I figli d’Obizzo d’Este nel 1293 fecero intimare alle compagnie de’
Baccherelli, della Cella, dei Cerchi Bianchi e Neri, de’ Frescobaldi,
de’ Nerli, de’ Bardi, degli Acciajuoli, ed altre di Firenze, nulla
rendessero al marchese Aldobrandino di quel che il loro padre aveva ad
essi affidato[287]. Giovanni Bodino disapprovava una banca a Lione,
su cui metteano fondi non solo principi cristiani ma fino i bascià,
e che a Francesco I fece patti onerosissimi, e ad Enrico II prestò a
nome de’ Capponi e degli Albizzi, al dieci e dodici e fin sedici per
cento. Borromeo de’ Borromei, di quel Samminiato donde uscirono fra
poco i Buonaparte e gli Sforza, nel 1379 accomodava di ottantamila
fiorini d’oro Gian Galeazzo Visconti. Nel 1321 i Peruzzi doveano avere
cennovantunmila fiorini d’oro, e centrentatremila i Bardi dai cavalieri
di San Giovanni. Fu considerato come pubblico disastro quando gli Scali
nel 1339 fallirono di quattrocentomila fiorini; e i Peruzzi e Bardi di
mille trecento settantatremila, che equivarrebbero a quaranta milioni
di lira d’oggi.
Agli Ebrei attribuisce Giovan Villani le lettere di cambio, i quali,
sbanditi di Francia sotto Dagoberto I nel 630, Filippo Augusto nel
1181, e Filippo il Lungo nel 1316, si ritirarono in Lombardia, e
per trarre il denaro lasciato colà, a mercanti e viaggiatori davano
lettere concise. Qual conto fare di un’indicazione di tempo così
indeterminato? e quanto poco è probabile, allorchè il bando vietava
ogni comunicazione ed assistenza agli Ebrei espulsi. Sa più ragionevole
il lodarne i Guelfi di Firenze, che sbanditi dai Ghibellini, trassero
somme, principalmente in Lione. I Ghibellini, cacciati alla lor volta,
ricoverarono ad Amsterdam, ed usarono altrettanto[288].
Alcune cambiali non aveano particolare direzione, il che si praticava
specialmente in Levante, e sembra indicarle il Fibonacci sin dal 1202:
altre ordinavano di pagare a persona nominata; e il primo esempio
sicuro è di papa Innocenzo IV, che nel 1246 trasmetteva venticinquemila
marchi d’argento ad Enrico Raspon anticesare, facendoli pagare a
Francoforte da una casa di Venezia. Nel 1253 Enrico III d’Inghilterra
autorizzò alcuni italiani suoi creditori a rimborsarsi mediante
tratte sopra vescovi del suo regno, il valor delle quali ammontava
a 150,540 marchi; e il legato pontifizio ebbe cura di farle pagare
puntualmente. I negozianti trovarono comodo il pareggiar le partite
senza intervenzione dei banchieri per via di tratte; e la più antica
che ci resti è d’una casa di Milano, che nel 1326 tirava sopra una di
Lucca a cinque mesi dalla data[289]. Baldo giureconsulto adduce due
cambiali, una del 1381 sotto nomi supposti, l’altra del 95 di Borromeo
de’ Borromei da Milano sopra Alessandro Borromeo.
Un regolamento del 1394 ingiunge ai negozianti di Barcellona di pagar
le cambiali entro ventiquattr’ore dalla presentazione, e di attergarne
l’accettazione; e pare si conoscessero anche i protesti. Più tardi
s’introdussero le girate, che ne formarono la vera comodità. Se dunque
gli Ebrei inventarono le cambiali, la vera teorica loro è dovuta
agl’Italiani, che le estesero per incassare i fondi, da ogni parte del
mondo affluenti alla corte di Roma.
Alle fiere di Champagne, molto frequentate perchè medie fra l’Italia,
la Francia meridionale e i Paesi Bassi, breve tempo s’indugiavano i
negozianti; laonde i re di Francia statuirono che, contro chi lasciasse
scadere una cambiale firmata nella fiera precedente, si procedesse
in via sommaria. Di qui il diritto cambiario; e spesso obbligavansi i
debitori ad enunziare ne’ recapiti che il debito era stato contratto in
tempo di fiera per goderne il privilegio.
Spedientissime trovate furono le banche pubbliche, le quali nelle
transazioni di commercio surrogano al denaro sonante i viglietti, cioè
raddoppiano i titoli legali del concambio. Fin dal 1171 pare Venezia
possedesse un banco di credito; altre città ne istituirono, ma nessuna
con tanta ampiezza e fortuna quanto Genova, del cui banco di San
Giorgio abbiamo già parlato a disteso (tom. VII, pag. 111).
Affine poi che anche i privati trovassero comodità di prestiti senza
cascare negli usurieri, si stabilirono i Monti di pietà. Il primo si
vide a Perugia nel 1467[290], per opera di Bernabò medico di Terni,
frate francescano, che non esigeva se non quanto bastasse alle spese
d’amministrazione. San Bernardino da Feltre e frà Michele da Carcano
diffusero quest’istituzione a Mantova[291], a Como e nella restante
Lombardia; Sisto IV approvò quello eretto a Viterbo il 1479, e ne pose
uno in Savona sua patria; tosto Cesena, Firenze, Bologna, Napoli,
Milano, Roma seguirono l’esempio, imitato dalle città industri di
Fiandra, e più tardi dai Francesi. A qualche rigoroso moralista
odoravano di usura, e accanita disputa si allungò fra teologi e
giureconsulti; ma l’utilità che ne derivava indusse a mettervi
piuttosto ordine e misura.
Da quanto esponemmo siete chiari come le forze e i capitali si
sapessero aumentare col formar compagnie di commercio. Fin dal 1188 è
ricordata la società pisana degli Umilj, stabilita a Tiro, e che fra
il negoziare non lasciava di soccorrere i Crociati[292]. I Bardi di
Firenze aveano quasi il monopolio di tutto il regno di Napoli. Parrebbe
anzi che le varie compagnie si abbracciassero in una generale, che
costituiva una potenza mercantile, e che per ambasciadori trattava coi
re e coi baroni, al modo dell’Ansa tedesca. Certamente un _capitano
dell’università de’ mercadanti lombardi e toscani_ risedeva a
Montpellier, donde il 1276 re Filippo l’Ardito consentì si trasportasse
a Nîmes[293], nella carta stessa concedendo che nessun membro d’essa
università potesse citarsi ad altro tribunale che al regio; morendo, i
loro beni passino agli eredi; non soffrano del diritto di naufragio;
vadano esenti dalle guardie, dalle taglie, dai servizj militari. Nel
1293 al Bourget in Savoja stipulavasi una salvaguardia tra Lodovico
di Savoja signore di Vaud, e l’università dei mercanti di Lombardia,
Toscana, Provenza, rappresentata da procuratori de’ mercanti di Milano,
Firenze, Roma, Lucca, Siena, Pistoja, Bologna, Orvieto, Venezia,
Genova, Alba, Asti, Provenza (Cibrario). Nè ignota era la società
d’accomandita, per cui uno dà a trafficare una somma, partecipando
agli utili interi, ma alle perdite soltanto fin all’ammontare del
prestato[294]; e con decreto del 1315 Luigi X di Francia dichiarava non
trovare usura in società siffatte, da Italiani istituite.
Le società stipulavano comunemente che le gabelle non fossero
d’improvviso aumentate ne’ luoghi di passaggio; se qualche nazionale
o i conduttori facessero ingiuria ai natìi, si punirebbe l’offensore
senza concedere rappresaglie sopra i mercanti; si terrebbero netti i
cammini da masnadieri; che se essi od altri danneggiassero, i mercanti
ne verrebbero rifatti; non si sballerebbero le merci; le quistioni che
insorgessero, sarebbero definite il giorno medesimo. Inoltre aveano
chiesa, bagno, piazza, forno, macello, casa, giurisdizione propria,
talvolta anche criminale. Nel 1189 Pietro re d’Arborea agli uomini di
Genova assegna in Oristano _tantam terram, qua fabricari possunt centum
botegas_; poi nel 92 privilegi amplissimi, fra cui promette, se alcun
legno rompe, farà restituire quanto venisse tolto; se alcun uomo muoja,
non ne terrà cosa alcuna benchè intestato.
Nel 1169 Boemondo III principe d’Antiochia dona ai Genovesi tutto
ciò ch’essi tengono in Antiochia e Laodicea e nel porto di Seleucia:
cioè in Antiochia una ruga colla chiesa di San Giovanni; in Laodicea
il fondaco e la strada che lo cinge, e terza parte delle rendite del
porto; come anche in Seleucia. E se farà altri acquisti, concederà
quello stesso che hanno in Laodicea; se qualche ingiuria ricevano,
e’ ne vorrà accomodamento e giustizia fra quaranta giorni; sieno
licenziati a negoziare in qualunque terra egli acquisti col loro
soccorso: il che tutto fa per consiglio de’ baroni suoi, perchè
molto ama i Genovesi, e desidera frequentino al possibile la terra
di lui e vi dimorino. Pel qual privilegio Lanfranco Alberico, uomo
nobilissimo, e legato del senato e de’ consoli, per sè e pel Comune
della famosissima città di Genova gli promettono ajutarlo, crescere le
sue possessioni e difenderle[295].
