CAPITOLO CXXVI.

La fine del medioevo.

Così accompagnammo il passaggio dall’età media alla moderna. La società

stabilita sulla libera autorità, sulla devozione dell’uomo all’uomo,

sulla infallibilità cattolica, sulla ecclesiastica gerarchia, cede

dinanzi all’indipendente indagine de’ pensatori, al cavillo erudito

de’ leggisti, alla risoluzione de’ popoli di stracciar le fascie entro

cui crebbero, e dei re di non tollerare superiori. Cessata quella

robustezza di Roma imperiale, che assorbiva l’uomo nello Stato, la

Chiesa avea proclamato la propria indipendenza: gli uomini franchi,

i signori feudali, i Comuni, le maestranze ne voleano altrettanta,

arrogandosi l’autonomia della propria sfera, per modo che non si trova

più la nazione, lo Stato, ma l’individuo col suo senno e colla sua

coscienza. Al contrario, gli Stati moderni sin dal nascere inclinano

in un senso opposto alla società cristiana e ai dominj barbari,

accentrando i poteri maestatici, estendendo la sfera della regia

attività a scapito de’ signori e dei Comuni.

A ciò erano ajutati dal desiderio d’ordine, di sicurezza, di

protezione, ingrandito colle ricchezze e colla civiltà: ma ne derivava

l’illimitata dominazione d’un uomo, giacchè tanti poteri concentrati

non potendo più esercitarsi dal popolo, vengono affidati a un solo, e

ne nasce la moderna assolutezza, ove l’individualità sparisce sotto i

regolamenti, i diritti rimangono in arbitrio dei governi, e lo Stato

dovendo regolare tutto ciò che interessa la maggioranza, più non

conosce limiti nell’attività che si attribuisce, intacca perfino la

proprietà coll’arbitraria imposta[345], surroga al concetto morale il

calcolo del tornaconto, l’artifiziale autorità della magistratura alla

naturale libertà di ciascuno, a un capo servito da poteri indipendenti

l’idea dello Stato rappresentato da un uomo; insomma all’età cattolica

sottentra l’età politica.

È però compiuta la missione provvidenziale del medioevo, qual era

di sfasciare l’onnipotenza dello Stato sopra i corpi e le anime,

restituire all’uomo l’importanza che prima non attribuivasi se non

al cittadino, rintegrare le nazionalità particolari, e in queste le

famiglie.

Da principio le famiglie de’ vincitori stavano raccolte in una

imperfetta federazione, quale bastasse a tenere subordinate quelle de’

vinti; e al possedimento delle terre si annetteva la sovranità, che in

conseguenza suddivideasi fra tanti signorotti, volgentisi nell’orbita

propria, non trascinati in quella di un unico preponderante. Finite le

invasioni, sui rottami dell’impero di Carlomagno erasi fondato un nuovo

ordine di cose, medio fra la schiavitù antica e le libertà moderne,

cominciarono a parlarsi lingue distinte, nelle quali prorompeano versi

per esprimere le credenze, le passioni, i sentimenti. Allora i Comuni

ampliarono esse famiglie, introducendovi i vinti come artigiani o anche

solo come inquilini della città; poi via via abbracciarono la campagna

e i servi, e formarono vorrei dire tanti nuclei, attorno a cui si

cristallizzarono i decomposti elementi.

Fu questa la rivoluzione per cui l’Italia, prima che ogn’altra,

cancellò le impronte della barbarie: rivoluzione casalinga, dove il

governo passò dai re ai conti, dai conti ai vescovi, indi ai Comuni

aristocratici, poi agli industriali, poi alle plebi, non cercando tanto

la libertà civile quanto l’eguaglianza, e questa non nelle persone,

ma nei corpi che eransi emancipati coll’oro e col sangue, senza però

mai che si aggregassero ad un potere centrale. Fissando quel bulicame

di persone e di Stati che, non ancora stretti a fasci, ed operanti

più per sentimento che per la riflessione, esercitavano un’esuberanza

di vita, in rapida e perpetua mobilità spingendosi, attraversandosi,

sormontandosi, combattendosi per motivi ignoti, s’inaspa lo sguardo. Le

cronache danno un motivo a ciascuno di quei fatti, un nome a ciascuno

di quegli individui, e caratteri e passioni proprie; e soventi vi

scorgiamo generosi fini, nobili interessi, pericoli vigorosamente

affrontati, tanto da meritare più che gli eroi de’ grandi imperj

l’attenzione di chi, qualunque ne sia il nome e le proporzioni, prende

interesse all’uomo che lotta per la coscienza, per la libertà, per la

patria. Ecco perchè il medioevo è così diversamente valutato: tanto più

che le forme n’erano grossiere, e che all’induzione e alla deduzione

prevaleva l’intuizione, fecondissima fonte di conoscenze e di verità

più dirette ed essenziali, perchè produce l’entusiasmo, trattato di

pazzia dal freddo raziocinio, incapace a spiegarlo; e che sempre vi si

trovano a contrasto l’infinita aspirazione del pensiero e la trista

realità, carità e barbarie, ironia ed amore, dubbio e misticismo,

e nell’autore stesso improperj contro i papi e venerazione per san

Francesco.

Gente che vuol tutto restringere alla misura della nostra piccineria,

che a forza d’abusare della parola libertà, d’erigere in regola il

sofisma, di non riconoscere verità contraddicenti al proprio partito,

nè importanza a principj che non siano i suoi, senza volerlo si riduce

cortigiana della violenza e dell’arbitrio, e quando non ode schiamazzo

per le vie chiama organizzata la società, ben è dritto se non sa che

deplorare que’ tempi, e preferendo alla tutela municipale l’imperiosità

governativa, alla libertà dei più la sovranità politica, anatemizza i

governi popolari a fronte de’ regj che, nell’evo seguente, portarono

all’Italia il silenzio della prigione, il riposo del sepolcro.

