’anni; e la sua _Relazione_[321], volata tosto per Europa, valse a
invogliare a nuove scoperte, le quali poi confermarono la veridicità
d’un libro, che mai non mente anche quando s’inganna, e che prima
erasi creduto esagerazione, a segno che glie n’era venuto il titolo di
_Milione_.
Certamente nessuno ebbe miglior agio di esaminare la Cina e il
Giappone; e fin oggi esso rimane fonte d’importanti notizie intorno
ai Mongoli e al loro governo, ed ai paesi centrali ed orientali
dell’Asia: ai contemporanei poi qual doveva eccitar interesse il
ragguaglio della civiltà bizzarra de’ popoli al cui nome tremavano,
e delle strane contrade da cui traevano le gemme, le porcellane, le
spezie, le seterie! Le sue descrizioni apersero il campo a fantasie
nuove, innestandosi le asiatiche alle nostre tradizioni; e potentissimo
eccitamento diedero ai viaggi di scoperta del secolo XV.
Anche Nicolò Conti viaggiò venticinque anni in Oriente; e avendo
rinnegato la fede per salvare la vita, ne chiese perdonanza ai piedi
di Eugenio IV, il quale in isconto gl’impose raccontasse i suoi viaggi
colla massima fedeltà al Poggio fiorentino, da cui abbiamo una succinta
relazione, che lascia appena accertare la traccia di lui fino a Giava
e al Seilan, eppure è fedele ritratto dei costumi indiani. Caterino
Zeno stese commentarj del viaggio che fece in Persia, come dicemmo,
per sollecitare quel re a romper guerra ai Turchi. Al qual uopo fu
pure, nel 1471, spedito con vasi d’oro e stoffe di Verona Giosafat
Barbaro sopra due galee perchè attraverso l’Armenia e il paese dei
Curdi arrivasse a Tebris e a Cassan, ma egli non vi giunse, per quanto
incalzato: però reduce, da uom d’ingegno e di retto intendimento ci
diede un ragguaglio, ove primo alla moderna Europa fece conoscere que’
paesi. V’andava pure ambasciatore Leopoldo Battoni per Trebisonda, e
nel 1474 Ambrogio Contarini per la Polonia, la Russia, la Colchide,
il Fasi, la Georgia, la Mingrelia, l’Armenia: tornando pel Caspio e
trovato presa Caffa dai Turchi, salì da Derben a Mosca fra un paese
selvaggio, e riscosso denaro dal gran principe per conto della patria,
per la Germania rimpatriò due anni dopo: viaggio arditissimo per le
scarse cognizioni d’allora, e fra le minaccie di gente barbara e i
sospetti de’ Turchi; e ne lasciava un’informazione curiosa[322].
Pietro Quirini veneto negoziante a Candia, veleggiando alle Fiandre
nel 1431, fu da spaventevole bufera gettato di là delle Sorlinghe,
naufrago prese terra sulle estreme coste scandinave, donde ritornando
per la Svezia, la Norvegia, l’Inghilterra, la Germania, raccontò in
modo commovente le sue disgrazie, come pur fecero i suoi compagni
Cristoforo Fioravante e Nicolò Micheli. Gironimo San Stefano nel 1496
per speculazioni s’incamminò da Genova verso le Indie, passando pel
Cairo, il mar Rosso, e fino al Pegù, al cui re vendette con iscapito
le proprie mercanzie; reduce a Camboja, si acconciò con un mercante
di Damasco; ad Ormus si unì ad Armeni diretti a Tebris; per mare si
condusse nel Laristan, provincia persiana, ove soleano approdare le
navi spedite dall’imboccatura dell’Eufrate per l’India; nel paese degli
Azameni aspettò le carovane, e per Ispahan, Kasbin, Soldania pervenne
a Tebig, donde ad Aleppo. Luigi Rominotto perlustrava l’Asia e le coste
d’Africa, ma non ci ragguaglia di nuove regioni: e maggior conto merita
il periplo del mar Rosso e dell’Indiano, steso da un anonimo che nei
1538 assisteva con Solimano granturco all’assedio del castello di Diu,
difeso dai Portoghesi.
Nel 1374 Luchino Tarigo ed altri poveri avventurieri genovesi, da Caffa
con una fusta armata risalito il Tanai fin dove nol disgiungono dal
Volga che sessanta werste, trascinarono per quella lingua di terra la
fusta, e messala sul gran fiume scesero al Caspio, e si arricchirono
corseggiando[323]. Giorgio Interiano loro concittadino vide e descrisse
i costumi de’ Circassi, fu il primo che portasse alcuni platani a
Venezia, e fantasticava la probabilità dell’arrivare dall’Oceano nel
mar Rosso[324]. Il Boccaccio dà vanto ad Andalon del Negro pur genovese
d’avere percorso quasi tutto il mondo[325]: e il Petrarca loda Giovanni
Colonna, spatriato per le risse de’ suoi con Bonifazio VIII, d’avere
viaggiato lontanissimo, e «avresti anche trascesi i limiti della nostra
zona abitabile, e varcato l’Oceano, saresti giunto agli antipodi»[326];
frasi, donde non può trarsi veruna contezza precisa.
Oggimai si tiene per provato che i Normanni, arditissimi corsari,
avendo popolate le isole Feroe, l’Islanda, la Groenlandia nell’estremo
settentrione dell’Europa, di là si spingessero di proposito, o fossero
cacciati dal caso sull’altro continente, e appunto nelle terre che
più tardi furono chiamate la Carolina e il San Lorenzo. Nicolò e
Antonio Zeno, fratelli di quel prode Carlo che salvò la patria, verso
il 1380 si elevarono fin alle coste della Groenlandia e a coteste
altre scoperte de’ Normanni, e ne stesero un’informazione, che
Nicolò Zeno lor discendente dice avere stracciata per fanciullesca
inconsideratezza, e pretese valersi della memoria e d’altri amminicoli
per darne nel 1558 un ragguaglio. Voi vedete come poco sia degno di
fede; pure ci resta la mappa delle terre da loro vedute: è corredata
di gradi geografici, e fa supporre il maneggio dell’astrolabio; ed
ha questa singolarità, che, più di mille miglia ad occidente delle
Feroe, mostra due coste, nominate l’Estotilandia e Droceo, le quali non
potrebbero essere se non Terranuova e la Nuova Inghilterra, e diceansi
indicate da naufraghi.