In qualche luogo, come a Tiro, i Genovesi partecipavano del diritto
di catena che pagavasi da ogni nave entrando o uscendo. Secondo lo
spirito d’esclusione d’allora, ciascuna compagnia affaticavasi non
meno a vantaggiare se stessa che a deprimere le altre, e col monopolio
assicurarsi ingenti guadagni[296]. Di simili trattati una gran
quantità troviamo sia delle città fra loro, sia de’ principi, che vi
s’affrettavano perchè assicuravano ai loro paesi un lucroso passaggio:
ma spesso più che le grida e i tribunali valeva l’opera del papa, che
con interdetti e scomuniche puniva i violatori.
La quantità de’ pirati, massimamente barbareschi, cagionava che il
commercio non procedesse senz’armi, anzi ogni nave era obbligata uscire
ben munita. A Genova per legge del 1291 era multato in dieci lire il
mercante che navigasse oltre Portovenere senza buone armi per sè e pei
servi, e cinquanta verrettoni nel turcasso. A Venezia ogni marinajo
dovea recarsi elmo di cuojo e di ferro, scudo, giaco, coltello, spada
e tre lancie; se ricevesse più di quaranta lire di stipendio, vi
doveva aggiungere la panciera; ed anche balestra e cento saette il
nocchiero[297]. Pertanto vedemmo i nostri negozianti prendere tanta
parte alle crociate e far conquiste, od esercitare in mari lontani le
ire fratricide della patria.
Anche le compagnie di commercio terrestre provvedeano colle armi alla
propria sicurezza, e talora le adopravano in guerra. Alberto Scotto,
famoso tiranno di Piacenza, era alla testa di una grossa _compagnia
degli Scotti_, che nel 1299 ottenne di negoziare cogli agenti del re di
Francia sulle fiere della Brie e della Sciampagna; la qual compagnia,
composta di quattrocento cavalli e millecinquecento pedoni, poco poi
guerreggiava a’ servizj d’esso re[298].
La maggiore importanza consistette sempre nel commercio di mare. Lo
scadimento di Roma crebbe vita a Costantinopoli, la quale stendendo
la destra verso l’Arcipelago, la sinistra al Ponto Eusino e alla
palude Meotide, coll’Asia Minore in faccia e l’Europa alle spalle,
pare destinata centro ai negozj di tutto il nostro emisfero. Le
merci d’Oriente vi erano condotte dall’Egitto, o i Bisantini medesimi
andavano cercarle nell’India, nella Persia, fors’anche nella Cina. Il
primo irrompere degli Arabi divenuti maomettani non potea che rovinare
il commercio: ma poi essi medesimi vi si applicarono dovunque estesero
la conquista; fondarono Bàssora, che tolse il vanto ad Alessandria;
coll’occupare l’Egitto, interclusero ai Bisantini il mar Rosso,
obbligandoli a provvedere da loro le ormai indispensabili derrate
dell’India, o a questa rivolgersi per una traccia lunghissima, salendo
fino a Kiof in Russia.
Le crociate, cominciando a far guardare l’Europa come una sola nazione,
unirono gli uomini a concordi imprese, gli avvicinarono ai paesi
delle derrate preziose, guadagni e privilegi e occasioni accrebbero
alle città marittime, che collo stendardo della croce protessero le
speculazioni. Poi le frazioni feudali agglomeravansi in nazioni;
e i Comuni sorgevano a quella libertà, che dà coraggio a cercare
i miglioramenti; e Amalfitani e Pisani in prima, poi Genovesi e
Veneziani si resero i principali, se non gli unici fattori del traffico
europeo[299]. Dal settentrione per la Piccola Tartaria vettureggiavano
canapa, legname, gòmene, pece, sego, cera, pelli, molti trattati
conchiudendo coi Mongoli successori di Gengis-kan e di Oktai, che
aveano conquistato la Russia, la Polonia, l’Ungheria e la Moldavia, e
da cui compravano il bottino e schiavi. Impediti d’andare nell’India
per l’Egitto, vi si spingeano pel mar Maggiore, come chiamavano il
Nero, nel quale il Tanai, il Boristene, il Dniester, il Danubio portano
le variatissime produzioni di estesissime contrade, mal accessibili per
terra. Ivi principale posatojo era la Tana, cioè Azof, all’imboccatura
del Don, ove da un lato si aveva la Moscovia, dall’altro l’Armenia,
l’Arabia, la Persia, per cui poteasi arrivare al Mogol e alla
Cina; e vi teneano cànove Genova, Venezia, Firenze e altre città. I
Veneziani per giungere dalla Tana a Catai doveano lasciarsi crescere
le barbe, e avere un buon interprete e servigiali che sapessero di
tartaro; ordinariamente un mercante portava seco in denari e merci per
venticinquemila ducati d’oro; e trecento a trecencinquanta bastavano al
viaggio fino a Peking, compresi i salarj degl’inservienti (Pegolotti).
Costantinopoli, oziosa e corrotta capitale d’uno Stato senza
industria, considerava il commercio men tosto come elemento di
pubblica prosperità, che come rendita fiscale; onde le speculazioni
di quell’immenso mercato rimanevano a stranieri. Perciò Veneziani e
Genovesi, dapprima tollerati, presto furono trovati utili, infine
necessarj; e i deboli imperatori, per mantenersene la vacillante
amicizia, non conoscevano altro spediente che rinnovare e spesso
estendere i loro privilegi. Ne rampollarono calde rivalità fra Genova
e Venezia, che vedemmo combattute nei mari nostri e negli orientali.
La conquista di Costantinopoli pei Crociati dava la prevalenza ai
Veneziani? i Genovesi favorivano Michele Paleologo a distruggere
l’impero latino; ed esso in compenso privilegiò la loro colonia di
Galata, che spesso giovò, spesso incusse timore all’impero greco.
Genova, posta quasi nel mezzo della costa che archeggia dalla Sicilia
allo stretto Gaditano, avendosi dinanzi il Mediterraneo, da un lato la
Provenza e la Francia, dall’altro l’Italia meridionale, a spalle la
pingue Lombardia, a fronte Corsica e Sardegna, Spagna ed Africa, con
poco ed ingrato terreno, con mare scarso di pesci, mostrasi predisposta
al commercio, che di fatto vi è antico quanto lei. Le emulazioni
con Pisa, con Venezia, coi Catalani ne svilupparono la marittima
abilità ed il caratteristico coraggio: marinaj più intraprendenti
de’ suoi dove trovare? molti per proprio conto assumevano spedizioni
e conquiste, talora approvati dal Governo, talaltra abbandonati alle
forze particolari, secondo portava il pubblico interesse o la fazione
dominante. I dossi erano ancora vestiti di pini e d’abeti, e nel 1822
dal solo bosco di Bajardo presso Triora bastò legname per trentotto
galee; da quello di mont’Ursale a Pareto per dieci ogni anno (Serra).
E preti e nobili negoziavano; molteplici le società, ove i ricchi
mettevano denari, i poveri l’opera: se non che l’infellonire delle
fazioni tolse a quella repubblica di cogliere tutti i vantaggi che le
avrebbero procurato tanta abilità degli ammiragli, tanta intrepidezza
delle ciurme, tanto spirito intraprendente, tanti capitali.
L’acquisto più famoso di Genova in Levante fu la Gazarìa. Sulla
penisola della Tauride, bagnata dal Ponto Eusino e dalla palude Meotide
o mare delle Zabacche, nel giro di ben settecencinquanta miglia, e
per l’istmo di Perekop, largo un miglio, unita ai paesi del Boristene
e del Bog e alle steppe della Tartaria Nogaja, già per l’opportunità
gli antichi Greci aveano piantato colonie, vinte da Mitradate, poi
dai Romani. Fu occupata da successive genti barbare, e massime dagli
Slavi Cazari, dai quali il nome di Gazarìa. Soggiogata dai Tartari nel
1237, un loro principe la vendette ai Genovesi nel 61, che vi assisero
colonie per tutto, e principalmente a Caffa. Questa, situata sul
lembo orientale della penisola, a piè de’ monti che fanno cintura alla
medesima, già era colonia greca, poi illustre col nome di Teodosia,
finchè non cadde in ruine, fu ristorata e munita dai nuovi padroni, i
quali con titolo di magazzini fecero case basse, poi le fortificarono
senza far mostra, siccome gl’Inglesi a Bengala. Ivi preso buon avvio,
le alture vicine roncarono a viti, insegnarono a depurare la soda
dalle ceneri dell’atrepice laciniato, ivi abbondantissimo, ed estesero
i vantaggi del commercio. Il vecchio Crim, che sedeva sull’opposto
pendìo, e dove i Tartari recavano le loro prede, salì per questi vicini
in tale aumento, che a tutta la penisola venne il nome di Crimea, e da
trecentomila abitanti arrivò ad un milione.