Acquistar la libertà senza lotte, traforarsi da un governo all’altro

a chetichella, sono utopie di gazzettieri che idoleggiano la propria

ragione, e immolano i fatti alla teoria. Anche Venezia ne’ primi suoi

secoli avea fortuneggiato tra rivolture e ambizioni, finchè trovò il

suo assetto. Le altre repubbliche faticavano ancora nel travaglio, dove

più dove meno spasmodico; e tutte frastornate dall’irrequietudine de’

fuorusciti, dall’ingerenza ghibellina, e ben presto dalla conquista

forestiera, per modo che non poterono trasformare gl’istinti in

raziocinj, le passioni in principj morali.

L’idolatria, sia al passato o al presente, non è degna se non di

quella storia che fu adulterata dalla scettica manipolazione del

secolo passato, e dal dilettantismo giornalistico di questi nostri,

che conservano l’irriverenza e la leggerezza di Voltaire, quando

Voltaire stesso penserebbe più seriamente. No: ai grandiosi spettacoli

dell’umanità non vuolsi l’occhialetto indifferente o beffardo

del teatro; e solo vi s’addentra chi, spogliato di presunzione

filosofistica e di teologiche sottigliezze, cerca la figliazione

degli elementi sociali, e come le civiltà procedano le une dalle

altre per la forza d’evoluzione, che è propria della specie umana:

che se la filosofia della storia errò ne’ singoli sistemi, convinse

che l’oggi è figlio dell’jeri; che certe forme della società si

attuano solo in alcuni periodi; che uno stadio dell’umanità procede

dall’altro, la spiegazione di uno si trova nell’esistenza dell’altro.

Scienza non si dà se non quella che riposa sopra le qualità insite e

durevoli delle cose; che all’induzione aggiunge il lento corredo di

prove, di fatti convergenti; che senza entusiasmo nè rancore aspira

a discoprire la verità, la sola verità. E se il lungo studio e la

violenta contraddizione ci valse, e la fatica nel determinare correnti

del pensiero opposte a quelle che irriflessivamente lo trascinavano,

a noi parve fatuità il credere che jeri solo nascessero i concetti di

giustizia, d’indipendenza, di libertà; e che in un secolo, il quale

non mette in prospettiva de’ suoi fatti che la prigione e la forca,

giovasse ricordarne altri che vi mettevano il paradiso; che in un’età

di vita fortuita e turbolenta e presto invecchiante, la quale proclama

non esservi scampo dalla democrazia che nei soldati, giovasse non

esaltare ma conoscere il medioevo, il quale avea creduto contro i

soldati non trovare scampo che nella democrazia. Gridino a tutta gola

che c’inganniamo; noi, scarchi delle intolleranze giovanili e attaccati

pacificamente alle credenze nostre senza perseguitare le altrui,

prostrandoci sulla recente tomba d’un amico, con lui proclamiamo: — Il

vincitore è Abele».

Tal è il senso della prima rivoluzione, segnata col nome de’ Comuni:

ma agli eterogenei elementi bisognava metter ordine; e qui soccorrevano

il diritto romano e l’ecclesiastico. Il romano, se anche aveva perduto

l’efficienza legale, sopravviveva nelle tradizioni e negli scritti, e

contribuì utilissimamente a dar norme di giustizia e di procedura. La

Chiesa, che per la sua universalità era sfuggita dal frastagliamento

del potere civile, al feudalismo, sistemato unicamente per la

conservazione de’ vincitori, opponeva un ordine razionale, con poteri

gerarchicamente coordinati, scritte le leggi, discusse in pubblico le

prove testimoniali[346], la pena misurata dal dolo e dal fatto, non già

dalla qualità del delinquente o dell’offeso, e sempre più identificata

la legge colla morale. Dal diritto romano e dal canonico s’apprende

ad accentrare i poteri sovrani; i diritti, le azioni, la pulizia

si regolano con statuti, poi con codici, non dedotti da un concetto

filosofico, ma dalle relazioni sociali e dallo storico andamento.

Di tal passo l’Italia, che fino al Mille scomponeva le individualità,

da poi le venne rannodando. Già erasi introdotta e avanzata l’opera

dell’unificazione ragionevole dello Stato; comunanza ne’ tribunali;

comunanza del diritto e dovere di difendere la patria negli eserciti;

comunanza d’imposta per le strade, i fiumi, i canali, la pulizia delle

città; comunanza dell’insegnamento; comunanza delle dignità sacre dal

campanaro al sommo pontefice[347]: e ciò senza alienar tutto l’uomo

allo Stato, in modo che nulla si sottragga, nè proprietà nè famiglia nè

educazione nè culto.

Al di sopra di tutti si bilicavano due podestà: una ecclesiastica,

direttamente emanante da Dio, e confidata alla popolare elezione;

temporale l’altra, ma che ancora riconosceva il diritto e dall’elezione

e dal coronamento. Le due autorità supreme vennero a un conflitto, la

cui essenza non consisteva nell’investire coll’anello o colla spada,

bensì nella libertà di ciò che l’uomo ha di più prezioso, il credere e

il pregare.

Come avviene in tutte le gare, i campioni dell’una e dell’altra

esuberarono: pure da un lato ci s’affacciano imperatori egoisti, che

lavorano per sè, per le proprie famiglie, per denaro; violenti ora,

ora subdoli; creano fantocci di papi, e li sostengono con male arti e

coll’appoggiarsi agli uomini peggiori: dall’altro lato vecchi inermi,

che non pretendono per se stessi ma per la Chiesa, irremovibili nel

proposito, morali nei mezzi, veneratori della santità quand’anche non

ne sono modelli. Quella contesa, oltre chiarire alquanto l’idea dello

Stato, e l’indipendenza reciproca di due ordini in fatto distinti,

preservò gli spiriti dal languore, che, nel morale come nel fisico, è

la malattia più ribelle.