Tali viaggi non assumeansi, lo vedete, per intento scientifico o per
iscoprire; ma delle costoro informazioni vi era chi traea profitto
per formar delle mappe. L’unica che i Romani ci abbiano lasciata, è
la Tavola Peutingeriana, rozzissimo disegno fuor d’ogni proporzione,
ritraendo la terra sulla lunghezza di ventidue piedi e la larghezza
appena d’uno, ma che dovea bastare come carta itineraria. In Italia
quest’arte progredì, e nove mappe geoidrografiche di Pier Visconti
genovese del 1318 conserva la biblioteca di Vienna con altre di
Grazioso Benincasa anconitano del 1480[327]. Vuolsi che già dal 1300
i Veneziani segnassero i gradi sulle carte marittime; e di Veneziani
sono lode le cinque carte di Marin Sanuto che accompagnano i _Secreta
fidelium Crucis_ (Cap. XCIII), dove l’Africa si disegna triangolare e
breve, ma con evidente comunicazione dal Grand’Oceano al mar Rosso;
il planisfero del Pizzigano del 1367, fatto a penna con diligenti
miniature, e colla rosa dei venti[328]; le dieci carte di Andrea
Bianco del 1436, che danno delineato il Giappone, l’Estotiland, le
Antille, il Brasile, parte del Canadà. Nel 1440 frà Mauro camaldolese
in San Michele di Murano delineava in un planisfero tutto il mondo
allora conosciuto, sparso di figure e descrizioni, e dove la terra
empie un gran circolo, attorniata dal mare; centro n’è Gerusalemme; il
settentrione abbasso, in alto il sud; vi è tracciato tutto il viaggio
di Marco Polo, e ciò che importa agli eruditi, il capo Verde, il capo
Rosso, il golfo di Guinea, e il girabile vertice dell’Africa[329].
Il re di Portogallo incaricò esso frà Mauro d’un planisfero, di cui
potessero giovarsi quelli che mandava a tentare scoperte.
Nella _Rason del martologio_, codice del 1428 o poco poi, che
conservasi a Venezia, è spiegata la _regola de navegar a mente_,
applicando la trigonometria alla nautica; il raggio è ridotto in
decimali, anzichè in sessagesimi; si adoprano le tangenti nelle
operazioni trigonometriche, ben prima del Regiomontano che se ne fa
scopritore. La reale libreria di Parma ha un mappamondo coll’iscrizione
_Becharias civis januensis composuit hanc tabulam anno Domini
millesimo_ CCCCXXXVI, dove sono indicate la prima volta con qualche
precisione le Canarie e Madera. Un’altra carta marina su pergamena fu
compita il 1455 da prete Bartolomeo Pareto genovese, ponendo Genova
come la città più grande, e il suo San Giorgio effigiando sopra tutte
le colonie del mar Nero.
Erasi intanto migliorata l’arte del navigare, del costruire le navi e
dirigerle, e spingerle anche con vento sinistro. La proprietà dell’ago
calamitato di volgere a settentrione forse non era sconosciuta agli
antichi, ma furono primi gli Amalfitani, e dicono un Flavio Gioja
nell’xi secolo, a valersene come di strumento costante onde precisare
la direzione de’ viaggi. Con questo si potè osare d’avventurarsi
nell’alto, dove più non si scorgono terre; ed alcuni si spinsero fuori
dello stretto di Gibilterra, al quale gli antichi, chiamandolo colonne
d’Ercole, aveano posto il _non plus ultra_; e abbandonando le coste
spiegarono le vele in alto mare. Fin dal 1281 Vadino e Guido Vivaldi
salpavano da Genova con due galee col proposito di girare l’Africa, e
giungere per di là nelle Indie. Una diede nelle secche alla Guinea,
l’altra giunse nell’Etiopia, ma fu catturata, e un solo marinajo
campò, i cui discendenti, censettanta anni dopo, ritrovò in Abissinia
il genovese Antoniotto Usodimare. Pietro d’Abano e Cecco d’Ascoli
famosi astrologi soggiungono che tale notizia invogliò Teodosio Doria e
Ugolino Vivaldi a mettersi, nel 1292, con due Francescani per lo stesso
cammino, donde non furono più di ritorno[330]. Altri Genovesi di quel
tempo scopersero le isole Canarie nell’oceano Atlantico[331]. Nicoloso
da Recco, capo d’una spedizione diretta a quella volta, nel 1341 ne
diè contezza in Siviglia a mercadanti fiorentini, dai quali l’ebbe e
la registrò il Boccaccio[332]. Forse da Genovesi furono trovate anche
le isole Azzore, e si era dato il gran passo collo staccarsi dalla
costa, avventurarsi al largo, dissipare la paura del mare _tenebroso,
inguadabile_.
Da questi tentativi presero voglia e coraggio Spagnuoli, Portoghesi,
Baschi a scoprire regioni nuove, fosse a dilungo della costa
occidentale dell’Africa, fosse in mezzo all’Oceano. Principalmente
l’infante Giovanni di Portogallo, erudito in tutte le scienze del
suo tempo, si piantò presso al capo San Vincenzo, e di quell’estrema
punta occidentale d’Europa volle far quasi una vedetta donde
esplorare mari intentati, e vi stabilì un’accademia marittima. Uno
de’ primi suggerimenti di questa fu l’astrolabio di mare, grande
anello metallico, sospeso ad un altro fisso alla parte superiore
dello stromento, e con traguardi disposti in modo, da determinare i
gradi d’altezza del sole e riconoscere la propria situazione, anche
quando siasi perduta di vista la terra. Stava fitto in mente a quel
principe che, seguitando a dilungo la costa africana, s’arriverebbe a
un punto ov’essa dà volta verso levante e settentrione, e per di là si
giungerebbe alle Indie; e ostinandosi contro le beffe e l’incredulità
di coloro che al primo tentativo fallito si scoraggiano, seguiva a
mandar navi, le quali sempre più avanzavano giù per la costa africana.