A Caffa i Genovesi trovavansi in casa propria, esenti dai capricciosi
dazj de’ Barbari cui erano esposti alla Tana, e a milletrecencinquanta
miglia dalla patria aveano un porto nazionale ove deporre le merci
e raddobbarsi, mentre desse luogo la stagione malvagia. Coi soliti
vantaggi de’ popoli colti fra i Barbari, annodarono relazioni di
commercio e di politica, ai cittadini diedero magistrati proprj e
statuti e moneta, e piantarono una missione. Il console Donadeo Giusti
la fe cingere di mura; nel 1383 Leonardo Montaldo doge vi faceva
una seconda cinta; e tanto ingrandì, che i Turchi la denominavano
Costantinopoli di Crimea (_Krim Stamboul_); vent’anni appena dopo
fondata, spediva tre galee a soccorrere Tripoli di Soria; nel 1318 vi
era insediato un vescovo, con giurisdizione dalla Bulgaria al Volga,
dalla Russia al mar Nero.
A mezzodì e a settentrione del seno di Caffa due altri se n’addentrano.
Nel primo è Sodagh o Soldaja, con poggi a viti preziose, e terebinto,
e pietre da macine. I Genovesi vi fabbricarono una torre di
difficilissimo accesso, e attorno a quella le proprie case e mura.
Avanzando ancora a meriggio si volta il capo d’Ariete (_Kriu-metopon_),
oggi Ajù; poi piegando a ponente è il Portus Symbolorum, detto
Cimbalo dai nostri, ed oggi Balaklava, dove i Genovesi posero colonia,
opportuno ricovero alle navi del ponente. Dietro a Cimbalo, tra Lusen
e la Lombarda, la Gozia ricordava col nome i Goti, e quivi, dove le
strade vengono a incrociarsi, i Genovesi eressero l’inespugnabile
Mankup. A settentrione si scende in un piano irrigato dall’Alma, ove i
kan della Crimea fabbricarono Bakciserai; e tutt’intorno vi rimangono
vestigia di case e villaggi genovesi.
Da Caffa volgendo a settentrione, si trova Cerco alle falde del monte
ove stava Panticapea, camera dei re del Bosforo, sporgendosi fra
l’Europa e l’Asia; e i Genovesi non trascurarono di fortificarlo,
chiudendo quel varco tra il mar Nero e quello delle Zabacche. Di colà
si spinsero entro le foci del Danubio, presso Chiliavecchia posero un
castello, e profittavano della pesca dello storione; alle foci del
Dniester aveano in Ackerman stabilimenti pel sale e la pesca, e per
ricevere grani dalla Polonia; sul lido opposto, a Sinope pescavano
il palamide, che seccato fa vece di baccalare. Giunsero poi anche a
farsi padroni della Tana, in fondo alla palude Meotide[300]; ma nessuno
storico accenna il quando e il come di sì importante acquisto. Forse
quella città posseduta dai Tartari fu, nelle sconfitte di questi,
distrutta da Tamerlano, e i coloni genovesi da Caffa vi accorsero e la
rialzarono verso il 1400.
Chi vide testè (1855) tutta Europa combattersi pel possesso di
quel mare e per voler aperto il passo dei Dardanelli, comprenderà
l’importanza che allora v’annetteano i Genovesi; tanto più che allora
ignoravasi la via più diretta alle Indie.
La repubblica genovese, fiaccata dal continuo traspeggio, cedette la
Gazarìa al banco di San Giorgio, del cui senno restano bel monumento
gli _statuti_ che le diede. Ordinata a sembianza della metropoli,
presedeva all’amministrazione un console annuo con un cancelliere,
nominati a Genova, e che prestavano cauzione. Rappresentava la colonia
un consiglio di ventiquattro, rinnovato ogni anno dai membri uscenti,
e che sceglieva un piccolo consiglio di sei, fuori del suo grembo; non
più di quattro borghesi di Caffa potevano aver parte nel primo, due
nel secondo; alcuni posti pei nobili, altri per i plebei. Il console
arrivando dava ai ventiquattro il giuramento, e tosto facea procedere
alla loro rinnovazione; governava col piccolo consiglio, senza cui non
poteva imporre taglie nè fare spese straordinarie; non avere traffici
per proprio conto, nè ricever doni. Il cancelliere, scelto dal Governo
fra i notari di Genova, rogava gli atti e apponeva il suggello.
L’uffizio della campagna rendeva giustizia ne’ contratti de’ coloni coi
liberi confinanti.
Così da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana, Genova esercitava il
commercio col Levante mediante una sequela di scali, che giungevano
fino alla Cina da una parte, dall’altra all’India lungo il golfo
Arabico, sul quale sembra le fosse interdetto veleggiare. Altri n’aveva
in tutta la Romania, la Macedonia e l’Arcipelago; e nominatamente a
Scio, una delle isole Sporadi, che perduta, fu recuperata da Simon
Vignoso con galee fornite da nove famiglie, unitesi poi nella _maona_
o ditta de’ Giustiniani, dal nome della famiglia ch’era creditrice
di trecentomila scudi d’oro; la repubblica ne lasciò loro il dominio,
che conservarono fino al 1556. Scio avea ben centomila abitanti; e il
mastice che geme dai lentischi, e che si masticava per tener belli
i denti e grato l’alito, dava esercizio a ventidue villaggi, se ne
vendeva un milione e mezzo di libbre l’anno, e il decimo che toccava
all’erario era valutato dall’imperatore Cantacuzeno ventimila bisanti,
o vogliam dire zecchini. Da esso e dalle gabelle provenivano annui
cenventimila scudi d’oro (sei milioni d’oggi), che si ripartivano
fra le famiglie compadrone a misura del capitale impiegato; al quale
si proporzionavano pure i voti nel governo. In un trattato del 1431
i Genovesi assentirono al soldano di trarre da Caffa schiavi; e La
Brouquière ne’ suoi viaggi in Asia incontrò un Genovese che trafficava
di quest’esecrabile merce.
Nell’Anatolia possedevano Smirne, produttrice di sete, cotoni,
ciambellotti, olj, scamonea; e Focea nuova e la vecchia, donde veniva
l’allume. Da Cipro traevano legname, canape, ferro, grano, zuccaro,
cotone, olj, oltre le derivazioni dall’Oriente. In Italia due magazzini
a Mutrone erano stati donati a Genova dai Lucchesi, per deporvi il
sale e le lane; cave d’allume attivò presso a Portercole; dall’alta
Italia richiedeva produzioni e manifatture da barattare; dominava anche
in Corsica, Sardegna, Malta, Sicilia; e la prima le dava eccellente
legname, cacio, vini, pescagione, soldati; l’altra grani, sardoniche,
tonni, sardine, oro e argento; Malta frumento, agrumi, cotoni; la
Sicilia sale, seta, cotone, oro, e ogni ben di Dio[301]: dalle Baleari
toglieva sale; e di due borse che avea Majorca, l’una era comune a
tutte le nazioni, l’altra speciale de’ Genovesi.
Savona, Oneglia, Albenga, Monaco, Ventimiglia, altre città della
Riviera formavano Stati indipendenti: pure Genova esercitava fino
a Nizza un protettorato, che le procurava relazioni abituali con
Marsiglia per mare e per terra, e coi porti della Linguadoca,
principalmente con Aiguesmortes, che posta fra la Provenza e la
Linguadoca, col Rodano, colle saline, colle vicinanze di Ales e di
Sant’Egidio, rinomati per la coltivazione del chermisi, prosperava
più che Marsiglia finchè le alluvioni non la separarono dal mare.
Raimondo di Tolosa che n’era signore, donò ai Genovesi casa e fondaco
in Sant’Egidio, una strada di Arles, il castello di Torbìa, la metà di
Nizza, parte di Marsiglia, metà delle dogane, e il commercio esclusivo
ne’ suoi porti. Sulle popolose fiere di Sciampagna, Genova spacciava le
droghe e raccoglieva lane[302]. Case avea pure sulle coste dell’Oceano,
del Belgio, dell’Inghilterra; e documenti del 1316 e 35 attestano
che portava mercanzie, e specialmente allume, in quell’isola: così
colla Spagna, a malgrado de’ Catalani, i soli che in mare reggessero
a concorrenza co’ nostri; e dall’Andalusia traeva frutti, da Siviglia
biade, olio, liquori, dalla Castiglia piombo, lane, allume, dalla
Catalogna vino, frumento, sparto da tessere stuoje. Fin dal 1236 facea
trattati coi Barbareschi della costa africana per garantire i naufraghi
e proteggere il proprio commercio; teneva una cancelleria di lingua
arabica per agevolare le corrispondenze con quel litorale, e nel 1274
fu assoldato Asmeto di Tunisi perchè insegnasse il parlar arabo[303].