La preponderanza del clero non era altro che quel jus sapientioris, per

cui i Romani a coloro che hanno libera e adulta la ragione attribuivano

la facoltà di governare gl’imbecilli ed inferiori. Senza la potente

coesione della gerarchia cattolica, in tempi d’anarchia e d’ignoranza,

che sarebbero divenute la religione e la civiltà? Essa dava al popolo

cristiano l’unità necessaria per combattere l’unito islam; e cessato

tal bisogno, lasciò rivalere le nazionalità. Ma non perdiamo di vista

che quei papi furono della loro, non della nostra età; e il compararli

a Giulio II o a Pio IX son retoriche piacevolezze o palingenesi

fantastiche, giacchè essi non videro levante o ponente, conquistatori

o conquistati, Latini o Slavi, bensì peccatori da redimere, spirito da

sostenere nella lotta colla carne, ed altri aspetti inattendibili ai

ciclopi del razionalismo, cui carattere è la paura e la detestazione

d’ogni spiritualità. Scelti essi medesimi fra tutte le razze, poteano

restringer la vista alla nazionalità? se non che, per l’arcana

connessione delle verità superne colle temporali, fu sotto il manto

pontifizio che le nazionalità si costituirono[348].

La supremazia dell’imperatore sovra i principi e potentati tutti, che

il Barbarossa avea fatta acclamare dai leggisti a Roncaglia, terminò

con quel Federico II che pareva riunire i mezzi migliori per attuarla;

e l’epopea delle grandi lotte si immiserì in controversie di dominio

sulle Due Sicilie. Poniamo che queste, come la restante Italia, si

fossero governate a popolo, la santa Sede v’avrebbe conservato senza

contrasti la primazia; ma reggendosi a re, ne seguirono guerre, in cui

entrambi i poteri scapitarono. Alessandro III come avea resistito al

Barbarossa? coll’unire popolarmente la Lega Lombarda; Urbano IV non

potè abbattere i discendenti di quello che col chiamare Carlo d’Angiò,

aggravare cioè colla tirannia francese la tirannia tedesca.

Ne segui però un effetto rilevantissimo; perocchè l’abolizione

del dominio svevo pose termine alla sopreminenza della stirpe

conquistatrice, che qui erasi piantata coi castellani e coi vassalli,

e lasciò rinascere la coscienza della nazionalità nei nostri, che si

consideravano come discendenti dai Romani. In questo senso si diressero

i tentativi di restaurazione; a ciò la letteratura, a ciò le arti,

a ciò la giurisperizia. Che trionfassero i Ghibellini era difficile,

giacchè veramente contro di essi erasi fatta la rivoluzione popolare

anche quando pareva invocarli; e la primazia imperiale dagli Svevi

in poi non è più che di nome: eppure ne’ fatti che succedono abbiamo

una prova che si dà libertà senza indipendenza, ma l’indipendenza non

basta alla libertà. La Chiesa stessa sente in dechino l’autorità sua

universale, ed è costretta assicurarsi un dominio temporale, che se

in prima era un accidente, allora divenne il punto d’appoggio della

politica sua efficienza.

Anche mentre la vita sociale rimaneva sparpagliata fra i castelli,

mai non perdettero importanza le città, che sono l’antichissima

e vivace forma de’ governi italiani; e risorsero, e ristabilirono

la democrazia, e di essa i frutti buoni e i peggiori. Nella vita

democratica l’uomo, nobilitato il carattere nell’obbedienza alle

leggi quanto rimane depresso nell’obbedienza a un uomo, lavorando per

sè non per un padrone, concepisce elevata idea di sè e del proprio

paese, si fa agevole nella conversazione perchè non s’immagina che

altri vilipenda lui, come egli non vilipende altri, fortifica il buon

senso nel conversare co’ suoi simili, nei quali più valuta il senno

e i sentimenti che non le maniere, il fondo che non le forme; e in

quel vivere pieno ed attuoso, cercasi meno la libertà de’ singoli che

l’indipendenza di tutti.

Noi, che per libertà intendiamo la tutela del riposo civile e della

franchezza domestica e personale, l’assicurazione contro gli abusi

del potere in qualunque mano sia posto, non la riscontrammo in quei

tempi, quando libero si considerava chi partecipasse alla sovranità, al

potere attivo; lo perchè prediligendosi il governo dei più, trovavasi

libertà politica anzichè civile. Oggi, qualunque siasi il Governo,

noi pretendiamo la separazione dei poteri, l’indipendenza dei giudici,

la inviolabilità della persona, il sottrarre a castighi il pensiero,

la discussione filosofica, la bestemmia, lo scherzo, il costume, il

lusso: allora invece tentonavasi fra sempre nuove forme politiche, non

perchè garantissero contro gli abusi dell’autorità, sibbene perchè

rappresentassero il popolo. Agli sconci parea rimedio o compenso

la sovranità di tutti; la quale, emanata dal popolo, affidavasi

a magistrati temporarj e responsali. Perfino nelle aristocrazie,

il numero degli elettori e degli eleggibili era ristretto, ma non

irrevocabile il potere: sola Venezia tenne doge a vita, ma il fasciò

di gelosissime precauzioni: anche stabiliti i principati, questi

non trasmetteansi con regolare eredità, sopravvivendo il concetto

dell’elezione, sol cancellato poi dalla dominazione straniera.

Quell’assiduo avvicendarsi di magistrati a troppo brevi periodi rinnova

la febbre elettorale: pure l’abitudine delle assemblee rinvigorisce il

senso comune, dà espertezza negli affari, e sentimento del diritto e

del dovere; ove il merciajo e lo scardassiere può salir gonfaloniere

e doge, ciascuno sente il bisogno di educarsi; ove due o seimila

cittadini sono chiamati ogni anno a magistrati o rappresentanze, quanta

cura di meritarsi stima! ove ogni uffiziale è sindacabile all’uscire

di carica, quanta attenzione di contentare la pluralità! Non essendo

lo Stato privilegio d’una classe, si cerca quel che compie al popolo:

spedali e scuole si moltiplicano, e sontuosi edifizj, e, ciò ch’è

distintivo, pulitezza universale negli abiti: che se oltr’alpe il

palagio e la cattedrale, giganteggiando di mezzo ad informi casipole,

indicano le largizioni e il decreto d’un re fra la nullità del popolo,

da noi le vie allineate, i passeggi, le magioni erette a disegno,

esprimono il genio generale e il concorso della intera nazione,

operante non solo nelle capitali, ma in cittaducole, alla campagna e

fin per entro a valli recondite.