Alvise Ca de Mosto patrizio veneto, corso già molte volte il
Mediterraneo, mentre tornava dalle Fiandre il 1454, si trovò cacciato
da un rifolo di vento al capo San Vincenzo; e il principe Enrico,
saputo l’arrivo di quelle galee, mandò a chiedere con istanza se alcuno
volesse pericolarsi ad una spedizione oceanica. Arrise la proferta
al Cadamosto, il quale, avuta una caravella, sciolse ai 22 marzo
1455, toccò Madera, le Canarie, capo Bianco, e al voltare del capo
Verde s’imbattè in due altre caravelle, una delle quali capitanata da
Antoniotto Usodimare, egli pure in traccia di paesi e più di ricchezze.
Messisi di conserva, procedettero fino allo sbocco del Gambia; ma
l’insubordinazione della ciurma, sgomentata dagli attacchi de’ Negri
o dal pregiudizio che i cibi di questi fossero letali ai Bianchi, gli
obbligò a dar volta. L’anno che venne, il Cadamosto, ripreso passaggio
con Antoniotto, si trovò spinto alle inesplorate isole di capo Verde e
fin al Rio Grande. Da uomo esperto e sincero ce ne diede un ragguaglio,
che è il più antico di navigazioni moderne: forse già prima avea steso
il portolano dell’Atlantico, del Mediterraneo e dell’Adriatico. Antonio
da Noli genovese riconoscea poi meglio le isole di capo Verde nel 1462.
Intraprendentissimi erano dunque i nostri navigatori, ma forse in
questa, come in tutte le altre imprese, mancarono della perseveranza:
mediante la quale invece i Portoghesi si videro premiati, quando
alfine, nel 1486, con Bartolomeo Diaz diedero volta al capo di Buona
Speranza, cioè all’estremo vertice dell’Africa, e con Vasco de Gama nel
98 giunsero per mare nell’India, dove i nostri si spingeano per così
lungo e tortuoso pellegrinaggio.
Emanuele re di Portogallo pensò che le primizie delle sue conquiste
fossero dovute a Dio, sicchè mandò al papa un elefante dell’India
mirabilmente grosso, un pardo, e una pianeta tempestata di gemme, di
tal bellezza qual mai non erasi veduta[333]. Perocchè ancora valeano
le idee del medioevo; e l’intento professato di tali spedizioni
era il guadagnare anime alla fede, e trovare quel Prete Janni, che
i viaggiatori aveano dato come pontefice d’un popolo cristiano,
isolato tra gli infedeli (Cap. XCIII, in princ.): al papa chiedeasi
l’investitura delle nuove isole, delle quali, secondo il diritto
d’allora, a lui spettava la sovranità: e Martino V privilegio di
plenaria indulgenza chi perisse in que’ tragitti, che doveano tante
anime redimere col battesimo, incivilire col vangelo.
Tali tentativi fissavano l’attenzione d’un Genovese che tutti dovea
superarli, perchè più perseverante. Nato di nobile casa piacentina,
che impoverita nelle guerre di Lombardia, erasi applicata al
commercio delle lane[334], Cristoforo Colombo, fatti i suoi studj e
messosi presto nella marina, vi si segnalò per coraggio e abilità,
aggiungendovi cognizioni geometriche, astronomiche, cosmografiche.
Dopo comandato navi napoletane e genovesi, stette in Portogallo, dove
i Lombardi (come chiamavansi tutti gli Italiani) erano bene accolti;
cupidamente raccogliendo quanto si diceva e progettava, s’allargò a
ben maggiore concetto; e mentre i precedenti non faceano che conquiste
d’esperienza, seguitando la costa occidentale d’un continente a
piramide, di cui la orientale era frequentatissima dagli Arabi, Colombo
ideò una conquista di riflessione, cioè di giungere in Asia per via
opposta: gli altri andavano tentone dietro a un fatto; egli spingeasi
dietro un’idea, una fede. Forse viaggiò sino alla Guinea, forse fu
nell’Islanda, ove potè aver contezza di terre giacenti oltre l’Oceano,
e dai racconti, dalle fantasie, dai calcoli, dai testi traeva pascolo a
congetture, che presto mutò in persuasioni.
Che la terra fosse sferica e abitata anche nella parte opposta alla
nostra, l’aveano già insegnato nella bassa Italia i Pitagorici, poi
ripetuto altri savj anche di recente, comunque la scarsezza di libri
lasciasse altri nei classici pregiudizj; e l’induzione veniva di suo
piede dacchè sapevasi non essere il peso che la tendenza al centro
della terra[335]. Uno potrà dunque passare da un meridiano all’altro
sia che si diriga a levante, sia che a ponente, e le due strade
saranno complemento una dell’altra. Il circuito della terra è diviso,
secondo Tolomeo, in ventiquattro ore da quindici gradi ciascuna: i
quindici da Gibilterra fino a Tina in Asia erano già conosciuti agli
antichi; d’un altro s’inoltrarono i Portoghesi: non rimangono perciò
che otto ore, cioè un terzo della circonferenza del globo. I filosofi
asseriscono che la superficie de’ mari è un settimo appena dell’arida:
adunque non resterà che piccola parte dell’Atlantico a traversare per
raggiungere il continente dell’India, le invidiate terre delle spezie e
dell’oro, il Catai, Cipango, le altre regioni, del cui nome e delle cui
meraviglie era stata empita l’Europa dal Milione di Polo. Più dunque
che pel levante, è facile giungervi per ponente[336]. Le cinquecento
miglia di mare che credeasi dover traversare, erano ancora eccessive
alla scarsa arte d’allora; ma probabilmente tra via s’incontrerebbero
isole, delle quali una vaga fama trasmetteasi fra i naviganti.
Altre induzioni, d’origine ecclesiastica, davano al mondo non più che
cencinquant’anni ancora di durata; e poichè è scritto che _il suono
del vangelo uscirà per tutta la terra_, Iddio dev’essere sul punto di
aprire l’India da quest’altra banda, acciocchè vi si predichi Cristo,
e se ne traggano tesori, coi quali riscattare Terrasanta dai Turchi e
tante anime dal purgatorio.