Tunisi era il suo scalo primario, come per l’Europa occidentale Nîmes,
Aiguesmortes, Majorca.
Ne’ porti di Marocco e dell’Andalusìa rinfrescavano le navi prima di
uscire nell’Oceano per calarsi fino al capo Non, o salire alle rade
belgiche o britanne[304]. Dal Baltico le nostre bandiere erano escluse
dalla lega Anseatica, gelosa di conservare il monopolio delle derrate
di Russia: le tele, i merletti, l’acciajo, il salnitro, i fornimenti
di cavalli, le mercerie di Germania andavano a caricare sul Reno, per
deporle ne’ magazzini di Bruges e d’Anversa. Al tempo della guerra
di Chioggia un ammiraglio veneto nelle acque di Rodi diede la caccia
ad un naviglio genovese carico di mussoline, drappi di seta, d’oro e
d’argento, del valsente di quindicimila ducati; un altro prese due navi
catalane, cariche per conto di Genovesi, delle quali l’una portava per
ventimila ducati veneti, l’altra per quarantamila.
Genova dunque teneva le tre grandi vie del commercio dell’Asia centrale
e dell’India; di cui la prima sboccava al mar Nero pel Caspio e il
Volga; la seconda a Lajazzo, l’antica Isso, pel golfo Persico, Aleppo
e l’Armenia; la terza ad Alessandria pel mar Rosso e l’Egitto; e per
quelle cambiava le seterie della Cina, le spezie, i legni tintorj,
il cotone, le gemme dell’India, i profumi dell’Arabia, i tessuti
di Damasco, i panni di Tarso, lo zuccaro, il rame, le tinture di
Levante, l’oro e le piume dell’Africa interna, le pelli, il canape,
il catrame, il caviale, il pelo di castoro, le antenne, i legni di
costruzione dell’Europa settentrionale, i grani di Tunisi, della
Sicilia, della Lombardia, cogli olj, i vini, i frutti secchi delle
Riviere, con armi di lusso, coi coralli lavorati a Genova, colle
tele di Sciampagna, con lacca, piombo, stagno d’Inghilterra, coi
prodotti insomma di tutta Europa. Aveano (dice press’a poco il Serra)
traffico e dominio in tutta la Liguria marittima da Corvo a Monaco,
e nell’isola di Corsica: provvedevano di sale i Lucchesi; la parte
occidentale della Sardegna riceveva le loro leggi o quelle de’ principi
loro amici; visitavano Civitavecchia e Corneto, emporj di vettovaglie
nello Stato ecclesiastico; nel Regno, lor principale abitazione dopo
Napoli era Gaeta; e se non vennero a capo de’ loro disegni sopra la
Sicilia, furono sempre in gran numero a Messina, Palermo, Alciata. Nel
mare orientale d’Italia frequentarono Manfredonia, Ancona, e negli
intervalli di pace anco Venezia. In Ispagna, i conti Berengarj di
Catalogna divisero seco la città di Tortosa; i re di Castiglia, quella
d’Almeria, e poichè ebbero perdute od alienate ambedue, onorevoli
convenzioni tanto co’ regni cristiani della Spagna, quanto co’
Mori aprirono loro tutti i porti marittimi e i mercati mediterranei
della ricca penisola. Ne’ Paesi Bassi, Bruges poi Anversa accolsero
onorevolmente le loro compagnie, le quali non solo v’accumulavano
roba, ma l’avviavano ancora in Danimarca, Svezia, Inghilterra, Russia,
Germania: i loro navigli entravano nel Reno carichi di merci orientali.
L’Egitto era più frequentato dai Veneziani; tuttavolta i Genovesi non
lasciavano di far mercato in Alessandria, in Rosetta, in Damiata, di
stabilirsi anche al Gran Cairo, e di stringere paci favorevoli con
que’ soldani. Nel Levante la colonia di Pera soprantendeva mediante
i suoi magistrati alle parti meno distanti, quella di Caffa alle più
lontane. Sotto la prima erano la marca de’ Zaccaria, la Focide de’
Gattilussi, l’Acaja de’ Centeri, un tempo la Canea in Candia, poi molte
isole e porti nell’Arcipelago, Famagosta e Limisso con altri luoghi in
Cipro, Cassandria, Ainos, Salonichi, la Cavalla nella Macedonia, Sofia,
Nicopoli e altre in Bulgaria, Suczava in Moldavia, Smirne e Fochia
vecchia e nuova nell’Asia Minore, Altoluogo e Setalia ne’ Turchi, Kars,
Sisi, Tarso, Lajazzo nelle due Armenie, e finalmente Eraclea, Sinope,
Castrice ed Ackerman nel mar Nero. Dipendeano dal governo di Caffa
i possessi di Gazarìa, Taman colla sua penisola, Copa in Circassia,
Totatis in Mingrelia, Kubatscka nel Daghestan, il castello vicino a
Trebisonda, il fondaco in Sebastopoli, il gran mercato della Tana,
e tutte le carovane indirizzate verso il settentrione ed il centro
dell’Asia. Il consolato di Tauris in Persia, forse indipendente dagli
altri, dovea promovere e reggere il traffico dell’Asia meridionale;
ove il provvedimento più notabile era, che i mercatanti genovesi non
facessero società con forestieri.
Principalmente l’Inghilterra tenevasi legata co’ Genovesi, e i più
bellicosi suoi re Edoardo III ed Enrico V ne mostrarono speciale
benevolenza, adoprandoli in luminosi impieghi, rifacendoli delle offese
dei corsari. Enrico VI avea proibito d’asportare le lane d’Inghilterra
e Irlanda se non per Calais, città francese allora acquistata
all’Inghilterra, e ch’egli voleva ingrazianire con tal privilegio; ma
ne tenne eccettuati i mercanti genovesi, veneti e fiorentini. Quando
si sottopose ai re di Francia, Genova si trovò chiusa quell’isola,
nemica a questi; pure vi mandò ambasciadore Giovanni Serra, il quale
vide le contese fra gli York e i Lancaster, e ammesso all’udienza, sì
bene esaltò la pace e i vantaggi del commercio fra le nazioni colte, e
la benevolenza dell’Inghilterra verso Genova, che i grandi proruppero
in applausi, e il re volle fosse scritto quel discorso, e messo come
proemio della nuova pace, dove ai Genovesi concedeva d’approdare con
fattori e servigiali, purchè francesi non fossero, e d’introdurre
ed estrarre mercanzie colle antiche norme, purchè nè di forze nè di
consigli sovvenissero ai nemici d’Inghilterra, come questa farebbe
coi nemici di Genova. Presto quel regno, secondo i meschini concetti
d’allora, credendo prosperare il proprio col restringere il commercio
altrui, vietò di asportar lane o d’importare seterie; eppure le cinture
di Genova rimasero eccettuate, e pei panni fu mestieri cercare il guado
dai Genovesi.
Accuratissima politica si voleva per reggere in pace con nazioni di
così varia civiltà eppur farsi rispettare; e vedemmo come i Genovesi
destreggiassero in faccia ai Musulmani. Sulle coste di Barberia le
frequenti mutazioni di dinastie o di tribù dominanti sospendeano le
buone relazioni, ma tutti s’affrettavano a rannodarle. Si parve sul
punto d’aprir guerra con essi allorchè Filippo Doria ammiraglio prese
e saccheggiò Tripoli, portandone via settemila schiavi e un milione
ottocentomila fiorini d’oro, poi la vendette a un Saracino; ma il
Governo genovese dichiarossi estraneo a quel fatto, e lo disapprovò.
Fortunata Genova se di tanta prosperità avesse saputo vantaggiare! Ma
incessanti accozzaglie interne toglievano di provvedere con saviezza
al commercio; non per pubblica utilità, ma per emulazione di parti
si cresceva il debito pubblico, e l’uffizio di San Giorgio, che dovea
porvi rimedio, diveniva anzi una comodità a crescerlo: siccome incontra
nelle gravi malattie che i medicamenti riescano pregiudicevoli.
Pure quel banco attestava che la parte più sana dell’irrequietissima
repubblica furono sempre i negozianti, rimanendo esso una delle più
notevoli istituzioni finanziarie del medioevo; oltre rendere servigi
eminenti allo Stato, potè accomodare nazionali e stranieri, privati
e principi; da papi e imperatori ne erano confermati i privilegi, che
ogni senatore entrando in carica giurava mantenere; gli otto protettori
delle compere erano sempre dei cittadini migliori, troppo importando
godessero ottima reputazione coloro a cui e nazionali e stranieri
affidavano le proprie fortune; davano parere in tutte le disposizioni
di governo e di utilità comune, allestivano navi per conto del banco,
conquistavano e governavano, quanto fino ai dì nostri la compagnia
delle Indie, e ad essi furono cedute le colonie di Levante e la
Corsica.