Chi rimaneva escluso dai godimenti, a cui convitano la natura, l’arte,

il pensiero, l’attività? Quanto non riesce dolce all’uomo il cooperare

alle sorti del proprio paese, il non obbedire che alle leggi cui egli

medesimo discusse e sanzionò, non sopportar pesi se non accettati,

non riconoscere autorità se non le elette da sè, insomma uscire

dall’angusto circolo della vita individuale e domestica, per vivere

e sentire in comune, dare e ricevere impulsi a nobili atti! Nelle

passioni politiche l’anima si può depravare, ma non avvilire quanto

fra i calcoli ignobili del cortigiano, del satellite, del finanziere.

Coloro che credono l’immoralità essere nata soltanto colla stampa e

coll’emancipazione del pensiero, han potuto vedere dal nostro racconto

quanto gl’individui peccassero del vizio che accompagna l’ignoranza e

la barbarie: eppure sullo spettacolo miserevole si stendono la fede

e la carità, e nella prospettiva presa dall’alto scompajono molte

deformità, e di mezzo alle colpe e ai difetti di una giovinezza tutta

di esperienze rilevansi le qualità che distinguono l’Italiano. Non

incalzato da bisogni urgenti, non lottante con un suolo e con un cielo

ingrati, ha tempo di oziare, e in que’ riposi godere se non altro

le vaghezze della natura, e riflettere sopra se stesso e sopra gli

altri, persuadendosi così della propria dignità; alternando poi tra

gli affari pubblici e privati, acquista pratica ed elevatezza, raffina

l’intelligenza, nei modi e nel pensiero introduce quella pulitezza, che

è l’espressione del rispetto che devonsi tutti i membri della grande

famiglia.

Nelle repubbliche ognuno sente la propria importanza, e registra i

suoi dolori, che sommati pajono maggiori; mentre nelle monarchie si

contano soltanto quelli de’ grandi, più strepitosi ma rari e meno

compassionati. In quelle, private passioni s’intralciano alle rivolture

pubbliche: ne’ principati ognuno soffre in silenzio i proprj malori,

siccome effetto de’ cattivi ordinamenti, contro i quali è inutile

reluttare; arresti, vessazioni, arbitrj sono dolori quotidiani, ma

codardi e infruttiferi, nè raccolti dalla storia. Così viene quello

stato, che i prudenti intitolano ordine, i servili prosperità, i

generosi marasmo.

Questo vivace sentimento dell’individualità, se affinava

l’incivilimento di ciascuno, disserviva lo Stato, perchè gli uni agli

altri si accostavano soltanto per costrizione. Il reciproco bisogno,

nella mancanza d’ogni potere dirigente e tutorio, aveva ravvicinato

spontaneamente gli uomini; e parentele e corporazioni procacciavano

quella sicurezza, della quale non brigavasi lo Stato. Diminuito quel

bisogno, si lentano perfino i legami domestici; i cittadini amano la

patria ma per se medesimi; il governo di quella amano solo qualvolta

vi partecipino; in conseguenza non si tollera nulla di prefisso,

di durevole, d’obbligatorio. L’uomo, conscio de’ proprj diritti,

facilmente s’impenna contro le necessità; anzichè incurvarsi ad esse,

carpisce con violenza ciò che gli è ricusato, e vuol partecipare al

governo, sia costituzionalmente, sia per forza. Da questo punto rimane

solo un passo all’anarchia; e l’anarchia inevitabilmente ripiomba nella

tirannide.

Ponete una gente inesperta, di passioni ineducate, con tanti elementi

deleterici, con tanti impacci al civile sviluppo, e poi incolpatela di

non aver saputo costituire buone repubbliche e conservarle. Tenendo

dall’origine loro una politica feudale che zelava il diritto della

guerra privata, e la speculazione dei pochi sovra le moltitudini,

sapevano più ingrandire per via di conquiste al modo germanico, che non

aumentare in quantità di cittadini al modo romano; anzi, scemandosi

questi pel logorarsi delle famiglie privilegiate o per l’espulsione

delle vinte, fra sempre minor numero si restringevano l’autorità

e l’interesse di conservare lo Stato. Pisa, Pistoja, Treviso, la

Lunigiana... erano oppressate da una repubblica, quanto avrebbero

potuto essere da un principotto; e poichè la metropoli, acciocchè non

ricalcitrassero, le voleva fiacche e vigilate, per la conservazione

interna negligevasi la forza necessaria alla difesa esteriore, la

debolezza impediva di procedere risolutamente, e i partiti pigliavansi

piuttosto per necessità che per riflessione.

A molte anche internamente non restava di repubblica che il nome; e

preterendo la salda oligarchia dei patrizj veneti, Bologna obbediva

ai Bentivoglio, Lucca ai Petrucci, Perugia agli Oddi e Baglioni, Siena

or all’uno or all’altro de’ suoi Monti, Firenze ai Pitti o ai Medici,

Genova a sempre diversi. Anzi la società cittadina frazionavasi in

piccole consorterie e maestranze, ognuna con privilegi e con qualche

specie di sovranità; talchè se da Firenze era soggiogata Pisa, o da

Venezia Padova, le maestranze della lana e della seta delle vinte

si trovavano sagrificate agli utili e alla gelosia di quelle della

vincitrice. Così disgregate e aliene d’interessi, come avrebbero potuto

educare la coscienza pubblica? assodare il vincolo più forte d’uno

Stato, la fiducia di ciascuno nella costituzione patria?