Ognuno appoggia i proprj concetti cogli argomenti del tempo; e Colombo
ne raccoglieva per la fede dei teologi, per l’avidità dei re, pei
pregiudizj dei naviganti, per la pedanteria degli eruditi, per la
scienza de’ matematici. Fra gli astronomi di quel tempo godea nome
Paolo del Pozzo Toscanelli, che in Firenze sua patria fece il più
elevato gnomone del mondo in Santa Maria Novella. A lui, già consultato
dai principi di Portogallo, si diresse Colombo per lume e consigli, e
questi gli rispose una lettera appoggiandolo di autorità e di calcoli;
gli abbozzò una carta navigatoria, ove da Lisbona a Quinsay (città
rivelata da Marco Polo) segnava sedici gradi da ducencinquanta miglia
ciascuno; e — Il tuo disegno parmi nobile e grande, e ti prego quanto
so a navigare da oriente ad occidente».
Colombo dovette rimbaldirsi di tanta approvazione: ma donde ottenerne
i mezzi? La Francia si buttava allora a guerre avventurose sotto
il romanzesco Carlo VIII: l’Inghilterra faticava a ricomporre gli
sconquassi delle lunghe discordie intestine: il Portogallo erasi messo
alle scoperte s’una traccia diversa, e codesta novità non poteva che
tornargli sgradita: di fatto quegli accademici, cui il disegno di
Colombo fu presentato, lo dichiararono d’un fatuo vanaglorioso; pure
i politici suggerirono, — Teniamolo a bada finchè si mandino navi a
verificare cosa ne sia». Colombo indispettito si sottrasse, e venne
in Italia: ma di que’ piccoli Stati e ringhiosi qual mai era capace di
tanto ardimento? Venezia e Genova desideravano conservarsi il monopolio
delle antiche vie, anzi che perigliarsi a nuove; tenere a tutto loro
profitto il commercio nel Mediterraneo, anzi che vantaggiare le nazioni
situate sull’Oceano.
Febbricitante dunque d’un gran pensiero, cui non vedea modo di ridurre
ad effetto, cogli spasimi del genio incompreso, Colombo vedea passare
gli anni, logorarsi il suo vigore, e nessuno che volesse accettare il
dono d’un nuovo mondo. Finalmente in Ispagna trovò un frate, che il
raccomandò al confessore della regina Isabella; e la gran donna, capace
di comprendere l’entusiasmo di un grand’uomo, gli diede ascolto, fece
esaminare la proposta da teologi e da sapienti; ma poichè allora fervea
l’impresa che dev’essere la prima per ogni nazione, quella di sbrattare
la patria dalla dominazione straniera, il tentativo fu rimesso a
migliori tempi: intanto Colombo militò contro i Mori, vivendo d’un
sussidio assegnotogli, egli che teneasi distributore d’incalcolabili
tesori[337].
Finalmente la presa di Granata decise la lotta di sette secoli; e
gli Spagnuoli si assisero indipendenti sopra il suolo che palmo a
palmo aveano ricompro dalla servitù moresca. Allora Colombo rincalorì
le istanze, e ottenne due navi e trecentomila corone, col patto
di concorrere egli stesso a un ottavo della spesa, purchè gli si
assicurassero un ottavo de’ vantaggi e un dodicesimo delle gioje
e de’ metalli preziosi, il titolo di ammiraglio e vicerè de’ paesi
nuovi. Un terzo legno ebbe da un armadore di Palos, dal qual porto
salpò il 3 agosto 1492, fidando in Dio, e ostinandosi a filar dritto a
ponente, per quanto il disconsigliassero i compagni, per quanto altri
fenomeni l’allettassero a cercar terre a dritta o a sinistra, per
quanto lo scoraggiasse il dissiparsi delle apparenze di vicina terra.
Perseveranza siffatta è l’impronta del genio.
Non è di questo luogo il descrivere gli incidenti del suo viaggio, e
come toccasse le Antille e più tardi il continente, ch’egli credette
sempre fossero le settemila quattrocentottantotto isole orientali,
indicate da Marco Polo. Il suo giornale lo mostra attentissimo
osservatore d’ogni fenomeno della natura, quantunque non addottrinato
abbastanza per trovarne la spiegazione; nè alla sagacia sua sfugge
veruna delle apparenze d’un mondo e d’un ciel nuovo: ravvicina i
fatti per indovinarne le mutue relazioni; primo avvertì la deviazione
dell’ago magnetico; primo conobbe che si poteva trovar le longitudini
mediante la differenza dell’ascensione diritta degli astri; notò la
direzione delle correnti pelagiche, l’aggruppamento delle piante marine
che determinano una gran divisione de’ climi dell’Oceano, il cangiarsi
delle temperature non solo a norma delle distanze dall’equatore, ma
colla differenza de’ meridiani; nè trascurò appunti geologici sulla
forma delle terre e sulle cause che la producono.
Quel che più ancora, lo caratterizza è il sentimento religioso, pel
quale crede a visioni, a rivelazioni; per iscopo supremo dell’impresa
si propone di annichilare l’islam, convertire i sudditi del gran
kan, e coll’oro ritratto riedificare Gerusalemme, e suffragare tante
anime aspettanti nel purgatorio. Ne traeva la perseveranza contro
gli ostacoli, la pazienza de’ mali, e nei semplici suoi ricordi
scriveva: — Benedetto Iddio che dà vittoria e buon successo a chi
segue le sue strade, e l’ha miracolosamente provato in me. Io tentai
un viaggio contro l’avviso di tanti assennati; tutti trattavano il mio
disegno di chimera: confido nel Signore che il successo farà grande
onore alla cristianità». E se i disastri l’opprimevano, pareagli una
voce gridargli in sogno: — Di poca fede! cosa fece Iddio di più per
Mosè e per David suo servo? A te aperte le barriere dell’Oceano;
a te sottomesso infinito paese; il nome tuo reso celebre in tutta
la cristianità. Volgiti a lui, e riconosci che infinita è la sua
misericordia. Tu giaci di cuore, e gridi _È troppo_. Or di’, chi
ha cagionato le tue afflizioni, Dio o il mondo? Dio non fallisce le
promesse: ma delle fatiche sostenute per altri padroni questa è la
ricompensa».