Il sinistrare degli stabilimenti di Levante nocque tanto più a Genova,
perchè le sue riviere non bastavano a provvederla di marinaj. Altre
nazioni entrarono seco in gara di mercati, e fu tutto a scapito di
essa l’incremento di Firenze. Pure molti profitti facevano ancora i
Genovesi: Bartolomeo Pellegrini coll’allume e col mastice divenne il
mercante più poderoso in Levante, e Bajazet I l’accettò mallevadore per
riscatto del conte di Nevers e di ventiquattro altri signori francesi,
rimasti prigioni nella battaglia di Nicopoli[305]; Antonio Sauli
sull’appalto del sale in Genova e in Lucca talmente lucrò, che potè a
Carlo VIII prestare novantacinquemila scudi d’oro; i suoi discendenti
fabbricarono la magnifica chiesa e il ponte di Carignano.
Venezia, dopo l’infausta guerra coi Genovesi, avea dovuto umiliarsi
a un trattato, che per tredici anni le proibiva di penetrare con
navi armate nello stretto dei Dardanelli, per modo che vedevasi quasi
intercise le vie del commercio per l’Alta Asia e i paesi del Caucaso:
ma presto si tolse di sotto il rasojo, e l’ammiraglio Giustiniani,
assalita Costantinopoli, ottenne nuovi privilegi. Ai Genovesi fu
apposto di essere rimasti indifferenti spettatori di quella lotta,
sebbene l’imperatore avessero lusingato di soccorsi: in realtà essi
pensarono trar partito dal terrore di questo, e gli fecero veduto che,
per metterli in grado d’ajutarlo efficacemente in nuovi frangenti,
era d’uopo conceder loro maggiore estensione di territorio. Un atto
di delimitazione del 1303 ed un trattato del 1304 ampliarono di fatto
i privilegi della colonia di Gàlata, situata così da comandare il
passaggio al mar Nero; e la dogana de’ Dardanelli fruttava all’impero
greco trentamila pezzi d’oro, ducento settantamila ai Genovesi.
Questi diedero mano all’imperatore contro gli avventurieri Catalani,
i quali osarono fin assalire la capitale e piantarsi a Gallipoli,
dond’essi riuscirono a snidarli: lo sorressero pure contro i Turchi,
che si faceano sempre più vicini. L’incessante squarciarsi di Genova
pregiudicava anche allo stabilimento di Gàlata, le guerre impedivano
d’approvvigionarla, e fu volta che i Ghibellini fecero intesa coi
Turchi per sinistrare quei loro compatrioti.
Sempre aveano Veneziani e Genovesi gareggiato a chi ottenesse maggiori
privilegi dall’imperatore di Costantinopoli, perciò palpeggiando
e favorendo ora un competitore or l’altro. Venezia non faceva che
rinnovare i trattati precedenti, che col nome di tregue duravano
cinque o dieci anni[306]: ma i Genovesi, padroni di Gàlata a fianco
di Costantinopoli, aveano mezzo di farsi rispettare; onde ogni nuovo
trattato fruttava una concessione nuova. In quello del 1382 stipularono
non essere tenuti a servire in armi l’impero greco, nè tampoco per
recuperare fortezze prese o assediate dai Turchi; volendo con questa
neutralità sfuggire l’inimicizia di que’ nuovi potenti.
Ad Enrico Dandolo doge e storico di Venezia fanno gloria di aver
riaperto l’Egitto con un’ambasciata spedita a quel soldano, offrendosi
mediatore di una discordia suscitatasi coi Tartari. I Veneziani
s’impancarono principalmente ad Alessandria, ove le merci dell’India
giungeano sui camelli traversando il dosso che divide il golfo Arabico
dal Nilo, un cui canale agevolava le comunicazioni col mar Rosso e col
Cairo. A questo annue carovane dall’Africa interna portavano gomme,
denti d’elefante, tamarindi, papagalli, penne di struzzo, polvere
d’oro, Negri: di là partiva quella per le città sante d’Arabia, e
l’altra pel monte Sinai, occasioni di utili permute: colle carovane
molti Europei attraversavano l’Egitto; ma i negozianti che afferrassero
ad Alessandria, erano tenuti ben d’occhio, levate le vele e il timone
delle navi, registrati i nomi. I Mamelucchi, unica entrata avendo le
gabelle, favorivano i Veneti; e di rimpatto ne riceveano ogni riguardo:
ma venivano urti? ecco i nostri apparir sulle coste in minaccioso
apparato, come oggi costuma l’Inghilterra.
Dispensati dalla scomunica contro chi portasse ai nemici della fede
legname da costruzione, grani ed armi, i Veneziani continuarono sempre
regolari comunicazioni coi Musulmani, tenendo console ad Alessandria,
banchi nella Siria, trattati coi Barbareschi[307]. Dai quali anche
altri de’ nostri ottennero privilegi e franchigie; i Pisani dal bey
di Tunisi ebbero l’isola di Tabarca, dove pescare il corallo, e altri
mandritti dall’imperatore di Marocco.
Anche in Armenia soli i Veneziani introducevano i camelotti ed
estraevano il pelo delle capre d’Angora, con esenzione da gabelle,
magistrati proprj, assoluta franchigia per le merci che, tratte da
Tauris e dalla Persia, traversavano il paese. Di questo tragitto
profittava Trebisonda per popolarsi di numerose colonie, trafficanti di
spezierie. I Veneziani v’ebbero un quartiere con propria giurisdizione,
donde spingeansi alla Persia e alla Mesopotamia, privilegiati di libero
passo, e di banchi per giro di cambj e traffico di vino.
Crebbero poi di stabilimenti sulle coste della Grecia, nella
Propontide, a Adrianopoli, in buona parte del Peloponneso, e in
molte isole e porti della Morea sin in fondo all’Adriatico; a loro
cittadini investivano come feudo le isole di Lenno, Scopelo, quasi
tutte le Cicladi; acquistarono Negroponte; s’interposero con vantaggio
nelle discordie domestiche degl’imperatori bisantini, e di questi
coi Genovesi di Gàlata. Ma l’antica preponderanza nel mar Nero più
non recuperarono, e per avervi accesso patteggiavano cogli Stati in
riva al Danubio il dritto di traversarli, talchè il commercio colla
Germania, coll’Ungheria, colla Polonia, colla Russia, le alleanze coi
Bulgari e coi Danubiani fino alla Tauride, gli scali in tutta Italia,
in Francia, in Spagna, in Fiandra, in Inghilterra, insomma da Astrakan
fino all’Africa interiore, offrivano rilevantissimi guadagni, a ristoro
del popolo, al quale, dopo la metà del secolo XIV, restava privilegio
il commercio, escludendone i nobili, di cui invece era privilegio il
governo.
Dappertutto mantenevansi consoli o balii che assicurassero rispetto
alla patria, e protezione e pronta giustizia ai concittadini. Quel di
Costantinopoli, che era insieme internunzio della repubblica, giudice
de’ Veneziani e ispettore del commercio, portava i calzari scarlatti
come l’imperatore, usciva colle guardie, esercitava piena giurisdizione
sulla colonia, e dopo presa quella città dai Turchi tenne in protezione
altre genti, massime Armeni ed Ebrei.
Il doge Renieri Zen fece da Nicolò Quirini, Piero Badoer e Marco
Dandolo compilare un codice di navigazione e commercio (_Statuta et
ordinamenta super navibus et lignis aliis_) con egregi provvedimenti,
semplicità, esattezza e brevità imitabili; prescrivendo il modo degli
armamenti, il giuramento de’ marinaj, i doveri de’ patroni o de’
consoli, il carico, le provvigioni, il prezzo del tragitto, e le armi
e bandiere; tipo di tutta la legislazione marittima. Era prefinito
il numero delle navi e delle persone, quando prendere il mare, dove
sbarcare, quali e quante merci trasportare nell’andata e nel ritorno.
Gli oggetti da cambiare con merci asiatiche, non doveano tasse, o
moderatissime.
Della prosperità di Venezia buon testimonio ci furono i discorsi
del doge Mocenigo (Cap. CXV); donde ci apparve come, uscente il
XIII secolo, su trecento vascelli mercantili da ducento tonnellate,
e su trecento navi grosse salissero venticinquemila marinaj, altri
undicimila sopra quarantacinque galee, sempre in acconcio d’arme: allo
scorcio del seguente erano cresciuti a trentottomila sovra tremila
trecenquarantacinque legni. L’arsenale, cominciato intorno al 1104
sulle antiche isole Gémole, si dilatò nel 1304, dogando Pier Gradenigo,
poi nel 1325 e nel 1473 sino a formare quel gran complesso, che comanda
l’ammirazione ancora cadavere. Veniva governato da due magistrature
di senatori: cioè tre sopravveditori per l’alta ispezione, tre patroni
che ordinavano i lavori e vi sorvegliavano, e dormivano in tre palazzi
contigui all’arsenale, detti Paradiso, Purgatorio, Inferno. Gli
arsenalotti formavano la guardia del corpo del sovrano; popolazione
numerosa[308], devotissima alla Signoria, da cui riconosceva il suo
bene stare.