Nell’eguaglianza si acquista de’ privilegi della società un’opinione

più alta che non di quelli degli uomini; onde al poter dirigente si

largheggiano diritti, anche micidiali alla libertà de’ singoli. Di

fatto i Comuni non esitavano a concedere imperj assoluti a qualche

magistrato; nelle ricorrenti insurrezioni i vulghi pigliavansi a

capo qualche plebeo: ma questo ben tosto soccombeva alla propria

inesperienza, e lasciava luogo a qualche signore che, conoscendo gli

uomini e i tempi, avendo clientele ed uso delle armi e mezzi ed arte,

si sosteneva almen fino ad una nuova rivoluzione.

Cresciuti i commerci, il denaro rappresentò una nuova superiorità,

come da prima erano i feudi. Dacchè il valor militare si ridusse

vendereccio, molti generosi se ne distolsero, più volentieri

maneggiandosi nella politica; e fattivisi destrissimi, guardarono

come bestiale il rimettere all’avventura delle battaglie ciò che

poteasi conseguire cogli accorgimenti. Fu necessità delle cose se le

repubbliche gareggiarono coi principi in una politica senza probità,

in subdoli maneggi, assassinj, avvelenamenti. Prevalsero dunque gli

eserciti e il denaro, i più bei dominj carpì qualche condottiero

fortunato o una città negoziante, e vennero a formarsi principati che

abbracciavano i popoli non più come d’una razza o dell’altra, ma perchè

abitanti sopra una data circoscrizione. Que’ principi dominavano a nome

del popolo, o per commissione imperiale, due forme di despotismo; tanto

più che avendo la tumultuosa libertà de’ Comuni svertato i privilegi

feudali, più non trovavano barriere.

I nobili, progenie de’ conquistatori, scapitavano d’importanza a

misura che ne acquistavano i Comuni; interrotte le crociate, col

fucile pareggiato l’eroe al villano, fatte venali le armi, si dissipò

ogni prestigio della cavalleria, in cui quelli avevano ricoverato

il valore e le pretensioni; ed ancora arroganti per non confessarsi

vinti, ma insufficienti a surrogarsi ai vincitori, rifuggono alle

congiure o alle perfidie, che colla mala riuscita offrono pretesto al

signore d’impoverirli, e che manifestandone le debolezze li fanno anche

spregevoli.

Sono disastri della libertà, eppure con essi si va a quel che è

vero progresso, l’eguaglianza; la risorta letteratura, a canto al

diritto del sangue erige quello dell’ingegno; la classe lavoratrice

pretende a tutti i vantaggi della possidente, e nel nome di sudditi

sono tutti allivellati; la scoperta della stampa assicura che non si

può bruciare il pensiero con un libro; quella del Nuovo Mondo, che

il pensiero non si restringe fra i confini dell’antico, e che ci fa

superiori ai selvaggi: e da questo movimento usciva attestato quel

dogma del progresso, poter divenire inutili ed anche nocevoli ad

un’età istituzioni a cui la precedente dovè salute e grandezza. Sel

ricordassero i panegiristi come i detrattori del medioevo!

Pertanto al quintodecimo secolo ogni cosa è cambiata in Italia. In

tutte le contrade dominavano i forestieri, ora appena in Sicilia;

apparivano nobili soli, ora anche il popolo; il castello prevaleva,

ora la città; l’eguaglianza non è più concessione e favore: l’alito

d’indipendenza, talmente vivace da non volere alcun uomo essere

soggetto a uomo, non città a città, or lascia sormontare pochi

dominanti: e mentre l’aspirazione liberale rendeva insofferente sin dei

freni tutorj, or le tirannidi procedono sbrigliate.

Era parso che i principi potessero meglio difendere le persone, le

città, l’industria; oggetti a cui il popolo aspira, ben più che alla

legislatura indipendente, alla eleggibilità, al suffragio universale.

Ma que’ principi di piccoli Stati e di grande ambizione, sentendo

precario il loro potere, trovando nemici fuori e dentro, avviluppavansi

in turpi maneggi, in guerre sordamente menate, pubblicamente smentite,

ispirate da gelosie, da puntigli, da egoismo, condotte a insidie

più che a forza aperta; in quella politica, di cui Italia restò e

diffamata e vittima. La storia del secolo xv è un avvicendamento

di giornaliere sovversioni, congiure, omicidj, veleni, supplizj; la

fede pubblica sconosciuta in pace e in guerra; e per qualche principe

buono, una sequela di ribaldi, oppressori de’ popoli che gli aveano

presi come tutela; e guerre indotte da personali ambizioni, nutricate

coll’oro e col sangue della nazione che non le avea decretate e su cui

ripiombavano. Non una forza o una persona prevalente appajono, come

fra le altre nazioni; nè tampoco un’idea, quali erano per l’addietro

la Chiesa e l’Impero, quali furono pei paesi vicini l’unità nazionale

o il re. Il cadere e il sorgere d’un principe costituisce la storia

apparente di questo periodo; agl’interessi generali e grandiosi

sottentrano fatti parziali, vicende di famiglia, emulazioni intestine,

ma non un papa, non un imperatore, non un signorotto, degni su cui

si fermino ragionevolmente l’attenzione e i voti. Bensì, a vicenda da

una fazione o dall’altra, era sorta una catena d’uomini a dominare o

atterrire, quali furono Ezelino, Uguccione, Castruccio, re Roberto,

Cane e Mastino della Scala, Bertrando del Poggetto, Azzone e Gian

Galeazzo Visconti, re Ladislao, Francesco Sforza; ma nè la libertà, nè

la Chiesa, nè la forza militare valsero a quel riordinamento, che è il

compito più insigne dopo una rivoluzione.

Non guelfi, non ghibellini, non imperialisti o papalini, i

signori, aspiranti all’unità e al principato, vanno introducendo

quell’imparzialità, che rimuove le occasioni di guerre, mentre,

ridotta la politica a guerrieri, cioè a denari, danno alle finanze

quell’importanza, che prima spettava alle idee e ai sentimenti.