Perocchè è nota l’ingratitudine con cui gli uomini compensarono quel
sommo che, mentre al tornare del primo viaggio non era onoranza che
non gli fosse profusa quasi a creatore, di poi dal nuovo mondo fu
ricondotto in catene, le quali (dice suo figlio) io vidi sempre sospese
nel suo gabinetto, e con quelle volle esser sepolto». Ai re si lagnava
egli, ma invano; e a suo figlio scriveva: — Dopo vent’anni di servizj
e fatiche e pericoli tanti, non possiedo in Ispagna ove ricoverare
il capo: per mangiare e dormire mi bisogna andare all’osteria, e più
volte non ho di che pagare lo scotto». Sazio poi di quella che tanto
annoja, la censura degli oziosi, proponeva: — Coloro che si piaciono
di far rimproveri e appunti, stiano a cianciare laggiù a loro agio,
e dire _Perchè non fare così e così?_ Avrei voluto fossero stati a
quell’impresa». Passata mezza la vita nella miseria sospirando di
attuare la grande idea, e l’altra mezza nella invidia per averla
compiuta, straziato da lunga ambage d’iniquità e scaduto dalle più
fervorose speranze, moriva desolato a Valladolid di sessantott’anni nel
1506.
Istituì un maggiorasco, e ne trasmetteva i documenti a Genova, «della
qual città io sono uscito, e nella quale son nato»: pel banco di San
Giorgio destinò un decimo della rendita di sua eredità, onde sgravare
la gabella delle vittovaglie: e sedici giorni prima di morire,
sopra un uffizietto della beata Vergine regalatogli da Alessandro VI
papa, e «che gli era stato di gran sollievo nella cattività, nelle
battaglie, nelle traversie»[338], vergava un codicillo militare da
darsi «all’amatissima sua patria la repubblica genovese» pei benefizj
che n’avea ricevuti; volea che de’ suoi beni stabili in Italia vi
si ergesse uno spedale nuovo; mancando poi la sua linea, sostituiva
il banco di San Giorgio nell’ammiragliato dell’India e negli altri
privilegi, che dai re gli erano stati sconsideratamente promessi, e
che poi gli furono codardamente fraudati; sicchè i figli suoi dovettero
stentare tutta la vita a patrocinare i titoli e il nome di quel grande,
cui negavasi la gloria d’aver egli primo scoperto un mondo, che testè
gli s’imputava a monomania il credere potesse scoprirsi. Finalmente i
suoi nipoti rinunziarono alle pretese ricevendo mille dobloni l’anno
e il titolo di duchi della Veragua, che vive tuttora in una linea
femminile, dalle ultime vicende spagnuole ridotta a strettezze.
Più che i re, furono ingrati a Colombo gli scrittori, che del nome di
lui non battezzarono la terra da lui scoperta. Al fine dell’ultimo
secolo, gli Spagnuoli, costretti abbandonare ai Francesi l’isola
d’Haiti ove era stato sepolto, lo trasportarono all’Avana in una
solennità affettuosa, cui non si mesceano maledizioni, come alla
traslazione d’altri eroi: e Bolivar volle col titolo di Colombia
abbellire la repubblica, che le sue vittorie creavano e la sua
temperanza conservava. Tarda giustizia! a Colombo non restò che
la felicità dell’operare; felicità che voi, anime torpide, mai non
comprenderete.
Subito avidità d’oro, di gloria, di conquiste, di conversioni, di
martirio, spinse gran gente verso quel nuovo mondo, del quale, in
poco giro d’anni, tutto il contorno fu determinato: ma a noi non
s’appartiene qui l’esporre se non la parte che vi presero gl’Italiani.
Sebastiano Cabotto, mercadante veneziano, che fin dal 1494 avea
veduto una terra che poi fu detta Terranuova, all’udire le imprese del
Colombo, sentì suscitarsi «un desiderio grande, anzi un ardor nel cuore
di voler fare ancor egli qualche cosa di segnalato»; ed esibì ad Enrico
VII d’Inghilterra d’arrivare al favoloso Catai per altra via che non
quella di Cristoforo, cioè pel nord-ovest; e avutone lettere patenti
nel 1496, con Sebastiano suo figlio, e con quattro navi provvedutegli
dai negozianti di Bristol, toccò il continente americano al Labrador il
24 giugno 1497, cioè un anno e sei giorni prima che Colombo mettesse
l’orma in quel continente, del quale riconobbe 300 leghe di costa.
Morto il padre, Sebastiano spinse un altro viaggio in quell’altezza, e
pare scorresse a dilungo la costa dalla baja d’Hudson alla estremità
della Florida; ma sgomentato dai geli e dalle lunghe notti, voltò
indietro.
Il papa, molte volte lo ripetemmo, era considerato signor supremo dei
mari e delle isole: in forza di che, Martino V aveva conceduto al re di
Portogallo quanti paesi si scoprirebbero dai capi Bogiador e Non fino
alle Indie. Nessuno allora prevedeva che fra questi s’incontrerebbe
nulla meno che un mezzo mondo; sicchè Spagna e Portogallo vennero a
diverbio sul possesso di questo. Invece di strapparselo colle armi,
compromisero la quistione in papa Alessandro VI, il quale segnò un
meridiano, distante cento leghe dalle isole Azzore e dal capo Verde, e
i paesi di là da quello attribuiva alla Spagna.
Prima che tale controversia fosse composta, erasi adunata una giunta
per discuterla, e in essa aveva parte il nostro Cabotto, il quale
dagli Spagnuoli ebbe l’incarico d’un nuovo viaggio, in cui rimontò
il gigantesco Rio della Plata. Fatto poi gran piloto d’Inghilterra,
e presidente della compagnia istituita onde tentare il passaggio
pel nord-ovest, in quell’isola morì onorato. Il gran problema che
girava per la mente dell’illustre Veneziano, non fu risolto che jeri.
Sant’uomo (_good aldman_), come lo intitola Ricardo Eden suo amico,
morendo diceva sapere per rivelazione divina un metodo infallibile
di trovare le longitudini; e forse intendeva mediante la deviazione
dell’ago magnetico, la quale si vorrebbe da lui scoperta[339]. Anche
Giovan Verazzani navigatore fiorentino fu adoprato da Francesco I onde
tentare pel nord un passo alle Indie, costeggiò la Terranuova, conobbe
la Nuova Francia, e più di settecento miglia di costa esplorò.