Le isole e le coste di Levante provvedeano abbondanza di legname:
ristretti poi que’ possedimenti, e sovratutto dopochè i Turchi
occuparono l’Albania e la Schiavonia, fu mestieri rifornirsene ne’
proprj possedimenti: e certo già prima del 1479 servivano i boschi di
Montello nel Trevisano e di Montone nell’Istria, tanto rinomati finchè
la barbarie diplomatica de’ giorni nostri non gli annichilò.
Di cinque sorta galee usava Venezia: le grandi pel viaggio di Fiandra
e Inghilterra, altre diverse per la Tana e Costantinopoli, le sottili,
le navi quadre, le latine[309]. Famose ne erano le caracche. Abbiamo da
Giovan Villani che Genovesi e Veneti avendo veduto verso il 1344 alcune
navi bajonesi passar lo stretto di Siviglia, più sottili ed agili, e
meglio acconce a fatti d’armi, essi ne fabbricarono di somiglianti;
lo che fu notevole rivoluzione nella marina. Il Petrarca, dimorando in
Venezia, vedeva sarpare navigli «simili a monti che nuotino nel mare,
per trasportare in mezzo a mille pericoli i nostri vini agl’Inglesi,
il nostro mele agli Sciti, il nostro zafferano, i nostri olj, il nostro
lino ai Siri, ai Persi, agli Arabi, agli Armeni, e, ciò che appena uom
crederebbe, la nostra legna agli Achei ed agli Egizj, e ritornare con
altre merci: veleggiano fin al Tanai, e si lasciano indietro Gade e
Calpe, creduti confini del mondo occidentale; tanto può sugli uomini la
sete dell’oro»[310].
Le imprese mercantili erano secondate dalla marina pubblica, spedendosi
in giro ogni anno venti o trenta galee _del traffico_, capaci di
mille a duemila tonnellate, e del valore di centomila zecchini
ciascuna, capitanate da nobili, eletti dal maggior consiglio e dai
pregadi. Il Governo non ne ritraeva che modico nolo; ma a quel modo le
teneva esercitate per un’evenienza di guerra, e faceva anche in pace
rispettare il leone, nel mentre rendevano servizio ai particolari. Di
esse squadre quella del mar Nero dividevasi in tre: una costeggiava il
Peloponneso, per ispacciare a Costantinopoli le merci levate da Venezia
o da Grecia; la seconda dirigeasi a Sinope e Trebisonda nel Ponto
Eusino, facendo levata delle produzioni asiatiche recatevi dal Fasi e
dalla Cina[310a]; la terza sorgendo verso settentrione, entrava nel mare
d’Azof, e nei porti di Caffa procacciava pesci, ferri, antenne, grani,
pelli, cui dal Caspio, dal Volga, dal Tanai recavano Russi e Tartari.
L’altra squadra costeggiava la Siria, facendo scala ad Alessandretta,
a Bairut, a Famagosta, a Candia ricca di zuccaro, e alla Morea. La
terza metteva dapprima in Armenia e a Lajazzo, che Marco Polo intitola
«porta de’ paesi orientali», dappoi in Egitto le merci del mar Nero,
destinate al gran mercato di Tauris, massime schiavi di Georgia e
Circassia, barattandoli colle derrate del mar Rosso e dell’Etiopia.
La quarta volgeva alla Fiandra vascelli di dugento remiganti almeno,
e rinfrescato a Manfredonia, Brindisi, Otranto, in Sicilia caricato
zuccaro ed altre produzioni dell’isola, ne’ porti africani di Tripoli,
Tunisi, Algeri, Oran, Tanger facea cogli africani baratto di frumento,
frutti secchi, sale, avorio, schiavi, polvere d’oro; sboccata quindi
dallo stretto di Gibilterra, forniva i Maroccani di ferro, armi,
panni, utensili domestici, costeggiava Portogallo, Spagna, Francia,
toccava Bruges, Anversa, Londra, e faceva cambj co’ vascelli delle
città Anseatiche; poi aspettata stagione e mare acconcio, tornava
libando Francia, Lisbona, Cadice; in Alicante e Barcellona comprava
sete gregge; e costa costa rivedea la patria, un anno dopo lasciata.
Ogni viaggio di lungo corso dovea prender le mosse e finire a Venezia,
ove per ciò, nell’intervallo, si depositavano le merci, e venivano
a cercarle i mercanti mediterranei, in modo che vi durava una fiera
continuata. Quella dell’Ascensione fin dal 1180 si trova istituita per
otto giorni; poi divenne delle più famose, avvivata dalle indulgenze
che s’acquistavano a San Marco per concessione di papa Alessandro III,
dallo sposalizio del mare, e dall’opportunità della stagione che allora
chiamava le vele a lunghi viaggi. In quell’occasione si esponevano
anche capi d’arte, e una popatola, il cui vestire serviva di canone per
la foggia dell’anno.
I dieci milioni di mercanzia che annualmente asportavano que’
legni davano due quinti di guadagno; altro ne veniva dal traffico
mediterraneo. Vedemmo fin dal 1270 Venezia proclamarsi sovrana
dell’Adriatico, obbligando a contributo tutte le navi che lo
corressero. Fu generale lo scontento, ma il papa, chiesto arbitro,
diede ragione ai Veneziani, come che, difendendolo dai corsari
musulmani, avevano diritto a un compenso: il lodo non chetò gli emuli,
contro cui essi dovettero munirsi di buone armi. Si assicurarono anche
il commercio dell’alta Italia coll’acquisto del Friuli, della marca
Trevisana, del Padovano e di altre piccole signorie, e stipulavano
vantaggiosi accordi coi vicini, dove non potessero insieme col
commercio estendere l’impero[311]. Udimmo il doge Mocenigo asserire
che alla sola Lombardia spediva Venezia per due milioni e settecento
ottantanovemila ducati, cinquantamila dei quali per gli schiavi,
oltre il sale; e guadagnava seicentomila ducati annui sui Lombardi,
quattrocentomila sui Fiorentini. Eppure essa usciva allor allora di
guerre che l’avevano privata di tanti possedimenti, e minacciata fin
nelle sue lagune. Poi, malgrado le due guerre contro i Turchi e col
duca di Ferrara, aveva sì floride finanze, che nel 1490 entravano
al tesoro per un milione e ducentomila ducati, quasi il doppio dello
Stato di Milano, e un quarto di quel che fruttava il regno di Francia
dopo ingrandito da Luigi XI. E a tal punto i Veneziani s’erano resi
necessarj agl’Italiani, che, qualora essi rompessero le relazioni con
un popolo, il riducevano a povertà; come avvenne de’ Napoletani, che
il re Roberto costrinsero a pace col negargli le imposte, asserendo non
aver più denaro dacchè quelli non comparivano ne’ suoi porti.
L’inglese colonnello Cooper assicurava che fin oggi gli Asiatici dal
Mediterraneo alla Cina non conoscono altra moneta che lo zecchino
veneto, nel Yemen è tenuto in gran conto, e gli sceichi ne fondono per
formarne piccole monete, o ne conservano entro vasi di vetro, laonde
a Bruce domandarono se soli i Veneziani possedessero miniere d’oro in
Europa, e supponeano conoscessero la pietra filosofale. Il qual Bruce,
che al fine del secolo passato spingevasi alla estremità dell’Asia
e dell’Africa, nel Thama arabico sovra Moka sentiva i nomi di _peso,
rotolo, cantara, dramma, oncia,_ e ripetuti sull’opposto lido africano
a Massuah; prova delle relazioni cogl’Italiani, del cui linguaggio è
principalmente composto quel parlare _franco_, che fin oggi ha corso
sul litorale di tutto il Mediterraneo.
Or ci si spiega bene la sontuosità del più magnifico corso del mondo,
il Canal Grande. Andrea Vendramin, che nel 1476 fu il primo doge
di Venezia non nobile dopo la serrata, era ricco di censessantamila
ducati; liberale, di gran parentela, ebbe tre maschi e sei figlie, che
maritò con cinque in settemila ducati, mentre la dote legale era di
duemila, ma diceva non badare a spesa onde aver generi a suo modo; fu
gran mercante in gioventù, e di compagnia col fratello facea carico
d’una galea e mezzo in due per Alessandria, e vantaggiò. Quando nel
1499 fallirono i Garzoni, molti ripeteano i loro fondi dal banco
Lipomano per più di trecentomila ducati; onde, sebbene la Signoria
l’ajutasse di qualche somma, dovette fallire. «È peggior nuova el
falimento de questi due banchi, che se fosse perso Brescia». Lo
sgomento fu per far gittare a terra i banchi Pisan e Augustini; se non
che la Signoria mandò de’ savj che assicurassero sarebber tutti pagati.
I Lipomani dovettero rassegnare i loro libri, dai quali appare che una
casa dominicale valutavasi da tremila ducati; duemila una a Murano;
milleduecento un mulino; e avevano in argenti e gioje per seimila
ducati, e ottomila in un cappello di perle e gioje[312].