Finisce dunque il medioevo con un’età di posa fra le personali

irrequietudini di quello, e le regie sovversioni del Cinquecento.

Gli Italiani d’allora, non agitati da aspirazioni verso un avvenire

di cui nessun principio era peranco affermato categoricamente, nè

argutamente scontenti d’un passato di cui nessun principio rinnegavano

perentoriamente, requiavano dagli interminabili guaj, dai quali

erano spinti verso una società nuova, intelligente, artistica,

governativa; in considerazione della quale stimavano i meriti anche

più contraddittorj, ma sovra tutti la fortuna e il saper riuscire,

e disfarsi de’ nemici senza sfoderar la spada; non disprezzavano

l’indipendenza, supremo bisogno politico, ma meglio valutavano

l’eguaglianza, supremo bisogno democratico, dando mano anche allo

straniero per abbattere l’oppressore indigeno; veneravasi la religione,

ma quasi altrettanto le idee classiche, nelle quali traducevasi il

medioevo: e per le quali, coltivando le muse, volentieri le si metteano

a mercato; e dell’erudizione come dell’ispirazione voleasi far dei

motori per batter moneta, introducendo anche nel campo letterario come

nel politico la supremazia della finanza.

Ciò null’ostante noi trovammo personaggi illustri in ogni partita;

soldati prodi e capitani ammirati anche di lontano; battaglie assai

meno micidiali che nel secolo seguente; nessuna città veramente

disfatta dalla guerra, se ne togliamo Piacenza; singolar favore alle

lettere; commercio operoso tanto che il capitale produttivo italiano

equiparava quello di tutto il mondo. Le età più suntuose faticheranno

a superare i tre monumenti di Pisa, le cattedrali di Siena, d’Orvieto,

d’Assisi, di Padova, di Milano, la Certosa di Pavia, la cappella

Coleoni a Bergamo, le porte del battistero di Firenze, i bassorilievi

del Donatello, i dipinti di frate Angelico. Grandiosi lavori intraprese

la Lombardia per prosperare l’agricoltura: la Toscana pareva un

giardino nella sminuzzata sua proprietà: che la campagna romana

popolassero migliaja di villaggi, lo attestano le guerre fra Orsini e

Colonna: Ostia era in decadenza, ma ancor popolosa: la maremma senese

formicolava d’abitanti; grani raccoglievamo a soprabbondanza; e questi

e i frutti, anzichè con galanterie e oggetti di lusso, barattavamo

con materie prime, che porgevano alimento alle nostre manifatture.

Il contadino, cessato d’esser servo, partecipava ai frutti con una

specie di comproprietà, di cui non so se una migliore sappia ideare il

socialista positivo; esente da servigi di corpo al padrone; del fitto

era sicuro, perchè retribuivalo in natura; le condizioni restavano

tradizionali da molte generazioni; de’ tributi il carico cadeva

sul proprietario. L’essere i villani obbligati ad abitare in terre

murate per salvarsi dal saccheggio militare, attribuiva loro qualche

importanza civile, li chiamava a parte della difesa, ben altrimenti

de’ paesi forestieri, dove ancora duravano a servire materialmente e

personalmente un padrone, da cui non poteano staccarsi.

Se non che in tutto sentesi mancare qualche cosa di ciò che fa

sorgere e vivere le nazioni; la virtù. Quanti impeti generosi! quanti

uomini insigni! quanto eroismo! ma tutto a momenti, a scosse, alla

maniera d’un guizzo galvanico: quel perseverante proposito che per

secoli si trasmette da una generazione all’altra, quell’elevazione

di concetto che fa sagrificare costantemente il parziale al comune

interesse, quella franchezza delle opinioni ponderate e fisse che

chiamasi coraggio civile, quella nobiltà e giustizia dell’età matura

che sottentra allo slancio buono ma improvvido della gioventù, e che

offre il nobile spettacolo dell’ordine nella libertà, mancarono troppo

spesso, direi sempre, alla storia nostra; e tale verità, o Italiani,

non l’avrete mai ripetuta abbastanza alle generazioni nuove, che

aspirano a quello cui non pervennero le precedenti.

Il decadere de’ costumi della libertà assodava il potere dispotico,

ma sgranato anch’esso, e quindi fiacco ed esposto prima alle brighe

interne e all’emulazione de’ vicini, poi ai funesti appetiti degli

stranieri. Il principe non avea fondamento se non, come diciam ora, nei

fatti compiuti; non regolata la successione, non legalmente temperata

l’autorità; la maestria delle finanze si riduceva ad almanaccare tasse

nuove onde smungere il più che si potesse; del restante erano governi

militari, che unici limiti conoscevano la potenza e il carattere di

chi n’era investito. I magistrati comunali sopravviveano, ma ristretti

alla minuta amministrazione e alla giustizia sotto di un podestà

scelto dal principe, ed applicandola più con severità che con frutto.

In nessun luogo i Comuni si congiunsero col potere centrale: in

Sicilia prevalsero i baroni; a Genova e Venezia i cittadini divennero

aristocratici onde escludere la turba che accorreva a tanta prosperità;

la Romagna fu suddivisa tra infiniti signorotti, che però non

costituivano un’aristocrazia politica, attesochè il governo rimaneva

ai preti; in Lombardia si faticò sempre a piantare la vigoria del

potere sopra l’eguaglianza; solo in Piemonte parvero associarsi popolo

e principe mediante gli Stati, ma poco tardarono a soccombere anche

questi al tributo arbitrario e all’esercito permanente.

Le poche signorie, in cui erasi ristretto il primitivo frastagliamento,

non adopravano le proprie forze che a contrappesarsi, affinchè nessuna

prevalesse in modo da ridurre l’Italia in monarchia. Più d’uno vedemmo

aspirarvi, e sempre fallire per opposizione degli altri, e massime

de’ pontefici; potente sì, pure non unico obice all’unità del nostro

paese, la quale non si potè effettuare nè prima che essi dominassero,

nè quando si trovarono spossessati, come da Ladislao e da Napoleone.