Americo Vespucci, nato di buona casa a Firenze, poi fattore nella
banca di Gioannotto Berardi a Siviglia, divenne spertissimo marinajo
e buon cosmografo, eseguì diversi viaggi per commissione del Governo
spagnuolo, dal quale fu assunto primo piloto alla morte di Colombo;
e colmo d’onori morì a Siviglia il 1512. Niuna impresa capitale egli
compì, ma in lettere dirette a Renato duca di Lorena e a Lorenzo di
Pier Francesco Medici, diede delle sue navigazioni un ragguaglio gonfio
e confuso, con ostentazione di scienza e con apparenza d’uomo che
compila scritti altrui. Firenze lo lesse con avidità, e gli decretò il
fanale, cioè che davanti alla casa di lui si accendesse un falò per
tre giorni e tre notti, come in antico solevasi ai benemeriti della
patria, e tutte le case si dovessero illuminare e più i palazzi[340].
Quella informazione fu subito messa a stampe, e perchè fu la prima che
si pubblicasse, venne cercatissima, tradotta in varie lingue, talmente
che i paesi nuovi si chiamarono la terra d’Americo, e il costui nome
prevalse a quello del vero scopritore. Nol chiameremo per ciò falsatore
e plagiario della gloria altrui, ma vi riconosceremo uno degli
accidenti della gloria, tanto capricciosa nelle sue distribuzioni.
Antonio Pigafetta vicentino, trovandosi in Ispagna al seguito di
Francesco Chiericato ambasciatore della corte di Roma, partì collo
spagnuolo Ferdinando Magellano per un viaggio all’estremità meridionale
dell’America, e, datovi la volta il 21 ottobre 1520, compiva il primo
giro del globo. Il viaggio era stato finito in millecentoventiquattro
giorni; e la nave tratta in secco, fu conservata qual monumento della
spedizione più arrisicata. Pigafetta fu accolto a Monterosi da papa
Clemente VII, per cui istanza egli stese un racconto di quel giro, con
poca esattezza e molta credulità, ma prezioso in mancanza d’ogni altro,
e anche piacevole per la contezza di tanti paesi nuovi, e pel primo
vocabolario di lingue parlate da Indiani. Con Magellano erano a quel
passaggio anche Leone Pancaldo, Battista da Polcévera e un Baldassarre
genovesi. Un altro genovese, Paolo Centurioni, proponeva a Basilio
czar delle Russie un nuovo cammino alle Indie, venendo per acqua fin al
Caspio, e dal Caspio pel Volga ed altri fiumi al Baltico, onde recare
più presto e direttamente ai Settentrionali le droghe, senza ricorrere
ai Portoghesi[341]. Così, intanto che la patria tempestava fra gravi
sciagure, molti nostri, e principalmente genovesi, andavano ad ardite
scoperte, delle quali l’Italia non doveva giovarsi: piloti genovesi
fecero la prima circumnavigazione, designata dal nome di Magellano;
altri tentarono il passaggio polare.
Col solito carico erano partite le galee di traffico veneziane per
distribuire le droghe ne’ porti dell’Oceano, quando Piero Pasqualigo,
ambasciatore a Lisbona, diede avviso alla Signoria che i Portoghesi
aveano schiuso un altro varco alle Indie, ed offrivano le spezie ed il
legname di costruzione a più fiorito mercato. Fu tenuto come pubblico
disastro dalla repubblica, e si pensò al riparo non colla generosità
che si eleva a vantaggiare se stessi col vantaggio altrui, bensì
coll’egoismo che impaccia e pregiudica. Spedirono a insusurrare al
soldano d’Egitto che gravi pericoli deriverebbero al suo paese e alla
religione maomettana dalla prossimità di que’ nuovi e intraprendenti
mercadanti, e gli offrivano braccia, consigli, armi per esterminarneli.
Egli di fatto il tentò, unito ai principotti di Cambaja e di Calicut;
ma il valore di Vasco de Gama, poi dell’Albuquerque dissipò le
resistenze.
Consiglio più generoso e insieme più profittevole alla repubblica
sarebbe stato il mettere in comunicazione il Mediterraneo col mar Rosso
traverso all’istmo di Suez, o all’Egitto pei canali del Nilo; e non
mancò chi lo suggerisse: ma forse lo impedì quell’empia lega, in cui
tutt’Europa si strinse allora appunto per distruggere Venezia.
Il commercio, che i Portoghesi allora cominciarono coll’Asia,
differiva da quel di Venezia in quanto questa lo permetteva a qualunque
cittadino, escludendo gli stranieri, mentre i Portoghesi lo teneano
come proprietà della corona; quella non negligeva l’industria interna,
mentre i Portoghesi lasciarono deserte le manifatture e le campagne per
usufruttare le colonie orientali. Gl’Inglesi perseverarono a comprar
le droghe dai nostri; ma un equipaggio veneto di millecinquecento
tonnellate, che nel 1587 naufragò sopra l’isola di Wight, fu l’ultimo
che approdasse in Inghilterra, avendo la regina Elisabetta ottenuti pe’
suoi dal granturco tutti i privilegi di cui fruivano i Veneziani.
Presto dalla Sicilia passò la coltura dello zuccaro in America, che
ne divenne la principale produttrice; di là vennero a noi molte nuove
piante e derrate, molti usi ed abusi, e vizj e comodità e morbi. È
generalmente accettato che l’inglese Raleigh portasse pel primo in
Europa il pomo di terra nel 1586; ma il celebre botanico l’Ecluse
(_Clusius_), che primo descrisse quel tubero nel 91, asserisce averne
fin dall’88 coltivato nel suo giardino alcuni ricevuti dall’Italia,
ove da qualche tempo servivano di cibo agli uomini e agli animali
domestici.
Ma noi avevamo cessato d’essere i fattori dell’Europa; non un palmo di
terra acquistammo in quel mondo, che un nostro avea scoperto e un altro
denominato; non ajutammo le successive indagini: vero è che restammo
mondi del sangue e delle atrocità che le accompagnarono.
Le scoperte schiudeano un nuovo campo alla santa operosità de’
missionarj, che da Roma correano a piantar la croce dovunque gli
avventurieri avessero cominciato la strage. Famosi principalmente
riuscirono i Gesuiti nella Cina, e primi Gabriele Rogerio di Napoli,
il Ricci da Macerata, il Pasio da Bologna, che educatisi nei costumi e
nella lingua del paese strano, furono tollerati e donati, ed ottennero
grandi successi di conversioni; anzi il Ricci scrisse un’opera in
cinese, che lo fece porre fra i classici di quella difficile nazione.