Tutt’occhi dovevano dunque essere i Veneziani onde mantenersi questi
vantaggi, e vi adoperavano buoni mezzi e cattivi. La gelosia li faceva
duri coi mercanti forestieri, imponendo doppie gabelle, ritardando
la giustizia, escludendoli dalle comandite; pretesero che i sudditi
comprassero lane, cotoni, seta, zuccari, saponi soltanto dalla
dominante, non rizzassero manifatture fuor della dogana, nè usassero
o spedissero merci se non passate per Venezia; talchè, per esempio,
Verona dovea mandarvi i panni, che poi la traversavano di nuovo onde
dirigersi alla Germania.
Convien dire che i lucri fossero grassi, se i forestieri non badavano
agl’impacci; avvegnachè in Venezia troviamo corporazioni d’ogni
paese; nella chiesa de’ Frari avevano altare i Milanesi, un altro
i Fiorentini, lavoro del Donatello; i Lucchesi una chiesa vicino ai
Servi, i Tedeschi e i Turchi fondachi che ancor ne serbano il nome,
come la piazza dei Mori, la ruga di Julfa degli Armeni; oltre i Greci
che v’ebbero sempre congregazione religiosa. Ciascuna nazione potea
regolarsi a leggi proprie; alcuni paesi vi godeano privilegio di
qualche arte, Bergamaschi i fornaj, Friulani anch’essi fornaj del pane
altrui e sartori e facchini, muratori i Bellunesi, Valtellini gli osti
e i facchini pel commercio.
Caduta Costantinopoli ai Turchi, Venezia e Genova dall’eccidio dei loro
cittadini, dal saccheggio dei fondachi, dalla successiva distruzione
de’ loro stabilimenti, dalle umiliazioni, a prezzo delle quali soltanto
ottennero una tolleranza precaria e quasi vergognosa, conobbero
la gravezza d’una perdita che con provvidenza e lealtà maggiore
avrebbero potuto impedire o ritardare. Non restarono però snidati
dall’Oriente, attesochè gli emiri musulmani, stabilitisi lungo la costa
settentrionale e orientale dell’Africa e sui golfi Arabico e Persico,
non avevano fatto causa comune coi loro fratelli di Siria, nè perciò
nimicavano i Cristiani, che poterono continuarvi i traffici.
Anche il soldano d’Egitto divenne più inchinevole agli Europei, e col
doge de’ Veneziani Pasquale Malipiero, «possente, e il più apprezzato
e onorato fra quei che adorano la Croce, colonna di tutti i Cristiani,
amico de’ soldani ed emiri dell’islam», conchiuse un trattato di
commercio, consentendo ai Veneziani il monopolio di molte merci, non
però del pepe; e donò all’ambasciatore una veste lavorata alla moresca
e foderata di pelliccie, e alla Signoria i regali consistenti in trenta
rotoli di benzoino, venti di aloe, due paja di tappeti, un ampollino di
balsamo, quindici bossoletti di teriaca, quattordici pani di zuccaro di
Moka, cinque scatole di zuccari canditi, un cornetto di zibetto, venti
pezzi di porcellana.
Le contingenze duravano ancora favorevoli ai traffici dei Veneziani:
perocchè i Ragusei correvano molto l’Adriatico, ma poco uscivano da
quello, nè d’altro che di derrate trafficavano[313]; la Grecia era
caduta sotto la scimitarra turca; a Napoli e Sicilia sarebbe tornata
necessaria una flotta per mantenere comunicazioni coll’Aragona e colla
Provenza, eppur l’aveano appena bastante alle reciproche guerre, e le
vediamo valersi sempre delle genovesi, come faceano spesso Francia
e Inghilterra, le quali nè l’Olanda non accennavano ancora alla
futura grandezza; era un portento se qualche bandiera settentrionale
comparisse nelle acque nostre; soli i Catalani veleggiavano il
Mediterraneo come l’Oceano.
Però Venezia e Genova erano le principali, non le sole commercianti
d’Italia. Amalfi più non rigalleggiò: ma Napoli trafficava nelle
variatissime sue produzioni con Costantinopoli, col mar Nero, con
Marsiglia; Trani era un vasto emporio di merci asiatiche; Gaeta
estendeva relazioni colla Barberia, dove sin dal 1125 teneva un
console; la Sicilia colla Catalogna e colla Spagna orientale. In
Messina e Palermo affluivano mercanzie di tutti i paesi; ed oltre
le relazioni col regno di Napoli e col resto d’Italia, consolidate
per mezzo di trattati, con Genova nel 1292, con Pisa nel 1316, con
Venezia nel 1365, uno del 1331 con Narbona prova il suo commercio colla
Francia, oltre Spagna, Fiandra, Inghilterra, le coste di Barberia,
l’Egitto, la Siria, la Morea, Cipro, Rodi, Costantinopoli. Ancona,
fiorente per industria, scala al commercio di Firenze coll’Oriente,
mandava navi proprie a Costantinopoli, a Cipro, in Barberia, e
corrispose con molte città d’Europa; con Genova aveva un trattato fin
dal 1276; ma la postura sua la teneva dipendente da Venezia, che poi
la sopraffece. Corsica e Sardegna, sì a lungo disputate fra i Pisani,
i Genovesi e i re d’Aragona, asportavano i proprj prodotti; e quando la
Sardegna passò all’Aragona, strinse maggiori relazioni colla Catalogna.
Anche città mediterranee spedivano per varj paesi d’Occidente,
acquistandovi privilegi non per forza ed astuzia, ma per superiorità
d’intelligenza. Asti, che di settantamila abitanti popolava il piccolo
territorio, aveva negozianti in Francia e ne’ Paesi Bassi, una colonia
ad Alessandria d’Egitto; e postasi a prestar denaro in Francia, vi
applicò tanti capitali, che avendovi quel re fatto arrestare tutti i
banchieri astigiani, cinquanta trovaronsi possedere oltre ottocentomila
lire di capitale, che si ragguaglierebbe a ventisette milioni[314].
Il Po serviva agl’interni ricambj e per esso fioriva Ferrara, che
copiosa di ogni bene, dalle città vicine e dal mare traeva abbondanza
di vettovaglie. Per le bocche del Po (narra un cronista) vi arrivavano
navi di carico, piene fin al sommo dell’albero di mercanzie d’ogni
lido; senza che andasse a Ravenna od a Venezia a cercare quel che le
fosse mestieri, ogni anno nel prato comune presso a Po si tenevano due
fiere, cui dall’Italia e dalla Gallia moltissimi concorrevano, e tutti
guadagnavano mercatando. Sì lauto poi era il fisco, che, soddisfatto
ad ogni spesa del Comune, rimaneva che spartire fra i cittadini in
ragione del censo. Questa larghezza andò guasta allorchè i Veneziani,
aggiudicandosi la padronanza assoluta del Mediterraneo, chiusero le
foci di quel fiume, cagione di tanti dissidj. Comacchio avea cominciate
le _fabbriche del pesce_, per cui ora ottantamila pesi d’anguilla
escono marinati da quelle valli.
I Pisani, elevatisi a paro de’ Veneziani e Genovesi per industria
manifatturiera, per navigazione e commercio, dopo la funesta battaglia
della Meloria nel 1284 più non fecero che declinare; la perdita
di Terrasanta diradò le loro corrispondenze nella Siria, nè aveano
possibilità di sostenere nel mar Maggiore una concorrenza, a cui furono
costretti rinunziare col trattato del 1299; il porto che possedevano
alla foce del Tanai, cadde probabilmente a’ loro nemici, e infine fu
sfasciato dai Tartari. Andate a male le colonie donde traevano legname
da costruzione e materie di baratti pel commercio esterno, costretti
cedere a Genova la Corsica e la Sardegna, non restarono padroni
che delle maremme tuttora abbastanza ubertose, e dell’isola d’Elba
importante per ferro. Questa nel 1290 era stata occupata dai Genovesi;
poi mercanti pisani la ricuperarono nel 1309 per cinquantaseimila
fiorini, e ne traevano vena dalla miniera di Rio.
Nella guerra contro Genova era stato distrutto il Porto Pisano alla
foce dell’Arno; onde ridotta quasi alla sola rada di Livorno, esposta
a’ nemici, Pisa fece costruire una torre per difenderla, e proteggere
la navigazione. Di là continuava relazioni colla Sicilia, con Cipro,
colla Barberia; ma non le bastava marina militare per proteggere
stabilimenti lontani, nè assicurare gli armatori contro de’ nemici
e de’ pirati. Firenze poscia la soggiogò, e per nulla rispettando le
memorie d’uno splendore, di un’industria e di una perizia marittima,
che formavano uno de’ migliori vanti della Toscana, ne sviò le
manifatture e il commercio in grosso.
Già ci è apparsa la commerciale operosità dei Fiorentini. Buon’ora
essi erano penetrati nell’Ungheria, le cui miniere d’oro e d’argento
s’aveano per le prime del mondo, e vi teneano case i Medici, i
Portinari, i Boscoli, i Tosinghi, i Del Nero, i Del Bene, i Da Uzzano.