Stanno dunque più fondo che altri nol creda le radici di questa nostra

divisione.

Le forze de’ varj paesi trovavansi bilanciate in guisa, che uno mal

poteva soggiogare gli altri. Inoltre per Lombardia, per Romagna, pel

Reame avanzavano molti gentiluomini, che «oltre il vivere oziosi

abbondantemente de’ proventi delle loro possessioni, comandavano

a castella, ed avevano sudditi che gli obbedissero» (MACHIAVELLI),

formando altrettante microscopiche sovranità, disposte ad allearsi

contro chi le volesse sottomettere, e a costringerlo a tante guerre

quante esse erano. Per raggiungere dunque cotesta unità ideale,

bisognava il despotismo, che, abolendo le varietà di costumi, d’usi,

di privilegi, e spianando le sommità, tutti comprime al ferreo livello

dell’obbedienza. Ma quello non potea stabilirsi se non mediante la

conquista, la quale avrebbe reso infelice la generazione che la subiva,

e forse spento la vita che sì rigogliosa manifestossi finchè disuniti.

Lo sminuzzamento degli Stati cresceva l’indipendenza politica, ed

impediva il trascendere della potenza, la quale ingrossa a misura che

esinanisce la libertà delle parti, e acquista i mezzi di rimovere gli

ostacoli che gl’interessi particolari frappongono al generale.

L’idea dell’unità nazionale, che sotto l’oppressione forestiera

balza agli occhi con evidenza, è tra le sociali la più difficile, e

l’ultima che i popoli acquistino, richiedendo e sforzo d’intelligenza

e il sacrifizio di molte prevenzioni e l’abolizione d’ingiustizie

radicate. Che poi l’identità di stirpe non basti perchè un popolo si

trovi bene unito a un altro, effetti recenti lo dimostrano. Gli Stati

italiani formavano altrettante unità indipendenti; e distruggere una

sarebbe stato un omicidio, quanto l’abolire una vasta monarchia. Chi

oggi tentasse sottoporre, fate caso, Toscana ai reali di Napoli, come

sarebbe sentito dai pubblicisti? Pur jeri noi vedemmo un principato,

lungo appena tre chilometri e largo uno, abitato da millecinquecento

persone, e indipendente quanto quelli del medioevo, negare di abolir la

propria autocrazia coll’annettersi al Piemonte; e se abbia provveduto

al suo meglio, non potrà dirlo che l’avvenire[349]: certo l’Europa

applaudì quando la repubblichetta di San Marino rifiutò d’essere

aggregata agli Stati papali, ed essa ottenne rispetto fin dal guerriero

che non riveriva se non gli Stati forti, non computava che il numero

de’ cannoni.

E qual mai popolo si rassegnò a perdere la locale indipendenza in vista

d’una maggior solidità avvenire? Nè ragione d’immolare le parziali

franchigie avevano, quando la divisione non recava i pericoli, che

solo con Carlo VIII apparvero, di vedere strozzata la patria da

soghe forestiere. O forse i paesi sottomessi a principato lo faceano

invidiabile? Una Corte si surrogava alle loggie e all’arengo; una

capitale alle dieci o venti città che prima imbaldanzivano di vita

propria; un esercito assoldato alle milizie paesane; un erario alle

borse de’ singoli cittadini, pingui di sudati guadagni, e sempre

schiuse al pubblico bisogno. Qual vantaggio allettava dunque Firenze

o Bologna o Genova a darsi ai Visconti o agli Angioini? Pareva anzi

generosità l’ostare alle ambizioni di questi, e come propugnacoli

dell’antica libertà furono vantati anche dagli statisti del secolo

seguente. Iddio ti guardi, o popolo italiano, dal dimenticare le tue

tradizioni e deporre le lunghe speranze! ma se puoi desiderare che

allora l’Italia fosse stata soggiogata da alcuno, e per forza ridotta

a quell’unità che Inghilterra e Spagna e principalmente Francia

conseguirono, saresti ingiusto nell’accusare i padri di ciò che forse

non era fattibile, certo non ad essi desiderabile.

Ben deploreremo che i nostri menassero troppo strascico di memorie

antiche, quando abbisognava senno pratico per surrogare l’ordine alla

tumultuosa vigoria dei due secoli precedenti; ed aspettassero il colpo

micidiale disuniti di leggi, di civiltà, di costituzioni, di dialetti,

di tutto. Pure non pretendiamo dai nostri avi que’ sacrifizj, a cui

non ci acconceremmo noi medesimi se non per forza; non trasportiamo

al tempo loro la coscienza e le aspirazioni del nostro; non esigiamo

prevedessero i mali che, venendo di fuori, scompigliarono i calcoli

degli statisti e le forze de’ prodi. Tutta la letteratura di quel

secolo è là per attestare come gli Italiani sentissero d’avere una

patria quando nè il nome tampoco ne conosceano i Francesi[350]. E

quanto lunga opera non fu necessaria agli stranieri per corrompere

l’Italia innanzi di assoggettarla! e come dovettero cancellar tutti

questi Comuni che ne aveano formato l’agitazione e il vanto, prima di

piegarli alla neghittosa agevolezza del servire!

Qual cosa più bella della vita? ma perchè è difficile regolarla,

i cattivi Governi trovano più comodo lo spegnerla. Così si fece.

Cessarono le agitazioni, e con esse la libertà: venne la pace, recata

da quelli che avevano fomentato le ire: venne la pace, e con essa

quell’accentramento d’amministrazione, che annichila l’individuale

potenza e volontà, ed isola il governo dal popolo: venne la pace, e

con essa lo spopolamento, la povertà, il disdoro, la morte politica,

cui tennero dietro la intellettuale e la civile, finchè la giustizia,

soddisfatta da torrenti di sangue e di lagrime in espiazione, dica

_Basta_, e susciti i tempi di rinnovata alleanza, e le speranze

fomentate da quelli che le possono adempire, e indarno guaste da

coloro che nulla vogliono apprendere dal passato, non confidare che

nelle rivoluzioni, e ad ogni rivoluzione ricominciare a proprio costo

l’esperienza, e sperperare un altro bricciolo di libertà.