Prodigiosi effetti conseguì pure nel Malabar il padre Roberto de’
Nobili romano, che però col troppo mostrarsi tollerante dei riti
nativi meritò la disapprovazione di Roma, e (strano accordo) quella de’
filosofanti. Da questi ed altri missionanti si ebbero le prime e le più
esatte contezze di que’ paesi.
Gli ambasciadori nostri alle Corti straniere informavano i loro Governi
delle scoperte, via via ch’erano risapute; i mercadanti ne faceano
appunto sui loro mastri per l’alterazione che derivava al prezzo delle
derrate. Gli eruditi, di mezzo ai loro studj sull’antico, sentivano
agitarsi il mondo moderno; e mentre sulla fede dell’erudizione Colombo
ostinavasi nel glorioso suo errore, Pietro Martire d’Anghiera milanese
scriveva a Pomponio Leto: — Non passa giorno che non ci arrivino
prodigi nuovi da questo nuovo mondo, da questi antipodi dell’Occidente,
che un tal Cristoforo genovese ha scoperti. Credo bene che tu abbia
trasalito d’allegrezza, e a stento ti sia frenato dalle lagrime
quand’io per lettere t’informai dell’orbe dianzi nascosto. Qual cibo
più soave di questo a sublimi ingegni? Da me lo misuro, che sento
bearmi lo spirito quando ragiono con alcuni tornati di colà. Tuffino
l’animo in accumular dovizie i miseri avari; noi allietiamo le menti
nostre nella contemplazione di siffatte meraviglie. E che fecero di
più i Fenicj quando in regioni remote riunirono popoli erranti, e
fondarono altre città? Ai tempi nostri era serbato vedere allargarsi di
tanto le nostre concezioni, e tante cose insolite apparir d’improvviso
sull’orizzonte»[342].
Esso Pietro Martire pubblicò tre decadi _De rebus oceanicis_, che volle
far credere scritte man mano che le informazioni giungevano[343], e il
cui vanto riponeasi nell’aver saputo designare con parole classiche
paesi e cose nuove. Dalle lettere del Colombo _De insulis Indiæ
nuper inventis_ trasse un rozzissimo poema in ottave il canonico
Giuliano Dati fiorentino[344], autore d’altri scrittarelli destinati
a popolarizzare le scoperte. Di que’ viaggi poi una raccolta stampò il
Fracanzano di Montalboddo a Vicenza nel 1507 col titolo di _Mondo nuovo
e paesi nuovamente trovati da Alberico Vesputio fiorentino_; Antonio
Manuzio un’altra de’ viaggi di Veneziani. Giovan Battista Ramusio,
nato da Paolo letterato celebre, usato in molte legazioni, sperto di
varie lingue, concepì principale amore per la cosmografia, e ne teneva
accademia in sua casa a Venezia; e dei ragguagli che correano fece
la miglior raccolta col titolo _Delle navigazioni e viaggi... nelle
quali con relazione fedelissima si descrivono tutti quei paesi che da
già trecent’anni finora sono stati scoperti, così di verso levante e
ponente come di verso mezzodì e tramontana_, più più volte ristampate,
dopo la prima di Venezia del 1550. Anche Livio Sanuto raccolse le
migliori notizie delle scoperte, e s’un globo rappresentò tutto il
mondo conosciuto, sicchè può considerarsi il primo che correggesse le
antiche carte. Sventuratamente delle sue non si salvarono che dodici,
pubblicate postume nel 1586, incise dal fratello Giulio; e l’Africa vi
è ritratta con esattezza tale, che appena dalle recentissime scoperte
potè essere migliorata.
Alessandro Geraldini da Amelia nell’Umbria militò in Spagna, fu
coppiere della regina Isabella, poi entrato ecclesiastico, educò
quattro principesse che divennero regine; favorì i divisamenti del
Colombo confutando i sofismi teologici che lo contrariavano; adoperato
molto in diplomazia presso quasi tutte le corti d’Europa, finì vescovo
di San Domingo in America. Scrisse molte opere di teologia, esortazioni
ai Cristiani contro i Musulmani, e l’itinerario alle Antilie, con
ragguagli sulle antichità, i riti, i costumi, le religioni de’ popoli
di Etiopia, d’Africa, dell’oceano Atlantico, dell’India. Asserisce
però aver veduto e trattato popoli e re, che nessun altro menziona;
dà perfino iscrizioni latine, che asserisce aver copiate in Africa,
evidentemente false: sì poco allora aveasi cura dell’esattezza.
Altri continuarono viaggi. Giovanni da Empoli nel 1503 arrivava al
Malabar. Filippo Sassetti fiorentino, buon matematico e discreto
scrittore, visitò le Indie, e vorrebbesi il primo che avvertisse
la declinazione dell’ago calamitato, che noi trovammo già prima
indicata. Luigi da Vartema, gentiluomo bolognese, scrisse il suo
viaggio in Levante, ristampato e tradotto in tutte le lingue. Mosso da
Venezia dopo il 1500, visitò l’Egitto, la Siria, e nel 1503 imparato
l’arabo, da Damasco colla carovana andò alla Mecca, soffrendo i
disagi di quel tragitto, ammirando il gran mercato che vi si teneva,
benchè declinasse dopo scoperto il passaggio marittimo all’India.
Un Moro ch’era stato a Genova e Venezia, lo conobbe per italiano;
nè al castigo serbato all’infedele che entra nella santa casa, potè
sottrarsi se non fingendosi rinnegato, e bestemmiando i Portoghesi.
Il Moro gli esibì di mettersi col re del Decan per fondere le sue
artiglierie: ed egli, desideroso di avventure, accettò. Sbarcò a Aden,
ma riconosciuto, fu messo in carcere; e solo col fingersi scimunito,
e ricrear la regina colle sue buffonerie, potè campare. Allora visitò
molte città dell’Arabia Felice, fendè la Persia, e giunse ad Ormus,
a Herat, a Schiraz, centri di vivissimo traffico. Fece società
con un mercante persiano, e dalle guerre impedito di giungere a
Samarcanda, tornò a vedere altri paesi sino a Calcutta, dove stavano
sin quindicimila mercanti forestieri. Il Vartema si estende a narrare
i costumi dell’India, come uom che li vide in fatto, sebbene e spesso
li frantendesse, e più spesso non osservasse quelle particolarità
che ne formano il carattere. Seguitò a trafficar per que’ mari, e
via fin al capo Comorin, all’isola di Seilan e al Bengala, indi al
Pegù, a Sumatra, all’isola delle Spezierie, a Borneo, a Giava. Reduce
a Calcutta, trova due Milanesi venuti nell’India co’ Portoghesi e
disertati, coi quali s’accorda per fuggire dai paesi musulmani, e
riesce a tornare fra i Cristiani. I Portoghesi l’ebber caro per le
informazioni che offerse di regioni ignote, e gli agevolarono il
ritorno a Lisbona, ove il re l’intitolò cavaliere; e di là tornò in
patria il 1508.