Da Francesco Balducci Pegolotti, che prima del 1350 scriveva sugli
usi e le regole da seguirsi dai mercanti nei viaggi[315], raccogliesi
che essi Fiorentini stendevano le corrispondenze all’Inghilterra, al
Marocco, a tutto il Levante; prendeano spesso in appalto le zecche,
e alle inglesi da Edoardo I fu preposto un de’ Frescobaldi: un Bardi
nel 1329 godeva le gabelle di tutto quel regno per due sterline il
giorno, mentre nel 1282 ne avevano reso ottomila quattrocentoundici
(HALLAM). A Bruges, dove non era permesso che un banco per ciascuna
nazione forestiera, collegi distinti formavano i Genovesi, i Lucchesi,
i Fiorentini, i Lombardi. Nel 1422 calcolavasi che in Firenze
circolassero quattro milioni di fiorini: e delle lettere esterne di
quella repubblica le più concernono commercio e mercadanti.
Le lungagne delle asportazioni per terra non le erano più sufficienti;
e conoscendo che la navigazione offrirebbe un mezzo più economico
per commerciare coll’Italia e coll’Europa meridionale, ed il solo
praticabile co’ paesi più remoti, fin dal secolo xiii trattò con Pisa
onde farla emporio delle mercanzie: e vedendosi contrariata, prese
accordo colla repubblica di Siena, onde spedirle pel porto di Telamone;
e a questo ricorreva ogniqualvolta si guastasse con Pisa (pag. 248).
Della quale poscia insignoritasi, cercò chiamarvi con privilegi ed
incoraggiamenti le navi straniere, prese a stipendio gli armatori
lasciati liberi dalla decadenza del commercio genovese, legò nuove
relazioni e avvantaggiò le antiche[316], istituì la magistratura dei
consoli di mare, però da gran tempo conosciuti in Pisa.
In una carta del 1190 che contiene i privilegi del sintraco di
Genova[317], Livorno appare già frequentato dai naviganti; e durante la
guerra di Chioggia, Carlo Zeno vi ricoverò due volte la flotta veneta.
Posto com’è fra porto Pisano e porto Telamone, poteva tener entrambi
in soggezione; ma non acquistò importanza che al cadere di Pisa, e i
Fiorentini, compratolo dai Genovesi nel 1421, lo privilegiarono in ogni
modo. In quell’occasione rinnovarono il patto antico di caricare sopra
navi genovesi le merci che traevano di ponente, ma poi cercarono sempre
eluderlo, e infine lo abrasero nella pace fatta con Filippo Maria
Visconti.
Per siffatta guisa, quantunque mediterranei, i Fiorentini ottennero
i vantaggi del mare, e non vi avea città dell’Italia, Francia,
Inghilterra, Fiandra, in cui essi non tenessero banchi e non
mandassero fattori. Un console inglese risedette a Pisa, e con Enrico
VII nel 1490 si pattuì che Fiorentini soli estraessero le lane da
quell’isola, eccettuandone soltanto per seicento sacca i Veneziani;
premio dell’avervi Lorenzo Medici rizzate molte manifatture di lana
con artefici toscani. Un governo mediterraneo non doveva pensare a
stabilire banchi e consolati sulle coste dell’Asia e dell’Africa;
ma il privato interesse lo fece. Quando si cominciasse a trafficare
direttamente col Levante, non consta: ma la casa Bardi nel secolo
XIV otteneva pe’ suoi agenti privilegi significanti in Cipro e
nell’Armenia; poi si estese il commercio colle coste della Barberia,
coll’Egitto, la Siria, Costantinopoli, l’Asia meridionale, e fino colla
Cina traverso all’Alta Asia.
Firenze volle anche armar flotte e spedire periodici convogli pel mar
Nero, l’Egitto, la Barberìa, la Spagna, la Fiandra, l’Inghilterra; ma
non trovò che scapito, sicchè dopo il 1430 le abbandonò alla privata
speculazione. Venezia, che era sempre stata l’amica di Firenze, ne
ingelosì quando la vide crescer tanto, e istigò Pisa a scuoterne il
giogo: di che Firenze si vendicò col secondare i disegni ostili di
Maometto II contro i Veneziani. Ne venne _una velenosa ed attossicata
lettera di Venezia,_ a cui un Fiorentino oppose uno scritto che,
in mezzo a una colluvie d’ingiurie, contiene un quadro, esagerato
forse, ma vivo del commercio della sua patria[318]. Vi figurano come
principali negozianti i Medici, i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i
Corsini, i Falconieri, i Portinari, che avevano stabilimenti in tutte
le tre parti del mondo aperte alla navigazione europea, cinquanta case
in Levante, ventiquattro in Francia, trentasette nel Napoletano, nove a
Roma, altre in Venezia, in Ispagna e Portogallo. Accertasi che Firenze
fosse la prima a interdire in modo efficace il traffico degli schiavi e
il somministrare munizioni di guerra a’ Musulmani.
Essendo si può dire concentrato in mano degl’Italiani tutto il
commercio che poi fu suddiviso fra Turchi, Inglesi, Olandesi, Francesi,
Russi, quanto lauti doveano essere i guadagni! Giovan Villani stima di
cenventimila fiorini la rendita che col prestare erasi formata Taddeo
Pepoli di Bologna. Nel 1338 un negoziante di Siria, essendo arrivato
a Portercole con molte stoffe ad oro e senza, cinture, borse da sposa,
frontelle, Coluccio Balardi le comprò per centoquindicimila fiorini, e
in capo a un anno le ebbe quasi spacciate. Egli teneva banco a Parigi,
e Giovanni Vanno pure toscano a Douvres e a Cantorberì[319]; e già
vedemmo i Bardi e i Peruzzi fiorentini essere creditori sopra il re
d’Inghilterra d’un milione e mezzo di zecchini, e di centomila zecchini
ciascuno sopra il re di Sicilia. Dino Rapondi di Lucca (1350-1414),
mercante in Francia, avea case a Mompellieri, a Bruges ed a Parigi; la
prima era l’emporio del vasto suo traffico col mezzogiorno d’Europa e
gli scali di Levante. Avea palazzo a Parigi meraviglioso; commerciava
di banca, cambio, metalli preziosi; servì molto a Carlo VI e Giovanni
Senza-paura, secondandoli nelle imprese e nei delitti.
A Siena (popolata di centomila abitanti prima che la peste la
restringesse appena a tredicimila, e dove i diarj testimoniano che
in un anno si fecero ottanta par di nozze nobili e cento di buone
case) i Salimbeni adottarono per stemma la fortuna e il motto _Per non
dormire_; cavavano anche miniere d’argento e di rame nella maremma; nel
1337 fra sedici casate manteneano un camerlingo comune per amministrare
le loro entrate, e per più anni a ciascun casato spartirono centomila
zecchini. Un’imposta su quella città del due per mille onde pagare il
conte Lando nel 1357, fruttò quarantamila zecchini: lo che manifesta un
valore di venti milioni d’allora, rispondenti a ducento d’adesso.
Vuolsi che da commercio di carbone derivassero le smisurate ricchezze
di Giovanni Medici, per le quali Cosmo suo figlio divenne il miglior
negoziante di Europa. Di quale natura speculazioni fossero le sue
s’ignora, ma ci si fa presumere lucrasse col commercio asiatico,
coi prestiti e coi giri di banco[320]: e dicesi che quella casa
occupasse trentamila persone in traffici e manifatture. Cosmo spese
da quattrocentomila zecchini in chiese ed opere pubbliche. Lorenzo fu
in procinto di capolevare, a malgrado del lauto suo commercio, per le
insensate prodigalità de’ suoi fattori, i quali affettavano di fare il
largo e il magno come il loro padrone; laonde sodò grossi capitali in
possessi stabili, rompendo molti fili del commercio fiorentino.
Ma era sullo scocco l’ora che gl’Italiani cesserebbero d’essere
unici fattori del commercio. Le manifatture che ne’ paesi esteri noi
stabilivamo, per quanta gelosia vi si mettesse, servivano di scuola
agli emuli. I Medici, invece di continuare a trarre la lana greggia
dall’Inghilterra, la fecero filare e tessere colà; allorchè essi
usurparono il dominio, i tanti fuoruscititi propagarono i lavorieri di
fuori; quando poi Pietro ritirò gl’ingenti capitali d’in sul commercio,
i Fiorentini non poterono più reggere la concorrenza de’ forestieri,
che aveano anch’essi accumulato capitali, e imparato la magìa del
credito. All’estendersi dell’industria cessavano i privilegi, fondati
sull’inoperosità degli altri popoli, la gelosia dei quali ritorse
contro noi le arti medesime che noi avevamo inventate contro di loro; e
Ferdinando il Cattolico di Spagna impose un dieci per cento su quanto
asporterebbero i Veneziani, i quali rimasero vittime del sistema
esclusivo che essi avevano introdotto.
Danni più durevoli doveano venire dagl’incrementi della navigazione,
dovuti ad Italiani.