Se dunque alcuni ripongono la colpa de’ nostri padri nel non essersi

uniti tutti, perchè altri, additando l’abbassarsi del paese allorquando

alla rigogliosa e molteplice vita se ne surrogò una artifiziale e

scolorita, non potrebbe ricordar come, al mancare di quella forza

vitale che tende a escludere dal corpo il nocevole, e dal morboso

separare il vivificante, non resti che febbre frenetica o marasmo? Lo

stesso Machiavelli, panegirista dei governi forti, confessa che il

numero de’ grandi uomini sta in ragguaglio col numero degli Stati;

annichilando questi, quelli decrescono insieme coll’occasione di

esercitare la propria capacità.

Che se alcuno di que’ principi fosse prevalso per astuzia o per forza,

quest’Italia, tanto superiore alle altre genti in civiltà e ricchezza,

facilmente sarebbesi gettata alle conquiste che allora ricominciavano,

rinnovando i tempi romani, sostituendo la guerra al commercio e alle

arti belle, e preparandosi nuove maledizioni per l’avvenire. Se valga

meglio esser esecrati come i conquistatori, o come i conquistati

rigenerare la fraternità nel dolore, il giudicherete, o Italiani,

secondo che ciascuno crede virtù gli atti provenienti dalla forza o

quelli dalla bontà.

Allora poi che l’Italia perdeva la politica preminenza, ne acquistava

un’altra coll’incremento della cultura e colle insigni produzioni

dell’ingegno, al resto del mondo divenendo maestra d’arti e di

lettere, come di politica. Quelle nel medioevo si erano conservate

clericali; nei Comuni cominciò qualche laico a scrivere; indi i

leggisti a levarsi, a paro de’ teologi; poi le Università soverchiare

le scuole episcopali; infine quella volata di dotti greci e tanti

poeti e tanti eruditi tolsero la mano al clero e primeggiarono fin ne’

concilj di Basilea, di Costanza, di Firenze: alla lingua universale

ch’era quella dell’antica Italia, si sostituirono le nazionali; le

lettere rannodarono gli Europei, come prima la religione; e mentre già

repubblica cristiana, allora si disse repubblica letteraria; la quale,

comunque sembrasse surrogare oziosi trastulli alle fatiche attuose,

dovea col tempo giganteggiare, sentire la propria dignità, e collocarsi

fra le potenze motrici del mondo, creando l’opinione. Quale scossa

non dovette produrre negli intelletti il subitaneo diffondersi d’un

quindici migliaja di libri stampati, più corretti che i manoscritti

e a miglior patto! Alle letture scarse, attente, ripetute, succedono

le rapide e molteplici; alle convinzioni irremovibili perchè non

dibattute, il dilatamento delle cognizioni e la vaghezza d’aumentarle.

Ben è dunque perdonabile se il culto dell’antichità degenerò in

idolatria, se il farnetico di rinnovarla turbò il nobile intento

d’emularla. In conseguenza, dagli originali passò l’impero dell’ingegno

agli eruditi, gente di schiena e non di genio, che fabbricava non

creava, che in metafisica e in morale non oltrepassava il punto

ov’erano giunti gli Scolastici, nella storia e nelle antichità non

sapeva schermirsi dall’impostura, nell’esposizione credea rusticità la

naturalezza, e mutilava i pensieri onde esprimerli in una lingua con

cui non erano nati, e nella quale non raggiungevasi l’ambita purezza.

L’erudizione fu la forma generale d’ogni studio e progresso di quel

tempo; i testi valeano quanto un argomento, e per convincere bastava

citare; la medicina s’attaccava a spiegare o combattere Ippocrate e

Galeno; la filosofia cercava in Platone o in Aristotele la maggiore

de’ suoi sillogismi, la tessitura delle sue argomentazioni, perfino

la scusa agli ardimenti suoi; l’alchimia si fiancheggiava di nomi

antichi; la strategia, benchè innovata dalle armi a fuoco, studiava

sopra Onesandro e Vegezio, e a ricostruire il ponte di Cesare sul Reno;

l’architettura cercava a Vitruvio, non solo i canoni dell’imitazione,

ma e la giustificazione delle novità; e Cesare Cicerano nella _summa

æde baricefala_, cioè nel duomo di Milano, pretendeva applicate tutte

le regole di quell’autore.

Pure dentro questo circolo infrangibile i liberi spiriti non

limitano il ristauramento de’ classici a industria letteraria, ma lo

estendono alla vita; imperatori e repubbliche vi rintracciano leggi

e ordinamenti; i giureconsulti ne allargano e talvolta impacciano il

diritto nuovo; per classiche rimembranze Cola Montano, Cola Rienzi

e Stefano Porcari meditano riformare la patria; per erudizione si

ammirano le virtù e prediligonsi le idee del paganesimo, tanto che

molti sentirono la necessità di assumere la difesa della tradizione

religiosa, come Marsiglio Ficino, Alfonso di Spina, Enea Silvio,

Pico Mirandolano; sulla fede degli eruditi Colombo italiano mosse

a uno scoprimento, che all’Italia doveva tornare funestissimo.

Trovata l’America, si trattava di dividerla fra i popoli scopritori,

e per evitare un conflitto si ricorse al papa; e questo tracciò una

meridiana, che delimitasse le conquiste di Spagnuoli e Portoghesi.

Sublime spettacolo, il papa che, come ne’ tempi organici del medioevo,

arbitro si asside fra due grandi popoli onde prevenire una guerra, e

fra loro spartisce un nuovo mondo! Eppure l’antico era in procinto

di sfuggirgli; era già nato Lutero; la Riforma, covata in Italia,

sbocciava di fuori; e la Germania, che n’era stata l’emula per tutto il

medioevo, sbalzava l’Italia anche da questo primato.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 25 / 31 题