Gaspare Balbi veneziano, negoziante di gioje, trovandosi ad Aleppo
il 1579, risolse visitare l’Oriente; e condottosi a Bir sull’Eufrate,
navigò questo fiume pieno di pericoli fin presso a Bagdad; da questa
_Babilonia_ nuova scese pel Tigri a Bàssora, donde a Ormus, osservando
la pesca delle perle a Baharein, poi a Diu e a Goa, dove allora
ingrandiva la potenza portoghese. La sua descrizione rispetto a storia
e geografia non dilatò le nostre cognizioni, ma da mercante ch’egli
era, informa a minuto del commercio, dei prezzi, delle direzioni.
Da Goa traversò a Cochin, poi pel capo Comorin a San Tomé, notando
i gran frutti delle missioni gesuitiche. Con mercadanti Portoghesi
navigò nel Pegù, regno poderoso, che dominava quelli d’Ava e di Siam,
e la cui capitale trovò grandiosa, qual rimase finchè i Birmani non
la distrussero nel secolo passato. Quel principe, interrogatolo sul
suo paese, e udito che governavasi senza re, volle sbilicarsi dalle
risa, il regalò d’una coppa d’oro e tappeti cinesi, e ne comprò molti
smeraldi, ricambiandoli con altre pietre e con pezzi di piombo che
ivi scusavano la moneta. Passare ad Ava per farvi accatto di rubini
non potè, in grazia d’una ribellione scoppiata, per la quale il re
del Pegù chiamò a sè gli uffiziali e governatori, e sospettandoli
d’intelligenze, li fece colle loro famiglie bruciare in numero
di quattromila. Il Balbi potè vedere le trionfali solennità della
vittoria, e marcie e pasti, dove i bianchi elefanti del re faceano
segnalata comparsa. Ci dipinge quel popolo come mansueto, tollerante,
educato dai buoni esempj de’ Talapoini, monaci austeri e caritatevoli,
i quali non impedivano di farsi cristiani, dicendo che uno può esser
buono in qualunque religione. Di là mandavasi argento al Bengala, riso
a Malacca: sopratutto lavoravasi di cotone. Nol seguiremo nel ritorno
e nella descrizione che fa delle usanze della costa del Malabar, donde
per Ormus ripassò nel 1588 ad Aleppo, che avea lasciata nel 1579; e due
anni dappoi pubblicava in patria il suo _Viaggio alle Indie orientali_,
prezioso sì per la semplicità con cui acquista fede a’ suoi detti, sì
perchè primo recò notizie dell’India transgangetica e particolarmente
del Pegù.
Pier della Valle può dar la misura della corrività, se non della
sfacciataggine de’ viaggiatori. Staccatosi da Roma col proposito di
percorrere le principali parti del teatro dell’universo, provvisto
d’entusiasmo e di fede ma non di critica, sopra un legno veneziano
approda prima a Corfù, dove riverisce le reliquie di santo Spiridione,
e dove gli è mostrato un discendente di Giuda Iscariote. A Zante vede
una fontana, la cui acqua proviene dalla terraferma, sottopassando alle
salse, per tal segno che una volta ne sgorgò una tazza d’argento. Da
Troja, che ricostruisce con tanta facilità, mentre con tanto stento
i moderni non v’arrivarono, giunge a Costantinopoli, e vede gran
meraviglie, e n’ode di maggiori, quali le due immense cisterne, sopra
cui stanno sospese Santa Sofia e l’ippodromo, sostenute solo da alcune
file di pilastri. Harlais ambasciadore di Francia gli agevola l’entrata
nel serraglio, ove bacia la mano all’imperatore, ma preoccupato dalle
idee de’ costumi e delle Corti europee, nulla intende di quella.
Nelle case vede usare pertutto una bevanda nera, che chiamano caffè,
e i cui effetti gliela fanno somigliare alla nepente, con cui Elena
calmava i tedj degli assediati Trojani. Nell’Egitto scorre colla Bibbia
e col leggendario alla mano, pertutto vendemmia pie tradizioni, e
viepiù accostatosi a Terrasanta: e que’ racconti anche sì grossolani
attraggono per la buona fede e la semplicità onde sono dettati. Dopo
che potè prostrarsi sul sepolcro di Cristo, e ricever la comunione su
quello di santa Caterina, crebbe di pietà, e sbandì quanto di mondano
conservava. Avviatosi colla carovana verso Babilonia, sente parlare
della bellezza stupenda, del raro ingegno, dell’incomparabile virtù
della figlia del maggior ricco di Bagdad: onde invaghitosene per fama,
non d’altro studia che d’arrivarvi presto, e la ottiene in matrimonio,
e riconduce a Roma la bella Maani Gioreida.
Jacopo Morelli, lodato bigliografo, stampò in pochi esemplari una
dissertazione intorno ad _Alcuni viaggiatori eruditi veneziani poco
noti_ (Venezia 1803), i quali sono Paolo Trevisano, Giovanni Bembo,
Pellegrino Brocardi, Ambrogio Bembo, Giovan Antonio Soderino; e
minori Bartolomeo Dandolo, Bonajuto Albani, Teodoro Gradenigo, Nicola
Brancaleone, Antonio Priuli, Carlo Maggi, Cechino Martinello. Altri
avremo a mentovarne, ma scarsissima messe ci danno i nostri campi. Ben
fa meraviglia come di tanti portenti, che doveano concitare le fantasie
e l’estro, poche o niuna scintilla traessero le muse nostre, severe od
amene: alcuni poemi su que’ gloriosi fatti ricalcano i modelli antichi;
e le allusioni fattevi non attingono l’originalità, neppure in mano del
Tasso e dell’Ariosto.